GIORNALE DI BRESCIA  domenica 12 dicembre 1976, pag. 6

 

Prosegue con un parere favorevole il dibattito aperto dal Giornale

 

San Polo potrà essere per Brescia occasione di 

" civiltà urbanistica" 

Non sarà un "ghetto", ma un quartiere nuovo, con molto verde – Salvare negli altri quartieri le aree non edificate che ancora esistono, e non coprirle di altro cemento

Dopo i due interventi critici verso il progetto del nuovo quartiere di S. Polo firmati dall'arch. Fedrigolli, un intervento a favore. E' del geom. Maurilio Lovatti della commissione urbanistica del consiglio di quartiere S. Eustacchio che rispecchia ovviamente il parere del suo quartiere e, riteniamo, anche un'opinione abbastanza diffusa tra i responsabili dei quartieri cittadini. Alcune delle argomentazioni addotte sembrano anticipare il parere in argomento dell'Amministrazione comunale che certamente l'assessore all'urbanistica illustrerà intervenendo nel presente dibattito.

 

Il progetto di un grande insediamento di edilizia economica e popolare a San Polo è senza dubbio uno degli elementi qualificanti della variante al Piano regolatore. Le forze politiche democratiche, i Consigli di quartiere, le Confederazioni sindacali dal 73 ad oggi hanno espresso in varie occasioni la loro piena adesione all'ipotesi di San Polo.

Alcune motivazioni

L'arch. Fedrigolli non accenna nemmeno lontanamente alle motivazioni che hanno indotto il Comune ad operare questa scelta, ma si limita a lasciare credere al lettore che S. Polo non sia che il parto delle velleità di successo del prof. Benevolo, che "trova in Brescia la sua grande occasione" e che ambisce a riuscire laddove "sono falliti tutti i più grandi urbanisti italiani e quasi tutti quelli del mondo intero". Non è quindi inutile richiamare brevemente almeno le principali motivazioni di S. Polo.
Brescia, come quasi tutte le città italiane, si è sviluppata in modo disordinato e senza un minimo dl programmazione. I privati decidevano come, dove, quando costruire le case e il Comune era costretto a "inseguirli" con le opere di urbanizzazione. Il risultato è stato quello di ottenere una periferia di cemento e asfalto, opprimente, senza verde e con scarsità di servizi sociali, nonostante i pesanti oneri accollati alla collettività.
A S. Polo si seguirà un metodo completamente diverso. L'ente pubblico urbanizza le aree e predispone i progetti di massima. L'intervento, pubblico e privato, si inserisce in una programmazione organica e razionale. Dal punto di vista urbanistico, il secondo aspetto positivo è costituito dal particolare rapporto tra numero di abitanti e dotazione dl aree riservate a verde pubblico, scuole e servizi sociali (i cosiddetti standard urbanistici). E' questo il parametro fondamentale per valutare la validità complessiva di un agglomerato urbano. Ebbene, a S. Polo ogni cittadino avrà a disposizione 50 mq dl verde pubblico, Si pensi che, ad esempio, nel quartiere S. Eustacchio (che pure è più fortunato di altri della media periferia per la presenza di Campo Marte) il verde complessivo esistente, non solo quello accessibile al pubblico, è pari a circa 4,5 mq per abitante. Analogamente a S. Polo ci sarà una dotazione più elevata di tutti gli altri servizi (scuole, asili, centri sociali e sanitari, ecc.).
A questo punto non si capisce però che senso ha definire S. Polo un "ghetto" come fa Fedrigolli. Ogni mattina, quando apro la finestra, desidererei abitare in un ghetto come S. Polo ove, in luogo delle compatte e grigie masse di cemento, si presenta alla vista un parco di 60 ettari, con sentieri alberati e siepi, rogge e ruscelli.
Dal punto di vista economico, è vero che il costo dell'urbanizzazione a S. Polo, se confrontato con quello di eventuali piani alternativi di 167 dislocati in varie zone della periferia cittadina, risulta superiore nel breve periodo. Ma il meccanismo dell'urbanizzazione pubblica è tale che dopo un certo numero di anni, con il riciclaggio delle aree urbanizzate, l'operazione diventa addirittura attiva. Basti pensare all'esperienza delle New Towns inglesi, esemplare in questo senso. S. Polo è dunque un risparmio, non uno spreco di pubblico denaro.

