Maurilio Lovatti

Il caso del questore di Brescia Manlio Candrilli

 

Lettera del figlio Giancarlo Candrilli al Giornale di Brescia del 19 gennaio 1974

 

 

 

 

Lettera mai pubblicata, indirizzata dal figlio del questore Giancarlo Candrilli a Vincenzo Cecchini, Direttore del "Giornale di Brescia", in merito alla "cronaca" giudiziaria del giornalista Bruno Marini.

Roma, 19 gennaio 1974

Egregio Signor Direttore,

Sono il figlio del maggiore dei bersaglieri Manlio Candrilli che durante la R.S.I. ricoprì la carica di Questore di Brescia e che nel dopoguerra, dopo essere stato condannato a morte dalla locale Corte d'Assise Straordinaria e fucilato il 1° settembre 1945, venne assolto post mortem con sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 27 novembre 1959.
Da tempo avevo in animo di rivolgermi a Lei, che ritengo non abbia vissuto a Brescia nell'immediato dopoguerra, per renderLa edotta, proprio nella Sua veste di direttore del " Giornale di Brescia" di alcune 'inesattezze' che furono pubblicate in quel periodo dal giornale da Lei diretto sul conto di mio Padre.
Al riguardo io La prego, nonostante il tempo trascorso, di voler cortesemente pubblicare la presente lettera che vuole rappresentare una postuma rettifica, obiettivamente doverosa, nei confronti di quelle inesattezze.
Sono sicuro che Ella non giudicherà inopportuna e ingenua tale richiesta che anzi La troverà consenziente: sia perché Lei si renderà ben conto della legittimità del desiderio di un figlio che è animato dall'esclusivo intendimento di salvaguardare la memoria del proprio Padre; sia perché non è possibile, neanche lontanamente pensare che dopo ventotto anni di vita democratica del nostro Paese, il Suo giornale sia rimasto quello del 1945, tanto da respingere con senso di intolleranza le idee ed i sentimenti che si distinguano in qualche modo da quelli ufficialmente in corso.
Inoltre Ella vorrà convenire che l'argomento oggetto della presente, indipendentemente dall'angolazione di visuale dalla quale verrà esaminato, non potrà non essere accolto con interesse dai Suoi lettori.
Debbo confessarLe che mi ha spinto a scriverLe soprattutto un avvenimento verificatosi circa sette mesi or sono: la morte del giornalista avvocato Bruno Marini.
Nel corso dei lunghi anni che si sono susseguiti dal 1945 al giugno 1973 non ho mai cercato di incontrare il defunto Marini, pur avendo invece dei buoni motivi per farlo, in quanto nella mia vita, per educazione ricevuta e per fede religiosa, ho sempre osservato senza alcuna eccezione, il principio evangelico del perdono.
Inoltre l'incontro non ha avuto luogo perché sin dall'inizio ho considerato Marini un uomo con il quale non valesse la pena mettersi in contatto avendo Egli dimostrato, almeno in alcuni frangenti, sui quali mi soffermerò in appresso, faziosità, cinismo e mancanza di sensibilità umana.
Il corale cordoglio espresso da Lei, dai numerosi amici, dai conoscenti, dai concittadini del morto (quali risulta dalle pagine del Suo giornale di giovedì 21 giugno 1973), condiviso anche da persone professanti idee politiche certamente diverse da quelle del medesimo, quali l'ex gerarca fascista Fernando Feliciani ed il giornalista missino Elio Barucco, mi ha lasciato inizialmente perplesso e mi ha fatto a lungo riflettere.
Se Marini uomo, giornalista, avvocato, ha suscitato così generale rimpianto ed è stato ricordato in termini tanto entusiasti e riverenti, se in Tribunale ed in Pretura si è proceduto in pubblica udienza alla sua commemorazione, se addirittura il Primo cittadino di Brescia ha sentito la necessità di rievocarlo in uno scritto interpretando 'la riconoscenza delle mille e mille persone che custodiscono vivo il ricordo del bene che "Egli" ha saputo fare al prossimo in ogni circostanza", si dovrebbe concludere che Marini è stato veramente un uomo di levatura non comune.
