Pierangela Martina

 

Aspetti teorici dell'aggressività

 

 

Capitolo 4

L'evoluzione delle teorie sull'aggressività nella psicologia americana da Skinner a Bandura

 

 

 

 

4.1. B.F. SKINNER: IL RINFORZO DEL COMPORTAMENTO

4.2. J. DOLLARD: L'IPOTESI FRUSTRAZIONE-AGGRESSIONE

4.3. SVILUPPI E CRITICHE ALL'IPOTESI DI J. DOLLARD

4.4. L. BERKOWITZ: LE RADICI DELL'AGGRESSIVITA'

4.5. L'ESPERIMENTO DI MILGRAM

4.6. A. BANDURA: UNA "SOCIAL LEARNING THEORY" 

 
4.1. B.F. SKINNER: IL RINFORZO DEL COMPORTANENTO

Per comprendere l'interpretazione dell'aggressività elaborata dagli studiosi della scuola comportamentista è necessario partire dal contributo teorico di B.F. Skinner che, nei corso degli anni '30, ha studiato le forme di condizionamento del comportamento formulando in particolare la concezione del rinforzo sia positivo sia negativo.
Benché gli studi di Skinner negli anni '30 riguardassero in particolare il comportamento di animali, quali topi e piccioni, i suoi modelli interpretativi dei comportamento hanno costituito un punto privilegiato di riferimento per le teorie sull'aggressività formulate alla fine degli anni '30 e negli anni '40.
Per quanto riguarda invece in particolare la natura dell'aggressività, Skinner ha ripreso ed approfondito la sua analisi principalmente nello scritto Contingences of reinforcement. A theoretical analysis [1969]. Skinner distingue tra aggressività filogenetica ed ontogenetica. Questi due aspetti dell'aggressività si manifestano molto spesso combinati tra loro e quindi difficilmente distinguibili, anche se la loro origine è qualitativamente diversa: "Il fatto che contingenze filogenetiche abbiano contribuito alla disponibilità ad essere rinforzate da manifestazioni ontogenetiche del male fatto, rende particolarmente confusa la relazione intercorrente tra i due tipi dì contingenze. Vale però la pena di cercare le variabili effettive, particolarmente quando si fa uno sforzo rivolto sia a rafforzare che ad indebolire il comportamento aggressivo" (1) L'aggressività filogenetica deriva dalla lotta per la sopravvivenza e in essa rientrano, per esempio, la difesa dei propri figli da parte della madre o la competizione sessuale tra i maschi.
Scrive Skinner: "Stimoli dolorosi sono associati con la lotta, indipendentemente dalle contingenze specifiche in dipendenza delle quali la lotta serve alla sopravvivenza, ed hanno liberato un comportamento aggressivo in una grande varietà di occasioni. Per ragioni analoghe, sono efficaci anche il controllo fisico e l'assenza di un rinforzo caratteristico ("frustrazione"). Il comportamento aggressivo di origine filogenetica è accompagnato da risposte autonome che contribuiscono alla sopravvivenza, almeno finché appoggiano un'attività vigorosa. Queste risposte sono gran parte di ciò che si sente nell'aggressività. Le distinzioni tra gelosia, rabbia, collera, odio, ecc. suggeriscono contingenze filogenetiche." (2)
Spesso però l'aggressività si manifesta attraverso comportamenti acquisiti non ereditari. Per esempio il "far del male agli altri" può agire da rinforzo suscitando un tipo di comportamento aggressivo non determinato da variabili filogenetiche: "Quando vogliamo ferire qualcuno insultandolo, maledicendolo, o dandogli delle cattive notizie, la topografia del nostro comportamento è determinata da contingenze organizzate da una comunità verbale." (3)
In entrambi i casi (origine filogenetica o ontogenetica) l'aggressività è sempre spiegabile in funzione degli stimoli e dei rinforzi: "... l'aggressività non è mai senza senso se ciò significa senza causa; quando sembra priva di senso vuol dire che abbiamo semplicemente trascurato o le variabili presenti o la storia del rinforzo." (4)
Già Pavlov aveva incluso l'aggressività fra i cosiddetti riflessi assoluti insieme a quello alimentare, sessuale e di gioco. Tuttavia Pavlov aveva anche supposto una subordinazione dell'istinto aggressivo a quello alimentare che era ritenuto quello dominante e ciò sembrava confermato dai suoi noti esperimenti, nei quali le reazioni aggressive si attenuavano o estinguevano quando veniva provocato il riflesso alimentare [Pavlov, 1943].
Resta chiaro comunque che per Skinner un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stimolo che produce una risposta, la cui forma è determinata in misura rilevante dall'incidenza del rinforzo.
Skinner polemizza in modo sprezzante con coloro che attribuiscono i comportamenti aggressivi ad un istinto di morte. Freud e i freudiani ortodossi sono accusati da Skinner di ricercare "cause fittizie" del comportamento aggressivo, trascurando così le variabili effettive. Egli si oppone alla tesi di una pulsione di morte presente in tutti gli organismi viventi, perché non è osservabile un rapporto tra tale pulsione e il principio fondamentale della tendenza biologica alla sopravvivenza.
Skinner rifiuta recisamente non solo la teoria freudiana, ma anche ogni credenza secondo la quale l'uomo è aggressivo per natura, ritenendola solo una comoda giustificazione dell'inettitudine dell'uomo a creare un mondo migliore. Infatti Skinner, come tutti i comportamentisti, crede nell'onnipotenza dell'educazione, in questo profondamente influenzato da Watson, e quindi è convinto che i comportamenti aggressivi possono essere notevolmente ridotti e controllati agendo sull'ambiente, mentre l'ipotesi istintivista finisce, a suo parere, per svolgere oggettivamente una funzione di comodo alibi per eludere l'impegno individuale e sociale.

