Battaglie Sociali, periodico delle ACLI bresciane,

 15-28 febbraio 1977, pag. 9

Polemiche sul libro del giorno

 

 

Caro Direttore,


l'articolo di Sandro Albini, "chiarezza necessaria", apparso in prima pagina sull'ultimo numero del nostro giornale mi costringe a disturbarti ancora per alcune precisazioni.
Senza entrare nel merito delle valutazioni personali che Sandro Albini esprime sulla mia recensione al libro "I lavoratori cattolici nella vita politica bresciana", vorrei precisare che non risponde al vero che tale recensione si risolva in un libello antiaclista.
Nella recensione criticavo il tipo di interpretazione che gli autori davano alla storia delle ACLI, ma non certamente le ACLI in quanto tali. Anzi, nella parte conclusiva della recensione, sottolineavo la centralità dell'ispirazione cristiana nella vita e nell'azione del nostro movimento, aspetto questo che, a mio giudizio, era largamente trascurato dagli autori.
Quanto all'ipotesi di Albini, che spiega la mia recensione come frutto di una vendetta, ritengo che tali sospetti possano affiorare soltanto in chi considera l'attività politica come sommatoria di intrighi, faide di corrente, personalismi e sterili dispute. Personalmente ritengo che la politica sia un servizio alla collettività e un impegno di lotta per raggiungere una società diversa basata su ideali cristiani. Se talvolta si verificano delle divergenze tra chi lotta per i medesimi ideali, queste devono essere finalizzate alla ricerca della verità.
Fraterni saluti.

Maurilio Lovatti


 

Caro Direttore,

dopo Maurilio Lovatti che ha recensito nel modo che sappiamo il volume "I lavoratori cattolici nella vita politica bresciana" trascurandone - per sua stessa ammissione - interi capitoli, "Bresciaoggi" ha pubblicato sullo stesso argomento la lettera di Clara Pasini che mostra di non aver letto né il libro né le nostre precisazioni alla recensione del Lovatti. Il che non impedisce alla Pasini di spiegare agli autori del libro (che, tra l'altro, sono rappresentativi di tutte le generazioni e di tutte le esperienze che hanno concorso a fare le ACLI fin dalle origini) che cosa le ACLI sono state, per concludere infine con ciò che dovrebbero essere.
Dove il Lovatti e la Pasini si mostrano particolarmente concordi è nella volontà di ignorare completamente che il nostro é un libro di storia (e, più precisamente, di storia politica) che domanda di essere giudicato come tale e che attende giudizi unicamente sulla base di contestazioni storiografiche documentate e non sulla base di ciò che ai recensori piacerebbe fossero state le Acli di ieri o potessero diventare le Acli di domani.
Forse é per questo che, di volta in volta, esce qualcuno a dire quel che, nel libro, manca; prima i fatti sindacali, poi i fatti religiosi, poi... aspettiamo. Evidentemente queste persone non hanno ancora imparato il significato del termine "politica", altrimenti si sarebbero accorte che i fatti sindacali sono riportati in relazione (e soltanto quando sono in relazione) con i rapporti di forza tra i gruppi politici operanti nella nostra provincia. Allo stesso modo si deve cercare la presenza di fatti religiosi o ecclesiali, che entrano nella storia da noi ricostruita soltanto quando riguardano i rapporti politici con la gerarchia: ed é significativo che nessuno dei nostri detrattori abbia sentito il dovere di citare lo scontro con mons. Quadri sul problema degli assistenti e la relativa presa di posizione di don Agazzi. (Posizione importantissima perché chiariva già allora il ruolo degli assistenti in termini di piena autonomia per il movimento).
Indifferenti alla storia e ai documenti, il Lovatti e la Pasini spostano il discorso sulle presunte scelte attuali degli autori del libro, dimostrando quanto i loro giudizi sul volume siano strumentali, oltreché superficiali. (Certo sarebbe interessante ad esempio se l'cn. Nicoletto, del quale non a caso abbiamo riportato parte di un discorso del 1946, dicesse qual'era il clima di quegli anni).
C'é stato comunque qualcuno, oltre a noi, che ha ricordato in questi giorni quale fosse la realtà dei rapporti tra lavoratori cattolici e lavoratori comunisti ai tempi della prima unità sindacale. Si tratta di Franco Bentivogli, segretario generale dei metalmeccanici CISL e uno degli esponenti della "sinistra" della confederazione. In una lettera al "Corriere della Sera" del 6 febbraio u.s, intitolata "Critica all'intervista di Lama sul sindacato", egli scrive tra l'altro:

"La cosa più grave, a mio avviso, sono le reticenze e le mezze verità su alcuni dei motivi centrali di dibattito e anche di divisione nella storia sindacale del dopoguerra; in particolare, i rapporti fra le diverse componenti confederali e il rapporto sindacato-partiti. Nelle valutazioni sul Patto di Roma, sulla nostra rottura e sul duro periodo degli anni '50, Lama insiste a ragione sulle motivazioni direttamente politiche delle principali scelte e contrasti sindacali sul peso della "guerra fredda" nelle nostre vicende interne; sull'anticomunismo che costituì un cemento anche ideologico fondamentale della nascita della CISL e poi della UIL. Nessuno del resto ha mai voluto nascondere questi elementi; Lama però non aggiunge niente su alcuni dei motivi di fondo che in particolare stavano sotto le scelte anticomuniste. Non dice che su tale scelta pesarono le preoccupazioni non meramente strumentali, ma coinvolgenti questioni fondamentali, relative al destino della società italiana e al futuro di tutto il sindacato, ivi compresa la CGIL. Il rifiuto dell'esperienza comunista da parte dei sindacalisti che dettero poi vita alla CISL e UIL era legato al fatto che questa allora si identificava, realmente e non ideologicamente, con il modello sociopolitico sovietico.
Nel mondo cattolico, in particolare, il rifiuto dell'esperienza comunista era inoltre legato ad altrettanti importanti - e sofferti - motivi prepolitici, specie attinenti ai rapporti tra assetto istituzionale dello Stato e libertà religiose. Infine, pesava su molti dirigenti e militanti sindacali non comunisti l'esperienza personale della spregiudicatezza di comportamento della corrente maggioritaria all'interno della CGIL unitaria e della sua rigida subordinazione alle direttive esterne del PCI. Su questi punti é grave aver taciuto, tanto più che non mancano nell'area comunista analisi storiche più aperte di quelle di Lama. Esistono riconoscimenti autorevoli che sui rapporti unitari e sul rapporto sindacato-partiti influirono negativamente - specie all'inizio - i modi con cui "i militanti comunisti fecero a volte pesare metodi di direzione acquisiti nella lotta partigiana" (Amendola) e una concezione del sindacato che identificava la sua democrazia interna "come una sorta di mediazione (nel migliore dei casi) fra le diverse correnti partitiche, e non assumeva la partecipazione e l'autonomia come un valore del movimento operaio che permane anche in carenza di un'unità sindacale" (Trentin) e che anzi é l'unico valore necessario per permettere un fondamento stabile dell'unità"

Se dopo ciò il Lovatti vorrà insistere ancora sul nostro "anticomunismo viscerale", liberissimo. Non è in nostro potere impedire l'esercizio dell'ignoranza e della malafede.
Le posizioni delle ACLI, di ieri e di oggi, sono comunque abbastanza chiare per non lasciarsi confondere o svendere da persone come la Pasini che parla di una "società socialista" che non esiste in nessuna scelta del movimento (e confondendo poche righe dopo "socialista" con "sociale") o come del Lovatti che ha un tal concetto dell'autonomia del movimento da suscitare l'interessamento dei probiviri.
Fa piacere comunque che il senso vero del nostro lavoro sia stato capito da molti lettori. Più d'uno, in questi giorni, ci hanno detto: in realtà voi non avete fatto una critica del comunismo, ma dei ritardi culturali e politici del movimento cattolico di fronte alla rivoluzione industriale e della drammatica impreparazione dei lavoratori cattolici nei momenti delle scelte più importanti, richiamando infine gli aclisti alle loro responsabilità e possibilità future. Proprio così, ma l'amico che faceva queste osservazioni non é uno pseudointellettuale verniciato di marxismo. E', semplicemente, una persona intelligente.

Pietro Segala

 

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