Maurilio Lovatti

San Girolamo ascolta la tromba del giudizio universale di Giacomo Zoboli nella basilica di Sant'Eustachio a Roma

(1729)

 

Il dipinto di grandi dimensioni (cm 550 x 350), firmato e datato, è conservato nel transetto destro della basilica di San Eustachio di Roma.

La chiesa medioevale risale al X secolo, quando all'epoca di Papa Celestino III, tra il 1095 e il 1096, al posto di un antico oratorio dell'epoca dell'imperatore Costantino (nel luogo dove secondo la tradizione era stato martirizzato Sant'Eustachio) venne realizzato un nuovo edificio di culto col campanile. Tra il 1700 e il 1701 il corpo principale della chiesa medioevale fu demolito, salvo il campanile, perché le piene del Tevere avevano irrimediabilmente rovinato l'edificio. La chiesa fu ricostruita in due fasi: dal 1701 al 1706 dal portico alla crociera e solo tra il 1724 e il 1726 i transetti e il presbiterio. 
Per questa basilica il pittore
Giacomo Zoboli (Modena 1681 - Roma 1767) realizzò due grandi opere: La Visitazione  (nel transetto sinistro) nel 1727 e il San Girolamo nel 1729, quindi appena dopo la conclusione dei lavori di ricostruzione della basilica. Entrambi i quadri furono dipinti nel laboratorio che il pittore utilizzava a palazzo Venezia, concesso dal cardinale Angelo Maria Querini (veneziano,  cardinale titolare della basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio dal 1728 al 1743 e vescovo di Brescia dal 1727 al 1755). Per la Visitazione il luogo di realizzazione del dipinto è documentato dalla ricevuta del pagamento per il trasporto del quadro (la ricevuta del 18 novembre 1727 riporta che il compenso era dovuto alle "fatighe fatte nel calare il quadro della Visitazione fatto da Zoboli dal Salone del Palazzo Venezia in strada e per il trasporto sino alla Chiesa" , cit. in Carla Appetiti, Sant'Eustachio, Roma 1964, p. 51) . Per il San Girolamo non è stata reperita la ricevuta del trasporto, ma non vi sono ragionevoli dubbi sul fatto che sia stato anche esso dipinto in Palazzo Venezia, dove Zoboli continuò al lavorare fino al 1732 o 1733, prima di trasferire il suo laboratorio in Campidoglio (dall'ottobre del 1738 abiterà e lavorerà a palazzo Farnese, all'epoca di proprietà dei Borbone di Napoli). 

La commissione dei due dipinti a Zoboli, così come quella del Martirio di Sant'Eustachio per il presbiterio a Francesco Fernandi, detto l'Imperiali (1679-1740), fu decisa formalmente dal Capitolo della chiesa nel 1726. Tutti e tre i dipinti furono pagati dal Capitolo (300 scudi pontifici d'argento ciascuno). Tuttavia mentre il tema del quadro all'altare maggiore (cioè il martirio del Santo titolare della chiesa) era scontato, non sappiamo esattamente quale fu il ruolo del Cardinale Titolare nella scelta del tipo di rappresentazione di San Girolamo nel dipinto. Il cardinale titolare della chiesa era Curzio Origo (1661-1737), formalmente titolare dal 1716 alla morte. In realtà dal 1717 al 1721 fu Legato pontificio a Bologna, e solo dal suo rientro a Roma nel 1721 si interessò direttamente dei lavori di ricostruzione della chiesa, poi realizzati tra il 1724 e il 1726. In particolare la sua famiglia, proprietaria del palazzo Origo di via di Torre Argentina 21, era concessionaria dal secolo precedente della cappella di San Girolamo, dove il cardinale desiderava essere sepolto (e dove fu effettivamente sepolto).  La cappella di San Girolamo, come quella della Visitazione, attualmente non esiste più: l'altare (proveniente dal palazzo Origo) che il cardinale fece collocare nel transetto destro della chiesa appena ricostruito, fu rimosso con i lavori di rifacimento della pavimentazione nel 1855 e sostituito dall'attuale confessionale ligneo che possiamo vedere sotto il dipinto di Zoboli, così come nello stesso anno anche l'altare della cappella della Visitazione nel transetto sinistro, in concessione alla famiglia del card. Cristoforo Giacobazzi (titolare della chiesa dal 1537 al 1540), fu rimosso e sostituito da un confessionale. Poiché il cardinale Origo era particolarmente devoto al Santo, nella duplice veste di cardinale titolare e di concessionario della cappella, ha certamente concordato col pittore il tipo di rappresentazione di San Girolamo. Non sappiamo invece chi possa aver caldeggiato, suggerito o proposto al cardinale il nome del pittore modenese. E' verosimile che siano stati i Gesuiti, con cui Zoboli collaborava abitualmente (il superiore generale dell'ordine era dal 1706 il teologo modenese Michelangelo Tamburini). Meno probabile, ma possibile, è che il nome di Zoboli sia stato suggerito da mons.  Angelo Maria Querini, che lo aveva conosciuto nel periodo in cui viveva a Roma (dal 1714 al 1721), prima di essere nominato nel 1723 arcivescovo di Corfù, allora veneziana, e che nel 1732 commissionerà a lui la grande pala dell'Assunta nel Duomo Nuovo di Brescia. Dal nutritissimo epistolario di mons. Querini sappiamo che conosceva personalmente il card. Origo: alla biblioteca Queriniana e all'Archivio storico diocesano di Brescia e alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia sono conservate diverse lettere tra i due prelati nel periodo tra il 1727 e il 1735. Nel periodo in cui fu decisa l'assegnazione dei dipinti (tra il 1725 e l'aprile del 1726) Querini era a Corfù; risulta però dall'epistolario che soggiornò a Lecce nei mesi di agosto e settembre del 1725 e non sappiamo se si sia recato anche a Roma (all'epoca un viaggio in carrozza tra Lecce e Roma durava mediamente 5 o 6 giorni), così come non sappiamo se siano intercorse tra i due prelati altre lettere oltre a quelle conservate. Querini fu sicuramente a Roma nel maggio e giugno del 1726, per la Visita ad limina, ma le commissioni dei dipinti erano già state assegnate il mese precedente.

