Maurilio Lovatti

Informazioni per gli studenti dell'università

 

 

anno accademico 2013-2014

STORIA DELLA FILOSOFIA (docente prof. Dario Sacchi)

La singola persona umana è caratterizzata da un’apertura ai valori universali (verità, bene, bellezza) che costituisce l’unico vero fondamento della sua intrinseca dignità: illustrazione e verifica di questo fondamentale principio attraverso un esame critico di vari momenti della filosofia moderna e contemporanea.

Seminario (esercitazioni) sul concetto di verità attraverso la lettura e l'analisi di testi significativi.

testo base, A. Poppi (a cura di), La Verità,  La Scuola, Brescia

ogni giovedì dalle 12.30 alle 13.30 in aula Barelli
(scala sinistra, piano primo)

da marzo 2014: ogni giovedì dalle 9.30 alle 10.30 in aula Necchi

(sempre scala sinistra, piano primo)

 

 

 

COMUNICAZIONI

- La prima lezione è giovedì 17 ottobre 2013.

- Le lezioni sono sospese per le vacanze natalizie e per la sessione d'esami di gennaio e febbraio. Riprendiamo il 27 febbraio 2014, con Tommaso d'Aquino. Chi sostiene l'esame semestrale porta solo la parte del seminario da Parmenide ad Aristotele, più la parte di corso svolta dal prof. Sacchi fino a dicembre 2013. Buone vacanze!!!

- La lezione del 27 febbraio 2014 è anticipata alle 11.30 (per l'assenza del prof. Sacchi, che è a Venezia) Aula Giacinto Tredici.

NB dal 13 marzo 2014: ogni giovedì dalle 9.30 alle 10.30 in aula Necchi

- La lezione del 20 marzo 2014 è sospesa (sono in gita scolastica ad Atene!)

- il giorno 8 maggio 2014, oltre alla consueta lezione alle 9.30 (aula Necchi), ne è prevista un'altra, dalle 11.30 alle 12.30 in aula Tredici (secondo piano)

- l'ultima lezione, il 22 maggio 2014 si terrà nell'aula Bulloni (scala sinistra, secondo primo).

 

ARGOMENTI SVOLTI

17 ottobre 2013  le concezioni di verità; la dottrina delle idee di Platone

24 ottobre 2013  la seconda navigazione e il mito della caverna

31 ottobre 2013  l'idea del bene e il segmento quadripartito

7 novembre 2013  la conoscenza come ricordo: l'innatismo

14 novembre 2013  Aristotele l'enciclopedie delle scienze; la verità è nell'intelletto

21 novembre 2013   verità e metafisica

28 novembre 2013  il ragionamento negli analitici secondi; le premesse del sillogismo scientifico

5 dicembre 2013  il principio di non contraddizione

12 dicembre 2013 il principio di non contraddizione e il divenire

 

27 febbraio 2014  Tommaso  Questiones disputatae de veritate

6 marzo 2014   Questiones disputatae de veritate

13 marzo 2014   q. 16, art. 1 (se la verità sia soltanto nell'intelletto)

27 marzo 2014  Cartesio il concetto di verità nel Discorso sul metodo e nelle Meditazioni metafisiche

3 aprile 2014  Spinoza  il concetto di verità nella seconda parte dell'Etica

10 aprile 2014 Kant come sono possibili i giudizi sintetici a priori? (cenni sull'estetica e analitica trasc.)

8 maggio 2014 Kant la rivoluzione copernicana; la verità nell'analitica e nella dialettica (lett. 1,2,4,5 e 7)

15 maggio 2014 Hegel la dialettica e la struttura del sistema

 

 

 

 

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CONTRIBUTI DEI PARTECIPANTI AL SEMINARIO

 

Prima lezione  17 Ottobre 2013

 

Nella storia della filosofia occidentale il concetto di Verità ha assunto un’importanza fondamentale, entrando spesso in dialogo con il tema della Conoscenza. Dare una definizione univoca di verità non è semplice, in quanto possiamo individuare almeno tre differenti concezioni:

 

  1. Verità come CORRISPONDENZA tra un’affermazione del linguaggio e il mondo reale. Esempio: “Questo gesso è rosso”. L’affermazione è vera solo se il gesso è effettivamente rosso, non lo è se il gesso è di un altro colore.

Troviamo questa concezione in Aristotele (IV libro della Metafisica; scritti di logica), in San Tommaso d’Aquino e in filosofi più moderni come Cartesio e Locke.

 

  1. Concezione PRAGMATICA (non teoretica) della Verità. I primi a difenderla furono i sofisti e in particolar modo Protagora con il suo relativismo conoscitivo, in base al quale non esiste una verità oggettiva perché ogni popolo è portatore di una propria visione soggettiva e spesso la verità varia persino da individuo a individuo. Sempre secondo Protagora gli uomini si accordano per considerare vero ciò che è utile alla città. Nel XX secolo il filosofo Nietzsche riprenderà il discorso affermando che diventa vero ciò che l’uomo vuole che sia tale.

Per comprendere meglio questo concetto possiamo fare riferimento a un esempio moderno: il colore della neve. Per gli esseri umani la neve è bianca, ma per le api è viola: il colore dipende infatti dalla struttura dell’occhio che impedisce o meno di percepire i raggi ultravioletti.

 

  1. Verità come COERENZA. Si tratta della concezione difesa dai filosofi idealisti e da alcuni neopositivisti e filosofi della scienza: è possibile accettare come vera una situazione che non contrasta con le altre conoscenze precedentemente acquisite. Esempio: per quanto possa sembrarmi reale sognare di nuotare, tutto il contesto (svegliarmi e ritrovarmi nella mia stanza, nel mio letto…) renderà palese il mio errore.

 

 

Nel corso di questo corso cercheremo di capire che cosa sia la verità e per far questo dobbiamo innanzitutto distinguere tra ciò che è vero in sé e ciò che ci è consentito conoscere (se non conosciamo qualcosa, non è detto che non sia vera). Per esempio io non posso sapere quale sia stato il numero esatto di gatti presenti a Parigi la notte in cui Napoleone fu incoronato imperatore, ma so che si trattava senz’altro di un numero naturale e finito. Il fatto che io non conosca il numero di gatti non rende meno vera la loro presenza.

 

Il nostro percorso filosofico avrà inizio con il più celebre tra i discepoli di Socrate: Platone (Atene 428/427 a.C. – 347 a. C.), di cui ci limiteremo a studiare soltanto le dottrine attinenti alla questione della Verità.

LA DOTTRINA DELLE IDEE

Secondo Platone esistono due tipi di realtà: la realtà mutevole e imperfetta delle cose ovvero il mondo sensibile che sperimentiamo (fare esperienza nel senso di esperire con i sensi) ogni giorno e la realtà immutabile e perfetta delle idee. Per esempio: una persona bella e una situazione giusta non sono mai perfette quanto le idee di bellezza e di giustizia; un triangolo disegnato con il gesso è pieno di imperfezioni se paragonato all’idea euclidea di triangolo (secondo la geometria euclidea il triangolo ha linee perfettamente dritte ed è privo di spessore, caratteristiche impossibili da riprodurre da parte dell’uomo); il bianco del gesso è diverso dal bianco di una maglietta, ma entrambi sono ben lontani dall’idea di bianco e così via per tutti gli ambiti.