4.2. J. DOLLARD: L'IPOTESI FRUSTRAZIONE-AGGRESSIONE

L'impianto teoretico formulato da Skinner viene ampiamente ripreso da Dollard, che accetta e sviluppa l'interpretazione skinneriana dell'aggressività, includendola però in un progetto di lavoro, attuato da un gruppo di psicologi comportamentisti dell'Università di Yale, che si sono proposti la verifica sperimentale dei principali concetti psicoanalitici.
Per Dollard gli studi suoi e dei suoi collaboratori [Miller, Doob, Mowrer, Sears], e soprattutto i vari esperimenti effettuati all'Università di Yale, hanno pienamente confermato la tesi fondamentale sull'origine dell'aggressività, così riassunta: "Un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stato di frustrazione e, inversamente, l'esistenza di una frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività." (5)
La frustrazione è definita come "an interference with the occurrence of an instigated goal-response at its proper time in the behaviour sequence". (6)
L'aggressività è definita da Doliard come "any sequence of behaviour, the goal response to which is the injury of the person toward whom it is directed." (7)
Secondo Dollard l'intensità dell'istigazione all'aggressività varia in proporzione diretta alla quantità della frustrazione; a sua volta quest'ultima varia in funzione dell'intensità dell'istigazione alla risposta frustrata, del grado di interferenza con la risposta frustrata e del numero delle risposte frustrate.
Il legame con la prima variabile è quello più evidente, poiché è facile osservare una proporzione diretta tra la quantità di frustrazione e l'intensità del desiderio: così sottrarre il cibo ad un cane affamato causa una reazione più violenta che non la sottrazione del cibo ad un cane sazio.
Per quanto riguarda la seconda variabile, per Dollard è probabile che più incida l'interferenza rispetto all'attività volta al raggiungimento del fine, più aumenti la frustrazione: così un giocatore di golf è meno probabile che si metta ad imprecare per una interferenza leggera che lo distragga in un momento cruciale della partita, che non per una distrazione più forte, la quale rappresenta un'interferenza molto maggiore.
Per quanto riguarda la terza variabile Dollard ritiene che molte piccole frustrazioni si sommino producendo una risposta di intensità maggiore di quanto ci si aspetterebbe normalmente dalla situazione frustrante che sembra essere l'antecedente immediato dell'aggressività. Pur ritenendo che il fattore temporale sia di grande importanza, Dollard ammette che: "Non disponiamo però di dati che indichino esattamente per quanto tempo dopo la cessazione della frustrazione primaria persista l'istigazione secondaria all'aggressività". (8)
Per mantenere la validità in ogni situazione del rapporto biunivoca tra frustrazione e aggressività Dollard ritiene essenziale stabilire una distinzione tra aggressività palese e non-palese (implicita), poiché è evidente che non tutte le frustrazioni producano l'aggressività palese. Fra le due classi di atti aggressivi non esiste una rigida separazione: "Non riteniamo che questi due termini [palese e non-palese] si riferiscano a categorie diverse di comportamento aggressiva, ma semplicemente a casi estremi di un continuum di fenomeni." (9)
Ciò che determina la manifestazione non palese dell'aggressività, cioè il suo grado di inibizione, è, per Dollard, la previsione della punizione. Egli ritiene che l'intensità di inibizione di un atto di aggressività varia in proporzione diretta alla quantità di punizione prevista come conseguenza di quell'atto. Dollard esamina varie forme di dislocazione (displacement) dell'aggressività. A questo proposito Fornaro nota che il termine displacement è usato da Dollard con lo stesso significato del freudiana verschiebung, che però nelle traduzioni italiane delle opere di Freud è reso con spostamento [Fornaro, 1983].
La dislocazione si può attuare sia mutando il soggetto verso cui l'aggressività è diretta, sia mutando la forma (modalità) di aggressività (umorismo, irrisione, soddisfazioni immaginarie ...).
Anche l'autoaggressività è una forma dislocata di aggressività inibita nella sua forma diretta: "Gli psicanalisti dispongono di prove che indicherebbero che non soltanto le autoaccuse, ma anche le lesioni fisiche e persino i sintomi nevrotici possono essere espressioni di aggressività rivolta contro se stessi." (10) L'impostazione di Dollard e collaboratori nello studio dell'aggressività emersa dal citato testo del 1939, presuppone evidentemente un modello pulsionale di funzionamento dell'apparato psichico. A questo proposito Silvia Bonino e Gianfranco Saglione notano giustamente che "risulta chiaramente che gli autori hanno come riferimento un modello idraulico di funzionamento dell'apparato psichico, visto come una pentola a pressione, in cui si accumula la tensione provocata dal fuoco della frustrazione."
L'intensità dell'istigazione dell'aggressività è infatti - secondo gli autori - in rapporto direttamente proporzionale con la quantità della frustrazione, che è determinata da fattori quali l'intensità con cui l'individuo era istigato alla risposta-meta frustrata, il grado d'interferenza con la risposta frustrata, il numero delle risposte frustrate. Il "coperchio della pentola, ovvero l'inibizione che impedisce un'immediata e diretta scarica dell'aggressività, è costituita dalla previsione della punizione, che implica un'esperienza passata di punizione di certe attività aggressive; gli autori considerano alla stregua di anticipazione della punizione, la previsione di un insuccesso e l'offesa a un oggetto amato. Quando l'istigazione all'aggressività supera una certa soglia, raggiunge cioè un'intensità molto più alta, può rendere inefficace l'inibizione costituita dalla previsione della punizione e quindi far "saltare il coperchio della pentola" dando libero sfogo all'aggressività.
Secondo gli autori, l'inibizione alla scarica diretta dell'aggressività può dare origine a mutamenti di forma (reazioni aggressive non palesi) e di direzione (dislocazione e sublimazione. (11)
Va comunque tenuto presente che per Dollard ogni atto aggressivo inibito costituisce una nuova frustrazione e quindi un aumento dell'istigazione all'aggressività e inversamente "il manifestarsi di un qualsiasi atto aggressivo riduce l'istigazione all'aggressività stessa. Nella terminologia psicoanalitica tale liberazione viene chiamata catarsi". (12)
La teoria di Dollard sull'aggressività ha costituito un modello di riferimento costante per l'indagine che successivamente si è sviluppata e, per Caprara, ancora oggi conserva un indubbio valore euristico, indipendentemente temente dai numerosi processi di revisione critica che in oltre trent'anni [Caprara scrive nel '72] ne hanno aggredito e praticamente modificato il contenuto". (13)

