Bresciaoggi,  martedì 25 gennaio 1977, pag. 3

 

 

Un discutibile bilancio storico-politico 

Il ruolo delle Acli

nella politica bresciana

 

M.T. Bonafini, M. Faini, R. Fracassi, A. Rivali, P. Segala I lavoratori cattolici nella vita politica bresciana - San Gallo Editore, Brescia 1976, pagg. 216, £. 4.000.

 

Aspetti ed episodi della vita politica del secondo dopoguerra vengono ricordati sovente nel dibattito politico attuale. Argomenti di attualità, come l'unità sindacale, il governo di emergenza, l'unità dei partiti antifascisti trovano la loro origine in questo sofferto ed importante periodo della vita nazionale. Per questo, studi storici relativi a quel periodo sono quanto mai opportuni, specie se riferiti alla situazione locale bresciana.
E' questo uno dei motivi di interesse che presenta il volume recentemente pubblicato che affronta il periodo dal 1945-50. Gli autori del libro sono tutti noti militanti aclisti. Il gruppo che hanno formato non è un aggregazione casuale. La prossima primavera, infatti, si terrà il congresso provinciale di rinnovo delle cariche delle Acli e i cinque autori costituiscono il vertice di un'aggregazione largamente minoritaria caratterizzata da un orientamento moderato e conservatore e da un solido e crescente legame con la vita politica della DC. Il libro avrebbe quindi lo scopo di pubblicizzare questo gruppo di aclisti che nei fatti si batte per cancellare quella se pur non totale autonomia dalla DC che le Acli bresciane ancora mantengono, anche se, a parole, ovviamente essi affermano di condividere la scelta del pluralismo operata dalle Acli. Questo orientamento "neo-collateraIista" è però contrastato non solo dalle sinistre Acli, ma anche da consistenti settori e autorevoli esponenti della stessa maggioranza che dirige attualmente le Acli.
Nella conclusione gli autori accennano di sfuggita alla mancanza di qualsiasi tesi precostituita che abbia orientato la raccolta e l'unificazione del materiale. Con questo gli Autori si auto-attribuiscono una patina di obiettività. Ma non ci pare si possa, pur con il massimo della buona volontà, prendere per vera tale affermazione, quando leggendo il libro emerge con evidenza che gli autori assumono alcune ipotesi, senza mai affermarle esplicitamente. La prima è un viscerale anticomunismo che permea tutto lo scritto e spesso funge da elemento discriminante nella selezione dei fatti e degli episodi riportati. Gli autori affermano di nutrire il sospetto "moltiplicato dalla guerra fredda, di un doppio gioco da parte dei comunisti che si spaccerebbero come difensori della democrazia solo per guadagnare la forza sufficiente a schiacciarla con una dittatura che, per il fatto di essere rossa, non sarebbe migliore di quella nera appena cancellata. Sulla sincerità della vocazione democratica dei comunisti sono gli stessi lavoratori cattolici a fare le prime esperienze negative. Gli oratori Dc nelle fabbriche sono duramente contrastati e praticamente impediti di parlare, gli albi murali Dc sono sistematicamente danneggiati. Gli stessi attivisti Dc sono esposti agli scherni e spesso alle minacce degli attivisti comunisti che dominano totalmente l'ambiente, quasi a prefigurare ciò che saranno le fabbriche quando il Pci avrà conquistato il potere" (pag.27).
Intendiamoci. E' innegabile che l'anticomunismo fosse un importante elemento di aggregazione del mondo cattolico italiano. Era quindi giusto e doveroso cercare di ricostruire il clima e i toni della rovente propaganda anticomunista, come fanno lodevolmente gli autori, riportando ampi stralci de La voce del popolo e de Il Cittadino. Ciò che non convince è la giustificazione di tutte le azioni, anche le più squallide, compiute dalla componente cristiana del sindacato con il pretesto della prevaricazione, delle minacce e del pericolo dei "rossi". Così, ad es., quando nel dicembre 1946 al Lanificio Marzotto di Manerbio gli operai decidono a stragrande maggioranza uno sciopero per sbloccare una vertenza aziendale, la cosiddetta componente cristiana del sindacato (in realtà sempre più democristiana e sempre meno cristiana) decide di invitare i lavoratori al crumiraggio. Gli autori anziché stigmatizzare tale comportamento, lo giustificano adducendo a pretesto l'esistenza di voci che asserivano che qualora l'agitazione fosse continuata, la ditta sarebbe stata "indotta a rivedere un certo progetto per la costruzione di case per i dipendenti".
Un'altra gravissima carenza riguarda la storia del sindacato: la designazione dei segretari da parte dei partiti nel maggio del '45, il primo congresso della Camera del lavoro nel maggio del '47, la rottura dell'unità sindacale nel luglio del '48, e la costituzione della libera Cgil il cui primo congresso si tiene nell'ottobre dello stesso anno. Ma è una storia tutta istituzionale, attenta solo all'evolversi dei rapporti politici e diplomatici tra le tre componenti sindacali, la cattolica, la socialista, la comunista. Le lotte dei lavoratori sono scrupolosamente ignorate. Così gli autori dimenticano di citare importanti battaglie salariali e normative conclusesi con il successo dei lavoratori. Ad es. alla Marzoli di Palazzolo sull'Oglio, per la prima volta in Italia, vengono conquistati 12 giorni di ferie all'anno; a Brescia, nel giugno del '46 viene siglato l'accordo sulle festività che poi sarà esteso a tutto il Paese, così come l'accordo per la scala mobile che farà testo in tutta Italia. Viene siglato in quel periodo il patto colonico che porterà l'imponibile di mano d'opera a 12 unità più due ogni cento piò. Egualmente sono tralasciate varie vertenze di fabbriche cittadine (viene fatto solo di sfuggita, in appendice, un cenno alla vertenza per i contributi e le liquidazioni).