I sensi ci forniscono soltanto dati parziali, eppure quando parliamo facciamo sempre riferimento a concetti universali che non abbiamo mai sperimentato (esperito con i sensi). Come è possibile? Secondo Platone la nostra anima in epoca prenatale ovvero prima di incarnarsi (TEORIA DELLA METEMPSICOSI o trasmigrazione dell’anima in un corpo) viveva nell’Iperuranio, il mondo delle idee (un luogo non fisico). Fu proprio il momento dell’incarnazione a farle dimenticare la vita precedente, ma grazie all’esperienza il ricordo delle idee può lentamente tornare. Per questo motivo, secondo Platone, uno schiavo se interrogato socraticamente può risolvere un problema complesso di geometria, pur non avendola mai studiata, in quanto la sua anima ricorda la soluzione. La conoscenza è dunque ANÁMNESI ovvero una forma di ricordo, la reminescenza di ciò che esiste da sempre nell’interiorità della nostra anima.

 

Perché Platone ha sentito il bisogno di pensare a un mondo sovrasensibile come l’Iperuranio? Egli era spinto dal desiderio di creare le basi di una conoscenza certa, incontrovertibile come ben si comprende dalla lettura di uno dei suoi dialoghi più celebri: la Repubblica.

Rita Pilia

 

 

Riassunto lezione del 24 ottobre 2013.

Scorrendo i primi testi nella sezione dedicata a Platone sulla dispensa verde\libro, abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile al suo concetto di verità.

Il primo testo, La seconda navigazione, è tratto dal dialogo intitolato Fedone.
Platone riporta un dialogo che vede protagonista Socrate, negli ultimi momenti di vita, intento a spiegare ai suoi discepoli le ragioni dell’immortalità dell’anima attraverso tre prove. Il nostro brano si colloca prima della terza prova. Se nel lessico marinaresco la prima navigazione si riferisce alla condizione in cui la nave si trova a navigare a vele spiegate grazie al sussidio del venti, la seconda navigazione, invece, determina una condizione di bonaccia in cui si abbassano le vele e si utilizzano i remi. Questa era una pratica utilizzata per entrare nei porti senza incorrere in pericoli, ad esempio. Il percorso della nave sarà dunque più lento, ma anche più sicuro. Fuor di metafora, sulla base della dottrina delle idee di Platone, questo metodo produrrebbe maggiori risultati nonostante la sua lentezza. Ovviamente solo accettando i presupposti della dottrina delle idee sarà possibile giungere alla dimostrazione dell’immortalità dell’anima, e, se così non fosse, non si potrebbe pervenire alla verità.
Il secondo testo, Filosofi e Filodossi, è tratto dal V dei dieci libri de La Repubblica scritti da Platone. Il filosofo, facendo idealmente dialogare Socrate con i suoi discepoli, intende delineare un’idea di città ideale basata proprio sulla repubblica. Si distinguono in questo estratto due tipo di sapere:
la scienza: il sapere incontrovertibile che si forma sulle idee
l’opinione: conoscenza mutevole, empirica (che perviene attraverso i sensi) e che non è sufficiente per conoscere la realtà

A questo punto, secondo Platone, se il vero essere sono le idee, le rappresentazioni sono la via di mezzo tra il vero (la scienza) e il nulla. La stessa opinione, infatti, si trova in posizione intermedia tra la vera conoscenza e l’ignoranza.

L’ultimo testo analizzato è il famoso mito della caverna presente nel libro VII de La Repubblica di Platone. Nel mito probabilmente più famoso del filosofo si descrive la condizione tragica che si verifica all’interno di una caverna nella quale schiavi incatenati, immobili e con lo sguardo sempre teso verso l’unico muro posto davanti a loro sono costretti fin dalla nascita. Alle spalle dei prigionieri è stato acceso un enorme fuoco e, tra il fuoco e i prigionieri, corre una strada rialzata. Su questa strada è stato eretto un muro, lungo il quale alcuni uomini trasportano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Il loro passaggio proietta sul muro davanti agli schiavi la rappresentazione distorta di questi oggetti. Nel momento in cui un prigioniero riesce a liberarsi ed esce finalmente dalla caverna, si rende conto che quella proiettata sul muro di fronte a lui e ai suoi compagni sventurati non corrispondeva alla realtà. Ne era una distorta rappresentazione. L’uomo ormai libero vorrebbe ridiscendere all’interno della caverna nel tentativo di liberare i suoi compagni dalle catene e dalle false convinzioni, ma teme che questi possano non credergli o addirittura ucciderlo una volta liberatili.
Metaforicamente si potrebbe riassumere il mito affermando che dal momento in cui pensiamo che la conoscenza sensibile sia la vera conoscenza impersoniamo il ruolo degli schiavi incatenati e non dell’uomo libero che gode della “verità” al di fuori della caverna.

Ylenia Recchia

 

31 ottobre 2013

IL BENE E IL SOLE
In questo brano della fine del VI Libro della “Repubblica” Platone prosegue il dialogo con il fratello, Glaucone a proposito della dottrina della conoscenza, con lo scopo di arrivare a delineare la società giusta. Egli analizza l’idea di Bene e tratta poi della metafora del segmento quadripartito.
Le idee come già detto hanno una natura astratta e universale mentre i dati sensibili, percepiti hanno una natura particolare (v. ad es. l’idea del triangolo e invece la sua esatta realizzazione). Ora si passa a considerare l’idea di Bene. Una buona vista e gli oggetti colorati ci permettono di vedere, cosa che non accadrebbe però senza la luce, non si vedrebbe comunque nulla. Occorre quindi il terzo elemento, la luce. Platone vuole paragonare l’idea del Bene alla luce infatti con il bene noi possiamo conoscere le altre idee. La scienza è caratterizzata da una visione nitida e comprensibile mentre la semplice opinione da’ una visione oscura, imprecisa e sfuggente. Non per questo l’opinione deve essere evitata, serve per ricercare la vera conoscenza, per arricchirci e per relazionarci.

Platone non riporta qui semplicemente il pensiero di Socrate, che non aveva elaborato una teoria delle idee esplicita, ma attraverso Socrate espone le sue convinzioni. Fa’ vedere come l’opinione non è la forma più alta di conoscenza. Ecco quindi che si arriva alla metafora del segmento quadripartito. Platone vuole distinguere i 4 gradi di conoscenza e più è lungo il segmento più ha importanza quel tipo di conoscenza.

Si prende ad esempio un segmento AB e lo si divide in due AC – CB e poi ancora in due formando così i quattro segmenti AH- HC- CK e KB in cui il rapporto fra le parti è per esempio di 1:4 sempre costante (AC= 10 di cui AH=2 e HC=8, CB=40 di cui CK=8 e KB=32). Per inciso, i filosofi fin dall’antichità si sono occupati anche degli aspetti logico-geometrici-matematici; Eudosso di Cnido (408 a.C. – 355 a.C) studente e amico di Platone e Aristotele farà i calcoli per spiegare i movimenti dei pianeti e Platone stesso sulle travi all’ingresso dell’Accademia da lui fondata farà scrivere: “Non entri chi non è Geometria” (non è uno studioso di geometria). Infatti si riteneva che con la matematica si allenano il rigore, le capacità di dimostrazione, l'uso del principio di non contraddizione e la logica del pensiero.

