La voce del popolo, 31 marzo 2022, pag. 38-39

 

 

 

Una Chiesa molto attenta al rigore normativo

di Maurilio Lovatti 

 

Caro direttore,
ho letto su Voce la lettera del sig. Mauro Zenoni che definisce “scellerata” la proposta di legge sulla “morte volontaria medicalmente assistita”. Sarò forse ingenuo, ma non mi sembra così scellerata.
Zenoni ricorda la frase di papa Francescoesiste il diritto alla vita, non alla morte”. Frase in tutto e per tutto condivisibile. Ma non mi sembra che la citata legge istituisca un diritto assoluto alla morte assistita. Leggendo l'art. 3, apprendo che possono fare richiesta di morte assistita solo le persone che si trovano in entrambe queste situazioni: a) essere affette da patologia irreversibile (senza cioè nessuna speranza di guarigione) con “prognosi infausta” o sofferenze “assolutamente intollerabili” e b) essere tenute in vita da trattamenti sanitari di sostegno vitale, la cui interruzione provocherebbe il decesso del paziente. Mi sembra evidente che non si stia istituendo un diritto generale e illimitato alla morte volontaria assistita.
Leggo poi la lettera Samaritanus bonus della Congregazione della Dottrina della Fede (22 settembre 2020) che giustamente condanna l'accanimento terapeutico: “nell’imminenza di una morte inevitabile, dunque, è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Le cosiddette cure palliative sono l’espressione più autentica dell’azione umana e cristiana del prendersi cura, il simbolo tangibile del compassionevole “stare” accanto a chi soffre. Esse hanno come obiettivo di alleviare le sofferenze nella fase finale della malattia e di assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano”. Fin qui, penso, siamo d'accordo.
Ma poi la Congregazione afferma: “L’uso degli analgesici è parte della cura del paziente, ma qualsiasi somministrazione che causi direttamente e intenzionalmente la morte è una pratica eutanasica ed è inaccettabile. La sedazione deve dunque escludere, come suo scopo diretto, l’intenzione di uccidere, anche se risulta con essa possibile un condizionamento sulla morte comunque inevitabile.” Fino a concludere: “l’eutanasia, pertanto, è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza.”
Penso che in generale le indicazioni del Magistero vadano sempre accolte partendo dal presupposto che ci aiutino a meglio comprendere la realtà alla luce del Vangelo. Però in questo specifico caso mi sento alquanto dubbioso. Se nella fase finale di malattie incurabili lo scopo condiviso è quello di evitare sofferenze insopportabili, che lo si faccia rinunciando a trattamenti che tengono in vita il paziente o intervenendo direttamente con la cosiddetta morte assistita, è così importante? Il comandamento “non uccidere” è un imperativo che non ammette eccezioni? Non direi, nell'insegnamento tradizionale della Chiesa non è mai stato così (ad esempio nei secoli scorsi era considerato lecito, in guerra, uccidere i soldati di un Paese nemico che avesse invaso ingiustamente la Patria). Irrigidirsi su aspetti formali delle norme morali a scapito del contenuto (che in questo caso è quello di evitare sofferenze insopportabili al malato terminale) non rischia di dare l'immagine di una Chiesa molto attenta al rigore normativo, ma poco misericordiosa? Anche il paragone con l'aborto non è pertinente. L'aborto volontario sopprime una vita potenzialmente sana e certamente desiderosa di vivere, mentre la morte assistita sopprime, con il consapevole consenso dell'interessato, una persona incurabile al fine di evitare sofferenze intollerabili.

 

Maurilio Lovatti

 

La voce del popolo, 31 marzo 2022, pag. 38-39

 

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