4.3. SVILUPPI E CRITICHE ALL'IPOTESI DI J. DOLLARD

A questo modello teoretico sono state mosse molte critiche [Bonino-Saglione, 1978 a], la più rilevante delle quali si ritiene sia quella di non-scientificità, in quanto risulta impossibile controllare le risposte aggressive non palesi, considerate da Dollard come possibili effetti della frustrazione. Le prime critiche e rielaborazioni della teoria furono sviluppate dagli stessi collaboratori di Dollard negli anni '40.
Sears [1941] riconobbe che l'aggressività costituisce solo una delle modalità di reazione alla frustrazione che può dare origine ad altri tipi di comportamento, i più rilevanti dei quali sono stati così classificati:
1) il comportamento persistente, nel quale il soggetto continua a ripetere i medesimi atti anche se questi si sono già dimostrati non idonei al conseguimento dell'obiettivo di annullamento delle cause di frustrazione;
2) il comportamento regressivo in cui il soggetto persegue il raggiungimento della risposta meta, attuando comportamenti appresi in una fase precedente dello sviluppo;
3) il comportamento volto alla ricerca di soluzioni sostitutive o sublimatorie, in cui l'individuo attua una sequenza comportamentale diversa da quella interrotta dalle cause frustranti e volta al raggiungimento di una risposta meta diversa da quella originaria.
Secondo Sears solo quest'ultimo comportamento permette la riduzione della tensione ed il conseguimento di un nuovo equilibrio.
E' così spezzato il rapporto univoco tra frustrazione ed aggressività, in quanto si riconosce che la frustrazione non sempre genera aggressività, ma si conferma che l'aggressività è sempre conseguenza di una frustrazione.
Lo stesso principio è sostenuto da Miller [1941, 1948], il quale afferma che la reazione aggressiva è una delle possibilità che possono essere attuate dalla persona frustrata, scelta in una gerarchia di risposte apprese in precedenza. Nell'ambito di questa ipotizzata gerarchia, la risposta aggressiva occupa il posto principale, mentre le altre sono risposte subordinate all'impossibilità di attuare la prima risposta. Il soggetto inoltre può essere spinto a manifestare aggressività se le risposte non aggressive messe in atto non producono una diminuzione del bisogno frustrato con conseguente persistenza del bisogno e della frustrazione. Miller, nel riconfermare che ogni comportamento aggressivo deriva da una frustrazione, precisa che "no assumptions are made as to whether the frustration-aggression relationship is of innate or of learned origin". (14) Sempre negli anni '40 S. Rosenzweig [1941] suggerisce l'opportunità di distinguere principalmente due tipi di reazione alla frustrazione, definiti "need-persistive" (cioè immediatamente inerenti al singolo bisogno frustrato e che seguono inevitabilmente ad ogni frustrazione, tendendo a ristabilire le condizioni di equilibrio preesistente) e "ego-defensive", cioè quelle che non seguono necessariamente alla frustrazione, ma si verificano soltanto quando il soggetto vive la frustrazione come una minaccia alla sua integrità personale.
Per Rosenzweig la possibilità di associare ad una semplice reazione need-persistive anche una reazione ego-defensive dipende dalla struttura della personalità del soggetto ed in particolare dalle sue ansie nel rapporto con la realtà.
Anche in questo caso quindi l'attuazione o meno di una risposta aggressiva non è più tanto in funzione della frustrazione, ma dipende anche in misura rilevante dall'equilibrio psichico del soggetto, che non è una variabile immediatamente osservabile.
In modo analogo e nello stesso periodo, anche A. Naslow [1941, 1943] distingue, questa volta però a livello di frustrazioni e non di risposte, tra sheerdeprivation, cioè semplice deprivazione di un bisogno, e threatening-frustration, cioè quelle frustrazioni che rappresentano un pericolo che investe il modo di percepire e di reagire del soggetto nella sua globalità. Ne consegue che la frustrazione si configura come un esperienza eminentemente soggettiva" [Caprara, 1972] e in questo senso vanno interpretate le diverse modalità con cui le persone reagiscono ad essa. Il modo di percepire e di reagire alla frustrazione costituisce un sintomo della modalità con cui il soggetto affronta la realtà.
Numerosi studi degli anni '40 e '50 [Bateson, 1941; Zander, 1944; Thibaud, 1952,1955; Pastore, 1950,1952; Cohen, 1955; McKee, 1955] mostrano come le modalità di percepire e di reagire alla frustrazione variano sia in relazione all'autostima, ai sentimenti di fiducia, di sicurezza, di colpa, ecc. (cioè a variabili del carattere), sia in relazione alla prevedibilità, alla giustificabilità, o arbitrarietà della frustrazione, e sia, in misura significativa, rispetto al contesto culturale e sociale.
Secondo Caprara tutti questi sviluppi della teoria dell'aggressività originati dall'iniziale impostazione di Dollard sono caratterizzati dall'abbandono deciso di ogni ipotesi riduzionistica del tipo S-R "per abbracciare, in una visione più unitaria, organica e dinamica le complessità della realtà psichica. L'ipotesi frustrazione - aggressività ed i principi ad essa associati relativi all'intensità, alla direzione ed alla catarsi dell'aggressività, vanno così riconsiderati secondo una prospettiva personalistica di tipo R = f (S, P).
Il tipo, l'intensità e lo sviluppo della risposta variano in relazione alle caratteristiche oggettive
dello stimolo frustrante ed in relazione alle caratteristiche soggettive dell'attività psichica che interpreta lo stimolo e seleziona la risposta." (15)
Tutti questi studi degli anni '40 e '50 possono quindi, in questa prospettiva, essere considerati1 insieme alla teoria di Berkowitz, che si sviluppa negli anni '60 (e che verrà esaminata più avanti), come una fase di transizione delle originarie impostazioni comportamentiste alla più organiche interpretazioni dell'aggressività elaborate nelle teorie neocomportamentiste e cognitiviste degli anni 70 ed '80.
Il giudizio sull'omogeneità di fondo dei citati scritti degli anni '40 e '50 non è da tutti condiviso. Ad esempio F. Di Maria e S. Di Nuovo ritengono che, nonostante i tentativi di riformulazione, l'ipotesi di rapporto biunivoco tra frustrazione e aggressività sul quale si sono basate le ricerche degli studiosi dell'Università di Yale, non manca ancora oggi (1984) di suscitare critiche. Infatti: "Gli autori di questa ipotesi, nel definire la relazione tra stato di blocco dell'organismo diretto verso una meta e comportamento aggressiva, oscillano tra il ritenerla fondamentalmente "automatica" (ossia programmata nell'organismo) oppure frutto di apprendimento. Nel primo caso ci troveremmo ancora di fronte ad una caratteristica universale, riscontrabile in tutti gli organismi e in tutte le circostanze; il che non sembra sperimentalmente sostenibile (...). Nel secondo caso bisognerebbe stabilire le modalità tramite le quali tale relazione è appresa, spiegare perché alcuni individui rispondano in un certo modo ed altri in modo diverso di fronte ad un medesimo evento frustrante." (16)
Queste difficoltà, in ultima analisi, deriverebbero dall'assunto iniziale degli studiosi di Yale secondo cui l'aggressività è sempre conseguenza di una frustrazione, mentre De Maria e Di Nuovo ritengono che "nessuna teoria monocriteriale può rendere conto delle molteplici determinanti dell'aggressività." (17)
Anche Erich Fromm, riprendendo alcune osservazioni di Berkowitz (di cui si tratterà più avanti), critica la ria della scuola di Yale, ponendo l'attenzione sul fatto che il concetto di frustrazione sarebbe utilizzato in maniera ambigua da Dollard e collaboratori. Per Fromm, infatti, frustrazione può significare sia l'interruzione di un'attività finalizzata in corso di attuazione, sia la negazione di un desiderio, nel senso quindi di semplice privazione. Da questa ambiguità consegue che "a seconda del significato della frustrazione, ci troviamo di fronte a due teorie completamente diverse. Nel primo senso, la frustrazione sarebbe relativamente rara, verificandosi solo quando l'attività desiderata fosse già cominciata; non sarebbe quindi abbastanza frequente da spiegare tutta o anche soltanto una parte considerevole dell'aggressione. Allo stesso tempo, spiegare l'aggressione come risultato di un'attività interrotta potrebbe essere l'unica parte valida della teoria. Per smentirla o confermarla, nuovi dati neurofisiologici potranno essere di valore decisivo. Anche la teoria basata sul secondo significato della frustrazione non sembra reggere di fronte a tutte le vaste prove empiriche. Prima di tutto, potremo considerare un fatto fondamentale della vita: senza frustrazione non si può raggiungere nulla d'importante. L'idea che si possa imparare senza sforzo, e cioè senza frustrazione, può andare bene per uno slogan pubblicitario, ma certamente non è vera per quanto riguarda l'acquisizione di certe capacità fondamentali. Senza la capacità di accettare la frustrazione, l'uomo non sì sarebbe affatto evoluto. [...] Quel che può produrre aggressione, come spesso succede, è il significato che la frustrazione ha per la persona, ed il significato psicologico della frustrazione varia secondo la costellazione complessiva in cui si inserisce." (18)
Dunque, per Fromm il carattere di una persona è il fattore più importante nel determinare il verificarsi e l'intensità della frustrazione; è il carattere della persona a determinare, in primo luogo, che cosa può frustrarla, e in secondo luogo l'intensità della sua reazione alla frustrazione.
E' proprio la sottovalutazione dell'importanza del carattere che per Fromm costituisce il limite fondamentale dell'impostazione teoretica degli studiosi della scuola di Yale.