Né, d'altra parte, è possibile pensare che tali manifestazioni di generale compianto abbiano origine soltanto dall'impressione e, perché no, dall'inconscia paura, che generalmente suscitano le morti premature ed improvvise. Ma, purtroppo nella vita di Marini c'è una pagina che nonostante l'unanime giudizio favorevole espresso su di Lui, mi fa ritenere ancora giusta la decisione presa a suo tempo di non incontrarlo. Una pagina che non è facile conciliare con tutte le doti di generosità, di bontà, di cuore e di rettitudine professionale che gli sono state pubblicamente riconosciute. In proposito non intendo certo riferirmi alla mancanza da parte sua dì coerenza politica. Piuttosto al fatto che Egli nei mesi immediatamente successivi all'aprile 1945, quale giornalista, si assunse secondo me (e forse il parere potrà essere condiviso da molti altri) una grave responsabilità: quella di diventare attore ed interprete (importa poco se d'iniziativa o per incarico ricevuto) di quella campagna di stampa, calunniosa e vile, rappresentata dalla serie di articoli in cui Egli si occupò di mio Padre nei giorni dell'arresto e del processo. Calunniosa, perché Marini qualifica il mio genitore "famigerato questore", "ripugnante sicario delle esecuzioni fasciste" "bieco figuro", "miserabile sgherro", "triviale smargiasso", "bieco criminale", e lo giudica "elemento violento, facinoroso, feroce" e "capace dì qualsiasi pessima azione". Vile, perché Egli non considera minimamente che l'imputato stava per affrontare la prova decisiva di un processo politico con conseguenze prevedibili di estrema gravità o soprattutto che il medesimo si trovava nella assoluta impossibilità di difendersi.
Inoltre al di là del caso specifico, basta dare uno sguardo a tutte le cronache giudiziarie" redatte da Marini in quei giorni per stabilire che i termini da Lui usati nei confronti dei vinti" ebbero caratteristiche di uniformità. Era un clima di eccezionale tensione e proprio questo clima avrebbe dovuto suggerire una certa dose di prudenza. Anche uno sprovveduto si sarebbe accorto che i processi ai quali assisteva erano, come li definì allora lo scrittore Silvestri, "feroci disonoranti sagre di vendetta, non riti di giustizia". E cosa ancora più grave, Egli non firma quella prosa inqualificabile ma la fa pubblicare "anonima", non so se per conferire ad essa la paternità al giornale e per mancanza di quel coraggio che come Lei, Signor Direttore, ha riferito, Lui stesso diceva di non possedere.
Mi sembra superfluo dilungarmi in questa sede sui gratuiti apprezzamenti ai quali ha fatto cenno in precedenza e sui particolari relativi alle false infamanti accuse che furono allora lanciate contro l'ex questore. Desidero soltanto sottolineare tre punti, perché se è vero che perdonare significa considerare chiuso un episodio, mettere una pietra sul passato, decidere un determinato comportamento per i nostri liberi atti di relazione, non desiderare il male di nessuno e principalmente non fare male ad alcuno, è altrettanto vero che perdonare non significa essere immuni da idiosincrasia verso colui che ha diffamato, approvare il male fatto e soprattutto essere disposti a coprire per sempre con l'oblio il male stesso.
In primo luogo (numero del 15 maggio 1945) da Il Giornale di Brescia Marini giunge a definire Manlio Candrilli sedicente maggiore dei bersaglieri. Al riguardo per constatare che tale qualifica spettava legittimamente all'esponente fascista, ufficiale superiore proveniente dal servizio permanente effettivi, basterà che Ella osservi le accluse fotocopie delle pagine, riprodotte l'una accanto all'altra, dal bollettino ufficiale del Ministero della Difesa riflettenti la prima i provvedimenti di perdita del grado e di degradazione inflitti a seguito della condanna a morte e la seconda l'annullamento del Decreto dei Presidente della Repubblica relative ai suddetti provvedimenti, dopo l'assoluzione post mortem pronunziata dalla Corte Suprema di Cassazione.
