Bresciaoggi venerdì 25 maggio 1979, pag. 3

 

UOMINI, FATTI, IDEE 

BRESCIA 1945-53 

La ricostruzione edilizia

 

Il ruolo dei piani di ricostruzione nel processo di accumulazione del capitale necessario al rilancio del settore industriale; gli abusi edilizi, la funzione svolta dall'edilizia pubblica, il significato delle grandi opere pubbliche. Un commento al piano.

 


Domani mattina alle ore 9 nell'aula magna dell'istituto Tartaglia in via Oberdan si svolgerà il Convegno su "La ricostruzione post-bellica a Brescia dal 1945 al 1953", organizzato nell'ambito del maggio culturale. Sono previste relazioni sulla realtà politica, sindacale, culturale, urbanistica.
Pubblichiamo in questa pagina alcuni stralci dalla relazione sulla "ricostruzione edilizia", che possono costituire un punto di riferimento per il dibattito oltrechè una informazione per il lettore su una materia, che riteniamo di particolare interesse.

Dalla fine della seconda guerra mondiale al 1954, anno in cui viene redatto e adottato un piano regolatore generale (che verrà poi respinto dal Ministero dei Lavori Pubblici), la situazione urbanistica di Brescia vive una sorta di periodo di transizione, che precede la fase di rapida e tumultuosa espansione della città negli anni del boom economico. Si tratta del cosiddetto "periodo della ricostruzione", periodo estremamente importante perché proprio in questi anni si compiono scelte che caratterizzano il tipo di sviluppo urbano che successivamente si verrà a determinare, ma nonostante ciò trascurato spesso e volentieri da chi si è occupato della storia urbanistica della nostra città.
Dal quaderno del "Bruttanone" alla relazione alla variante al piano regolatore, del '73, questo periodo è trattato alquanto sommariamente (basti pensare che sulla relazione della variante '73 si cita il dato completamente errato di 5172 case totalmente distrutte dai bombardamenti (confondendo evidentemente case con vani), mentre in realtà queste ultime furono solo 135, come risulta molto chiaramente dai rilievi eseguiti dal Genio Civile).
A giudicare poi dal luogo, ove la documentazione relativa al piano di ricostruzione giaceva (l'enorme e tetro archivio sotterraneo comunale di Piazza della Vittoria) e dalla polvere che lo ricopriva, si è indotti a pensare che da allora, nessuno lo abbia più ripreso in mano. Il piano di ricostruzione era uno strumento intermedio tra piano regolatore generale e piano particolareggiato ed era regolato da una serie di leggi emanate "ad hoc" per la ricostruzione (in particolare il decreto luogotenenziale n. 154 del marzo del 1945). Nel caso di Brescia il piano di ricostruzione fu soggetto ad alterne vicende, che presentano aspetti quasi paradossali, e che avremo occasione di esporre più dettagliatamente nel convegno di sabato.
Il piano di ricostruzione della città di Brescia, che riguardava solamente il centro storico, compreso nel perimetro delle mura venete, oltre alla zona della stazione ferroviaria, piazzale Cremona, piazzale Roma, doveva essere conforme al piano regolatore del 1929, che riguardava soltanto una limitata porzione del centro storico, mentre il piano del 1941 non era vincolante in quanto solo adottato, ma non approvato.
La logica che permeava tutto il piano, era quella dell'emergenza che, pur scaturendo da una situazione reale, verrà spesso strumentalizzata per consentire qualsiasi tipo di ricostruzione e di nuove costruzioni, come abbiamo cercato di documentare nella relazione per il convegno sulla ricostruzione. Purtroppo non è possibile riferire in questa sede né le caratteristiche del piano né il singolare dibattito che si svolse in Consiglio comunale nella seduta del marzo del 1949, in occasione della seconda approvazione del piano.
Particolarmente significative sono le vicende di alcune zone come Canton Stoppini ed il piazzale antistante la Stazione, con le relative istanze di opposizione presentate dai privati. Tutto il dibattito che si svolge sul piano è emblematico di una notevole impreparazione dei consiglieri comunali, che, unita alla preoccupazione di non ostacolare in alcun modo la ricostruzione degli edifici bombardati, porterà allo sviluppo disarmonico e talvolta alienante della nostra città.
