Maurilio Lovatti

Il caso di Mario Rossi (1954): testimonianze, documenti, lettere

 

La ricostruzione dello storico Carlo Falconi
(citazioni dallo scritto Gedda e l'Azione Cattolica)

 

 

 

La sostituzione di Mario Rossi al Carretto segnò una data importante per la GIAC. Il trionfo della sua candidatura fu dovuto ad un abile manovra di don Arturo Paoli, il quale, avvertito che Gedda stava riprendendo rapidamente quota in Vaticano, finse di staccarsi dalla guardia del corpo di Carretto e di ritornare tra i geddiani. Quando fece il nome del Rossi, Gedda, che lo conosceva appena nonostante fosse un "operaio", cadde nel trabocchetto. Nella storia della vocazione del Rossi all'A.C. c'era del patetico, e don Paoli seppe sfruttano opportunamente: "figlio illegittimo della signora Jolanda Rossi, sarta, tirato su onoratamente dalla madre con grandi stenti, aveva aspirato a diventare prete, ma vi aveva dovuto rinunciare per il timore che le leggi canoniche facessero ostacolo, dato il suo stato civile, all'ingresso in seminario e per conseguenza aveva portato nell'apostolato laico una veemenza forse un po' venata d'amarezza ".
E' probabile che don Paoli tacesse o sorvolasse invece sulla sua esperienza operaia in uno zuccherificio e sulla sua partecipazione alla Resistenza. Comunque, aveva agio di diffondersi a parlare della sua pietà non bigotta, della sua pacatezza non contraria affatto al fervore d'una dedizione di cui aveva dato prove segnalate, ad esempio, durante l'alluvione del '51 nel Polesine, del suo temperamento d'artista documentato dal diploma di pianoforte e dall'efficacia della sua oratoria. Ma probabilmente l'argomento decisivo per Gedda fu quello di sapere il Rossi medico. Un medico è un uomo positivo, lontano dalle ventate mistiche e ha spirito di corpo. Tre camici bianchi ai vertici dell'AC maschile - il suo, quello di Maltarello e quello del nuovo Presidente della GIAC - seducevano Gedda, che, infatti decise per il si.
La nomina raggiunse Mario Rossi nel Veneto - al suo paese natale, Costa di Rovigo (aveva ventotto anni allora e copriva la carica di presidente della GIAC nella sua diocesi) - all'improvviso. Don Paoli non lo aveva preavvertito del suo passo: tanto più che il Rossi era tutt'ora sotto il fascino di Gedda. Se aveva puntato su di lui, era perché non dubitava, conoscendolo, ch'egli avrebbe ben presto cambiato idea. Rossi calò dunque a Roma come un eletto da Dio, avvolto nei nembi di un'ira sacra. Veniva - disse - per purificare. E iniziò subito, infatti, una zelante epurazione dei carrettiani. Ma la vicinanza all'idolo fu decisiva. Dopo pochi mesi, era già tra gli " eretici ".
Dal suo libretto La terra dei vivi - un'antologia di annotazioni diaristiche e di articoli, che riuscì a pubblicare presso l'AVE nella primavera del '54, quasi contemporaneamente all'accettazione delle sue dimissioni, e che porta questa significantissima dedica: "A tutti i giovani che non sono caduti nel peccato di rassegnazione" - si può estrarre un florilegio di sensibilissime e puntualissime critiche antigeddiane, ma soprattutto la documentazione del suo anti-geddismo avant-lettre. Sono del '46, infatti, al tempo della sua esperienza di fabbrica, queste note occasionali contro il superomismo, la tecnica di cellula (poi adottata dalla "base missionaria"), l'astrattismo e il dogmatismo temporale:

 

