Maurilio Lovatti

 

Giacomo Zoboli e il cardinal Querini

Roma e Brescia nel XVIII secolo

 

 

Giacomo Zoboli (1681-1767), uno dei maggiori e più famosi pittori italiani del Settecento, modenese di nascita, dopo aver dipinto per qualche anno nella sua città, si trasferisce a Roma attorno al 1712, e nella capitale opera prevalentemente. Nelle chiese di Roma sono visibili molti suoi capolavori, in particolare nelle basiliche di San Carlo e Ambrogio al Corso, di Sant'Eustacchio, di Sant'Apollinare, di Santa Maria in Trastevere e nella chiesa di San Giovanni della Pigna. Sempre a Roma la sua fama cresce costantemente: nel 1718 diviene membro dell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon e nel 1725 della prestigiosa Accademia di San Luca, al punto da essere considerato nel suo tempo, dopo la morte di Sebastiano Conca, come il massimo pittore vivente.
A Brescia sono conservati ben tre dipinti di Zoboli: la pala dell'Assunta dell'altare maggiore del Duomo Nuovo, San Filippo Neri genuflesso di fronte alla Madonna, nella Chiesa di Santa Maria della Pace e l'Assunta, pala dell'altare maggiore della chiesa vecchia del quartiere Chiesanuova.
La presenza di queste importanti opere del pittore modenese nella  città lombarda è sicuramente merito del cardinale veneziano Angelo Maria Querini, vescovo di Brescia dal 1727 al 1755. Querini, ricordato soprattutto quale fondatore e mecenate della Biblioteca Queriniana di Brescia, aperta al pubblico nel 1750, era tra gli studiosi più dotti del Settecento, in rapporti di amicizia con i Pontefici del tempo, in particolare Clemente XI (1700-1721), Innocenzo XIII (1721-1724), Benedetto XIII (1724-1730), Clemente XII (1730-1740) e Benedetto XIV (1740-1758), e in corrispondenza con intellettuali europei, come ad esempio Voltaire. E' stato anche Prefetto della Biblioteca Vaticana, membro dell'Accademia della Crusca, di quella Reale di Berlino e di quella degli Incogniti di Vienna. Quasi coetaneo di Zoboli (era nato nel 1680) Querini conosce il pittore modenese nel periodo in cui vive a Roma (dal 1714 al 1721), prima di essere nominato nel 1723 arcivescovo di Corfù, allora veneziana.
Giunto a Brescia nel marzo del 1728, dopo la nomina cardinalizia del 26 novembre 1727, si preoccupa immediatamente di far riprendere i lavori per il completamento del Duomo Nuovo. Infatti i lavori di costruzione della cattedrale bresciana erano iniziati nel lontano 1604, mentre era vescovo il veneziano Marino Zorzi, ma erano proceduti molto lentamente, sia per mancanza di soldi, sia per l'epidemia di peste, che aveva provocato un'interruzione dal 1630 al 1670 circa. Quando il cardinal Querini arriva a Brescia c'erano praticamente solo le pareti, il tetto della cattedrale, l'abside con le due adiacenti cappelle e le due cappelle frontali. Mancava l'altare maggiore, il presbiterio e il coro. Per dipingere la pala dell'altare maggiore Querini sceglie personalmente ed incarica Giacomo Zoboli nel 1732. L'opera che ancor oggi possiamo ammirare è completata e posizionata nel 1735 ed è considerata dagli studiosi un lavoro molto ben riuscito, che mostra capacità inventive e un uso sapiente del colore.

 

L'Assunta di Giacomo Zoboli, pala dell'altare maggiore del Duomo Nuovo di Brescia (1733-1735)

 

 