Nel corso degli anni '60 le teorie dell'aggressività si arricchiscono di significativi apporti sia per gli studi di eminenti psicologi comportamentisti come A.H. Buss [1961] e L. Berkowitz [1962, 1964, 1965, 1969], sia per i noti esperimenti di S. Milgram [1963] e di Epstein [1966].
Buss mette in discussione la definizione stessa di aggressività proposta da Dollard, sostenendo che va evitata l'utilizzazione del concetto di "intento" (nella definizione di Dollard troviamo infatti l'espressione: "goal response") sia perché esso implica una prospettiva teleologica, sia perché metodologicamente è difficile applicare questo concetto agli eventi comportamentali: "l'intento è un evento privato che può o meno essere suscettibile di verbalizzazione (… e) costituisce un intralcio superfluo nell'analisi del comportamento aggressivo; anzi, la questione fondamentale è la natura delle conseguenze di rinforzo che influenzano l'evento e la forza della risposta aggressiva". (19)
Buss propone quindi una definizione di aggressione nei seguenti termini: "reazione che trasmette stimoli nocivi a un altro organismo". (20)
Per Buss però non tutti gli stimoli nocivi prodotti in un contesto interpersonale rientrano nella categoria di aggressione: per essere tali devono essere socialmente non giustificabili (ad esempio non può essere qualificata come aggressione l'azione del dentista che trapana un dente per curarlo). Escludendo ogni spiegazione di tipo intenzionale o motivazionale, per Buss la causa principale dell'agire aggressivamente è la classe di rinforzi derivati da precedenti azioni che hanno portato all'acquisizione di specifici vantaggi che possono consistere sia nell'allontanamento di una condizione di stimolo negativa per il soggetto, sia nel raggiungimento di specifiche soddisfazioni.
Per S. Bonino - G. Saglione [1978 a] il criterio che determina la condotta dell'individuo secondo Buss è strumentale, legato alla maggiore o minore efficacia che la condotta mostra di avere nella specifica situazione. Gli stessi autori valutano molto negativamente l'impostazione di Buss; infatti affermano: "Giudichiamo (...) alquanto ambiguo, per non dire pericoloso, il metro di giudizio introdotto da Buss per definire un atto come "aggressione": la sua giustificabilità o meno da un punto di vista sociale. La non concordia degli studiosi nel definire l'aggressività rischia dì diventare una vera "torre di Babele"; inoltre ciò che può essere giudicato "aggressione" in un certo contesto politico, può non essere considerato tale in un altro". (21)