"Il discorso cadde sul Polesine e sulla urgenza di redenzione della sua gente... Chi sarebbe stato quel temerario che avrebbe incominciato? Un uomo. Non un superuomo.
…che ci scoprano cristiani per aver conosciuto la nostra umanità.
La presenza dei cristiani! (in fabbrica) nascosta, silenziosa, ma operante, simpatica, umana, viva! Non dovrebbe assolutamente essere una presenza "cellulare".
…ho meditato anche sulle modalità di un autentico movimento operaio cristiano: esso dovrebbe essere spirituale, fortemente radicato nella realtà e non schematizzato in formule e catalogazioni secondo i canoni di un certo "dogmatismo temporale" di incipiente moda.
…capisco i danni sociali di due eresie moderne, di due categorie di pensatori: gli storicisti che universalizzano il particolare fenomenologico e gli astrattisti cristiani che fissano fra cielo e terra i principi eterni della Verità, senza calarli nella vita e nella storia."

 

Queste note erano segrete. Mentre apparvero, sui giornali della GIAC, rispettivamente nel '51 e nel '52, questi altri pensieri sulla professione e sulla condizione operaia, e specialmente sul paternalismo:

 

"Un lavoro senza la presenza dei morti, dei bambini, (lei poveri, un lavoro senza offerta, un lavoro senza interessamento vivo delle varie categorie e delle varie classi, un lavoro fatto di mondi chiusi (terribile colpa delle nostre università!) è un controsenso per il Vangelo e per la storia.
Sistemi diversi di "usare l'uomo" sono quasi tutti uniti per abbassarne il contenuto interiore, per disperdere, se fosse possibile, una grandezza eterna. L'uomo visto dal di fuori e non dal di dentro. L'uomo schiacciato dalle strutture e dai mezzi che dovrebbero essere al suo servizio. E che importa se lo schiacciamento della persona umana viene da parte dello Stato o da parte di un gruppo capitalistico, o da parte di un'organizzazione sindacale, o da parte di un partito?
In questo modo, nascono le dittature e i nazionalismi: come paternità sbagliate, come vantaggi dirigistici per determinati gruppi sociali… lo Stato, la Nazione diventano il mito di una paternità o forse l'illusione di non aver perduto il Padre. E forse l'ateismo dei fascisti e dei comunisti è proprio questa nostalgia di una paternità.
Il fine dei paternalismi è la fine della persona umana."

 

I suoi primi dissensi con Gedda furono relativi alla "base missionaria": ed erano già dissensi sostanziali. Ma la disciplina interna proibì al Rossi di manifestarli in pubblico. Diverso, invece, era il caso dell'ingaggio dell'AC nella battaglia preelettorale, a proposito del quale egli non poteva certo usare reticenze coi suoi giovani. Per ragioni, anche questa volta, di disciplina, attese ad esprimere il proprio pensiero la vigilia delle votazioni e subito dopo. Alla vigilia, il 10 giugno 1953, scrisse:

 

"Chi vince? Ch perde? No, non si parla cosi fra noi. Chi si salva nella Verità e nella Carità, oggi?...
Tu non vuoi essere un comiziante della retorica, tu non hai venduto la verità, tu non sei un biasimatore pessimista, né un frenetico calunniatore. Ecco perché anche questa battaglia deve fare chiarezza sull'anima: ridiventare trasparenti proprio quando c e tentazione di oscurità, ridiventare sereni proprio quando c'è tentazione di isterismo, di ristabilire un dialogo da cristiani proprio quando è atteso uno scontro da anticristiani.
Neppure un peccato veniale contro la Carità e contro la Verità proprio quando il clima della piazza e diventato turbolento e passionale. E ridire a noi, e convincere tutti, che non siamo contro qualcuno: siamo contro ogni violenza, ogni dittatura, ogni mortificazione di verità, ogni compromesso con l'ingiustizia. Ma non contro gli uomini. Abbiamo troppo sofferto e soffriamo troppo per certi mondi chiusi e barricati da avere ancora il desiderio della difesa... Ci stanno a cuore i poveri e non vogliamo che siano sempre delusi. Ci stanno a cuore i lontani e non vogliamo che imparino da noi il disamore. Ci stanno a cuore i vicini e vogliamo aiutarli prima di criticarli...
Oggi persiste la nostra fame, e non è di conquista, e non è di dovere, e non è di mestiere. E' fame di testimonianza, di dialogo, di verità, di giustizia."