Il dipinto di grandi dimensioni (650 per 350 cm) è eseguito interamente a Roma, come ci informa il vescovo stesso nella sua lettera pastorale del 2 agosto 1732. In questa lettera il cardinal Querini comunica che lo stesso altare maggiore della cattedrale, composto di marmi antichi e di bronzi dorati, è stato realizzato a Roma ed esposto, prima di essere trasportato a Brescia, a Palazzo Venezia, suo domicilio romano (la nomina cardinalizia lo aveva reso titolare dell'annessa basilica di San Marco Evangelista). Aggiunge il cardinale, riferendosi a Giacomo Zoboli: “Ordinammo nell'istesso tempo pure a Roma il gran quadro che ha da occupare tutta la facciata di mezzo del coro, avendo scelto a tal fine uno dei più eccellenti, ed accreditati Pennelli di questa Città”. Considerando che allora la gran parte del popolo era analfabeta, i dipinti nelle chiese, e a maggior ragione nella cattedrale, avevano una funzione educativa e quasi catechetica, ed evidentemente il vescovo Querini riteneva lo stile dello Zoboli particolarmente adatto a trasmettere il significato autentico dell'Assunzione della Madonna, che allora non era ancora un dogma della Chiesa (sarà proclamato da Pio XII nel 1950) ma era molto sentito dal popolo cristiano, in particolare dopo il Concilio di Trento.
Zoboli prende forse spunto inizialmente dall’Assunta del Moretto, presente nel Duomo Vecchio, ma opera in modo creativo e dinamico. Si confronta anche con i modelli emiliani, primi fra tutti i fratelli Carracci, e con le grandiose e retoriche composizioni “alla romana”, eredità della sua formazione nella capitale. Certamente uno dei modelli a cui si è ispirato è l'Assunzione della Vergine del 1593 di Agostino Carracci (1557-1602) per la cappella Zaniboni di San Salvatore a Bologna, oggi conservata nella Pinacoteca Nazionale della città emiliana. Quasi sicuramente la fonte principale a cui si è ispirato, date anche le notevoli analogie, è la Madonna Assunta di Francesco Bassano Dal Ponte (1549-1592), pala dell'altare maggiore della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, tra l'altro a duecento metri dalla basilica di Sant'Eustachio, dove Zoboli ha realizzato tra il 1727 e il 1729 i due dipinti che lo hanno reso famoso
( l'Incontro tra la Santa Vergine ed Elisabetta e San Gerolamo ascolta la tromba del giudizio universale).
Come Carracci e Bassano, lungo la tela centinata Zoboli dispone nella parte bassa gli apostoli e in quella alta, sorretta da angeli in volo, la Madonna, che spalanca le braccia ed è raffigurata in leggera torsione. La parte inferiore del dipinto, dove vi sono rappresentati gli apostoli è quella più vivace e di maggior impatto visivo. Gli apostoli sono rappresentati con espressioni del volto molto eloquenti e suggestive, che mostrano atteggiamenti di stupore, di timore, di devozione, di consapevolezza della straordinarietà dell'evento che stanno vivendo. Al centro vi è Pietro e intorno a lui il pittore sistema simmetricamente i compagni, tutti disposti intorno al sarcofago dove avevano deposto e vegliato il corpo della Vergine prima che venisse assunta in cielo. Zoboli mostra una certa modernità realistica nel taglio dei corpi degli apostoli posti a lato.
Enfasi, affollamento di figure in torsione e colori vivaci caratterizzano l’intera opera, completata nel corso del 1735, e derivano dal clima pittorico romano, nel quale lo Zoboli si formò e fu influenzato da Guido Reni (1575-1642), Carlo Maratta (1625-1713) e dall'amico e collaboratore Sebastiano Conca (1680-1764) e sono emblematici di uno stile pittorico molto diverso da quello veneto allora predominante a Brescia e nelle altre città della Repubblica Serenissima. Proprio per questo il cardinal Querini aveva scelto lo Zoboli. Querini amava lo stile accademizzante dei pittori romani e gli effetti teatrali, scenografici, perfino spettacolari della pittura romana del tempo. Giacomo Zoboli in effetti a Roma aveva già dipinto per Benedetto XIII due quadri, poi donati da Pio IX alla Basilica di Sant'Ambrogio e Carlo al Corso, dove si trovano tuttora, in cui è massimo l'influsso di Guido Reni.
La scelta del Querini si è rivelata azzeccata, e il dipinto dello Zoboli ha grande successo, anche popolare. Quando il 21 aprile 1737, giorno di Pasqua, il vescovo celebra la prima messa al nuovo altare di fronte alla pala dello Zoboli, in una sorta di inaugurazione solenne, un grande folla si raduna nella piazza antistante. Nelle intenzioni del Querini la cerimonia era riservata alle autorità cittadine e alla famiglie nobili, come era uso al tempo. Ma la ressa è tale che le guardie mandate dal Podestà non riescono a contenere la folla che voleva vedere il nuovo altare e il dipinto di Zoboli e allora il Podestà stesso decide di consentire l'accesso al duomo a tutti. Scrive il compianto mons. Antonio Fappani: “Il grande evento, sottolineato da un elevato discorso del cardinale, è celebrato in sonetti, stampe, medaglie commemorative che ne diffondono l'eco nella Penisola italica e oltre i suoi confini.”