Ma evidentemente non si tratta di dimenticanza. Se gli autori avessero sottolineato i risultati positivi che il sindacato unitario aveva consentito di conquistare ai lavoratori, non avrebbero potuto descrivere la scissione sindacale come inevitabile conseguenza della "minaccia insurrezionale" comunista. Con linguaggio apocalittico, gli autori, invece, raccontano così lo sciopero generale seguito all'attentato a Togliatti: "A Brescia come nel resto d'Italia c'è un'atmosfera cupa. Lo sciopero generale, le squadre degli operai comunisti che percorrono la città per imporre la chiusura dei negozi, l'occupazione degli stabilimenti, la notizia dei gravi incidenti verificatisi ad Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena, tutto fa pensare allo scoppio più o meno preparato di un moto insurrezionale. C'è del resto l'esempio recente della Cecoslovacchia, dove il PC si è avvalso della mobilitazione dei sindacati per impadronirsi del potere, a dar fondamento a questi timori" (pag.112).
Eppure la rottura dell'unità sindacale era un danno soprattutto per i lavoratori, che perdevano gran parte della loro forza. Era una vittoria degli industriali e della DC che, estromesse le Sinistre dal governo, nonostante si fossero impegnate costruttivamente per la ricostruzione del paese, temeva che la forza dei lavoratori potesse contrastare la sua politica economica. Ma evidentemente i nostri Autori, più che alle esigenze dei lavoratori, sono sensibili agli interessi politici della DC. Va comunque notato che, nonostante le evidenti intenzioni apologetiche (Faini si dichiara "democristiano senza riserve" - pag. 79), il ritratto della DC che esce da queste pagine non è certo il migliore. Anche con tutta la loro benevolenza gli Autori non possono tacere alcuni episodi. Nel settembre del '46 si tiene il secondo congresso provinciale democristiano. La "sinistra" democristiana si presenta per la prima volta sulla scena (nel primo congresso si era manifestata una generale unità del partito) ma anziché caratterizzarsi politicamente, i leader della corrente, Pedini e De Zan, organizzarono un'abile manovra elettorale che pone il segretario uscente Donati in minoranza in seno al nuovo Comitato provinciale. Ma, subito dopo, i contrasti interni dividono lo schieramento e Donati viene rieletto segretario. Nel '47 Donati si dimette in seguito ad un'altra manovra e Boni assume misteriosamente la carica di "segretario provvisorio" (il Cittadino dell'epoca non ne fa cenno e la notizia viene resa pubblica solo nel dicembre, in occasione del terzo congresso provinciale). Le dimissioni in seguito a manovre orchestrate non sono un fatto nuovo. Anche il segretario provinciale precedente Cancarini si era dimesso in seguito alle elezioni del '46, per protestare contro la manipolazione delle preferenze che aveva impedito la sua elezione alla Camera. Un solo giudizio degli autori sulla DC appare condivisibile; è quello su Bruno Boni: "Boni, finche potrà, cercherà di non dover fare i conti con correnti o gruppi organizzati favorendo piuttosto le formazioni corporative e le ambizioni dei singoli, che una reale dialettica di idee che potrebbe mettere in discussione il suo potere. Certo, con l'avvento di Boni alla segreteria politica il declino dei notabili in qualche modo legati ad una concezione conservatrice e clericale del partito viene accelerato, ma la progressiva trasformazione di Boni in super-notabile impoverisce un processo di reale democratizzazione del partito" (pag.95).
Anche leggendo questo libro appare dunque chiaramente che le faide di corrente, i personalismi e gli intrighi non sono solo un momento degenerativo della DC attuale, ma l'essenza di questo partito fin dalla sua nascita. Il vizio di fondo degli autori nell'analizzare la DC come le Acli consiste nel limitarsi ad un'arida elencazione di episodi, date, convegni e congressi, liste di eletti e organigrammi. Manca un'analisi e valutazione critica che affronti il tipo di evoluzione, anche ideologica e culturale, delle varie articolazioni che componevano il mondo cattolico. In particolare, viene completamente tralasciata la specificità delle Acli, quale organizzazione del movimento operaio cristianamente ispirata. L'attività che le Acli svolsero per la promozione.dei lavoratori cristiani, il loro modo di vivere lo "specifico cristiano" e la loro attività di apostolato ed evangelizzazione sono incredibilmente trascurate, come se il ruolo delle Acli si esaurisse nell'anticomunismo e nel collateralismo nei confronti della DC. Eppure per gli aclisti vivere la fede cristiana e impegnarsi conseguentemente nel movimento operaio non è mai stato un aspetto di secondaria importanza. Lo stesso Pio XII, nel discorso del 12 marzo '45, definì le Acli come "cellule dell'apostolato cristiano moderno" E' vero, come abbiamo notato, che gli autori dichiarano di volersi mantenere "obiettivi". Ma così come non hanno lesinato la polemica anticomunista, avrebbero potuto esprimere qualche valutazione culturale e politica sul mondo cattolico di quegli anni. In conclusione si ha l'impressione di un libro poco utile ai militanti aclisti di oggi che volessero trarre dal passato un insegnamento per il loro impegno quotidiano. Un'occasione mancata, dunque.

Maurilio Lovatti

 

 

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