La conoscenza per Platone si divide in opinione e scienza che a loro volta sono divise in altri due tipi in rapporto fra loro (scienza:opinione=credenza:immaginazione ecc.). Si ha AC = OPINIONE e CB = SCIENZA.

L’opinione è divisa in 
1-immaginazione o fantasia
che include sia cose che non esistono (non producono nulla di reale), immaginate (es. un riflesso), e anche i ricordi (non sono così precisi come la sensazione in atto, variano da persona a persona e dall’investimento emotivo), sono delle percezioni imprecise;
2- credenza ossia quando percepiamo un oggetto chiaro e distinto, ciò è più attendibile rispetto all’immaginazione ed infatti il segmento è maggiore.
 La scienza è divisa in
3-sapere dianoetico che è un sapere razionale, dimostrativo o discorsivo, per cui parto da un’ ipotesi e poi giungo ad una conclusione, ad es. nelle dimostrazioni dei teoremi di geometria (euclidea) e 
4-sapere noetico o intellezione che implica dietro il pensiero l’idea, la comprensione dell’idea, ad es. nella somma degli angoli le immagini non danno il significato delle idee di angolo. Noi conosciamo un’idea quando sappiamo definirla, per dimostrare che la si conosce non basta l’uso corretto di una parola ma bisogna definirla. 
Il segmento dell’intellezione è il più lungo, spesso diamo per scontato proprio il sapere noetico. 

Elena Castignola

 

7 novembre 2013

Non esisterebbe il sapere dianoetico, se non ci fosse quello noetico?
N.B. Si coglie l’essenza di una cosa quando sappiamo cos’è quella cosa = intuizione, se non posso definire un'idea, non la conosco.
La noesi non corrisponde alla conoscenza intuitiva di Cartesio, che concepiva come un’intuizione immediata dell’auto-evidenza, il presupposto per la dimostrazione. Per Platone, il sapere dimostrativo è identico a come lo concepirà Cartesio, ma non si troverebbero d’accordo proprio sulla noesi.

Per Platone nella noesi o intellezione non si dovrebbe ricorrere assolutamente a niente di sensibile, occorre invece avere a che fare con la pura essenza e definizione delle idee, una pura astrazione. Il sapere dimostrativo è intermedio, è utile come lo è l’opinione, ma non basta per conoscere realmente. Per Platone, chi calcola e ragiona in maniera dimostrativa (lo scienziato di oggi), è meglio rispetto all'opinione, ma è meno se ci si riferisce alla vera conoscenza, scienza nel senso platonico. Va comunque precisato che la conoscenza delle idee (si vede bene nelle opere della vecchiaia di Platone) non è puramente intuizione immediata.

Brano pag. 31-32 dispensa – La canzone dialettica
Platone, VII libro, Repubblica


La società giusta è quella dei filosofi, questa è l’idea che sta alla base del pensiero politico di Platone, in cui proprio i filosofi, che sono gli unici che giungono al 4° stadio della conoscenza, conoscendo tutte le idee e soprattutto quella del Bene, saranno i soli in grado di reggere lo stato, indirizzandolo appunto, verso il bene.

Brano pag. 32-33 dispensa – La conoscenza come anamnesi della verità
Platone, Menone


Il Menone è un’ opera della maturità di Platone: Il protagonista è Socrate che va a trovare l’amico Menone, il quale, come tutti i greci di buona tradizione, possedeva tanti schiavi. Socrate fa chiamare dall’amico uno schiavo, ovviamente analfabeta. Socrate allora, comincia a disegnare sulla sabbia un quadrato e chiede allo schiavo di disegnarne uno più grande, ma egli non riesce. Facendo vari tentativi, a forza di correzioni, lo schiavo giunge alla soluzione giusta, ovvero che occorre costruire un quadrato la cui diagonale sia pari a quella del quadrato iniziale.

Platone in questo dialogo vuole dimostrare come nella mente umana esistano delle potenzialità latenti, nascoste, che bisogna far emergere, che non sono legate a studi o conoscenze pregresse, ma innate nella mente umana di tutti.
Teoria della conoscenza come ricordo e reminiscenza (la religione originale era quella olimpica, ma accanto vi erano delle religioni tollerate, come i culti orfici, orgiastici, di Dioniso, che si svolgevano in piccole minoranze, di notte, non nei luoghi tradizionali di culto, prendendo il nome di religioni misteriche [oggi le chiameremmo sette]. Entrambe le religioni credevano nell’immortalità dell’anima, la quale dopo la morte del corpo si ritrova depotenziata nell’Ade.
Per le minoranze l’anima dopo la morte era in possesso di tutte le sue capacità originali, ma in un certo senso viveva addirittura in modo migliore, in quanto slegata dal corpo prigione, e reincarnandosi (pitagorismo). Platone parla di metempsicosi, credendo appunto che tanto più la vita sia stata buona, migliore sarà la reincarnazione in altri corpi umani, possibile anche in animali e legumi).
L’idea di Platone è che noi conosciamo le idee in quanto la nostra anima, prima di incarnarsi, ha vissuto già nell’Iperuranio, dove ha potuto contemplare veramente le idee, poi reincarnandosi esse sono state dimenticate. L’esperienza e i sensi, sono il canale che le risveglia, seppur esse forniscano qualcosa del tutto particolare, e non universale. Ecco come si spiega la sua teoria della reminiscenza.

Anna Ferrari

 

Lezione del 14 novembre 2013


Pag. 33 brano “Le ali e il destino dell’anima”

Il testo è collocato nel Fedro. Platone fa riferimento al mito delle anime che si affollano per giungere al mondo dell’iperuranio. Poiché esse non hanno avuto uno stesso accesso a questo mondo, così anche tutte le persone non hanno lo stesso accesso alle Idee. Così Platone, in base alla maggior o minor conoscenze che si è avuta delle Idee, stilla una classifica sociale (al primo posto stanno i filosofi, poi i re saggi, fino ad arrivare ai posti più bassi occupati da sofisti, demagoghi e tiranni).
Secondo questo brano la verità non sarebbe per tutti, anche se nel brano precedente aveva mostrato che le potenzialità erano presenti in ognuno di noi (anche in uno schiavo). Si può concludere dicendo che per quanto riguarda l’organizzazione della società Platone è antidemocratico.

 

Aristotele


Aristotele è il filosofo che ha trattato maggiormente il tema della verità, influenzando anche il pensiero occidentale.
Egli fu discepolo di Platone e quindi in molti casi hanno mostrano lo stesso pensiero filosofico. La maggior differenza in merito alla conoscenza è che per Platone le Idee sono separate dall’uomo, mentre per Aristotele gli universali sono concetti nella nostra mente.

In merito al tema della verità, la maggior parte dei brani presenti nel testo sono tratti dalla Metafisica, mentre due sono presi dagli Analitici Secondi, scritto di Logica.

Per Aristotele le scienze si dividono in: teoretiche, pratiche, poietiche.
Le scienze teoretiche (metafisica, matematica, fisica) non hanno uno scopo pratico, ma derivano alla curiosità umana, la filosofia nasce dalla meraviglia.
Le scienze pratiche (etica, economia, politica) sono conoscenze che orientano l’uomo all’azione, in quanto l’uomo si trova sempre nella situazione di dover scegliere.
Le scienze poietiche (arti e tecniche) sono conoscenze che aiutano a fare delle cose a livello pratico (ex: chi costruisce navi deve avere queste conoscenze per sapere come si costruiscono).