Il grande successo ottenuto dalla pala dell'Assunta, spinge qualche anno dopo i padri filippini della Pace a commissionare allo Zoboli il dipinto più importante della chiesa allora in costruzione, quello dedicato a San Filippo Neri, il fondatore della Congregazione dell'Oratorio dei Padri Filippini. La prima pietra della nuova chiesa di Santa Maria della Pace era stata posta il 15 settembre del 1720 e i lavori erano proseguiti abbastanza rapidamente, per i tempi, e già nel 1736 si stava costruendo la cupola. Nel 1737 il cardinal Querini dona alla chiesa la pala dell'altare maggiore, la Presentazione al tempio di Gesù, di Pompeo Batoni (1708-1787) di origini lucchesi, ma anche lui vivente e operante a Roma. I padri filippini, dopo un tentativo non riuscito di coinvolgere Sebastiano Conca, decidono il 24 aprile 1742 di commissionare la pala dell'altare dedicato a San Filippo Neri allo Zoboli.

Nasce così San Filippo Neri genuflesso davanti alla Madonna, olio su tela, dipinto di grandi dimensioni (447 per 223 cm) che Zoboli completerà a Roma nel corso del 1745, e che ancor oggi possiamo ammirare nel secondo altare della navata destra della chiesa della Pace.

 

San Filippo Neri genuflesso di fronte alla Madonna di Giacomo Zoboli (1745) 

 

 

Il pittore modenese, prima di procedere alla realizzazione del quadro per la Pace, ne aveva dipinto uno quasi uguale, ma molto più piccolo (98 per 49,5, olio su tela) oggi conservato al Museo civico di Modena, che gli è servito come modello per realizzare quello della Pace. Le differenze tra le due opere, a parte le dimensioni sono minime: nel dipinto della Pace mancano il libro aperto e il giglio bianco sui gradini ai piedi di San Filippo Neri presenti in quello di Modena. L'altare della chiesa della Pace ove è collocato il dipinto di Zoboli è stato donato dal marchese Pietro Emanuele Martinengo Colleoni, mentre il compenso del pittore è stato pagato dai padri filippini, che avevano giustificato la scelta dello Zoboli adducendo il successo ottenuto dalla pala del Duomo. Il dipinto della Pace presenta colori vivaci e brillanti come quello della cattedrale, ma è caratterizzato da una luminosità più intensa, accostata a tonalità più fredde e delicate, probabilmente finalizzata a valorizzare la figura di San Filippo Neri, fondatore della Congregazione, che appare in primo piano e al centro dell'attenzione dello spettatore. Lo schema compositivo dell'opera è molto ben riuscito: la collocazione dei personaggi determina un evidente effetto di profondità e un'armonia d'insieme.

Nel 1748 Giacomo Zoboli realizza per Brescia un terzo dipinto, oltre a quelli della cattedrale e della Pace, richiestogli dalle monache agostiniane per l'altare maggiore della chiesa di Santa Maria degli Angeli, annessa al loro convento ubicato nella attuale via Bassiche. L'altare maggiore era stato realizzato l'anno precedente dall'architetto Domenico Carboni (1727-1768), mentre le statue che lo adornano sono opera di Antonio Calegari (1699-1777), lo scultore che ha realizzato il busto di Querini per l'atrio della biblioteca Queriniana e quello di Alessandro Fè in San Nazaro e Celso. 

