padre Gregorio Baccolini

a cura di Maurilio Lovatti

 

 

Il tratto che più caratterizza la figura di Gregorio Baccolini è il sentimento di immensa devozione a Mussolini, del quale il sacerdote ambiva divenire docile ed utile strumento. Già nel settembre 1941 il monaco benedettino aveva invano richiesto l'arruolamento, con una schietta confessione delle proprie simpatie politiche:

"La mia giovane età (sono della classe 1913), la mia profonda sensibilità patriottica, le mie convinzioni fasciste (m'iscrissi infatti nelle prime formazioni avanguardiste), la pro fonda simpatia che nutro per il Duce e per il Fuhrer e quindi per le due grandi rivoluzioni, mi spingono irresistibilmente a presentare questa domanda che è e deve essere un atto di fede." (lettera del 30 settembre 1941)

Nella sua istanza don Baccolini si disse disponibile ad ogni tipo di incarico, "pronto a tutto, anche alle più delicate mansioni politiche e militari". Preso atto che da parte dell'Ordinariato si frapponevano continui ostacoli alla realizzazione del suo desiderio, il frate si rivolse direttamente a Mussolini. Nemmeno questa iniziativa parve però spianargli la strada e solamente dopo la nascita della RSI il monaco riuscì a conseguire - con il determinante aiuto del generale Adami Rossi - la tanto sospirata nomina. Inviato da mons. Casonato al 44° Comando Provinciale e poi al Comando della Polizia Repubblicana di Maderno, padre Baccolini dispiegò un notevole attivismo ed assunse con una certa frequenza prese di posizioni pubbliche.
Le sue linee ispiratrici si possono desumere da una missiva risalente all'agosto 1944, nella quale il cappellano spiegò a Mussolini le proprie intime motivazioni:

"Ancora una volta io vi dico: ho unicamente sete, una sete inestinguibile, di servire l'Uomo e l'Idea. Vi chiedo di essere messo in condizione di poterlo fare pienamente: non recuso laborem. È da tempo che Vi ho consacrata tutta la mia vita; ve l'ho donata. Disponete di essa come meglio Vi piace; non ho altra ambizione, altro non chiedo. Credo di avere le qualità per farlo, ed una soprattutto, fondamentale conditio sine qua non: la fedeltà assoluta, incondizionata, sino al supremo sacrificio" (Lettera del tenente cappellano della Polizia Repubblicana don Baccolini a Mussolini, 26 agosto 1944. In Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, RSI, f. 6344).

Va tenuta presente anche la lettera del 3 febbraio 1942 inviata dall'Abbazia pistoiese di S. Giuseppe, dalla quale risulta agevole intuire i sui sentimenti politici. Lamentatosi delle difficoltà frapposte al desiderio di venire inserito nel clero castrense ("sono cinque mesi che lotto, invano, contro oscure forze del mio ambiente senza riuscire a nulla"), Baccolini aprì al dittatore il proprio animo: "Io vengo a Voi con spirito di sacrificio, felice se potrò marciare, la croce nella mano, contro la barbarie bolscevica. Io vi porto uno spiccatissimo Amore ed una profonda simpatia verso la Germania Nazionalsocialista, cosa difficile a trovarsi nel mio ambiente tanto refrattario ai soffi di un mondiale rinnovamento sotto l'egida del littorio e della Croce uncinata. Nella mia povera cella, sappiatelo Duce, troneggia, accanto la Croce fulgida, il vostro ritratto e quello del Fuhrer, nonostante l'universale opposizione dei miei colleghi, che mi guardano con profonda diffidenza e con un senso di compatimento". (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, f. 330076).

Nell'autunno successivo il religioso, spinto da un'incontenibile ossessione, ripropose in un allucinato documento i suoi fantasmi interiori, che lo indussero a subordinare la dimensione religiosa alla cieca obbedienza a Mussolini:

"desidero ardentemente (è una passione più forte di me) portare la mia parola alle folle per infiammarle all'Amore di Dio e della Patria fascista; desidero svolgere un'attività ancora più intensa e sentirmi così sempre più vicino a Voi pur rimanendo, se così Vi piace, il Cappellano della Polizia. Ho bisogno di lavorare, lavorare e lavorare, senza risparmiarmi, nel nome Vostro e per l'Idea. L'Italia e il Fascismo hanno bisogno di uomini puri, onesti; di Apostoli nel senso più profondo dell'espressione, di consacrati; io, Duce, mi sento tale e perciò nella lotta gigantesca per il trionfo della nostra idea, io desidero portare il mio contributo con passione e con eroismo. Io sento nel mio intimo questa irresistibile vocazione: valutatela e utilizzatela nella maniera più intensa possibile. (…) Nel mio concetto, il Cappellano, veramente tale, dovrebbe essere il confidente del suo Duce e dovrebbe avere sempre la via aperta al Capo. Esso (Cappellano) deve essere l'eco, l'espressione più pura della verità. Molte volte il Cappellano sa ciò che altri non sanno, non sapranno mai. Ecco perché io desidero ancora una volta incontrarvi. Giudicate Voi." (Lettera del 16 ottobre 1944)

Tristi espressioni, quelle utilizzate dal monaco vallombrosiano, dalle quali traspare la disponibilità a violare le stesse prescrizioni sui segreti appresi nell'esercizio della mansione sacerdotale. L'affezione nutrita verso il "duce" portò il fanatico cappellano a polemizzare apertamente contro quei religiosi che a suo dire non avrebbero offerto a Mussolini sufficienti prove di fedeltà.

Collaboratore di numerosi organi di stampa "militante" della RSI, dal farinacciano Il Regime Fascista, al periodico del fascismo fiorentino Repubblica, da Crociata italica a Brescia Repubblicana, Baccolini sostenne che il regime fosse "troppo indulgente verso quei signori che nell'ombra equivoca della Sacrestia svolgono metodicamente la loro opera corrosiva" e spinse la propria avversione verso il moderatismo" del Vaticano sino a rendersi divulgatore di posizioni anticlericali. Il benedettino rinfacciò infatti alle gerarchie ecclesiastiche le pagine nere della storia della Chiesa, dalle persecuzioni antiebraiche alle stragi di eretici: "E' voi che levate la voce contro le pretese inaudite crudeltà dei tedeschi non ricordate i tempi (non tanto lontani da noi) in cui le carceri, le tremende carceri pontificie, rigurgitavano di uomini che non avevano altro crimine sulla coscienza che quello di voler riunire le terre pontine alla grande Madre, che quello di voler ridare Roma all'Italia? (…) Voi che gridate contro i pretesi crimini della Polizia Germanica e Fascista avete forse dimenticato le innumeri insanguinate pagine delle varie inquisizioni?. (In Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, RSI, f. 6344).

 

 

FONTE: M. Franzinelli, Il riarmo nello Spirito. I cappellani nella seconda guerra mondiale, PAGVS, Paese (Treviso) 1991, pag. 235-237.

 

 

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