Concentrazione di cantieri

Economicamente, S. Polo presenta un altro vantaggio: una notevole concentrazione dl cantieri edili consente la realizzazione di economie di scala e l'introduzione di tecniche avanzate di industrializzazione della produzione delle abitazioni.
Infine, la concentrazione della produzione contribuisce ad una migliore tutela dei diritti dei lavoratori (rispetto delle norme antinfortunistiche, ambiente di lavoro, mensa, ecc.). E' considerando tutti questi aspetti che la federazione CGIL-CISL-UIL ha dato il suo pieno assenso al progetto di S. Polo.
Considerando che la variante consente di edificare nelle nuove zone di espansione, (escluso S. Polo) solo circa 700.000 mc. corrispondenti alla possibilità di insediare circa 7.000 abitanti, egli sostiene che in questo modo si costringono larghe fasce di cittadini ad andare ad abitare a S. Polo per mancanza di alternative. Così si spiegano le apocalittiche previsioni di larghe masse di cittadini sradicate dai loro ambiente naturale e deportate a S. Polo, costrette ad abbandonare amicizie e effetti nonché l'amato quartiere natio. Le cose non stanno così. Se ai dati di Fedrigolli relativi alle zone C si aggiungono i circa 700.000 mc. di completamento (zone B e B2) ed i 600.000 mc. di Brescia 2, si ottengono circa 20 mila vani. A questi vanno aggiunti i 3.000 vani che si ricaveranno dal risanamento del centro storico, altri 3.000 vani di 167 in diverse frazioni di Brescia e 15.000 vani attualmente sfitti.
Si raggiunge un totale di 41.000 vani, mentre l'incremento abitativo previsto nell'arco di un decennio è di 12.500 unità e il fabbisogno arretrato (stimato dall'Abre) è circa 20.000 vani. Dunque teoricamente il numero di vani disponibili o previsti senza computare quelli di S. Polo non è comunque inferiore alla domanda complessiva stimabile. Perché dunque le forze politiche, il sindacato, i consigli di quartiere insistono su S. Polo? Perché l'esperienza dimostra che a lasciare nelle mani dell'iniziativa privata la produzione delle abitazioni, l'offerta che ne deriva non è corrispondente alle esigenze del cittadini, sia dal punto di vista economico (case di lusso invece di edilizia popolare) che sociale (ubicazione degli edifici in zone dove i servizi collettivi e il verde sono già insufficienti). E' per questo che la Variante ipotizza un equilibrio tra edilizia pubblica e privata (20.000 vani ciascuna).,
Il timore del sindacato e dei Consigli di Quartiere è esattamente opposto a quello dl Fedrigolli. Se continueranno questi attacchi a S. Polo c'è il rischio che questo insediamento venga reiteratamente rinviato, mentre i privati, con i loro 20.000 vani previsti e i 15.000 attualmente sfitti continueranno a monopolizzare l'offerta delle abitazioni. Per questo il sindacato e molti Consigli di Quartiere chiedono l'immediato avvio delle operazioni di esproprio ed urbanizzazione a S. Polo. Una volta fatta la scelta di attribuire un peso consistente all'edilizia pubblica, non esistono però valide alternative a S. Polo. Edificare ancora in altri quartieri non è opportuno.
L'arch. Fedrigolli sembra dimenticarsene quando si preoccupa del fatto che secondo la Variante '76 "15 quartieri su 30 non hanno alcun sviluppo, gli altri hanno sviluppi insufficienti". Eppure egli dovrebbe sapere che in molti quartieri è stato impossibile reperire i 26,5 mq/abitante previsti dalla legge regionale n. 51, che in altri si è riusciti a malapena; che estendere le zone edificabili in questi quartieri significherebbe condannare la non già felice media periferia bresciana ad una cronica carenza di servizi sociali e di verde. Evidentemente Fedrigolli non ha mai seguito le battaglie che i Consigli di Quartiere hanno condotto per salvare le ultime aree libere dall'edificazione privata. Magari fosse realmente esistito il fantasioso "blocco delle licenze" che egli attribuisce al Comune. La realtà è ben diversa. L'Amministrazione comunale è stata fin troppo "liberale" nei confronti delle immobiliari. La periferia bresciana è edificata oltre il limite che una corretta visione urbanistica avrebbe dovuto imporre.
L'adesione dei Consigli di Quartiere al progetto di S. Polo si è rivelata massiccia e totale sin dalla discussione della Variante '73. Ma allora si era trattato più che altro di una prova di maturità e dl consapevolezza delle esigenze complessiva della città. Oggi, dopo la pratica di questi ultimi anni, i Consigli di Quartiere sono maggiormente sensibili alla necessità di difendere fino in fondo le ultime aree verdi della periferia. Per questo l'ipotesi dl S. Polo e la conseguente drastica limitazione dell'edificazione nelle altre zone incontrano adesioni sempre più vaste nei quartieri.

Maurillo Lovatti

 

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