4.4. L. BERKOWITZ: LE RADICI DELL'AGGRESSIVITA'

Berkowitz riconosce l'importanza dell'ipotesi frustrazione - aggressività avanzata da Dollard, sia per la grande quantità di studi e di ricerche a cui ha dato origine, sia per il suo valore euristico, anche se non sì sente di condividerla integralmente. Innanzi tutto egli definisce l'aggressività come "behaviour whose goal response is the inflicting of injury on some object or person". (22)
Egli afferma di essere convinto che la frustrazione aumenta la probabilità che un organismo minacciato metta in atto comportamenti aggressivi e che questa relazione valga sia per molte specie di animali, sia per l'uomo. Tuttavia la teoria di Dollard risulta "too simple and too sweeping". Al contrario, egli ritiene che: "The existence of frustration does not always lead to some form of aggression, and the occurrence of aggressive behaviour does not necessarily presuppose the existence of frustration" (23)
In tal modo la relazione biunivoca tra frustrazione ed aggressività avanzata da Dollard e che era già stata parzialmente criticata da Sears e Miller, viene in Berkowitz sottoposta a revisione in tutta la sua portata. In realtà l'ipotesi che l'aggressività non presuppone sempre una frustrazione, come anche Berkowitz riconosce esplicitamente, era già stata avanzata in uno studio di A. Bandura, D. Ross e S. Ross [1961] pubblicato sul "Journal of Abnormal and Social Psychology", anche se è Berkowitz stesso a svilupparne ampiamente le conseguenze. Per quanto riguarda l'apporto di Bandura relazione valga sia per molte specie di animali, sia per l'uomo. Tuttavia la teoria di Dollard risulta "too simple and too sweeping". Al contrario, egli ritiene che: "The existence of frustration does not always lead to some form of aggression, and the occurrence of aggressive behaviour does not necessarily presuppose the existence of frustration" (23)
In tal modo la relazione biunivoca tra frustrazione ed aggressività avanzata da Dollard e che era già stata parzialmente criticata da Sears e Miller, viene in Berkowitz sottoposta a revisione in tutta la sua portata. In realtà l'ipotesi che l'aggressività non presuppone sempre una frustrazione, come anche Berkowitz riconosce esplicitamente, era già stata avanzata in uno studio di A. Bandura, D. Ross e S. Ross [1961] pubblicato sul "Journal of Abnormal and Social Psychology", anche se è Berkowitz stesso a svilupparne ampiamente le conseguenze. Per quanto riguarda l'apporto di Bandura alla critica alla teoria dell'aggressività degli psicologi dell'Università di Yale, si ritornerà più dettagliatamente sull'argomento trattando questo autore.
Secondo Berkowitz è necessario approfondire il rapporto che lega frustrazione ed aggressione: le frustrazioni provocano uno stato emotivo di ira e rabbia che accresce la probabilità del verificarsi della risposta aggressiva. Inoltre gli stimoli esterni, che agiscono in associazione con lo stimolo istigatore della rabbia, concorrono anch'essi nel determinare la risposta aggressiva. Per Berkowitz, Dollard e gli altri psicologi di Yale hanno utilizzato il concetto di frustrazione in modo non rigoroso: "Dollard, Doob et al. (1939) confined their use of the concept to external events, and refused to make any inferences about internal emotional states with the exception of some hypothetical instigation to aggression." (24)
Egli invece distingue tra la semplice deprivazione e la frustrazione vera e propria che avviene quando una sequenza comportamentale finalizzata viene interrotta da un evento esterno ostile. Infatti, scrive: "This failure to distinguish between deprivation and frustration can account for some of the negative results in tests of the frustration - aggression hypothesis, and it is also involve in the emphasis upon arbitrary frustrations as the sole source of aggressive reactions to thwarting". (25)
Berkowitz sottolinea maggiormente, rispetto agli psicologi di Yale, il ruolo delle esperienze precedenti: è convinto che esistono delle abitudini aggressive apprese e suscettibili di manifestarsi alla presenza di stimoli adatti non necessariamente frustranti e ciò è per Berkowitz una conferma che la frustrazione non è la sola causa del comportamento aggressivo.
Ne consegue che la ricerca delle cause dell'aggressività diviene molto più complessa poiché alcune variabili riguardanti gli aspetti cognitivi della mentalità attuale ed i molteplici stimoli che facilitano e inibiscono la reazione aggressiva (che erano state in larga parte trascurate nelle analisi degli studiosi di Yale) acquisiscono invece un'importanza centrale. Ciò assume particolare rilievo anche per quanto concerne le possibili azioni sociali volte alla riduzione ed ai depotenziamento dei comportamenti aggressivi. Infatti: "If aggressive stimuli in the external environment increase the probability that frustrated people will attack someone, the likelihood of aggression should be lessened (but not eliminated altogether) if aggressive cues are removed from the situation." (26)
Berkowitz, dopo aver mostrato come l'aggressione non derivi necessariamente da una frustrazione, approfondisce lo studio del rapporto frustrazione - aggressività, anche determinando i casi in cui la frustrazione non genera comportamento aggressivo. Si possono essenzialmente distinguere tre possibilità: o si è in presenza di una forte inibizione che induce il soggetto a evitare un comportamento aggressivo manifesto o l'individuo ha appreso ad attuare una reazione non aggressiva in quel tipo di situazione, oppure l'obiettivo, il cui raggiungimento è stato frustrato, non assume per il soggetto una rilevanza tale da motivare il comportamento aggressivo ("the available target does not have appropriate stimulus qualities").(27) Secondo Berkowitz le prime due possibilità erano già state individuale da Miller [1941], mentre la terza era stata trascurata.
Il nesso fra frustrazione e aggressività è analizzato da Berkowitz non solo dal punto di vista della contestata necessità del rapporto tra causa ed effetto, ma anche in relazione alla sua origine,che può essere istintiva o determinata dall'apprendimento. Egli scrive; "people may learn to aggress much as they learn to display any other type of behaviour". (28)
Sulla base di questa convinzione egli ha compiuto alcune ricerche per evidenziare l'importanza che determinati indicatori o "segnali - stimolo" esistenti nella realtà che circonda l'individuo svolgono nel determinare o facilitare la messa in atto di condotte aggressive, in ciò allacciandosi ai principi del condizionamento operante. Egli ritiene infatti che, se da un lato è possibile ipotizzare che l'uomo sia geneticamente programmato ad agire con manifestazioni aggressive all'esperienza del dolore, dall'altro è egualmente possibile ipotizzare che nell'uomo vi sia una congenita predisposizione secondo la quale la frustrazione rappresenta un'istigazione all'aggressione. Una simile posizione sembra avvicinano agli istintivisti, ma in realtà Berkowitz sottolinea la grande importanza dell'esperienza e dei fattori esterni che vengono a mediare, con lo stato emotivo del soggetto, l'attuazione effettiva della risposta aggressiva.
Scrive Berkowitz: "The frustration - aggression relationship may be learnable without being entirely learned." (29).
A questo proposito egli ricorda come gli esperimenti con gli animali mostrano che la minaccia può indurre un comportamento aggressivo anche senza un preventivo apprendimento: "The attack behavior was not a result of a history of competition over food." (30)
Tra le critiche a Dollard, particolarmente interessante si presenta quella al concetto di catarsi. Dollard, come si è visto, sosteneva che l'attività aggressiva riduce necessariamente il bisogno di aggressività. Analogamente, nota Berkowitz [1976], vi è chi sostiene una teoria, liberamente tratta dalle idee di Aristotele, sulla funzione catartica della tragedia, contenuta nella "Poetica", secondo la quale la violenza sostitutiva, o quella a cui si assiste, svuota le riserve di ostilità accumulate, e allevia tensioni che altrimenti potrebbero manifestarsi in comportamenti violenti. Queste interpretazioni per Berkowitz sono sostanzialmente errate: non solo l'attività aggressiva non scarica necessariamente l'istigazione all1aggressività, ma anzi può rinforzare il bisogno aggressivo; e così la rappresentazione della violenza, comunemente diffusa dai mezzi di comunicazione di massa, può allentare le inibizioni e determinare la convinzione che gli atti aggressivi siano tollerati e non puniti: ne deriva così un rinforzo del comportamento aggressivo. Tuttavia, e questa è per Berkowitz una scoperta incoraggiante, assistere a spettacoli violenti non autorizza automaticamente l'azione violenta: può diminuire, ma anche accrescere le inibizioni, a seconda di come lo spettatore interpreta ciò che vede (a seconda che l'azione violenta sia percepita come giusta o ingiusta, se suscita o meno orrore, etc. ...).
Le valutazioni complessive sulle analisi di Berkowitz circa l'aggressività, appaiono alquanto differenziate: pur se concordano nel ritenere la sua opera un significativo momento di passaggio verso nuovi studi ed esperimenti tendenti a sottolineare, nell'ambito delle cause dell'aggressività, gli aspetti cognitivi della mentalità individuale.
Per esempio S. Bonino - G. Saglione, dopo aver riconosciuto le novità teoretiche rispetto alle posizioni degli psicologi di Yale, valutano ancora insufficiente l'importanza attribuita alle caratteristiche individuali: "Alcuni punti dell'ipotesi interpretativa di Berkowitz ci sembrano particolarmente stimolanti e validi, ma, fatto del resto comune a tutti i teorici comportamentalisti, egli dà poca importanza alle caratteristiche individuali del soggetto, teso com'è alla ricerca di meccanismi di base di valore universale. Egli dimentica però che la persona rappresenta un'entità irripetibile, al cui comportamento non possono essere applicate in modo rigido e meccanico le leggi psicologiche. Le più recenti ricerche di indirizzo psicodinamico hanno dimostrato infatti l'importanza rivestita dalle variabili individuali ed il ruolo da esse svolto nel rapporto tra individuo e ambiente." (31) All'opposto, Di Maria e Di Nuovo sostengono che Berkowitz affronta il problema eziologico dell'aggressività in modo molto più complesso rispetto ai teorici di Yale, prendendo in considerazioni variabili che erano state minimizzate o completamente trascurate nell'opera di Dollard e "tali variabili riguardano gli aspetti cognitivi della mentalità individuale, le determinanti situazionali dell'istigazione all'aggressione, i molteplici stimoli che facilitano o inibiscono la reazione aggressiva, la meta o oggetto dell'aggressione stessa". (32)
Sullo stessa linea interpretativa si muove anche Caprara, che ascrive a Berkowitz il merito di aver contribuito a ridurre il rischio di astrazione nell'analisi dell'aggressività, che diviene inevitabile se si prescinde dal contesto reale e dalle persone che agiscono, vivono e valutano il comportamento offensivo. Ogni comportamento aggressivo è interpretato e analizzato da Berkowitz "alla luce delle tappe e delle esperienze che hanno segnato lo sviluppo psico-sociale del soggetto e nel contesto di un'unità di riferimento, la personalità, che rappresenta il punto di contatto tra l'individuo e l'ambiente, ed il punto di sintesi tra ciò che è stato e ciò che è presente alla realtà psichica". (33) In tale prospettiva, per Caprara, Berkowitz ha diretto l'attenzione a quei particolari tipi di atteggiamenti aggressivi od ostili che dominano e caratterizzano la relazione di alcuni soggetti con la realtà, riprendendo la concezione dell'ostilità di L. Saul [1956], secondo la quale essa è la patologia di una personalità che ha un senso disturbato della realtà. Si può quindi concludere che la personalità aggressiva è indotta a interpretare larga parte della realtà come una fonte permanente di minaccia e frustrazione.