 

E il 5:

 

"Grazie a Dio, abbiamo una fede che non è radicata negli uomini, nemmeno nella potenza dello Stato, e neppure nella forza di un partito. Ci siamo impegnati con Cristo e per questo motivo, il nostro coraggio è tanto lontano dalla spavalderia, e il nostro impegno si disinteressa del successo."

All'indomani delle giornate elettorali del 7-8 giugno, il suo commento fu il più crudelmente sincero della stampa cattolica:

"Esse hanno chiaramente dimostrato:
- la necessità che le nuove generazioni siano pienamente interpretate nelle loro esigenze fondamentali di lavoro e di cultura. I giovani sono stanchi di essere valutati con paternalismo e di essere usati solo quando fanno comodo, magari quando c'è bisogno di sostenere una candidatura.
- I giovani non hanno trovato fino ad oggi negli attuali organi politici la possibilità di inserirsi nella vita politica e di esprimere in essa valori fondamentali appresi in sede religiosa.
- I giovani non vogliono che la tattica uccida il progresso sociale, che deve essere realizzato proprio in sede politica perché ci sia coerenza con i principi appresi in sede religiosa. Il Vangelo non ci ha educati a sostenere né a salvaguardare i devozionismi e il denaro dei ricchi. La giustizia e le opere di misericordia vengono prima di tutti i privilegi e non basterà avere la cappella nella villa padronale per essere salvi nel giorno del giudizio.
- I giovani vogliono che la politica si faccia con scelte politiche: la religione deve ispirare la politica senza sostituirsi ad essa. Perciò i laici devono fare i laici a loro rischio personale senza usare della Chiesa a sostegno di una tesi di partito. La Chiesa è al di là della parte e l'amore più grande che possiamo dimostrarle è quello di non coinvolgerla in competizioni di parte.
- I giovani sanno che non basterà ricostruire ma bisognerà educare, e non sarà sufficiente una campagna elettorale per creare delle convinzioni. C'è un programma di interessamento e di educazione positiva che deve svilupparsi per combattere l'ignoranza e il fanatismo. Come bisogna passare per maturità dal campo dell'assistenza al campo della giustizia, così per maturità bisognerà passare da una educazione elettorale ad una elevazione culturale."

 

Ma se l'antigeddismo di Rossi si fosse limitato a questo, sarebbe rimasto ancora nei limiti di quello di Carretto. Carretto, lo si è visto, ribellandosi al tecnicismo organizzativo e al donchisciottismo politico-apostolico di Gedda, non sapeva proporre che un ritorno più intenso alla vita interiore e alla tradita spiritualità del Getsemani. Non si accorgeva, cioè, che proprio con quell'opporre alla degenerazione presente del suo amico l'integralismo primitivo della sua condotta, rimaneva sostanzialmente fedele a Gedda. A parte ciò, la sua diagnosi era completamente sbagliata: la crisi della Gioventù Cattolica non era affatto una crisi di spiritualità e di soprannaturalità, bensì di capacità di inserimento nell'umano, e l'idealismo borghese e professorale del Carretto non avrebbe mai potuto rendersene conto. Il Rossi invece, fortunatamente, si. La sua infanzia amara e la giovinezza combattuta tra la miseria e la vergogna, erano state una dura scuola di realismo, ma estremamente benefica:

 