 

L'Assunta di Giacomo Zoboli (1748). Altare maggiore della chiesa vecchia dell'Assunta, quartiere Chiesanuova di Brescia

 


Che Zoboli abbia dipinto questa tela, raffigurante l'Assunzione di Maria, e che nel corso del XVIII secolo essa fosse collocata nella chiesa di Santa Maria degli Angeli è fuori da ogni dubbio: il dipinto è citato in un manoscritto del 1751, conservato alla Queriniana, di don Francesco Maccarinelli, e successivamente nel 1760 in un libro di Giovanni Battista Carboni. Entrambe le fonti riferiscono che l'Assunta di Giacomo Zoboli era collocata all'altare maggiore della chiesa di via Bassiche. Fino al 2005 si credeva che quest'ultimo dipinto di Zoboli a Brescia fosse scomparso e non più rintracciabile. Nel 1981 Bruno Passamani, riferendosi a questo dipinto, scriveva: “oggi non è reperibile neppure in altra ubicazione” e ancora nel 2001 Pier Vigilio Begni Redona affermava che la tela dello Zoboli non esisteva più. Invece, nell'ambito dei lavori di restauro della chiesa vecchia iniziati nel 1999, promossi da don Arturo Balduzzi, parroco di Chiesanuova dal 1997 al 2010, il laboratorio di Alessandra Viviani e Venusia Orsini, nel restaurare il dipinto dell'altare maggiore, riportava alla luce nel 2005 la firma certa e inequivocabile di Giacomo Zoboli. Nei decenni precedenti il dipinto era stato attribuito, senza alcuna certezza e in base a elementi indiziari, al pittore salodiano Sante Cattaneo (1739-1819) di cui vi sono vari dipinti nelle chiese di Brescia.