4.5. L'ESPERIMENTO DI MILGRAN

Sempre negli anni '60 si svolgono i celebri esperimenti di Milgram e Epstein, che, anche se utilizzati a sostegno di ipotesi interpretative dell'aggressività rientranti nella psicologia sociale, devono qui essere richiamati, poiché le divergenti interpretazioni a cui hanno dato seguito, contribuiscono a vivacizzare negli anni '60 e '70 il dibattito teoretico sulle radici dell'aggressività.
Come è noto, l'esperimento di Milgram, condotto nel "Laboratorio di interazione" dell'università di Yale, ha riguardato quaranta soggetti maschi tra i 20 ed i 50 anni i quali, credendo di collaborare ad esperimenti sulla memoria e l'apprendimento, venivano indotti a somministrare scariche elettriche sempre maggiori ad altri soggetti che, d'accordo con gli sperimentatori, fingevano sofferenze proporzionate all'entità delle scariche.
Secondo Milgram [1963] il risultato più significativo è che solo il 35% dei soggetti ha, in qualche modo, disubbidito agli sperimentatori, mentre tutti gli altri hanno somministrato tutte le scariche, fino a quelle più intense (450 Volt). Questo risultato fu interpretato da Nilgram stesso e da molti studiosi comportamentisti come la prova che l'autorità deresponsabilizzava i soggetti ed. in tal modo venivano eliminati quei fattori di inibizione dell'aggressività che normalmente impediscono all'individuo di attuare comportamenti violenti nei confronti del prossimo.
Scrive infatti Milgram. "Gente normale, che si occupa soltanto del suo lavoro e che non è motivato da nessuna particolare aggressività, può, da un momento all'altro, rendersi complice di un processo di distruzione. Ancora più grave è il fatto che la maggior parte di loro non ha le risorse necessarie per opporsi all'autorità, anche quando sì accorge di compiere atti malvagi, in contrasto con le più elementari norme morali. Entra in gioco tutta una gamma di inibizioni che impediscono la rivolta e provocano la sottomissione all'autorità. [...] Una volta che avevano fatto del male alla vittima questi soggetti non potevano evitare di considerarla una persona spregevole, che meritava la punizione a causa della poca intelligenza e della mancanza di carattere dimostrate. [...] Abbiamo messo in luce qualcosa di ben più pericoloso: la capacità degli individui di rinunciare alla loro umanità, anzi la necessità di comportarsi in tal modo al momento in cui la loro personalità individuale viene incorporata in più vaste strutture istituzionali." (34)
Milgram conclude la sua analisi affermando che il comportamento aggressivo è determinato più da richieste e condizioni specifiche della situazione (in questo caso derivanti dall'autorità degli sperimentatori) che da tratti intrapsichici della personalità del soggetto. Questa conclusione, secondo Di Maria e Di Nuovo, è "direttamente deducibile da un tipo di esperimento che non tiene conto delle variabili di personalità" qual è quello di Milgram. (35)
In effetti l'esperimento di Milgram è stato replicato in Italia da Ancona e Pareysoin [1968], ottenendo risultati analoghi: solo il 15% dei soggetti si è arrestato durante la prova. Tuttavia gli autori italiani hanno spinto più oltre l'esperimento esaminando anche la personalità dei soggetti attraverso tests e colloqui. I soggetti obbedienti sono risultati distinguibili in due classi: coloro che proseguono solo perché personalmente convinti che lo sperimentatore non permetterà un reale danno alla vittima e coloro che, invece, dotati di un Io debole e rigido, hanno messo in atto forti meccanismi di difesa quali la negazione, la proiezione della colpa sullo spettatore o sulla vittima. Tutti i soggetti che hanno rifiutato di continuare sono risultati avere personalità esageratamente ansiose di tipo nevrotico.
Le conclusioni di Milgram sono invece apertamente contestate da Fromm, il quale sottolinea che nello stesso scritto di Milgram è affermato che il livello di tensione nei soggetti che dovevano somministrare le scosse ha raggiunto estremi raramente riscontrabili negli sperimenti condotti nei laboratori sociopsicologici. Questo stato di tensione è per Fromm sintomo di un dissidio intrapsichico non consapevole: "il conflitto si manifesta solo inconsciamente, con un aumento di stress, di sintomi nevrotici, di sensi di colpa ingiustificati". (36)
Per Fromm costituisce anche un'errata interpretazione il ritenere il principio di autorità come determinante nell'inibire i possibili freni dell'aggressività. Infatti i soggetti si sentono autorizzati a somministrare anche scariche violente, non perché è stato loro ordinato da un'autorità, ma perché, consapevoli di partecipare ad un esperimento scientifico, hanno fiducia nella scienza: "per il credente, né Dio né il suo equivalente moderno, la scienza, possono dare un ordine sbagliato". (37)
Per questo motivo la disobbedienza di circa un terzo dei soggetti può addirittura apparire incoraggiante per Fromm, anche tenendo conto che la maggior parte del 65% dei soggetti che subì il condizionamento a comportarsi con crudeltà "manifestò chiaramente una reazione di indignazione o di orrore contro tale comportamento sadico". (38)
Dalle discussioni su questi esperimenti emerge con evidenza la difficoltà di estendere alla vita reale le indicazioni che scaturiscono dagli esiti di situazioni sperimentali, che necessariamente sono sottoposte a condizioni artificiose (tra le altre anche la consapevolezza dei soggetti di partecipare ad un esperimento, anche se ne ignorano il vero scopo, poiché sono stati opportunamente "ingannati") che possono in qualche modo influenzarne i significati.
Si possono svolgere analoghe considerazioni sia relativamente all'esperimento di Epstein [Epstein, 1966; Di Maria - Di Nuovo, 1984] che introduceva, rispetto all'esperimento di Milgram, un'ulteriore variabile consistente nell'imitazione di un modello aggressivo, sia per quanto concerne numerosi altri esperimenti di psicologia sociale aventi per tema l'aggressività, che si sono effettuati negli anni '60 e '70.