"Il Signore mi ha concesso tre grandi favori: quello di conoscere l'ambiente operaio nella fabbrica, quello di essere quotidianamente inserito nell' ambiente rurale del Polesine, quello di partecipare alla vita studentesca e professionale. Proprio in queste esperienze, ho imparato che la fermentazione cristiana, non è un francobollo che si appiccica dal di fuori, non può ridursi ad un apostolato del dopo-lavoro, ma deve essere animazione dal di dentro, deve inserirsi come partecipazione vitale e quotidiana, deve rinunciare allo schema, perché l'uomo bisogna trovano al di là di ogni schema che lo riduce a farsi contemporaneamente trovare al di là della catalogazione che gli "altri" vorrebbero fare di noi.
Se le crociate, le campagne, i manifesti, le formule tengono conto di questo dato essenziale, se dimenticano che il lievito non si mette vicino alla pasta, ma dentro, resteranno iniziative appariscenti, ma non momenti vitali. Il significato della Incarnazione, e la giovinezza della Chiesa stanno proprio qui, in questo rinnovamento che parte dalla coscienza e dall'anima dell'uomo e che parte dall'interno delle strutture umane."

E ancor più felicemente:

"E' meglio formare alla realtà e alla durezza del vivere sociale che immettere nella società generazioni di servi o di caporali. Certe persone pie, che non sanno distinguere il dogma e il magistero dal rischio di una esperienza personale, certi comizianti che, ingolositi, fanno la vita sociale parlando di devozione, certamente negano l'originalità di un esperimento sociale cristiano, e anche se usano la parola "sociale", non sentono il midollo drammatico e la complessità umana."

 

E in un'altra occasione:

"Questa società.., non è atea perché non crede in Dio, ma è atea perché non ama l'uomo."

Un'eresia per i professionisti della teologia ufficiale impagliata: la cui pericolosità era soprattutto visibile, però, in corollari come questi:

"E' certo che alcune posizioni antisociali e assurde non dovrebbero avere ragione di essere, proprio quando si dovrebbe educare maggiormente e favorire la partecipazione popolare alla vita dello Stato. E' certo che alcune posizioni capitalistiche, mentre si sta facilitando l'unificazione sociale fra nord e sud d'Italia, dovrebbero sembrare ridicole. È certo che le barricate e le dighe per fermare una presenza di cristiani audaci e coerenti dovrebbero apparire a chi le erge come antistoriche."

 

O in pagine di sconcertante polemica come queste altre:

"I conservatori sono coloro che scambiano la pigrizia per integralismo e confondono l'ortodossia con il loro schematismo mentale, sono gli ammalati di "retrovia" che preferiscono una tenda da patteggiarsi con chiunque, alla scomodità di una trincea. I conservatori sono anche coloro che credono che il dovere di oggi sia di usare tecniche e mezzi modernissimi, ma lo fanno per incapacità di maturare un pensiero interpretativo nuovo e fanno apparire la loro attualità nei mezzi che usano anziché nelle idee che esprimono. Si potrebbe dire che i conservatori sono degli ingenui, dei disastrosi ingenui che non colgono situazioni storiche nuove ma si accontentano di incollare francobolli antichi su rotture e fratture sociali. La cristianità oggi può ridursi a confondere le strutture vecchie con la tradizione viva, i mezzi apostolici con l'apostolato, la metodologia con la testimonianza, la tattica con la prudenza, dimenticando che la prudenza più grande dei santi è il coraggio; può ridursi a recuperare uomini e situazioni anziché farsene interprete e mettersi alla testa dell'umanità, raffrontare la grande ricchezza spirituale che sentiamo di avere alle proporzioni di questo mondo per toglierlo da una attesa disperata e donargli chiarezza di visione che permetta attesa di speranza.
I giovani, più di tutti, chiedono una prospettiva di vita, il diritto di costruire la loro personalità, la possibilità di non rinunciare ad una vocazione; domandano che non ci si fermi in questi tempi di tragedia e di rivoluzione ad un'"ordinaria amministrazione", né in senso economico, né in senso sociale. L'ordinaria amministrazione poteva andar bene in altre ore, meno dure di queste che viviamo; oggi può andar bene solo per i ricchi che ingannano il tempo giuocando a canasta. I poveri e i giovani hanno bisogno di avvenire come hanno bisogno di pane e vogliono vederci chiaro, sapere che cosa decidono i cristiani, se è vero quanto sentono dire e cioè che il fermento si è ridotto a sposare il quieto vivere, se è vero che il cristianesimo può portare ancora lo scandalo e il messaggio della libertà, perché porta lo scandalo e il messaggio dell'amore."