La sorpresa è stata grande. Il terzo dipinto bresciano di Zoboli era ricomparso improvvisamente dopo due secoli di oblio. Come era giunto a Chiesanuova?
Non vi sono documenti che attestino il trasferimento del dipinto e nemmeno si conosce la data esatta del suo arrivo a Chiesanuova. Tuttavia è possibile ricostruire cosa sia successo, in modo molto verosimile, e con riferimento alle vicende del periodo del dominio napoleonico in Italia. Dopo la prima campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte (1796), un Decreto del Governo Provvisorio bresciano del 30 settembre 1797 sopprimeva tutti gli ordini maschili e femminili e il Decreto del Direttorio Esecutivo della Repubblica Cisalpina del 9 marzo 1799 includeva tra i conventi da sopprimere anche quello delle suore agostiniane. Infatti, dopo la pace di Campoformio (17 ottobre 1797), il territorio bresciano era entrato a far parte della Repubblica Cisalpina. I frati e le suore dovevano lasciare i conventi che, con i loro beni, erano incamerati nel demanio e in gran parte venduti per ricavare denaro. Tuttavia l'effettivo sgombero del convento delle suore agostiniane di via Bassiche richiese alcuni anni, perché l'iter di esproprio fu prima ritardato dall'occupazione di Brescia da parte delle truppe austro-russe (dall'aprile del 1799 al giugno del 1800) e poi dal fatto che nel convento delle agostiniane trovarono provvisoria sistemazione le monache di altre congregazioni, principalmente le domenicane e le carmelitane, che avevano dovuto lasciare i rispettivi conventi espropriati dalla Repubblica Cisalpina. Sicuramente nel 1804 il convento era già di proprietà demaniale, assegnato al Comune di Brescia perché lo destinasse a magazzino. Infatti in quell'anno vengono messi all'asta tre altari della chiesa, tra cui quello del Carboni. Le offerte però non sono ritenute congrue dagli uffici demaniali e alla fine, il 30 giugno 1808 il Ministro delle Finanze scrive ai Deputati della Fabbrica del Duomo che il principe Eugenio di Beauharnais, viceré d'Italia, “si è degnato di accordare gratuitamente l'altare maggiore esistente nella soppressa Chiesa degli Angioli”, venendo in tal modo incontro alla richiesta della cattedrale. Poche settimane dopo l'altare è smontato e trasferito nel Duomo Nuovo. Va ricordato che, in conformità al Concordato tra la Repubblica Cisalpina e Papa Pio VII del 16 settembre 1803, erano tutelate dallo Stato le proprietà di tutte le parrocchie e delle altre chiese non parrocchiali destinate al culto per i fedeli che vivevano in zone lontane dalla parrocchia (e tra queste ultime rientrava la chiesa dell'Assunta di Bottonaga, come allora veniva ancora chiamata ufficialmente la località di Chiesanuova). Il 10 marzo 1808 infine un Decreto firmato da Eugenio di Beauharnais includeva la chiesa di San Francesco tra quelle da conservarsi al culto nel territorio della parrocchia di San Nazaro e Celso, ma non quella di Santa Maria degli Angeli. In questo quadro normativo si spiega il trasferimento dell'Assunta di Giacomo Zoboli dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Chiesanuova. Sicuramente il 1808 rappresenta la data entro la quale il trasferimento dell'Assunta di Zoboli a Chiesanuova doveva necessariamente essere avvenuto. Ma è molto verosimile supporre che, se l'intenzione era quella di sottrarre il dipinto al demanio per collocarlo in una chiesa nel territorio della parrocchia dei Santi Nazaro e Celso, la rimozione del dipinto dall'altare maggiore di via Bassiche sia avvenuta prima del 1804, perché sarebbe stato molto imprudente lasciarlo alla vista dei funzionari statali che dovevano valutare la congruità delle offerte per l'asta relativa alla tentata vendita dei tre altari della chiesa di Santa Maria degli Angeli. Con buona approssimazione si può dunque ragionevolmente supporre, sulla base di tutti gli elementi a disposizione, che il quadro sia stato tolto dalla collocazione originale tra il 1801 e il 1803, anche se, in linea di principio, è possibile ma molto improbabile che ciò sia avvenuto anche prima, a partire dal 9 marzo 1799, data ufficiale di soppressione del convento delle monache agostiniane. Poiché lo spostamento del dipinto aveva proprio lo scopo di preservarlo, la scelta di Chiesanuova, quale chiesa non parrocchiale aperta al culto, potrebbe essere maturata dopo il Concordato, e tenuto conto che il Concordato tra la Chiesa e la Repubblica Cisalpina risale al settembre del 1803, il periodo più verosimile per il trasferimento del quadro potrebbe essere proprio l'ultimo trimestre del 1803. Non essendovi documenti scritti sul trasferimento e sulla consegna dell'Assunta di Zoboli a Chiesanuova (trattandosi di un'operazione formalmente illegale) non possiamo conoscere con precisione il ruolo svolto dal Prevosto mons. Carlo Appiani, parroco di San Nazaro e Celso dal 1792 al 1818, e da don Pietro Poli, curato di Chiesanuova dal 1783 al 1816. La decisione di trasferire il dipinto a Chiesanuova potrebbe essere stata presa proprio da mons. Appiani o, anche se così non fosse, appare molto verosimile che l'abbia almeno autorizzata. Infatti difficilmente il curato di Chiesanuova avrebbe potuto accettare il quadro senza informare il parroco di San Nazaro, da cui la chiesa di Bottonaga dipendeva (Chiesanuova sarà parrocchia autonoma solo dal 1956).

L'Assunta di Chiesanuova di Giacomo Zoboli (olio su tela, cm 340 per 165) presenta alcune analogie con il più famoso dipinto della cattedrale: le scelte cromatiche, le pieghe vaporose degli abiti e la grazia quasi leziosa dei gesti sono molto simili. Ma le differenze sono più evidenti, anche a prima vista.