Poi (numero del 12 giugno 1945) così descrive la figura dell'imputato all'inizio del processo: 'le grosse labbra saracene screpolate ed aride, profonde occhiaie, bluastre borse di grasso annerite che gli arrivano sino agli zigomi, tutta una gonfia rete di vene alle tempie, con quello strano color grigio che assumono le carnagioni brune quando sono fortemente impallidite, con i suoi grossolani e carnosi lineamenti afflosciati, Candrilli ha tutte le caratteristiche nel suo pretenzioso doppio petto scuro di un volgare gangster ripulito". Esiste egregio Direttore, la più ampia documentazione fotografica che il Candrilli era quello che sì dice un bell'uomo nel senso più completo della parola. Chi lo conobbe, in giovinezza e nella piena maturità, ricorda ancora la simpatia ed il calore umano che emanavano da lui e l'interesse che suscitava spontaneamente proprio per queste sue caratteristiche nel gentil sesso. Lo stato fisico in cui lo "vedeva" Marini, in particolare quelle "bluastre borse" e quella "gonfia rete di vene", avrebbero dovuto sollecitare la sensibilità deduttiva del giornalista e suggerirgli qualche considerazione sul "trattamento" che era stato riservato in quei giorni all'ex-questore, di cui esiste inconfutabile dettagliata documentazione.
Infine (numero del 13 giugno 1945) vuole fare apparire l'ex questore come un vanesio ed uno sgrammaticato e formula le seguenti considerazioni nel resoconto del dibattimento: "Candrilli parla con molto sussiego del suo passato d'industriale (é sempre stata la sua debolezza questa: egli amava raccontare lunghe e complicate storie di lotte fra le industrie del sud e i grandi capitalisti del nord, lotte che finivano sempre, per il suo coraggio e il suo fiuto, con sfolgoranti personali vittorie; dirgli in qualunque occasione, che egli aveva il temperamento dell'industriale era come mormorare ad una zitella senza speranza dolcissime parole d'amore; si ammansiva gonfiandosi d'orgoglio, con commovente umorismo) o marcando le parole, con goffa prosopopea, afferma di essere in possesso della licenza liceale, dimenticandosi evidentemente di alcune lettere da lui scritte con marchiani errori". La prosa su riportata dimostra soltanto che il livore di parte, portò il giornalista anche ad ironizzare con gusto che si qualifica da sé, su circostanze per le quali, dato il particolare frangente in cui si trovava l'imputato, l'ironia era quantomeno fuori luogo.
AI riguardo le accluse fotocopie di documenti attestano che Manlio Candrilli fu:
a) industriale zolfifero;
b) esperto alla Corporazione per lo zolfo;
c) sindaco dell'Ente per il miglioramento dell'industria zolfifera Siciliana;
d) autore di due pubblicazioni Lo zolfo alla Corporazione (1938) e L'Ente Nazionale Zolfo (1939), nella prima inquadrò il problema dell'industria zolfifera e nella seconda ne propose la radicale soluzione, che sfociò poi per espresso volere di Mussolini, nella creazione di quell'Ente Zolfi Italiani, rimasto in vita sino a pochi anni or sono. Questo, egregio Direttore, l'opera svolta in quei lontani anni dal giornalista Marini sulla quale ho voluto riferire con animo sereno e soprattutto senza rancore alcuno, anche se in tono necessariamente polemico.
E' indubbio che i giornali, come le Sentenze della Magistratura, costituiscono elementi dimostrativi ed insostituibili per interpretare un'epoca ed un costume. Comunque il 1 settembre 1945 Manlio Candrilli, a soli 52 anni, concludeva la sua vita terrena sotto i colpi del plotone d'esecuzione al grido di "Viva l'Italia" dopo aver "perdonato tutti coloro che gli avevano fatto del male".
Ventotto anni dopo, alla stessa età, Marini muore.

Io mi scuso per essermi così dilungato e mi auguro che Ella pubblichi questa mia lettera perché dovrebbe essere chiaro a tutti che il diffondere la verità nell'interesse della storia e della giustizia è un fondamentale dovere da compiersi in piena coscienza senza preoccuparsi delle eventuali ripercussioni e nella certezza, anzi, che tale comportamento gioverebbe in ogni modo alla serietà del nostro costume civile e politico.
Nell'attesa dì conoscere il Suo pensiero, La ringrazio e porgo distinti saluti.

Giancarlo Candrilli




 

fonte: Ludovico Galli, Il questore di Brescia della Repubblica Sociale Italiana, Brescia 2005, stampa a cura dell'autore, L. Galli, via Pavoni, 21 25128 Brescia, pag. 45-51

 

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