Il tema della verità dove si colloca? Nelle scienze teoretiche. Infatti per Aristotele non c’è l’idea del vero perché utile (come per Protagora o per i Sofisti). La verità è un concetto puramente teoretico.
E dove si colloca la logica? In realtà la logica non ha una collocazione precisa perché, essendo l’arte del ben ragionare è un metodo comune di tutti gli ambiti (sia di quello teoretico, che di quello pratico o poietico). Serve quindi ragionare correttamente indipendentemente dal contenuto. La logica è quindi metodo/arte/scienza del ben ragionare comune a tutte le scienze.
La verità può essere quindi affrontata sia dal punto di vista teoretico che logico.

Pag. 39 brano “Il vero e il falso sono nel pensiero”
Come dice il titolo, il vero e il falso per Aristotele sono nel pensiero e non nelle Idee come invece sosteneva Platone.
Le singole parole, da sole, non possono essere vere o false, ma per esserci il vero e il falso è necessario che ci sia almeno una proposizione. Egli distingue i due ambiti del pensiero e della realtà: se tra questi c’è connessione ho frase vera, altrimenti sarà falsa.
Quando egli dice nel testo “per quanto concerne gli esseri semplici e le essenze, non sono neppure nel pensiero”, egli intende dire che la mente umano non può conoscere tutto, né gli individui singoli, né tutte le essenze.

 

Chezia Zanotti

 

 

21 Novembre 2013

 

Al termine del brano Il vero e il falso sono nel pensiero, Aristotele dichiara che «come l’essere per accidente, così anche l’essere come vero va lasciato da parte»: la prospettiva metafisica, infatti, tesa a ricercare il proprio oggetto, richiede che il concetto di verità vada lasciato da parte in quanto affezione della mente. Il punto di vista cognitivo deve essere dunque separato da quello ontologico non perché non sia importante, ma per una questione di pertinenza (la metafisica ha finalità teoretica, non pratica). 

Una volta chiarito il metodo passiamo ad analizzare il brano La scienza della verità (dispensa, p. 36), tratto dal II Libro della Metafisica. I punti fondamentali sono:

  1. Constatazione realistica iniziale: l’uomo non potrà mai conoscere tutto (limite dell’onniscienza), ma le sue nozioni, anche le più ridotte, conterranno sempre almeno un barlume di verità. Questa constatazione deriva dal senso comune, che in Aristotele non è mai rifiutato totalmente: egli cerca piuttosto di agire con spirito critico, attingendo a qualsiasi informazione positiva insita nella realtà e preferisce accettare con fiducia l’idea che ogni uomo nel suo piccolo possa contribuire alla ricerca della verità piuttosto che rimpiangere una mancata onniscienza (o conoscenza totale e perfetta).
  2. La causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi: l’uomo resta abbagliato dalla luminosità delle cause più alte.
  3. La scienza della verità ha un fine teoretico (il bisogno di verità fa parte della natura umana), mentre il fine della pratica è orientare all’azione.
  4. Distinzione tra esseri contingenti (hanno un inizio e una fine) e eterni. A tal proposito bisogna ricordare che per gli antichi tutto ciò che esisteva al di là dell’orbita lunare (i pianeti) era composto parzialmente da materia incorruttibile e dunque eterna. Qui la metafisica tende a diventare teologia, teoria dell’Atto puro.

 

Aristotele non usa direttamente la parola “metafisica”, ma parla di SCIENZA DELL’ESSERE IN QUANTO ESSERE (= in quanto esistente) dal momento che, a differenza di materie più specifiche come la biologia, essa si occupa della realtà in senso generale. In ogni manuale scolastico sono presenti quattro celebri definizioni di metafisica, come scienza del:

  1. ESSERE IN QUANTO ESSERE
  2. SOSTANZA
  3. PRIMI PRINCIPI
  4. TEOLOGIA, SCIENZA DELL’ATTO PURO

Aristotele ne parla diffusamente nel corso della sua opera. 

Concentriamoci ora su un terzo brano, La sapienza divina (p.37 della dispensa). Innanzitutto è opportuno precisare che per Aristotele la sapienza non coincide con la saggezza, come il senso comune ci indurrebbe a credere. 

SAPIENZA = Conoscenza organizzata, dimostrativa, di nessi generali. Riguarda tutte le scienze teoretiche come per esempio la matematica.

SAGGEZZA (phronesis) =  Capacità di scegliere i mezzi adeguati per un fine pratico. È virtù dianoetica, legata all’etica, al modo di agire.

 

Secondo Aristotele se un uomo desidera sapere, sarà più soddisfatto nel conoscere prima i nessi generali per poi addentrarsi nel particolare; anche questa constatazione deriva dal senso comune, per poi affinarsi nel corso dell’analisi.

Dal brano emerge che, prima di dedicarsi alla filosofia, gli uomini tentarono di interpretare la realtà tramite il mito (non sono semplici favolette) e solo in seguito elaborarono spiegazioni razionali e dimostrative (filosofiche). Le Cosmogonie (miti) e soprattutto le Cosmologie (logos), tuttavia, nacquero soltanto quando l’uomo ebbe tempo libero a disposizione e smise di essere pressato da bisogni naturali impellenti (cibo, vestiario…). Lo stesso Aristotele è consapevole che se non avesse avuto l’aiuto degli schiavi, non avrebbe mai potuto perfezionarsi nello studio e arrivare a privilegiare 1. Principi e cause 2. Il fine ultimo della realtà (il Sommo Bene). 

 

Rita Pilia

 

 28 novembre 2013

ARISTOTELE

Metafisica, IX: «Verità come adeguazione del discorso ai diversi modi dell’essere», p. 39.
Nel libro IX della Metafisica Aristotele parla dei diversi modi dell’essere: la verità viene intesa come un’adeguazione della nostra conoscenza alla realtà, perché quest'ultima è oggettiva, né vera né falsa. Da questa concezione nasce la formula scolastica di San Tommaso d’Aquino “adaequatio rei et intellectus” ovvero la corrispondenza tra l’intelligenza giudicante e la realtà obiettiva delle cose giudicate.
Lo scritto su Le categorie dell’essere confluisce nella Logica secondo la classificazione di Andronico da Rodi, ma esse possiedono un valore metafisico ed ontologico. La sostanza è la categoria principale, a cui seguono nove accidenti (quantità, qualità, relazione, tempo, luogo, …) e rappresentano i capi sommi dell’essere.
La sostanza e l’accidente stanno alla base del nostro linguaggio, essendo soggetto e predicato (esprime il significato di qualcosa). In particolare gli accidenti completano il significato del verbo essere quando esso non ha significato assoluto: l’essere corrisponde alla verità, quindi questa può essere relativa o assoluta.
Essere in senso relativo - il rapporto tra soggetto e predicato può variare in determinati casi dando origine a rapporti contingenti; oppure il rapporto tra soggetto e predicato non varia: sono i rapporti necessari che danno origine a teoremi sempre veri (come la somma degli angoli interni di un triangolo: è sempre 180°).