Il dipinto di Chiesanuova è strutturalmente diviso in due parti. Mantenendo una disposizione analoga all’Assunzione del Duomo, Zoboli in questo caso opta per una composizione più ‘povera’: nella parte superiore l'Assunzione della Vergine, nella parte inferiore, tre angeli prendono il posto degli apostoli, rappresentando la scena dello stupore del sepolcro vuoto. L'impostazione del dipinto è sicuramente più celestiale e non drammatica, poiché Zoboli abbandona l’uso irruente e vibrante del chiaroscuro, classico del Caravaggio, che invece aveva scelto per la pala del Duomo.
La scena superiore rispecchia ‘ad incastro’ quella sottostante degli angeli, senza togliere tuttavia centralità alla Madonna, anzi, una linea accompagna lo sguardo dello spettatore dal basso, riportandolo verso la scena principale per mezzo del braccio alzato dell’angelo in primo piano. La scena nella sua complessità si presenta semplice, armoniosa e non caotica.
Gli angeli, coscienti di ciò che sta avvenendo, assistono la Madonna nell’Assunzione. Nello sfondo della scena inferiore, un angelo è intento a spargere fiori di giglio bianco nel sepolcro, come a simbolizzare la totalità della purezza della Madonna, per tutta la sua vita. L’angelo in primo piano, mostra una capacità comunicativa espressa in pochi gesti, ma di forte impatto: poggiato sul telo bianco che fuoriesce dal sepolcro, ed indicandolo, sembra quasi parlare, catturando l’attenzione dello spettatore.
Nonostante si tratti di un iconografia classica, l’opera dello Zoboli è caratteristica per l’uso sapiente dello spazio compositivo. I colori si presentano tenui, pastellati, come a voler significare che la comunità dei credenti non deve avere paura di Dio, ma può e deve accoglierlo in spirito comunitario.
Si può supporre dunque che la differenza stia nel messaggio. Nell’Assunzione del Duomo, Zoboli quasi tende ad allarmare e sorprendere lo spettatore, mentre nel dipinto di Chiesanuova l’angelo si pone allo spettatore come guida, rivelando quello che il fedele già conosce nel profondo.

La Madonna ha le braccia spalancate e il suo volto è rappresentato frontalmente, a differenza degli altri due dipinti bresciani, con uno sguardo rivolto verso l'alto e con un'espressione serena e fiduciosa, quasi estatica. Considerando la prospettiva lineare, ritroviamo le braccia aperte della Vergine, la quale perde la posizione intrecciata, di ispirazione raffaellesca, ed è qui rappresentata, rilassata e seduta.

Peraltro Zoboli tra il 1735, quando completa la pala per il Duomo, e il 1748, data in cui realizza il dipinto per Santa Maria degli Angeli, è protagonista di un'evoluzione stilistica che lo porta alla piena maturazione. Dopo la diffusione della sua fama in seguito ai due capolavori che si trovano nella basilica di Sant'Eustacchio a Roma, nei pressi del Pantheon (l'Incontro tra la Santa Vergine ed Elisabetta e San Gerolamo, del 1727-29), in quegli anni è impegnato su più fronti: nel 1737 dipinge la predica di San Vincenzo de Paoli, poi donata a Clemente XII, e la morte di San Giovanni Francesco Regis, nella chiesa del Gesù . Nel 1748 completa anche la pala per l'altare della cappella di San Giuseppe, nella navata destra della basilica di Sant'Apollinare, vicino a piazza Navona (purtroppo nota ai più non per i suoi capolavori artistici, ma perché vi è stato inopportunamente seppellito per un certo periodo Enrico De Pedis, celebre bandito della banda della Magliana). In questo splendido dipinto (noto come La Sacra Famiglia) Maria, questa volta ritratta di profilo, contempla con uno sguardo traboccante di serenità il Bambin Gesù in braccio a Giuseppe.

 

(ringrazio la dott. Lucia Garofalo per la consulenza per quanto riguarda l'analisi pittorica dell'Assunta di Chiesanuova)

 

 

 

Poscritto n. 1 (21 settembre 2022)

Dopo la nomina ad "accademico di merito" nell'Accademia di San Luca di Roma, avvenuta nel 1725, Giacomo Zoboli, come consuetudine donò nel 1729 alla medesima Accademia un quadro di piccole dimensioni, olio su tela (archivio dell'Accademia, v. 49, f.63 v., 1729) dal titolo San Girolamo ascolta la tromba del giudizio universale. E' il modello utilizzato da Zoboli per il grande dipinto che in quello stesso 1729 stava completando nel transetto destro della basilica di Sant'Eustachio a Roma.

Le differenze tra il modello è il quadro della basilica sono veramente minime e percettibili con difficoltà. In particolare nel realizzare il dipinto nella basilica di Sant'Eustachio, Zoboli ha modificato leggermente la forma della fronde degli alberi alla sinistra del dipinto. Può essere interessante osservare che sedici anni dopo, nel realizzare il dipinto San Filippo Neri genuflesso di fronte alla Madonna per la chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia nel 1745, il pittore modenese si è concesso variazioni più significative rispetto al modello conservato al Museo civico di Modena. Infatti nel grande dipinto della chiesa della Pace mancano il libro aperto e il giglio bianco sui gradini ai piedi di San Filippo Neri presenti nel modello di Modena.