Nel dipinto san Girolamo è rappresentato in una postura molto simile a quella della classica rappresentazione del Santo nel celebre dipinto di Tiziano Vecellio (1488 circa - 1576) conservato all'Escorial, e anche la posizione e il colore del mantello sono simili. Il volto del Santo è leggermente ruotato verso l'osservatore rispetto al dipinto di Tiziano. Oltre alla classica pietra con cui San Girolamo si batteva il petto e ai libri sacri (San Girolamo tradusse l'antico e il nuovo Testamento dal greco al latino tra il 390 e il 404), anche l'arco roccioso della grotta del deserto ricorda il celebre dipinto di Tiziano.

San Girolamo di Tiziano Vecellio dipinto nel 1575 per il re di Spagna Filippo II

Zoboli introduce tuttavia due elementi fortemente innovativi rispetto all'iconografia di San Girolamo tipica del Cinquecento e del Seicento. Il più significativo è dato dalla presenza delle tre ragazze danzanti all'estrema sinistra del dipinto. Esse richiamano esplicitamente quanto scritto dal Santo: "io che mi ero da solo inflitto una così dura prigione per timore dell'inferno, senz'altra compagnia che belve e scorpioni, sovente mi pareva di trovarmi tra fanciulle danzanti. Il volto era pallido per il digiuno, eppure, in un corpo ormai avvizzito, il pensiero ardeva di desiderio; dinanzi alla mente d'un uomo già morto nella carne, ribolliva l'incendio della passione" (Girolamo, Epistola XXII, alla monaca Eustochio). Possiamo sapere con certezza che Giacomo Zoboli non lesse di persona il testo di Girolamo (perché all'epoca le lettere del santo erano disponibili solo in latino). E' possibile che abbia appreso l'episodio da qualche predicatore nella chiesa delle Sacre Stimmate di San Francesco, dove frequentava quotidianamente la messa dall'agosto del 1718, quando era stato ammesso all'omonima Arciconfraternita). Oppure il particolare potrebbe essergli stato prescritto dal cardinale Curzio Origo, che pur essendo prevalentemente un amministratore privo di una solida cultura teologica, era comunque un devoto ammiratore di San Girolamo.

Il secondo particolare che differenzia il dipinto di Zoboli da quello di Tiziano è la sostituzione del leone, classico elemento caratteristico dell'iconografia di San Girolamo penitente e simbolo delle passioni domate (secondo la leggenda di Jacopo da Varazze il Santo aveva trovato il coraggio di avvicinarsi alla feroce belva per toglierle una spina e da quel momento essa si trasformò in un docile animale fedele, che rimase sempre vicino a Girolamo) con il Demonio sconfitto, sotto la forma di angelo caduto.

Per il resto il paesaggio, tutt'altro che simile a quello evocato nell'epistola di Girolamo ("questo sconfinato deserto, bruciato da un sole torrido"), è molto vicino a quello di Tiziano, ricco di vegetazione e con scorci di rilievi montuosi. Anche il gioco di luci tra quella diretta che illumina il Santo e quella dello sfondo, che proviene da oltre il semiarco roccioso, richiama quella del grande pittore veneto.

Zoboli preparò con grande cura il dipinto. Sono documentati una decina di disegni preparatori, soprattutto centrati sulla postura del Santo e dell'angelo. Questo dipinto fu molto apprezzato al tempo e diede fama internazionale al pittore. I  due dipinti di Zoboli nella chiesa di Sant'Eustachio furono molto ammirati dal cardinale Neri Maria Corsini (1685-1770) nipote di Papa Clemente XII, che successivamente, negli anni Trenta e Quaranta del Settecento, fu il maggior sostenitore e protettore del pittore.

 

 

Autoritratto di Giacomo Zoboli (Museo civico di Modena)

Dipinti di Giacomo Zoboli a Roma, Modena, Brescia ed altre ubicazioni

Giacomo Zoboli e il cardinal Querini

Giacomo Zoboli and Cardinal Querini: Rome and Brescia in XVIII Century

Documenti su morte e sepoltura di Giacomo Zoboli

Sant'Eleuterio di Giacomo Zoboli (1738)

La Sacra Famiglia di Giacomo Zoboli (1748)

 

- Giacomo Zoboli (1681-1767) su Treccani -Dizionario biografico degli italiani

- Giacomo Zoboli (1681-1767) su Wikipedia

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