 

"Dal linguaggio dei suoi periodici - scrisse il Borghese del 7 Maggio 1954 - (Gioventù, Gioventù operaia, Gioventù rurale, Gioventù studentesca), soprattutto dopo il 7 giugno, risulta chiaro che egli era ossessionato dalla voglia di far capire che era rivoluzionario almeno tanto quanto i comunisti". L'articolista del Borghese fa della palese ironia: ma in fondo non ha tutti i torti. Fra l'estate e l'autunno del '53 maturò davvero con il Rossi una nuova Sinistra Cristiana, quella della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, distinta e indipendente da ogni altra parte: da quella ad es. dei giovani democristiani, che non ebbero il coraggio di fraternizzare col Rossi neppure dopo l'esplosione della crisi, e da quella di Iniziativa cristiana. L'articolista del Borghese, però, fraintendeva grossolanamente il vero spirito rivoluzionario del Rossi.

"Siamo vivi e vitali - diceva il giovane presidente della GIAC - non perché andiamo a prestito di dolore dai comizianti della miseria né perché andiamo a prestito di gioia dai commercianti del piacere: il dramma di Cristo, il Paradiso dell'anima in Grazia e la storia di tanta umanità sono cosi vivi e attuali da non consentirci distrazioni. Ed è per questo soprattutto che non abbiamo bisogno di andare a chiedere in prestito le rivoluzioni, perché abbiamo per noi quella vera, quella interiore, quella che non teme concorrenze sterili, essendo già al di là di ogni concorrenza, oltre ogni trincea.
Le altre rivoluzioni, quella di ottobre e quella di tutti gli altri mesi dell'anno, non sono abbastanza rivoluzionarie per noi che recitiamo ogni giorno il "Pater noster". Rivoluzioni senza dimensioni eterne non ci interessano...
Ma sappiate anche che non siamo cosi ingenui da credere che la rivoluzione cristiana sia una formula: non crediamo né alle formule né alle ricette buone per tutti gli ammalati. Non ci sentiamo né semplicisti, né materialisti, né confusionisti, né ingenui."

 

Comunque, è evidente che la collisione col destrismo e col conservatorismo integralista di Gedda non poteva essere evitata troppo a lungo. Rossi preferiva, naturalmente, che ciò avvenisse senza rotture violente, per conquiste progressive. E credeva di aver trovato la piattaforma ideale per la sua azione. Era infatti riuscito ad ottenere di poter avviare una riforma sostanziale delle strutture dell'associazione, sostituendo quelle in atto sin da prima della presidenza Gedda e basate sulla distinzione, per età, con le nuove appoggiate alla divisione per categorie sociali(studenti, operai, rurali). Gedda non aveva nascosto la sua personale, e del resto a tutti nota, avversione a quel classismo malamente battezzato, che, a suo parere, si sarebbe rivelato prima o poi come un cavallo di Troia marxista introdotto nella cittadella dell'Azione Cattolica. Poiché però l'adozione del sistema avrebbe seguito una certa gradualità, pur di riconciliarsi i giovani, aveva lasciato fare. Al primo errore, gli sarebbe stato facile intervenire e bloccare l'iniziativa.
Il pretesto, per un intervento ancor più radicale gli fu dato, invece, ai primi di gennaio del '54, da un articolo di Nicola Adelfi sull'Europeo. Il titolo era di per sé eloquente: Questi Cattolici cercano nuovi cieli e nuove terre; ma il contenuto non deludeva affatto. E specialmente quello che vi si diceva, in apertura, del Rossi era materia decisamente infiammabile. E' vero che il Rossi non si trovava in cattiva compagnia: dopo di lui erano presentati il card. Lercaro, La Pira e don Mazzolari: quei nomi, però, avevano il torto, tutti senza eccezione, di appartenere a quella sponda cattolica che per Gedda costituiva una passerella ingenuamente ma stoltamente offerta al nemico. Rossi fu chiamato ad audiendum verbum e pochi giorni dopo la sua lettera di dimissioni, indirizzata al Papa, giungeva sul tavolo di mons. Montini. Con la scusa della malattia del destinatario, vi rimase tre mesi. Quando ecco, il mattino del 19 aprile, il Messaggero annuncio:

 

"Si apprende che il dott. Rossi, succeduto al prof. Carretto nell'ottobre '52, è stato Sostituito al pari del suo predecessore perché non in pieno accordo con gli orientamenti del prof. Gedda, Presidente Centrale dell'Azione Cattolica. Il dott. Rossi e il prof. Carretto hanno infatti sempre seguito e sostenuto una linea chiaramente democratica, ispirata alla politica di centro e alle tradizioni antifasciste della Gioventù Italiana di Azione Cattolica... Il dott. Rossi stava organizzando per i primi di maggio un'assemblea nazionale dei presidenti e degli assistenti diocesani allorché è stato convocato dai Cardinali Pizzardo, Ottaviani e Piazza, che lo hanno invitato a dimettersi... Il dott. Rossi ha poi riferito personalmente al Prosegretario di Stato Monsignor Montini le circostanze che hanno caratterizzato le sue dimissioni. Il Prosegretario di Stato avrebbe dimostrato di non sapere della iniziativa dei Cardinali."

 

Poche ore dopo, nella sua consueta edizione pomeridiana, l'Osservatore Romano si limitava a dare l'annuncio della sostituzione del dott. Mario Rossi col dott. Enrico Vinci alla presidenza della GIAC. Ma la vivacità dei commenti apparsi sulla stampa di ogni colore lo richiamò in causa il 23, con questa risposta alle "faziose speculazioni":

 

"Le dimissioni del dott. Rossi dalla presidenza della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, e la nomina del successore dott. Enrico Vinci sono state interpretate da certi giornali, specialmente dall'estrema sinistra, come un cambiamento di rotta politica, che le gerarchie ecclesiastiche vorrebbero imprimere alla organizzazione giovanile di Azione Cattolica. La speculazione si è avvalsa anche delle circolari, diramate dal dott. Rossi al momento di lasciare la carica, attribuendo ad esse (ed un giornale di sinistra ne ha addirittura interpolato il testo) un significato che vogliamo credere esuli dalle intenzioni del firmatario.
Sta di fatto che le cose sono andate ben altrimenti. Le autorità ecclesiastiche competenti erano da tempo preoccupate per alcune pericolose tendenze dottrinali nella Gioventù Italiana della Azione. Cattolica, accentuatesi in questi ultimi mesi. Oltre a tali deviazioni dottrinali destavano serie apprensioni certi atteggiamenti meno conformi alla natura, ai fini e alle tradizioni della Azione Cattolica Italiana.
Per questi motivi le dette autorità hanno ritenuto opportuno accettare le dimissioni che il dott. Rossi aveva fin dal gennaio scorso presentato. Pertanto, solo interpretazioni faziose e settarie di avversari che mirano ad incrinare la compattezza della Gioventù Italiana di Azione Cattolica possono attribuire significato politico a un fatto, in cui la politica non è entrata, né aveva ragione di entrare, come espressamente fu dichiarato dal dott. Rossi nel colloquio durante il quale furono confermate le dimissioni."

