Maurilio Lovatti

 

Testo dell'intervento del dott. Giovanni Bazoli

 

 

 

 

Nonostante le tante rievocazioni e pubblicazioni dedicate alla crisi del Banco Ambrosiano - sfociata, come è noto, nella liquidazione coatta dell'istituto e nella contestuale nascita del Nuovo Banco Ambrosiano - il ruolo svolto nella vicenda dal ministro Nino Andreatta non è mai emerso in modo completo, ma solo frammentario. Si ricordano di lui i comportamenti e i pronunciamenti che all'epoca fecero più scalpore e che certo, anche a distanza di tempo, appaiono di forte significato (perché resta un caso senza precedenti quello di un ministro cattolico che denuncia in parlamento la corresponsabilità in una bancarotta fraudolenta di un istituto del Vaticano e si appella direttamente al Pontefice); ma rimangono in ombra altri momenti, che pure rappresentano dei passaggi chiave nella vicenda. Così, per esempio, non si conosce (se non per ricostruzioni colorite ma di non sicura attendibilità) come Andreatta riuscì a superare l'ostacolo rappresentato dalla contrarietà dei maggiorenti del suo partito alla liquidazione del Banco. Nello stesso tempo il governatore Ciampi doveva resistere alla perentoria presa di posizione di uno dei più autorevoli ministri del governo Spadolini - formalizzata anche per iscritto in una lettera di diffida che Ciampi relegò "agli atti" - sulla questione nodale dell'attribuzione al pool di banche ovvero ai liquidatori della partecipazione di controllo nella Centrale; anche questo aspetto della vicenda merita di essere richiamato e messo in luce: la piena sintonia che si realizzò tra il ministro Andreatta e il governatore Ciampi nell'affrontare la crisi dell'Ambrosiano; solo l'intesa che si cementò tra loro può spiegare come questi due uomini abbiano trovato la forza di resistere in solitudine alle enormi pressioni del mondo circostante, che avrebbe preferito che non si adottassero misure severe e interventi sanzionatori. Non per nulla Ciampi mi ha più volte confessato che la crisi dell'Ambrosiano ha rappresentato la prova più dura di tutto il suo governatorato.
Nel brevissimo spazio concesso a questo intervento posso solo segnalare, non certo colmare, le lacune che tuttora si riscontrano nella conoscenza storica di quei fatti. Mi limiterò a offrire alcuni spunti, richiamando innanzitutto le idee che Andreatta aveva allora maturato sullo stato del nostro sistema bancario e sulle prospettive e gli obiettivi che si proponeva di perseguire.
"In un paese che deve mobilitare risorse per colmare il divario con i paesi industriali più avanzati" - egli si chiedeva nel febbraio 1982, cioè alla vigilia della crisi dell'Ambrosiano: Nino si trovava allora da sedici mesi al ministero del Tesoro - "e che deve finanziare un ingente disavanzo del settore pubblico, quali riforme sono possibili per far sì che il sistema bancario italiano assolva con più efficacia il suo ruolo di intermediazione?".
Chiara e lungimirante era la visione di Andreatta su come avrebbe dovuto trasformarsi il sistema bancario italiano. Mentre il tessuto istituzionale e normativo in cui il sistema bancario si muoveva era ancora quello risalente agli anni Trenta e le strutture del mercato bancario si caratterizzavano per l'assenza di una libera competizione e per la presenza dominante degli istituti pubblici, nonché per l'ampiezza del ruolo di indirizzo e controllo attribuito alla Banca d'Italia, Andreatta sosteneva la necessità di riconoscere pienamente il carattere imprenditoriale dell'attività svolta da tutti gli enti creditizi (privati e pubblici), di promuovere senza limitazioni la concorrenza anche in questo settore, di confermare il principio della separazione della banca dall'industria e, infine, di riconoscere alla banca centrale una mera funzione di impulso e di sorveglianza. Tutto questo si compendiava nell'indicare, come finalità ultima da perseguire, quella di assicurare alle banche "efficienza, solidità e autonomia".
Su queste linee guida si stava avviando un processo di riforma dell'ordinamento creditizio, sia pure attraverso difficoltà e resistenze di ogni genere, quando scoppiò il caso Ambrosiano. In un certo senso si può dire che questa crisi bancaria, di una gravità con pochi precedenti, pose Andreatta in una situazione di singolare disagio intellettuale, quasi di una contraddizione tra la sua visione aperta al mercato e quindi orientata alla liberalizzazione del sistema e la necessità di interventi autoritativi, intesi a salvaguardare la stabilità degli intermediari, ripristinando la cogenza delle regole e dei controlli.
Ma Nino Andreatta non ha mai rinunciato a ricercare, anche nelle condizioni più difficili, soluzioni aperte a prospettive di sviluppo futuro. E questo è precisamente ciò che, a mio avviso, si può dire anche a proposito delle scelte che Andreatta fece nel caso Ambrosiano, con una coerenza che non fu mai scalfita dall'incalzare sempre più drammatico degli avvenimenti.
Pur nella critica emergenza di quelle settimane furono infatti da lui tenacemente perseguiti - in costante accordo con il governatore Ciampi - alcuni obiettivi strategici, la cui validità e lungimiranza appare confermata dai risultati successivamente raggiunti.