 

 

San Girolamo ascolta la tromba del giudizio universale

 (dipinto conservato nel deposito della Galleria dell'Accademia nazionale di San Luca, Roma)

 

 

Poscritto n. 2 (21 settembre 2022)

 Un esempio di "diffamazione" di Giacomo Zoboli

 

Per vari motivi, che non possiamo esaminare qui, Giacomo Zoboli non ha ottenuto grande considerazione dagli storici dell'arte nel XIX e XX secolo. Solo a partire dagli studi della professoressa Maria Barbara Guerrieri Borsoi negli anni Ottanta del secolo scorso, la sua figura è stata rivalutata come merita, e cioè come massimo esponente della scuola romana del Settecento, dopo Sebastiano Conca (1680-1764).

In alcuni casi Zoboli è stato oggetto di vera e propria ingiustificata diffamazione. Cito un esempio emblematico. Nel 1826 il bresciano Paolo Brognoli, descrivendo il Duomo Nuovo di Brescia, scrive:

"Benché il quadro dell'altar maggiore abbia segnato per autore Giacomo Zoboli, ella è però cosa certa essere opera del suo maestro Sebastiano Conca, dipinta in Roma nel 1773, e non si può supporre altro, se non che il Conca ciò abbia fatto per dare in paese straniero maggior credito al pennello del suo allievo. Esprime il dipinto Maria Vergine assunta al cielo con gli apostoli attorno al di lei sepolcro posti con arguta invenzione, giusta disposizione, bel colorito, sicché lo spettatore con piacere lo ammira. Ho inteso da molti forestieri conoscitori delle opere di Conca in Roma, essere questa una delle migliori produzioni del suo pennello."  (P. Brognoli, Nuova guida per la città di Brescia, Federico Nicoli-Cristiani Tipografo, Brescia 1826, pp. 44-45).

Brognoli fornisce una serie di false informazioni. In particolare:

 - E' FALSO che la pala dell'Assunta sia stata dipinta nel 1773, in primo luogo perché in quell'anno sia Zoboli, sia Conca erano già morti (in realtà è stata dipinta da Zoboli a Roma tra il 1733 e il 1735, e inaugurata assieme all'altare il 21 aprile 1737, come si è visto).

 - E' FALSO che Zoboli sia stato allievo di Conca, del quale era più giovane solo di un anno. Zoboli ha avuto come maestri Francesco Stringa a Modena e Giovan Gioseffo Dal Sole a Bologna dal 1709 al 1712. Nel periodo in cui dipingeva l'Assunta ora nel Duomo di Brescia, aveva una bottega propria a Roma e risiedeva in piazza del Gesù, senza alcun tipo di dipendenza da Sebastiano Conca.

 - E' FALSO che Conca avesse interesse a dare "maggior credito" in un "paese straniero" (cioè Brescia) a Giacomo Zoboli, che anzi era un concorrente dello stesso Conca, come mostra il caso del quadro della chiesa della Pace a Brescia, come si è visto.

Forse in un solo punto il Brognoli ha ragione, laddove riporta che diversi suoi conoscenti affermano che la pala del Duomo di Brescia è al livello delle"migliori produzioni" del pennello di Sebastiano Conca in Roma (probabilmente si riferisce a Santa Cecilia in gloria del 1725, nella basilica di Santa Cecilia a Trastevere e a La Vergine Assunta e San Sebastiano del 1740 circa, nella chiesa dei Santi Luca a Martina nel Foro romano). Incredibile ma vero, sembra che l'ipotesi dell'attribuzione del dipinto dell'Assunta a Conca anziché a Zoboli si basi esclusivamente sulla sua personale opinione che il dipinto fosse "troppo bello" per poter essere di Zoboli, nonostante tutti i documenti, a partire da quelli del committente, il cardinal Angelo Maria Querini, mostrino senza ombra di dubbio che il dipinto è stato realizzato a Roma da Zoboli tra il 1733 e il 1735.

 

 

- Giacomo Zoboli (1681-1767) su Treccani -Dizionario biografico degli italiani

- Giacomo Zoboli (1681-1767) su Wikipedia

 

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