La voce del popolo, 31 marzo 2016, pag. 6

CREATO

 

 

 

Votare con giudizio

 

di Maurilio Lovatti 

 

Il 17 aprile si voterà in un referendum per abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme marine entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all'esaurimento del giacimento. Il referendum non riguarda il divieto di effettuare nuove trivellazioni, che sono già vietate entro le 12 miglia e continueranno ad essere permesse oltre questo limite anche in caso di vittoria dei sì. La maggior parte delle 66 concessioni estrattive marine in Italia è oltre le 12 miglia marine, e quindi non coinvolte dal referendum, che riguarda soltanto 21 siti ubicati entro questo limite. Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta. Se al referendum dovessero vincere il sì, gli impianti delle 21 concessioni coinvolte, in gran parte di metano, dovranno chiudere tra circa cinque-dieci anni. Gli ultimi, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa vent'anni, quando lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili renderà meno importante lo sfruttamento dei giacimenti.
Poiché un disastro ambientale in caso di gravi malfunzionamenti di uno degli impianti è sempre possibile, il principio di prudenza sostiene certamente le ragioni del sì.
Tuttavia si rimane sconcertati dalle presunte "ragioni" che i comitati per il sì e per il no vanno diffondendo sui media. I sostenitori del no o dell'astensione paventano drammatiche conseguenze occupazionali, che sono invece limitate e soprattutto non certe e immediate. I sostenitori del sì ripetono continuamente il sacrosanto principio che occorre ridurre l'uso di petrolio, gas e carbone e favorire le energie pulite, come il solare, per ridurre il drammatico surriscaldamento del pianeta. Principio verissimo, ma che non riguarda direttamente la prossima consultazione referendaria, anche se la partecipazione al referendum può essere interpretata politicamente come volontà popolare di cambiare la politica energetica. Se anche fossero chiusi tutti gli impianti estrattivi dei nostri mari, le conseguenze negative (in termini sia d'inquinamento, sia di surriscaldamento climatico) della combustione di fonti fossili non sarebbero intaccate. Anzi l'inquinamento potrebbe peggiorare: il petrolio non più estratto verrebbe importato da inquinanti petroliere e, ancora peggio, le centrali termoelettriche che attualmente bruciano metano, potrebbero sostituirlo col carbone, molto più inquinante, se il metano fosse più caro o meno accessibile (già oggi la centrale Lamarmora di A2A brucia carbone 3 volte più che il metano).

 

Maurilio Lovatti

 

La voce del popolo, 31 marzo 2016, pag. 6

 

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