4.6. A. BANDURA: UNA "SOCIAL LEARNING THEORY"

Nel 1973 Albert Bandura pubblica l'opera Aggression: a social learning analysis che rappresenta un'articolata e organica sintesi di vari studi sull'aggressività condotti da Bandura stesso e da altri collaboratori, quali D. Ross, S. Ross, FI. Walters e altri, a partire dall'inizio degli anni '60.
Quest'opera, che dedica anche particolare attenzione alla ricostruzione delle precedenti teorie1 può essere considerata come un riepilogo del dibattito teorico fra gli psicologi americani, nonché il punto di partenza per un ampliamento degli studi sull'aggressività verso direzioni che erano state largamente inesplorate nei decenni precedenti.
Bandura definisce l'aggressività "as behaviour that results in personal injury and in destruction of property. The injury may be psychological (in the form of devaluation or degradation) as well as physical". (39) Tuttavia in una "social learning theory" l'aggressività deve essere trattata come un evento complesso che include sia i comportamenti che producono danni ed effetti distruttivi, sia i processi di "social labelling". A questo proposito Bandura, in evidente polemica con Buss (anche se questi non viene esplicitamente citato) afferma che nello studio dell'aggressività non si può assolutamente prescindere dalla valutazione dell'intenzione; l'intenzione attribuita agli attori altera il modo in cui l'azione è valutata: se gli atti sono giudicati involontari allora il comportamento non è considerato aggressivo. Oppure un'azione potrebbe essere interpretata come aggressiva, indipendentemente dal fatto che qualche danno sia stato inflitto, se l'osservatore presume che la persona voleva intenzionalmente colpire qualcuno pur senza riuscirvi. Né deve preoccupare il fatto che l'intenzione non sia immediatamente osservabile: "Intent is typically inferred from, among other factors, the social contest of the act, the role status of the perpetrator of the act, and recent or more remote antecedent conditions." (40)
Bandura contesta anche a Berkowitz la distinzione tra aggressività strumentale (finalizzata al raggiungimento di altri obiettivi oltre a quello della sofferenza della vittima) ed aggressività ostile. Tali distinzioni rischiano di rendere indeterminato l'oggetto che si sta studiando e, se attuate rigorosamente, portano a considerare solo una parte dei molteplici fenomeni che costituiscono realmente l'aggressività. La differenza fondamentale nella definizione del campo di studi sull'aggressività sembra determinata dall'inclusione di chi valuta e considera l'atto come aggressivo: "aggression is characterized as injurious and destructive behaviour that is socially defined as aggressive on the basis of a variety of factors, some of which reside in the evaluator rather than in the performer." (41) Tuttavia Bandura stesso sottolinea il carattere in qualche modo "provvisorio" della sua definizione di aggressività, in quanto: "adoption of a definition of aggression primarily serves to delimit the range of phenomena that a given theory is designed to explain. But it does not necessarily aid in identifying causal relationships, because one selects for study only specific classes of behaviour and not an abstract aggression". (42)
Per Bandura [Bandura, 1981] tutte le teorie sull'aggressività si possono raggruppare in tre filoni: il primo è quello delle teorie istintiviste, secondo le quali, in ultima analisi, l'uomo è per natura aggressivo; in tutte queste interpretazioni si ipotizza l'esistenza di un meccanismo biologico innato che produce un comportamento aggressivo. Questo vale sia nel caso dell'istinto di morte della psicoanalisi freudiana, sia nell'istinto della lotta che Lorenz, estrapolandolo dall'osservazione etologica, attribuisce all'uomo. Per Bandura, come è facile ipotizzare, queste interpretazioni non trovano alcun riscontro positivo nei dati della ricerca; nessuno ha mai portato alcuna prova a favore dell'esistenza di un istinto aggressivo innato nell'uomo. Egli ritiene che la popolarità dì queste concezioni possa essere spiegata con l'implicita assoluzione che esse offrono alla crudeltà dell'uomo, scaricandolo dalle sue responsabilità di fronte ad una forza biologica impersonale. Il secondo filone si basa sulla teoria di Dollard, sul nesso frustrazione-aggressività. Questa interpretazione ha avuto molta fortuna, ma per Bandura i relativi riscontri sperimentali sono molto dubbi. Non solo, ma per Bandura la stessa nozione di frustrazione, utilizzata da Dollard, risulta inadeguata. La frustrazione deve venire considerata semplicemente come un rinvio prolungato per un tempo determinato o indeterminato (omissione) del rinforzo ad un comportamento in atto. La dilazione del rinforzo (cioè il mancato raggiungimento dello scopo) può sorgere o dall'esistenza di barriere poste dall'ambiente, fisico o sociale, o dalla presenza di limiti di natura personale (fisiologici o psicologici): quindi anche le paure e i conflitti, così come i rinforzi negativi, possono essere fonti di frustrazioni.
E' interessante notare come Bandura affermi che le conseguenze delle due teorie siano piuttosto simili nonostante la diversità delle premesse, in quanto anche l'interpretazione di Dollard, data l'impossibilità di eliminare del tutto la frustrazione nell'esperienza umana, implica che l'aggressività sia destinata a rimanere una componente ineliminabile della convivenza sociale. Tutte queste ipotesi implicitamente assumono un modello "idraulico" secondo il quale energia aggressiva si accumula nell'individuo e non può non scaricarsi; se così stessero le cose, l'unica possibilità di evitare scoppi incontrollati di aggressività consisterebbe nell'introdurre valvole di sicurezza che permettano uno sfogo della stessa in modi e forme socialmente accettabili e poco dannosi.
Per Bandura esiste invece una teoria alternativa: è necessario prendere atto che la frustrazione non produce automaticamente una reazione violenta, ma essa genera uno stato di eccitazione emotiva che si può risolvere in diversi modi. Certamente egli non nega che la frustrazione possa, a certe condizioni, favorire la comparsa di risposte aggressive. L'organismo in condizioni di frustrazione subisce una modificazione rispetto alle condizioni abituali e lo stress a cui è sottoposto posto può far sì che i comportamenti di forte intensità, precedentemente appresi, siano attivati per fronteggiare il pericolo rappresentato dalla situazione frustrante. La frustrazione può cioè provocare un aumento temporaneo della motivazione e indurre così a risposte vigorose o violente.
Per comprendere l'aggressività non è possibile limitarsi ad ipotizzare un meccanismo di causa - effetto, ma si deve spiegare come si creano i modelli di comportamento aggressivo, quali sono le condizioni che lo favoriscono e quali sono le variabili che nei singoli casi svolgono un ruolo significativo.
Per Bandura l'unica prospettiva che permette di comprendere realisticamente i comportamenti aggressivi, di formulare ipotesi di lavoro verificabili e di proporre interventi e rimedi efficaci è quella propria delle teorie dell'apprendimento sociale.
Secondo questa teoria gli uomini non nascono con un potenziale congegno di violenza, ma apprendono attraverso l'esperienza il comportamento aggressivo "people are not born with preformed repertoires of aggressive behavior; they must learn them in one way or another." (43)
Questa esperienza, questo apprendimento sono un processo sociale: "It is evident from informal observation that human behaviour is to a large extent socially transmitted, either deliberately or inadvertently, through the behavioural examples provided by influential models". (44)
Non si tratta certo di una convinzione ideologica, poiché a partire dal 1961: "Social transmission of aggression through the power of example has been most clearly demonstrated in controlled experimental situations". (45)
Per Bandura, quindi, la maggior parte dell'apprendimento si basa sull'osservazione e l'imitazione dei modelli, mentre il meccanismo dei tentativi ed errori che era il criterio guida, ad esempio, dì molti esperimenti di Skinner, ha un'influenza minima per quanto riguarda l'aggressività. Bandura è convinto che i comportamenti aggressivi e violenti vengono dapprima osservati negli altri, in seguito il modello servirà ad orientare il comportamento in condizioni non necessariamente analoghe.
Nella moderna società complessa, le fonti che offrono questi modelli comportamentali sono classificate in tre ordini: la famiglia, il gruppo sociale di appartenenza ed i mezzi di comunicazione di massa.
Egli analizza con molta attenzione ognuno di questi tre livelli, riportando i risultati di numerosi esperimenti: l'esame dettagliato di queste analisi non rientra nelle finalità della presente tesi, anche se è doveroso ricordare che alcune analisi sulla famiglia e sull'influenza della televisione hanno raggiunto una grande notorietà, non solo fra gli studiosi, ma anche a livello divulgativo, offrendo stimoli di riflessione anche a livello pedagogico.
Particolare attenzione è dedicata da Bandura alla prevenzione dei comportamenti violenti (in particolare nell'opera Analysis of delinquency and aggression, 1976), che non può affidarsi ovviamente alla buona volontà dei singoli, ma deve essere affrontata dalla società attraverso la modifica delle condizioni di vita (ad esempio urbanizzazione, burocratizzazione, meccanizzazione, ecc.) che possono favorire o indurre comportamenti per molti versi disumani.
Nonostante il notevole successo dell'opera di Bandura e l'importanza che essa riveste nell'ambito degli studi sull'aggressività, non mancano, almeno in Italia, giudizi molto critici sulla sua impostazione che viene accomunata, con qualche forzatura, a quella di Berkowitz.
Scrivono Bonino-Saglione: "La soluzione del problema dell'aggressività [...] per Berkowitz e per Bandura, sta nel controllo dei modelli che vengono offerti all'individuo e nell'eliminazione di stimoli istigatori pericolosi: ne emerge una visione dell'uomo alquanto povera e riduttiva. L'uomo è in balia degli stimoli esterni che condizionano in modo perentorio le sue risposte; non c'è spazio per le sue emozioni, le sue intenzioni, ecc." (46)
Sulla stessa linea interpretativa si muove anche Caprara: "Sia per Berkowitz che per Bandura, cioè gli autori di maggior prestigio, larga parte del problema dell'aggressività si esaurisce in definitiva in un problema di controllo dei modelli e degli stimoli istigatori [...] ciò che è preoccupante, in questo, non è soltanto il rifiuto dello psichico in quanto apparato di elaborazione e di scelta, quanto piuttosto il rifiuto della cultura in quanto storia [...] La maggior parte delle ricerche ha trascurato di considerare l'aggressività in quanto tematica personale, e, conseguentemente, ha trascurato di prendere in considerazione l'aggressività in quanto tematica sociale, non già per riproporre l'assoluzione istintivista, ma per scoprire le condizioni oggettive della sua riproduzione." (47)