Essere in senso assoluto - il rapporto tra oggetto ed esistenza (es: questo pezzo di gesso esiste).
Nel caso degli essere incomposti, come li chiama Aristotele, per determinare la verità bisogna riferirsi all’intuizione e alla successiva enunciazione. Queste due azioni corrispondono alla potenza e all’atto, due delle dieci categorie. La potenza è l’intuizione e l’atto è l’enunciazione (noi conosciamo solo cose in atto). L’intuizione empirica non presuppone sempre la verità, infatti questa azione può far cadere nell’ignoranza, nel senso di ignorare altre realtà (ignoranza # cecità  pensare # vedere).

Analitici II: «Il sapere dimostrativo», p. 40.
Il sillogismo scientifico, o dimostrazione, secondo Aristotele è lo strumento logico per ottenere la verità. Sono dei ragionamenti che funzionano indipendentemente dal contenuto grazie alla loro forma logica. Le premesse di un ragionamento possono essere vere o false, il ragionamento corretto (o valido) oppure scorretto, ma per dimostrare bisogna partire da qualcosa di non dimostrato.
Sono necessarie delle premesse vere, più note della conclusione, anteriori e cause di essa: i principi risultano propri dell’oggetto. Conoscere gli oggetti è possedere la dimostrazione di essi, se possibile tramite premesse, cause e conclusioni.

Analitici II, «L’intuizione dei principi», p. 41.
In questo brano vengono elencati i caratteri della dimostrazione. Le prime premesse dei sillogismi devono essere intelligibili e quindi colti per intuizione come immediatamente veri.

Bianca Galli

 

 

5 Dicembre 2013

ARISTOTELE: IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE

Metafisica IV: «L’innegabilità del principio di non contraddizione, supremo fondamento della verità» (p. 42 della dispensa)

Il principio di non contraddizione costituisce il fondamento di tutte le scienze, prima tra tutte la metafisica, in quanto disciplina teoretica per eccellenza: la metafisica si avvale del principio di non contraddizione per determinare l’attendibilità dei primi principi, dal momento che, a differenza delle altre scienze matematiche, nelle dimostrazioni non può partire dagli assiomi (proposizioni che si assumono per vere).
Alla luce del valore che tale principio assume in ambito filosofico, Aristotele, all’interno del libro IV della Metafisica, si propose di riformulare il principio di non contraddizione, cercando di sormontare due problemi: uno a livello storico e l’altro di natura teoretica.
Nella storia della filosofia, vediamo infatti che già nel V secolo Parmenide di Elea cercò di formulare il principio di non contraddizione, dicendo che l’essere è e non può non essere.
Platone attribuì a Parmenide il merito di esse il padre della filosofia poiché mediante tale definizione diede un criterio logico per distinguere la scienza dalle opinioni; tuttavia sia Platone sia Aristotele si resero conto che era necessario migliorare la formulazione di Parmenide perché essa aveva dato luogo a dei paradossi.
La seconda esigenza che Aristotele si propose di soddisfare riguardava una questione di tipo teoretico: poiché il principio di non contraddizione è alla base delle dimostrazioni, comprese quelle per assurdo, era necessario trovare un modo per avvalorare il principio stesso senza ricorrere ad una dimostrazione (che lo avrebbe necessariamente implicato!).
Dunque Aristotele, dopo aver ribadito che la metafisica è la scienza più completa e generale poiché studia tutti i livelli dell’essere (sia nelle forme del divenire sia nelle sue realtà immutabili) e dopo aver ricordato che i prerequisiti fondamentali per affrontare la questione si trovano negli Analitici II, formula in questo modo la definizione del principio: è impossibile che una stessa cosa (uno stesso attributo), ad un tempo, appartenga e non appartenga ad una medesima cosa (allo stesso soggetto) secondo lo stesso rispetto.
Tale definizione, rispetto a quella di Parmenide presenta delle precisazioni:
1. Dal momento che si parla di un soggetto e di un attributo e che quindi il verbo essere è utilizzato in senso relativo (e non assoluto, come fece Parmenide, che evidentemente si riferiva esclusivamente a delle realtà immutabili), la determinazione temporale allo stesso tempo rende impossibile l’attribuzione di diversi predicati allo stesso soggetto contemporaneamente, cosa che in tempi differenti è invece ammissibile.
2. Allo stesso modo, il fatto che si abbia un confronto con uno stesso rispetto impedisce che possano sorgere altre contraddizioni dovute al fatto che gli elementi con cui si pone in relazione il soggetto siano più di uno. Ad esempio, se sostengo che 4>3 e che 4 non è >8, non cadrei in contraddizione dicendo che il numero 4 è maggiore e non maggiore; in ultima analisi ne deriva che è necessario specificare che ho preso in esame dei rispetti diversi.
Una volta riformulato il principio, Aristotele cercò di avvalorarlo e, non potendo dimostrarlo, disse però che era possibile confutare la tesi opposta: infatti, chiunque rifiuti la validità del principio di non contraddizione potrà essere facilmente criticato in quanto, non ricorrendo ad esso nelle dimostrazioni, non sarà in grado di dire nulla di significativo.

Sara Gambarini

 

 

Brano pag. 43-45 dispensa – L’innegabilità del principio di non contraddizione (12 dicembre 2013)


Aristotele


Sia Eraclito con la sua dottrina del movimento, sia i sofisti con il Relativismo conoscitivo, erano per Platone un avversario, dal momento che riconducevano il tutto alla sola conoscenza sensibile, di fatto impedendo all’uomo il raggiungimento di un possibile conoscenza dimostrativa.
Il divenire invece presuppone qualcosa che muti, ma allo stesso tempo anche un sostrato che non muti.
Anche l’esperienza sensibile non potrà mai smentire il principio di non contraddizione. (es. mangio qualcosa di dolce, oggi però percepisco un gusto amaro perché non sto bene, ma nello stesso tempo non posso sentire dolce e amaro).
Le cose che noi conosciamo ci risultano tali, perché esistevano già prima di noi.
La posizione scettica è auto-contraddittoria: se dico che nulla è vero, sottintendiamo che la frase dovrebbe essere vera, e di conseguenza non è possibile che non esistano verità assolute, dato che dobbiamo per forza passare attraverso almeno una verità assoluta.
Principio del terzo escluso = tra il vero e il falso non può esserci un’altra scelta

Anna Ferrari

 