 

Gli "eretici" conobbero in privata sede le specifiche accuse mosse loro dal Santo Offizio (il quale da mesi li teneva sotto sorveglianza, non lasciandosi sfuggire un sol rigo dei loro scritti o una sola frase dei loro discorsi: materiale tutto che trovarono debitamente consegnato a un voluminoso dossier): 1) disobbedienza al Papa; 2) "francesismo" (si trovò che citavano troppo Mauriac, de Lubac, Maritain, Mounier, ecc.: l'ombra dell'eresia irenista si era dunque allungata su di loro); 3) tendenze pericolose (non meglio qualificate, ma traducibili in qualche modo nel termine "sinistrismo"). La messinscena del Santo Offizio non turbò il dott. Rossi né i suoi collaboratori centrali. Il giorno delle consegne, il dott. Vinci si senti chiedere se dovessero salutarlo col saluto romano: poi gli piovvero sul tavolo 25 lettere di dimissioni.
Pochi giorni dopo, il 10 e il 2 maggio, ad Assisi, l'Azione Cattolica doveva tenere la sua assemblea generale. Qualcuno si attendeva mare grosso: ma qualsiasi tentativo per portare il discorso sul tema del caso Rossi fu inesorabilmente stroncato dalla reazione dal card. Piazza. "Quando vi è investitura dall'alto - disse bene Alberto Giovannini sul Tempo del 3 maggio '54 - non vi possono essere scissioni o autonomismi, ma tutt'al più dimissioni". "Condannati costoro dal Collegio cardinalizio preposto al controllo dell'associazione, ogni discussione era fatale dovesse cadere, perché ogni problema "risolto" non richiede ulteriore dibattito".
In realtà, fu subito chiaro sin dall'impostazione del programma "sociale" dell'assemblea che una sola mente, non soltanto aveva preordinato quell'impostazione senza precedenti, ma, proprio alla sua vigilia, aveva fatto precipitare la crisi della GIAC. La lettera del Prosegretario Montini al card. Piazza, presidente della Commissione Episcopale per l'alta direzione dell'AC, era esplicita come raramente un documento ufficiale del genere:

 

"oltre ad un esame sugli sviluppi dell'organizzazione, l'Assemblea si occuperà altresì dei riflessi di carattere prevalentemente morale, che derivano dai problemi della casa, del lavoro e dell'assistenza e che devono richiamare l'attenzione dei più qualificati dirigenti dell'Azione Cattolica. Evidentemente questa non può e non vuole ingerirsi indebitamente nella sfera delle responsabilità e delle competenze proprie delle pubbliche autorità, ma può e deve studiare tali problemi sotto l'aspetto che direttamente la riguarda e l'interessa, fornendo conclusioni ed indicazioni che le autorità stesse non possono non tenere in particolare considerazione. Se è vero, infatti, che l'Azione Cattolica secondo la sua natura si propone propriamente l'apostolato religioso per la riconquista a Cristo della società moderna, non è men vero che essa segue concretamente gli anzidetti problemi là dove nascono e si pongono, per cercare di affrontarli e risolverli nel modo migliore.
Il Sommo Pontefice, in vista appunto di questo nobile assunto, nutre fiduciosa speranza che la Sua Carissima Azione Cattolica Italiana, con quell'alto senso di responsabilità in tante occasioni dimostrato nel corso della sua storia gloriosa, apra una pagina nuova del suo apostolato, particolarmente consona ai bisogni della Chiesa nel momento presente.
Al di sopra, poi, di ogni tendenziosa insinuazione propagata da coloro che cercano di turbare la vita della medesima Azione Cattolica Italiana, codesta Assemblea da molti mesi pensata e predisposta servirà a dimostrare come non propositi privi di sensibilità sociale, ma esperta competenza, sollecitudine indefessa e fraterno amore verso il popolo, guidano le intenzioni e le opere dei dirigenti sia nazionali che diocesani e locali della grande e benemerita Organizzazione."

 

Gedda poi, nella sua relazione ufficiale, fu decisamente polemico, sia difendendo la "base missionaria":

 

"A quanti chiedono qual'è l'obiettivo specialmente perseguito dalla Presidenza Generale potete rispondere tranquillamente che è quello dell'apostolato esterno, o missionario che dir si voglia. Intenti a questo lavoro ci potete ritrovare in ogni giorno dell'anno. E questo dico…, anche per suggerirvi una risposta a quei malevoli i quali pensano che la Presidenza Generale sia sempre in agguato per formulare degli interventi di altro genere."

