|
Maurilio Lovatti L'Incoronazione della Vergine di Moretto da Brescia nella chiesa Collegiata dei Santi Nazaro e Celso in Brescia (1534)
Il dipinto è conservato al secondo altare laterale sinistro della chiesa collegiata dei Santi Nazaro e Celso a Brescia. Originariamente, nella chiesa quattrocentesca, l'opera realizzata attorno al 1534 era parte di un polittico a olio su tavola, che comprendeva anche il dipinto rettangolare raffigurante il Padre Eterno (64x92 cm), posto sopra il pannello centrale (come è ancora attualmente), due tondi con il viso dell'angelo dell'annunciazione e della Madonna che riceve l'annuncio (diametro 27 cm), e una natività (34x56 cm). La composizione originaria era dunque così: Dopo i lavori settecenteschi (tra il 1752 e il 1780) quando la chiesa fu ricostruita dalle fondamenta, i due tondi e la sottostante natività non furono riposizionati nell'altare ricostruito, ma vennero conservati nella casa canonica per quasi due secoli e mezzo. Solo dopo il restauro pittorico dei dipinti, conclusosi nel maggio 2024, economicamente sostenuto dai Giovani Imprenditori di Confindustria di Brescia, i due tondi e la sottostante natività sono stati collocati all'altare, in posizione più bassa rispetto al pannello principale. Il dipinto (289 × 198 cm) è uno dei grandi capolavori del Moretto, assieme alla Assunzione della Vergine (1526), posta all'altare maggiore del Duomo Vecchio di Brescia. Inoltre può essere considerata una delle opere più significative aventi a tema l'incoronazione della Vergine nella pittura italiana dall'inizio del Cinquecento alla fine del Settecento. La stessa celebre Incoronazione della Vergine (pala degli Oddi, 1502-1504) dipinta da Raffaello per la Cappella Oddi nella chiesa di S. Francesco al Prato a Perugia, conservata attualmente nei Musei Vaticani, in realtà, oltre all'incoronazione della Vergine, rappresenta nella parte inferiore gli apostoli accanto alla tomba vuota della Madonna, richiamando quindi esplicitamente il tema dell'Assunzione. Invece il Moretto pone al centro il tema dell'incoronazione. Alessandro Bonvicino detto il Moretto (nato a Brescia tra il 1492 e il 1495, morto a Brescia nel 1554) quando realizza questo dipinto è già un quarantenne affermato, è il più famoso pittore bresciano, ha già sia dipinto la citata Assunta del duomo, sia completato - con il Romanino - la decorazione della cappella del Santissimo Sacramento nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia, nel 1524. Moretto era considerato il "Raffaello bresciano". Come scriverà nel 1568 Giorgio Vasari, il Moretto era un "pittore delicatissimo", che aveva appreso la maniera di imitare lo stile raffaellesco in modo eccelso. Quando il Moretto si accinge a dipingere l'Incoronazione per il secondo altare laterale sinistro, sapeva bene che all'altare maggiore della chiesa dei Santi Nazaro e Celso, dal 1522 era collocato il celeberrimo Polittico Averoldi di Tiziano Vecellio, unanimemente considerato il più grande pittore vivente nella Repubblica Serenissima di Venezia, della quale Brescia faceva parte fin dal 1426. Si comprende bene, quindi, come per il pittore bresciano questo dipinto fosse importante: egli si trovava a confrontarsi con Tiziano, era quasi costretto a dare il meglio di sé. Non è un caso che l'opera sia stata interamente realizzata dal pittore, senza delegare nessun dettaglio ai numerosi allievi della sua scuola, a differenza di altri suoi lavori. Diversamente da altri grandi pittori bresciani del Tempo, come Romanino e Savoldo, Moretto aveva dato vita ad una organizzata bottega artistica simile, con le debite proporzioni, a quella di Raffaello. Inoltre i due piccoli tondi (Angelo e Vergine) richiamano direttamente il polittico Averoldi e sono un esplicito omaggio al grande pittore veneto. L'incoronazione di Maria, nel livello superiore della scena della tavola principale, avviene su un manto di nubi circondato da una moltitudine di angeli. La Madonna, inginocchiata, sta per ricevere sul capo una corona da Gesù, mentre la colomba bianca, che rappresenta lo Spirito Santo, vola immediatamente sopra, e nell'incerta luce dell'alba appare grigia vista da sotto. La Trinità è completata dal pannello superiore del polittico, il Padre Eterno, che guarda verso il basso con le braccia aperte. Nel livello inferiore della tavola ci sono quattro figure, da sinistra a destra: l'Arcangelo Michele, san Giuseppe, san Francesco d'Assisi e san Nicola di Bari. L'arcangelo è l'unico a non rivolgere lo sguardo alla Madonna, impegnato nella lotta contro il demonio. Nell'immaginario popolare del Cinquecento, ereditato dal Medioevo, la lotta tra l'arcangelo Michele e il maligno era la rappresentazione più facilmente comprensibile del conflitto tra bene e male. E' facilmente intuibile, sul piano teologico e valoriale, il collegamento tra l'incoronazione della Vergine e la lotta dell'Arcangelo Michele contro il male. Infatti l’incoronazione della Vergine ha un significato teologico molto profondo; non