TOMMASO D’AQUINO

Lezione del 27 febbraio 2014

Nacque a Roccasecca (Lazio meridionale) nel 1221 e morì nel monastero cistercense di Fossanova nel 1274. Era chiamato il “bue muto” per il suo atteggiamento riservato e silenzioso.
Egli rappresenta una svolta rispetto ai secoli precedenti, più influenzati dal pensiero platonico che da quello aristotelico. Dal 1248 al 1252 fu discepolo di Alberto Magno a Colonia. In seguito insegnò a Parigi e poi nelle principali università europee (Colonia, Roma, Napoli) come era costume dei domenicani, ordine al quale Tommaso apparteneva. Ciò era abbastanza semplice all’epoca poiché l’Europa era unita dalla lingua latina, la lingua dell’Università.
Alberto Magno aveva tradotto direttamente dal greco Aristotele, cosa piuttosto rara a quel tempo in Occidente, dove la filosofia aristotelica era entrata attraverso le traduzioni dei filosofi arabi Avicenna (980-1037) e Averroè (1126-1198), che ne forzarono, con il proprio pensiero, in parte i contenuti. Dunque le traduzioni di Alberto Magno risultarono molto più fedeli ai principi originali delle opere di Aristotele. Quindi Alberto Magno prima, Tommaso poi, abbracciarono le teorie aristoteliche attraverso una lettura più corretta di Aristotele e riscoprendo il senso più genuino di alcune verità della religione cristiana. In questo contesto si inserisce, all’inizio del 1200 (1215), il timore del vescovo di Parigi che il pensiero aristotelico potesse essere pericoloso per la fede cristiana e perciò bisognoso di essere corretto da una commissione, la quale fu nominata da Gregorio IX. Tale commissione non portò a termine il lavoro di revisione degli scritti aristotelici, ma ciò che non fu fatto d’autorità si realizzò spontaneamente e progressivamente attraverso le riflessioni dei pensatori cristiani.
Vennero aperte due strade:
1. Aderenza alle indicazioni di Aristotele, ripensate e corrette nel contesto di tesi propriamente cristiane (fu la via scelta da San Tommaso).
2. Maggiore aderenza alle indicazioni agostiniane, integrate con elementi di origine aristotelica (fu la via scelta da San Bonaventura da Bagnoregio).

L’aristotelismo ribalta il concetto del potere. L’autorità prima proveniva dall’alto (i papi incoronavano i sovrani), ora sale dal basso. Dal punto di vista teoretico quindi, con le dovute correzioni, è compatibile con i valori cristiani.
Questa conciliazione tra aristotelismo e cristianesimo porta Tommaso ad occuparsi più volte del tema della Verità.

Quaestiones disputatae de veritate (Parigi, ’56-’59)

È un’opera giovanile (Tommaso ha circa 35 anni).
Consideriamo il termine TRASCENDENTE. In italiano e in filosofia significa “qualcosa che va oltre”. È il contrario di immanente.
TRASCENDENTALE in Tommaso indica “ciò che trascende le categorie aristoteliche”.
I predicati trascendentali sono tre e riguardano tutti gli enti. Ogni ente comprende in sé l’uno, il vero e il buono (i cosiddetti trascendentali dell’essere), per cui si può dire che l’essere è uno, vero e buono. Ogni ente è qualcosa che esiste ed è uno.
Dire che l’essere è UNO significa affermare che esso è intrinsecamente non contraddittorio.
L’unità si predica di Dio e dell’uomo solo per analogia (analogia = simile, ma non uguale). Dio, infatti, è veramente semplice, in Dio l’essere si identifica con la sua essenza, per cui è detto anche Atto Puro, Essere sussistente. L’uomo è invece un’unità per composizione (essenza + actus essendi). È l’essere il fondamento dell’unità: l’unità di Dio è diversa dall’unità di Carla e questa dall’unità di un sasso, proprio a causa del diverso grado di essere. L’unità trascendentale non è identificabile con quella numerica: la prima si predica di ogni ente, la seconda solo degli esseri quantitativi (che sono misurabili perché in possesso della quantità o materia). L’unità trascendentale rientra nell’ambito della metafisica, quella numerica nell’ambito della matematica.
Il vero è un trascendentale dell’ente nel senso che ogni ente è intellegibile, razionale. Nel IV libro della Metafisica Aristotele afferma che il luogo della trattazione della verità è la Logica più che la Metafisica, poiché la verità è nel pensiero e non nella realtà (di cui si occupa la metafisica). Tommaso ritiene che anche la metafisica si debba occupare della verità, perché il mondo e le singole creature sono l’espressione del progetto divino, sono il frutto del pensiero di Dio.
Affermando che ogni ente è vero Tommaso dice che ogni ente è espressione dell’Architetto Supremo che creando ha inteso realizzare un preciso progetto (tutto ciò che è creato da Dio ha un fine). Questa è la verità ontologica, che si distingue dalla verità logica o verità umana.
Omne ens est bonum non è la tesi portante di Tommaso, ma è certamente la tesi che qualifica come cristiana la sua metafisica. Ogni ente è buono perché frutto e espressione della Bontà suprema e liberamente diffusiva di Dio. Tutto ciò che è stato creato da Dio ha un fine e corrisponde alla lex aeterna (quello che Dio aveva in mente prima di dare origine alla Creazione). Il male non esiste come principio autonomo. Dio ha creato solo il Bene. Il male è mancanza di bene (diminutio boni).

Carla


Tommaso riprende i temi di Aristotele; infatti il suo obbiettivo è quello di conciliare i temi di questo grande filosofo con la sapienza cristiana, ma con la dovuta accortezza ,ad esempio , mentre per Aristotele l’anima è considerata come eterna per Tommaso e per il cristianesimo l’anima è creata da Dio.
L’opera più importante di Tommaso D’Aquino è Summa Teologiae dove egli tratta il problema della Verità, soprattutto da un punto di vista logico-epistemologico.

Lettura pag 67. Che cos’è la verità?
Tommaso si attiene al concetto di Aristotele di Verità come corrispondenza (convenienza = corrispondenza). Entrambi quindi vedono la verità come qualcosa che appartiene all’intelligenza: “Il vero è ciò a cui tende l’intelletto”. Come Aristotele , sostiene che ci siano cinque predicati (trascendentali) che si applicano a tutti gli enti e ogni ente creato ha un proprio fine (ogni agente agisce in vista di un fine).
La verità è il rapporto di adeguazione dell’intelligenza nei confronti dell’essere di una cosa
( ad es. poniamo un sasso che è riscaldato dal sole; nel momento in cui io colgo che è il sole che fa riscaldare il sasso, allora formulo un giudizio che corrisponde alla realtà, ma di per se è la proposizione che è vera. non l’oggetto in se).
La volontà che deriva dalla facoltà appetitiva è caratterizzata dalla razionalità , cioè la volontà è un desiderio che passa dal vaglio della ragione; giudizio ultimo pratico, giudizio della ragione .

Nella Summa Theologiae ogni questione è divisa in articoli e la forma espositiva segue un determinato schema con quattro fasi:
 - sembra che … : Tommaso espone la teoria a cui lui è contrario,
 - in contrario : enuncia la sua tesi, quindi in contrario con quella sopra citata,
 - rispondo : espone gli argomenti che costruisce per difendere la sua tesi.
 - Soluzione delle difficoltà

Lettura pag 68. Se la verità sia soltanto nell’intelletto

In un primo momento Tommaso espone la teoria di S. Agostino per il quale “ il vero è quello che si vede” quindi che la verità si trova nelle cose e non nell’intelletto.
Tommaso è critico anche nei confronti di quei filosofi , come Eraclito e i Sofisti , per i quali la verità è quella dei sensi.
In contrario: Aristotele dice “ il vero e il falso non sono nelle cose , ma nell’intelletto” è questa la tesi che Tommaso vuole dimostrare.
Rispondo: Ciò verso cui tende la facoltà appetitiva ( con la quale egli intende il desiderio ) è
il Bene , ciò a cui tende l’intelletto invece è la Verità.
Vi è però una differenza tra le due ; mentre quando si desidera il Bene esso è fuori di noi , quindi noi dobbiamo agire per raggiungerlo . Dunque il Bene come causa finale che ci fa muovere verso di lui . Nel caso del Vero , invece , il conoscibile si trova nel soggetto conoscente , quindi quando la nostra mente contempla la realtà esterna allora essa la possiede .