 

sia affrontando scopertamente il tema della crisi Rossi:

 

"In questi ultimi giorni proprio quando la Presidenza Generale poteva desiderare la massima tranquillità per disporre con tempo e riflessione questa nostra Assemblea, si è improvvisamente rivelata una crisi di quella organizzazione che se un Papa ha potuto definire pupilla dei suoi occhi, noi che vi abbiamo appartenuto, io che l'ho diretta per dodici anni, sentiamo di considerarla cuore del nostro cuore, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Tutti noi abbiamo sofferto in questi giorni (e tanto più quando le reazioni all'intervento superiore hanno dimostrato la necessita e la tempestività di quell'intervento) perché non è chi non veda e non è chi non potesse prevedere che da simili contingenze nascono difficoltà per l'organizzazione, per tutta l'Azione Cattolica, senza dire che queste difficoltà raggiungono gradi altissimi per chi si trova a dirigere in tali momenti. Ma non per questo abbiamo alterato la nostra serenità spirituale, la carità delle nostre maniere, il ritmo del nostro lavoro.
La serenità spirituale è assoluta perché su Pietro si fonda la nostra fede, la quale è senza condizioni e senza limiti: nella Santa Sede noi come cattolici e tanto più come militanti dell'Azione Cattolica. ravvisiamo la rappresentanza di Dio in terra, il centro unificatore delle nostre forze, il segreto della vita immortale della Chiesa malgrado la potenza dei suoi nemici, la via tracciata per raggiungere la felicità dei colli eterni.
La Santa Sede è intervenuta. La Santa Sede ha dichiarato il suo intervento. L'Azione Cattolica Italiana e serena in questa ora come lo è nei tempi di bonaccia.
E' un banco di prova, è il vaglio del seme, è una dichiarazione del nostro stile di fede e di fedeltà, che offriamo agli amici e agli avversari. Noi non apparteniamo al gregge di chi segue supinamente le folate dell'opinione pubblica, né tanto meno a quello di chi procede a scrivere la storia con la irresponsabilità di chi scrive un romanzo. Questo malcostume della stampa che per tutto un inverno è vissuta di scandalismi e che ha creduto di poter estendere questo metodo alle cose sacre di casa nostra, dove non si tratta di politica né di nuovi partiti, né di destra nè di sinistra, ma di salute delle anime in cui unico e supremo giudice è il Vicario di Cristo, questo malcostume deve essere denunciato dagli uomini onesti e responsabili. E siccome purtroppo queste denuncie hanno molto peso morale, ma non hanno nessun risultato concreto, spetta a noi di contrastare questo malcostume con i fatti che pesano in ogni caso più delle chiacchiere. Il primo fatto era rappresentato dalla serenità dell'Azione Cattolica Italiana che esce addolorata ma spiritualmente intatta dai giorni della prova.
La serenità è disposata alla carità del nostro comportamento. Carità che ci fa ricordare con affetto chi lascia il posto e ci fa salutare con solidarietà e augurio chi gli succede. Carità che ci ha fatto evitare di intervenire nei giorni scorsi con pubbliche dichiarazioni che avrebbero potuto rendere la situazione ancor più difficile (ci siamo limitati, come sapete, ad una circolare del nostro Segretario Generale) e di cui del resto non vi era bisogno perché i fatti essenziali indicavano chiaramente la natura dell'intervento. Ma carità soprattutto che ci dobbiamo proporre come metodo per dissipare le ultime nubi che possono ristagnare in qualche anfratto organizzativo, dove invece deve giungere, con il sole della carità, il sereno assoluto.
E finalmente noi affiancheremo l'intenzione che la Santa Sede si è proposta con questo provvedimento, come in ogni altro esercizio della Sua Autorità, conservando e intensificando il ritmo del nostro lavoro)."

 

 

 

 

Fonte: Carlo Falconi, Gedda e l'Azione Cattolica, Parenti, Firenze 1958, pag. 207 - 227.

 

 

 

 

 

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