rappresenta semplicemente Maria come «regina» del cielo in senso onorifico, ma rende visibile il compimento della sua partecipazione alla gloria di Cristo e alla salvezza dell’umanità. La corona indica quindi che in Maria si è già compiuto ciò che, secondo la fede cristiana, è destinato a realizzarsi anche nell'uomo redento: la partecipazione alla vita e alla gloria di Dio. Non solo: l'incoronazione non mostra soltanto la glorificazione individuale di Maria; Ella diventa anche l'immagine della Chiesa e il simbolo dell'umanità redenta, che può vincere le tenebre del peccato grazie alla morte e resurrezione di Cristo. Anche la luce dell'alba che illumina il paesaggio dietro i quattro santi allude al passaggio tra il buio della notte, che rappresenta il male, e la luce del giorno, che rappresenta la luce della salvezza. Forse anche lo stesso albero, l'unico che si distingue nettamente nel paesaggio, col tronco così esile, che pare sfidare le leggi che regolano la realtà fisica, rappresenta la fragilità dell'uomo, la sua precarietà, la convinzione che la sua debolezza di fronte al peccato non preclude la speranza nella salvezza. Quindi sia la Vergine che l'arcangelo esprimono lo stesso messaggio: la lotta contro il male può essere vinta. Questo è il messaggio centrale, che ogni spettatore del tempo, anche un contadino analfabeta, poteva cogliere facilmente. Ma la rappresentazione dell'arcangelo scelta dal Moretto può indurre ulteriori considerazioni: i toni grigio argentati delle ali e di parte del suo abito, il chiaroscuro, la serenità e compostezza del volto, non adeguato alla situazione di lotta col demonio, l'aspirazione del pittore ad imprimere all'angelo una bellezza sublimata e malinconica, possono lasciar supporre che Moretto, dovendosi confrontare con una figura potente e perfettamente armoniosa e realistica ad un tempo, come il San Sebastiano di Tiziano nel Polittico Averoldi, voglia mostrarci una bellezza quasi perfetta. Tuttavia la serenità apparente di San Michele Arcangelo non deve ingannarci. Non significa che la lotta col maligno è definitivamente vinta. Il messaggio religioso che il pittore vuole lasciarci è chiaro: l'angelo è l'unico personaggio che non guarda la Vergine mentre è incoronata, perché la lotta contro il male viene prima di tutto. Per quanto riguarda gli altri tre santi, mentre Giuseppe, sposo terreno di Maria, raffigurato magistralmente in raccolta meditazione, non poteva certamente mancare, la presenza dei santi Francesco e Nicola di Bari va spiegata. Perché san Francesco? Il contesto storico è abbastanza chiaro e definito: tra il 1254 e il 1265, nel territorio della parrocchia dei Santi Nazaro e Celso (a circa trecento metri a piedi dalla chiesa collegiata, in direzione nord-est), su un terreno donato dal Comune di Brescia, fu costruita l'imponente chiesa di San Francesco d'Assisi, primo esempio di architettura francescana in Lombardia, e il secolo successivo fu completato l'annesso convento francescano. Insomma una così importante presenza francescana per la storia religiosa e politica della città collocata nel territorio della parrocchia, ancora nel XVI secolo, quando Moretto realizza l'opera, era motivo di vanto e prestigio per la Collegiata e dunque ben spiega la presenza di san Francesco nel dipinto dell'incoronazione. L'espressione del volto di San Francesco, mentre contempla la Vergine, lascia trasparire una sorta di abbandono mistico. Perchè san Nicola di Bari? Talvolta nelle pale d'altare i santi non strettamente collegati al tema del dipinto sono introdotti o perché portano lo stesso nome di uno dei committenti o perché il committente o il titolare della chiesa è particolarmente devoto quel santo o ritiene di aver ricevuto da lui una grazia particolare. La prima ipotesi pare si possa escludere. La famiglia nobile committente, concessionaria della cappella, era quella dei Soncini e tra i componenti del tempo e delle successive generazioni non si conosce nessuno di nome Nicola. E' anche da escludere che Nicola fosse il nome del titolare della chiesa: dal 1531 al 1557 il Prevosto (spesso indicato anche come Preposito) della Collegiata era Fabio Averoldi. Dunque si può ipotizzare che un esponente della famiglia Soncini o il prevosto Fabio Altobelli fossero particolarmente devoti al Santo. Molto più fragile sarebbe l'ipotesi che il Moretto sia stato ispirato da un precedente illustre dipinto avente a tema l'incoronazione della Vergine. Infatti l'esempio più pertinente in questa prospettiva, ovvero L'incoronazione della Vergine (1434–1435) del Beato Angelico, attualmente conservata al Museo del Louvre, che raffigura anche san Nicola tra la folla degli spettatori dell'incoronazione, non sembra costituire ragione sufficiente per giustificare una scelta autonoma dell'artista per il dipinto della chiesa dei Santi Nazaro e Celso.
|
|
Dipinti di Giacomo Zoboli a Roma, Modena, Brescia ed altre ubicazioni Giacomo Zoboli e il cardinal Querini Documenti su morte e sepoltura di Giacomo Zoboli
|