Bresciaoggi mercoledì 7 maggio 1980

 

L'ospite

Per evitare la speculazione in centro

 

Gli apologeti democristiani si compiacciono nel diffondere ai quattro venti che Brescia è una città all'avanguardia nella politica di recupero dei centri storici, che "questa politica è già stata positivamente sperimentata nella nostra città".
Certamente c'è del vero in queste affermazioni. In quasi tutte le città italiane assistiamo ad una latitanza degli enti locali su questo tema, ad una disfatta degli enti pubblici. L'attacco massiccio della speculazione ai centri storici, iniziatosi negli ultimi anni '70 e destinato a caratterizzare l'urbanistica degli anni '80, può essere paragonato per le sue conseguenze nefaste alla disordinata e selvaggia espansione degli aggregati urbani negli anni '50 e '60. Oggi, come allora, i comuni rischiano di perdere questa battaglia, senza nemmeno combatterla troppo, con le conseguenze negative che ora si possono solo prospettare, ma che si evidenzieranno in tutta la loro gravità (economica e soprattutto sociale) nei prossimi anni.
Di fronte all'inattività di molti comuni, il fatto che a Brescia qualcosa si faccia (80 alloggi già ristrutturati dall'iniziativa pubblica, 38 alloggi già finanziati e da appaltare) può forse soddisfare molte coscienze. Ma la realtà è un'altra: manca una visione complessiva, largamente condivisa, degli interventi e soprattutto, con gli strumenti previsti, si potrebbe intervenire meglio e con più incisività.
Vediamo in sintesi gli aspetti salienti del problema. La tendenza al decremento demografico del centro storico continua. Oggi vi abitano circa 27.000 persone, rispetto ai 30.000 del '71 e ai 49.000 del dopo-guerra. Si assiste all'esodo di una parte rilevante della popolazione originaria, composta da artigiani, ambulanti, commercianti e professionisti. In alcune zone rimangono le componenti più anziane e più povere. La percentuale di anziani è circa del 27%, la più alta di tutti i quartieri di Brescia (indice di vecchiaia = 214,3). Si incrementano le attività terziarie, portatrici solo di flussi di traffico, ma prive di capacità aggregativa nei confronti del tessuto sociale e popolare preesistente. Al progressivo deperimento delle case abbandonate, generalmente lasciate sfitte o divenute inabitabili, al permanere di indici elevati di affollamento, si affianca ormai un massiccio intervento privato destinato ad accrescersi notevolmente nel tempo. Gli interventi attualmente in corso da parte di diverse immobiliari interessano almeno 13-14.00 metri quadri di alloggi.
In questo quadro, il recupero dei centri storici si dovrebbe porre un duplice obiettivo: frenare l'esodo dei ceti meno abbienti e contemporaneamente bloccare il degrado del patrimonio edilizio. L'intervento privato va quindi agevolato nella misura in cui concorre al raggiungimento del secondo obiettivo, evitando tuttavia di compromettere (come invece accade attualmente) il primo. Non si può dire che la strategia finora seguita risponda pienamente a questi requisiti.
Il problema di fondo è quindi quello di aprire un'ampia verifica per definire una politica di recupero globale dei centri storici (edilizia, commercio, servizi). Un recupero solamente edilizio (ristrutturazioni) oltre ad essere chiaramente insufficiente, diviene addirittura negativo se l'ente locale non è in grado di controllare le dinamiche sociali che ne scaturiscono. Alcune linee fondamentali della revisione di questa strategia di recupero si possono così sintetizzare.
1) Non limitare al risanamento "pesante" e concentrato l'intervento pubblico. Attualmente il comune agisce su complessi già di proprietà o acquistati in blocco e notevolmente degradati. I costi sono molto alti e spesso superano la media di 320-330 mila lire al metro cubo. Col medesimo impiego di risorse è ipotizzabile un intervento di recupero "leggero" e più diffuso che interessi solo alcune unità immobiliari di fabbricati meno degradati. Questa impostazione può divenire un'arma a doppio taglio se non è affiancata da altri interventi, perché rischia di agevolare la speculazione edilizia, come già per altro avvenuto con l'attuale tipo di recupero.
2) Uso esteso delle convenzioni con i privati. L'amministrazione comunale non ha ancora definito una convenzione-tipo, ad oltre un anno e mezzo dalla legge 457. Va previsto che almeno un terzo della superficie utile abitabile sia locata ad inquilini indicati dal comune, per un periodo di venti anni. A queste condizioni può essere concessa una detrazione degli oneri di urbanizzazione secondaria fino al 30-35%.
3) Va stabilito con urgenza, con deliberazione di Giunta, quali possano definirsi "interventi di rilevante entità" ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo 32 della legge 457. Tale definizione deve essere la più estensiva possibile, per consentire la facoltà (non l'obbligo) di subordinare a convenzione il rilascio di concessioni di ristrutturazione anche fuori dalle zone di recupero.
4) Redazione di alcuni piani di recupero da includere nel PPA. Questa è la fase più difficile da attuare e non vanno predeterminate rigidamente le caratteristiche di questi piani per consentire la massima elasticità. E facile infatti prevedere una generalizzata inerzia dei privati e pertanto eventuali numerosi e impegnativi piani di recupero rimarrebbero sulla carta e il Comune si troverebbe nell'impossibilità materiale di intervenire secondo le procedure di legge (esproprio nei casi di inadempienza dei privati).
5) Studiare la possibilità di erogare mutui fortemente agevolati oltre a quelli previsti dal piano decennale per la casa, per incoraggiare le ristrutturazioni operate da piccoli proprietari o artigiani residenti nella proprietà, anche fuori dalle zone di recupero, al fine di evitarne l'esodo. Bisognerebbe istituire, presso gli uffici comunali, un punto di riferimento per i piccoli proprietari, spesso preda ingenua delle immobiliari.
6) E' importante predisporre un corredo di dati significativi (composizione della proprietà, distribuzione per fasce di reddito dei residenti nei vari comparti, censimento dei vani sfitti, disponibili e occupati, secondo la destinazione) al fine di poter meglio prevedere gli effetti indotti dei diversi interventi.
Questi sono i punti fondamentali, altri se ne potrebbero aggiungere. Ma l'importante è aprire un ampio dibattito senza pericolose mistificazioni o strumentali mitizzazioni di quanto è stato fatto. Altrimenti un'altra importante battaglia urbanistica sarà inevitabilmente perduta.

Maurilio Lovatti
(consigliere di circoscrizione)

 

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