Anche fuori dal centro, e quindi a prescindere sia dalla normativa del piano di ricostruzione sia del piano regolatore del '29, gli interventi ormai segnano l'inizio di un processo di sviluppo storico distorto e irrazionale, che costituirà la base di partenza per la futura espansione cittadina. Sono di questi anni gli interventi dell'istituto Case Popolari (oggi Iacp) che costruisce abitazioni in aperta campagna, in zone completamente prive di servizi, di strade asfaltate, di illuminazione, di scuole, obbligando il Comune a dispendiose "rincorse" con le opere di urbanizzazione e soprattutto facendo lievitare enormemente il valore delle aree poste tra il centro ed i nuovi insediamenti, aree sulle quali sorgeranno imponenti complessi privati negli anni successivi.
Anche la politica delle infrastrutture segue oggettivamente questa logica: si compiono in quegli anni due scelte fondamentali per lo sviluppo cittadino: la galleria del Castello ed il Cavalcavia Kennedy. La prima venne realizzata trasformando il rifugio antiaereo costruito nel '43 che, tramite i suoi cinque accessi dalle diverse zone della città, poteva accogliere, in poco tempo, fino a trentamila persone.
Il Cavalcavia di via Saffi invece verrà completato solo nei primi anni '60, ma l'idea di realizzarlo risale ancora a prima della guerra, anche se fu formalizzata con il piano regolatore del '41. In questi anni comunque si compie la scelta decisiva, includendo nel piano di ricostruzione l'allargamento di via Saffi, finalizzato alla realizzazione dell'opera. In questi anni l'edilizia svolge un ruolo determinante nel processo di accumulazione di capitale: per sua caratteristica l'industria edilizia costituisce il volano della ripresa economica del dopoguerra. Si tratta di una tendenza generale presente in tutta Italia anche se a Brescia assumerà caratteristiche particolari.
Di eccezionale interesse è, nel processo complessivo, la funzione oggettivamente svolta dagli interventi di edilizia pubblica.
I quartieri di via Filzi, via Lamarmora, via Chiusure, non vanno letti come necessità impellenti alla forte richiesta di case ma come veri e propri capisaldi miranti ad allargare il confine dell'area urbana e ad innescare l'inevitabile processo di rivalutazione dei terreni. Emerge così la funzione di propulsore, di stimolo, dell'edilizia pubblica nei confronti della proprietà fondiaria, allora ancora dubbiosa nell'impegnarsi in grandi avventure, ma che ben presto riacquisterà fiducia in se stessa e nelle proprie capacità.
Brescia assume dunque l'immagine di una città ancora chiusa in se stessa, ma che pone le basi per una futura proiezione dei suoi confini su di una scala territoriale più vasta, processo che prenderà piede con più chiarezza e vigore verso la fine degli anni '50. Anche la maglia stradale esistente testimonia questa realtà: le strade del centro, ancora in massima parte in acciottolato, vengono asfaltate nel 1951 con successivi lotti di lavori; le zone di Campo Marte, Porta Venezia, Porta Milano, ancora indefinite, nel loro reticolo topografico urbano interno, prenderanno forma e consistenza con la posa delle fognature e le successive asfaltature delle trasversali principali (anni 51-53). All'esterno di questo, gli interventi di edilizia pubblica episodicamente collegati con i principali assi viari cittadini, rappresentano i futuri poli intermedi di un processo di riunificazione delle frazioni esterne con l'antico nucleo cittadino: le case di via Filzi, l'ospedale nuovo, tappe obbligate di ricongiungimento con Mompiano, il quartiere di via Chiusure come negazione della barriera naturale del fiume Mella, l'asse cavalcavia-Lamarmora punta avanzata per la conquista della pianura meridionale.

Aldo Di Gennaro
Dario Dominico
Maurilio Lovatti

 

 

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