 



NOTE AL 4° CAPITOLO

(1) B.F. SKINNER, Cinquanta anni di comportamentismo, tr. it. di F.P. Colucci e B. Venturini, Istituto Librario Internazionale, Milano, 1972, pag. 253.

(2) Ibidem, pag. 251.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem, pag. 254.

(5) J. DOLLARD et al., Frustration and Aggression, Yale University Press, 1957, trad. it. di G. Todeschini, Giunti-Barbera, Firenze, 1967, pag. 13.

(6) Ibidem, pag. 7; trad. it. pag. 18.

(7) Ibidem, pag. 10; trad. it. pag. 21.

(8) Ibidem, pagg. 43-44.

(9) Ibidem, pag. 45.

(10) Ibidem, pag. 59.

(11) S. BONINO - G. SAGLIONE, Aggressività e adattamento, cit.,, pag. 23.

(12) J. DOLLARD, op. cit.; trad. it. pag. 62.

(13) G.V. CAPRARA, Aggressività e comportamento aggressiva, cit., pagg. 88-89.

(14) N.E. MILLER, The Frustration-aggression Hypothesis (1941), in "Psychology Review' (48), 1941, pag. 340.

(15) G.V. CAPRARA, op. cit., pagg. 94-95.

(16) F. DI MARIA - S. DI NUOVO, L'aggressività umana. teorie e tecniche di indagine, Giunti Barbera, Firenze, 1984, pagg. 34-35.

(17) Ibidem, pag. 35.

(18) E. FROMM, op. cit., pagg. 97-98.

(19) A.H. BUSS, The Psychology of Aggression, Wiley, New York, 1961, trad. it. in E. Fromm, op. cit., pag. 69.

(20) Ibidem, pag. 68.

(21) S. BONINO - G. SAGLIONE, op. cit., pag. 26.

(22) L. BERKOWITZ, Roots of Aggression. A Re-examination of the Frustration-aggression Hypothesis, Atherton, New York, 1969, pag. 3.

(23) Ibidem, pag. 2.

(24) Ibidem, paq. 5.

(25) Ibidem, pag. 6.

(26) Ibidem, pag. 24.

(27) Ibidem, pag. 12.

(28) Ibidem, pag. 13.

(29) Ibidem, pag. 4.

(30) Ibidem.

(31) S. BONINO - G. SAGLIONE, op. cit., pag. 27.

(32) F. DI MARIA - S. DI NUOVO, op. cit., pag. 36.

(33) G.V. CARRARA, op. cit., pag. 95.

(34) S. MILGRAN, Obedience to Authority. An Experimental View, Harper and Row, London, 1974; trad. it. di R. Ballabeni, citata in M. Fornaro, "Origini della violenza, antologia sul problema dell'aggressività", Paravia, Torino, 1983, pagg. 109-111.

(35) F. DI MARIA - S. DI NUOVO, op. cit., pag. 44.

(36) E. FROMM, op. cit., pag. 79.

(37) Ibidem, pag. 78.

(38) Ibidem, pag. 79.

(39) A.BANDURA, Aggression: a Social Learning Analysis, Prentice-Hall Inc., Englewood Cliffs, New Jersey, 1973, pag. 5.

(40) Ibidem, pag. 7.

(41) Ibidem, pag. 8.

(42) Ibidem, pag. 11.

(43) Ibidem, pag. 61.

(44) Ibidem, pag. 68.

(45) Ibidem, pag. 72.

(46) S.BONINO - S.SAGLIONE, op. cit., pag. 28.

(47) V. CAPRAPA, Personalità e aggressività, vol. 1° "I contenuti della teoria del comportamento", Bulzoni, Roma, 1976, pag. 74-75

 

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