L’oggetto conosciuto può avere con l’intelletto:
rapporti essenziali cioè le idee nella nostra mente poi si traducono in una realtà ( ad es. la casa che prende forma dall’intelletto dell’architetto) oppure rapporti accidentali quando altre idee non si traducono in realtà materiale.
Una cosa si dice vera assolutamente per il rapporto che essa ha con l’intelligenza dalla quale dipende , quindi per il rapporto essenziale. Secondo Tommaso, Dio ha creato il mondo seguendo un determinato progetto , quindi la cosa creata (cosmo ) rispecchia l’idea di mondo che Dio aveva in mente.
Nel Medioevo, ad es. si pensava che il filosofo antico Democrito sostenesse che il cosmo fosse caratterizzato dal caos , atomi che si muovono in disordine , ma se pensiamo così ci inganniamo perché crediamo solo alla verità che poniamo noi a livello soggettivo, negando la verità ontologica delle cose.
Secondo Aristotele invece , la causa che produce un effetto deve avere più potere dei quello che poi ha la cosa da lei causata, quindi se vediamo le cose solo da un punto fisico ci inganniamo perché crediamo che la verità stia nelle cose ma essa in realtà è nel nostro intelletto.

Elda Gerra

 

Cartesio

DISTINZIONE IN CARTESIO TRA RES COGITANS E RES EXTENSA. Per Cartesio non c' è dubbio di esistere in quanto mente. Res cogitans = ciò che pensa. Il pensare qui inteso non nel senso aristotelico o kantiano ( il giudicare/ l' unire due o più concetti per formare una proposizione). Cartesio intende l' insieme di tutti i contenuti mentali della persona (immagini, ricordi, sentimenti inclusi). Res extensa = sostanza materiale. È l' estensione ciò che occupa uno spazio. Gli atti mentali sono inestesi, immateriali. Bisogna vedere come l' estensione e il pensiero interagiscono. Visione dualistica della realtà. Sembra quasi un ritorno al platonismo (realtà delle idee e realtà empirica).

NATURA ATEORETICA DELL' ERRORE. Pag. 85 tesi = l' errore non è derivato dall' intelletto ma provocato dalla volontà. Per Cartesio l' intelletto non sbaglierebbe mai. Vi è un errore di "precipitazione" che porta l' intelletto a formulare giudizi quando però non possiede ancora tutti gli elementi necessari . Ad esempio ho un appuntamento con il mio amico in piazza per una data ora. Quando arrivo sul posto vedo una persona girata di spalle e penso "quello è il mio amico!" poi mi avvicino e invece non era lui era solo una persona che gli somigliava. Questo è un tipico errore di precipitazione. Non è l' intelletto che sbaglia, ma è la volontà che non ci fa concentrare o perché siamo distratti, o perché pensiamo ad altro oppure semplicemente perche siamo frettolosi ad emettere giudizi ( come nell' esempio sopra). L' errore per definizione non è né consapevole( altrimenti non sbaglieremmo) né deriva dall' intelletto, perché quest' ultimo usato correttamente non sbaglia. L' intelletto è finito. Noi non siamo onniscienti. L'errore concettuale, dovuto all'intelletto, per Cartesio non può esistere.
La volontà è: 1) una capacità di scelta; 2) necessaria, come lo è anche l' intelletto; 3) illimitata, non si può pensare ad essa come finita. Per Cartesio tutti gli errori sono evitabili, però siccome abbiamo la possibilità di scegliere a volte sbagliamo. Non si può immaginare una volontà che valuta solo quando la scelta è corretta. Un buon uso della volontà per Cartesio è quello di sospendere il giudizio se non abbiamo tutti gli elementi necessari per valutare ( quello POTREBBE EESERE il mio amico!). L' uomo per natura non conosce tutto. La volontà così come è non si può limitare senza distruggerla. L' intelletto è finito per natura. La volontà è infinita per natura.

SPINOZA. Pag. 92


ACCENNI ALLA VITA: Spinoza nacque ad Amsterdam il 24 Novembre 1632 da una famiglia ebraica che era stata costretta ad abbandonare la Spagna e poi il Portogallo per l' intolleranza religiosa. Fu educato nella comunità israelitica di Amsterdam; ma nel 1656 veniva da essa scomunicato ed espulso per "eresie praticate ed insegnate". Qualche anno dopo abbandonò Amsterdam e si trasferì all' Aja dove rimase per il resto della vita. In ottemperanza al concetto rabbinico, che prescrive ad ogni uomo di imparare un lavoro manuale, egli aveva appreso l' arte di fabbricare e pulire lenti per strumenti ottici. Questo mestiere gli dette una certa fama di ottico che precedette la sua celebrità di filosofo. Spinoza trascorse una vita modesta e tranquilla. Non pubblicò mai i suoi libri per prudenza. Il suo libro sull' etica fu pubblicato solo dopo la sua morte. Il 21 Febbraio 1677 Spinoza moriva a soli 44 anni, di tubercolosi.

" VERSO LA CONOSCENZA << SUB SPECIE AETERNITATIS>>"
 N.B. definizione n. 4, la proposizione n. 5-34-35.


Idea che la verità non deve essere stabilita in base alla corrispondenza dei fatti, ma deve essere colta all' interno del pensiero. Spinoza si era formato sugli studi di Cartesio poi però prende una via opposta. Per Cartesio c' era dualismo tra pensiero ed estensione: A) decido che devo alzare il braccio( res cogitans); B) alzo il braccio (res extensa). Tra questi due fatti c' è interazione. Ma il problema è: come è possibile spiegare che una causa immateriale provochi un fatto fisico? Spinoza pensa di eliminare questo dualismo cartesiano. Pur mantenendo la distinzione tra pensiero ed estensione, li considera come "due facce della stesa medaglia"= cioè il pensiero e l'estensione sono due attributi di una stessa sostanza, del tutto. Cos' è il tutto? Il tutto per Spinoza è DIO. Nella prima parte dell' etica sostiene la teoria del PARALLELISMO (implica che non ci sia causalità tra eventi fisici e psichici).." l' ordine e la conoscenza delle idee rispecchia l 'ordine e la conoscenza delle cose" . Cause psichiche creano effetti psichici. Cause materiali creano effetti materiali. Concetto di verità: il giudizio sarà vero per ragioni interne al pensiero. Diventa criterio di COERENZA.

