Maurilio Lovatti

Il caso del questore di Brescia Manlio Candrilli

 

 

La pista inglese

 

 

"Anche perché chi non dimenticava rischiava una brutta fine -come il "capitano Neri" e la "Gianna" - o la fucilazione in un poligono di tiro. Sì, la fucilazione. Fu la sorte che toccò al questore di Brescia, Manlio Candrilli, "giustiziato" il 10 settembre 1945 da un plotone d'esecuzione formato da carabinieri, al poligono di Mompiano, sotto gli occhi freddi e impassibili di un ufficiale di Sua Maestà britannica.
L'autore di questo libro conobbe il figlio del questore, Giancarlo Candrilli, a Roma, nel 1982, durante le ricerche effettuate all' Archivio di Stato per scrivere la biografia di Carlo Alberto Biggini. Candrilli, cha fin da quand'era un ragazzo s'era battuto, insieme alla madre, per dimostrare l'innocenza del padre e la bestialità della sua fucilazione, e v'era riuscito grazie a una sentenza di revisione pronunciata 14 anni dopo i fatti dalla Corte di cassazione, sperava che venisse fuori qualcosa in grado di avvalorare la "pista inglese" nella morte di suo padre, così come io ricercavo le tracce di una "pista inglese" nella misteriosissima morte di Biggini. Non ne venne fuori nulla. Nessuna prova, insomma. Ma i sospetti restarono. Candrilli era stato l'unico questore della Rsi fucilato per pressioni esercitate da agenti britannici sulla Cas (Corte d'assise straordinaria) di Brescia che lo aveva ingiustamente condannato a morte. Candrilli era stato il questore di Brescia, cioè della provincia che aveva avuto il privilegio - o la disgrazia - di ospitare gli uffici più delicati della Repubblica sociale italiana, ma soprattutto nel cui territorio si erano svolti gli incontri segreti tra Mussolini e gli uomini di Churchill. Su quegli incontri Candrilli aveva vegliato per la sicurezza del capo dello Stato e degli altri eminenti personaggi coinvolti, conosceva i volti e i ruoli, se non i nomi, dei partecipanti, era un testimone centrale di una storia che andava cancellata dalla Storia.
Lo storico bresciano Lodovico Galli, nel suo libro Una vile esecuzione (Brescia, 2001), ha minuziosamente documentato l'inconsistenza e la falsità delle accuse rivolte a Candrilli e la somma ingiustizia della sua condanna a morte. Candrilli, notissimo a tutta la popolazione per la sua mitezza, la bontà d'animo e l'inclinazione alla pacificazione, fu arrestato in seguito a false denunce scritte contro di lui da ex collaboratori passati al servizio dei vincitori. Subito dopo l'arresto, fu massacrato di botte. Chiese invano che fossero ascoltati, in sua difesa, noti antifascisti locali ch'egli aveva aiutato durante la guerra civile. Tutti gli avvocati, sia d'ufficio sia di fiducia, nominati in sua difesa, declinarono l'incarico "per ragioni di salute": una tragicommedia. Ma quali erano le accuse? Due, ricorda Galli: avere ordinato l'esecuzione di un partigiano, ch'era stato invece raggiunto da una scarica di mitra durante un tentativo di fuga; avere seviziato una donna che si presentò ai giudici mostrando alcune cicatrici sul corpo. Quella donna, Candrilli non l'aveva mai vista né conosciuta e quelle cicatrici risulteranno poi i residui di una infezione vaiolosa."

 

 

Fonte: Luciano Garibaldi, La pista inglese, ARES, Milano 2002, pag. 94-95.

 

 

 

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