Alessia Moreschi

 

Kant (1724-1804 )


Tre opere fondamentali :
Critica della Ragion Pura
Critica della Ragion Pratica
Critica del giudizio


Nella Critica della Ragion Pura, prima opera filosofica importante scritta in tedesco , Kant riflette sulla conoscenza e, in particolare, critica il concetto tradizionale di verità come adaequatio cioè come adeguamento del nostro pensiero alla realtà.
Egli parte dalla riflessione sul motivo strutturale che fa delle conoscenze basate sul metodo scientifico ( ad es. matematica , geometria ecc…) dei saperi fondati su basi universalmente condivise.
Con Kant si assiste allo spostamento dell'interesse della Filosofia alla gnoseologia quindi alla spiegazione del funzionamento della conoscenza umana.
Egli, dunque, analizza i vari tipi di giudizio che la mente umana compie, in quanto sostiene che la vera differenza tra la Scienza e la Filosofia stia appunto nella forma di giudizio.
I giudizi si distinguono in:
" Giudizi sintetici a posteriori : cioè giudizi che partono dall'esperienza quindi permettono il vantaggio di ampliare la conoscenza ( cioè il predicato aggiunge qualcosa di nuovo al soggetto ) ma presentano come svantaggio il fatto che questa conoscenza non è certa (ne oggettiva, ne necessaria, ne universale).
" Giudizi analitici a priori : cioè giudizi che permettono una conoscenza necessaria ( cioè il predicato è già implicito nel soggetto).Quindi essi dipendono unicamente dal principio di non contraddizione per cui sono sempre veri, ma allo stesso tempo rimangono sterili ( cioè la non permettono alla conoscenza di ampliarsi ).
Esistono , però, delle scienze (come la fisica e la geometria) che possiedono al loro interno i vantaggi dei due tipi di giudizi, fondandosi su Giudizi sintetici a priori, cioè giudizi che valgono sempre , permettono alla conoscenza di ampliarsi e la rendono necessaria e universale.
Secondo Kant, mostrare come sono possibili i giudizi sintetici a priori equivale a mostrare la possibilità o meno della filosofia come scienza.
La Critica si divide in:
Estetica trascendentale : analizza la conoscenza sensibile per individuare gli elementi a priori (intuizioni),
Analitica trascendentale : analizza la coscienza intellettiva per individuare i giudizi a priori,
Dialettica trascendentale : cerca di conoscere se è possibile applicare alla Filosofia ( detta Metafisica ) i giudizi sintetici a priori .

Egli afferma che conoscenza sensibile e conoscenza intellettiva sono di fatto interconesse; le distingue a fini metodologici. Il contenuto della conoscenza sensibile è sempre a posteriori , quindi nella materia non vi è mai un contenuto a priori, che possiamo trovare invece nella forma , cioè nelle relazioni tra i contenuti percettivi (dati del molteplice sensibile).
Le relazioni tra i contenuti sensibili sono Spazio e Tempo in quanto la collocazione spaziale e temporale delle esperienze sensibili non è mai tratta dell'esperienza, ma dipende dal soggetto conoscente stesso, è soggettiva. Le intuizioni pure a priori , spazio e tempo, sono gli unici a priori dell'esperienza, quindi nella conoscenza intellettiva i concetti che servono a creare i giudizi sono a posteriori e gli elementi a priori sono da ricercare nelle relazioni cioè nelle 12 forme logiche del giudizio a cui corrispondono 12 categorie.

Elda Gerra

 

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Contenuti del manuale di storia della filosofia consigliati per la parte istituzionale dell'esame 
(per i non frequentanti)

Lineamenti di storia del pensiero filosofico occidentale, con particolare riguardo ai seguenti autori e correnti:
I presocratici - Platone - Aristotele - Agostino d'Ippona - Anselmo d'Aosta - Tommaso d'Aquino - Galileo e la rivoluzione scientifica - Cartesio - Spinoza - Leibniz - l'empirismo moderno - Kant - l'idealismo e Hegel - Schopenhauer - Kierkegaard - il positivismo - Nietzsche - Bergson - Husserl e la fenomenologia - Heidegger e l'esistenzialismo - Wittgenstein e la filosofia analitica


Manuale consigliato: Reale - Antiseri, Il pensiero occidentale, La Scuola, Brescia

 

 

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Storia della filosofia

Prof. Dario Sacchi

OBIETTIVO DEL CORSO

Introdurre alla conoscenza delle linee fondamentali della storia del pensiero filosofico (nozioni e tematiche, correnti di pensiero, autori), con particolare riferimento ai dibattiti contemporanei.

PROGRAMMA DEL CORSO

1) La singola persona umana è caratterizzata da un’apertura ai valori universali (verità, bene, bellezza) che costituisce l’unico vero fondamento della sua intrinseca dignità: illustrazione e verifica di questo fondamentale principio attraverso un esame critico di vari momenti della filosofia moderna e contemporanea.

2) Lettura di testi significativi, dall’antichità ad oggi, intorno al concetto di verità e alla problematica gnoseologica fondamentale.

BIBLIOGRAFIA

Per il punto 1:

Appunti personali dal corso

V. Possenti, Il nuovo principio persona, Armando, Roma 2013.

Per il punto 2:

Appunti personali dal corso

A. Poppi (a cura di), La verità, La Scuola, Brescia.

DIDATTICA DEL CORSO

Lezioni in aula e seminario di accompagnamento allo svolgimento del punto 2.

METODO DI VALUTAZIONE

Esami orali.

AVVERTENZE

Il prof. Dario Sacchi riceve gli studenti il martedì e il giovedì dalle 10.30 alle 11.30 nel suo studio (scala a destra, secondo piano).

 

 

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SEMINARI DEGLI ULTIMI ANNI

- anno 2012-2013 Seminario (esercitazioni) sui concetti fondamentali della filosofia

- anno 2011-2012 Seminario (esercitazioni) sui concetti fondamentali della filosofia

- anno 2010-2011 Seminario (esercitazioni) sui concetti fondamentali della filosofia

- anno 2009-2010 Seminario (esercitazioni) sui concetti fondamentali della filosofia

- anno 2008-2009 Lettura e la discussione critica dell'antologia degli scritti di Galileo Galilei, curata da Sofia  Vanni Rovighi 

- anno 2007-2008 Sul fondamento della conoscenza di Schlick

- anno 2004-2005 I metodi dell'etica di Sidgwick

 

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

Maurilio Lovatti è nato a Brescia il 2 giugno 1954. Si è laureato in filosofia il 24 febbraio 1978 all’università degli Studi di Milano, con una tesi sulla filosofia della religione di David Hume (relatore il prof. Enrico Rambaldi, controrelatore il prof. Mario Dal Pra).

Sposato con Pierangela, ha due figli: Giulio (1991) e Sofia (1996).

E’ stato funzionario del Ministero delle Finanze dal 1979 al 1983.

Ha insegnato lettere dal 1983 al 1988; insegna filosofia e storia nei licei dal 1988.

Dal 1990 insegna filosofia e storia al Liceo scientifico di Stato “Nicolò Copernico” di Brescia.

Collabora con l’Università cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, come cultore della materia in filosofia morale e storia della filosofia.

 Ha approfondito lo studio del pensiero filosofico del ‘900, in particolare le sue ricerche e i suoi articoli riguardano la filosofia di Wittgenstein, Popper, Hare e Railton.

Dal 1995 si è impegnato anche con continuità a ricerche sul pensiero di John Locke e in particolare sul Saggio sull’intelletto umano.E’ stato relatore alla conferenza mondiale per il terzo centenario di John Locke all’Università di Oxford (2004).

Negli ultimi anni si è dedicato soprattutto a studi di filosofia della scienza e di filosofia della medicina e ha tenuto comunicazioni alla Scuola internazionale di filosofia e storia della biologia e della medicina dell'Università di Cassino a Nettuno (Roma, 2001 e 2003) e Sora (Frosinone, 2006).

 

Maurilio Lovatti home page

e-mail:  maurilio.lovatti@unicatt.it

Maurilio Lovatti - scritti di storia locale

Maurilio Lovatti - indice generale degli scritti