1. Il primo obiettivo era doverosamente tutelare il risparmio con il minor onere possibile a carico dello Stato. Poiché all'epoca non esisteva il Fondo per la tutela dei depositi (e non è un caso che la sua creazione rientrasse tra i progetti già elaborati da Andreatta), si riuscì a garantire al 100% i depositanti grazie alla cessione dell'azienda bancaria al Nuovo Banco Ambrosiano e alla conseguente applicazione - fu l'ultima volta - del cosiddetto decreto Sindona. Lo stesso Nuovo Banco Ambrosiano, inoltre, si fece carico attraverso l'operazione warrant di offrire un'opportunità di recupero anche ai risparmiatori azionisti, che con la liquidazione avevano visto azzerarsi il valore del loro investimento originale.
Grazie poi all'efficace azione svolta dai liquidatori nel recupero delle risorse sottratte in modo fraudolento al Banco, nonché al pesante onere di avviamento che Andreatta fu inflessibile a imporci a favore della liquidazione, il costo del dissesto a carico dell'Erario risultò alla fine sensibilmente ridotto (incomparabilmente inferiore, per esempio, a quello sopportato dagli Stati Uniti per il dissesto delle savings & loans o dalla Francia per il Caso Lyonnais).
2. Un secondo fondamentale obiettivo fu ripristinare la legalità, violata sotto molteplici aspetti da una gestione bancaria, che risultava strettamente intrecciata a storie malavitose nazionali. Ricordiamo tutti che si è trattato di uno dei capitoli più torbidi e bui nella storia della nostra Repubblica (e su cui molte cose inquietanti sarebbero ancora da far conoscere).
Il passaggio obbligato per ripristinare la legalità fu la pronuncia di fallimento del Banco, con le conseguenti sanzioni a carico dei responsabili dell'Istituto e dei loro complici.
3. Un terzo obiettivo, non meno importante, fu salvaguardare il gruppo bancario (costruito - va riconosciuto - con indubbia abilità da Calvi) formato da Banco Ambrosiano, Credito Varesino e Banca Cattolica del Veneto, che rappresentava allora l'unico nucleo privato di una certa consistenza in un mercato presidiato da banche pubbliche. Salvaguardare questo presidio "privato" significava sia evitarne l'acquisto da parte delle banche pubbliche sia impedirne lo smembramento. Sennonché, a una forte presenza di banche pubbliche interessate a intervenire, si contrapponeva la mancanza di banche private in grado di farlo in via autonoma. Per questa ragione si giunse alla soluzione di un pool costituito da ben sette banche, tre pubbliche e quattro private.
Si è detto più volte - ed è stato ribadito anche di recente - che resta ancor oggi opaco e "misterioso" il criterio di scelta delle banche chiamate a intervenire nell'operazione. In particolare, si è posta la domanda perché non fossero state interpellate le Bin milanesi, a cominciare dalla Comit.
La risposta è molto semplice. Nel momento della prima emergenza, allorché si trattava di prestare all'Ambrosiano un'iniezione di liquidità, atta a rassicurare i clienti e i depositanti, Andreatta e Ciampi si rivolsero preliminarmente ai presidenti della Banca Commerciale Italiana e del Credito Italiano. Il colloquio ebbe luogo nell'ufficio del ministro del Tesoro, ma si concluse in modo negativo e persino sbrigativamente, in quanto gli interpellati non lasciarono alcuno spiraglio alla possibilità di accettare l'invito loro rivolto.
Fu dopo tale diniego delle due Bin milanesi che fu concepito il disegno di un pool di banche che intervenisse per apportare nell'immediato la necessaria liquidità, da trasformare successivamente in capitale. La costituzione di questo pool risultò tutt'altro che agevole, perché alla disponibilità manifestata da alcune banche pubbliche, interessate a intervenire, si contrapponeva l'assenza di banche private in grado di intervenire da sole.
Io fui testimone degli sforzi compiuti da Andreatta per convincere alcune banche private ad accettare la sfida. Venne così costituito il pool formato da ben sette banche, la cui composizione eterogenea e così frazionata non offriva a nessuna di esse un reale potere di comando. Questa composizione non mancò di rappresentare successivamente un grave problema anche per la gestione della nuova banca, ma è indiscutibile che si deve alla soluzione adottata di aver mantenuto nell'ambito privato il gruppo facente capo all'Ambrosiano.
E proprio su questo tema voglio concludere il mio ricordo, giacché l'intento di salvare l'integrità di quel gruppo privato fu realizzato al di là di ogni ottimistica previsione, come ha dimostrato la storia successiva della nuova banca, che ha registrato, da un lato, un avvicendamento degli azionisti nella compagine sociale a favore di quelli privati e, d'altro lato, il ruolo giocato da tale gruppo bancario - ormai definitivamente "privato" - nell'evoluzione successiva del sistema creditizio del nostro paese. Sicché a me pare di poter concludere che la soluzione data alla crisi dell'Ambrosiano ha in un certo senso anticipato di molti anni la stagione delle privatizzazioni e in ogni caso ha fatto rifulgere, pur in presenza di circostanze eccezionali, la capacità di visione strategica e le doti di intuizione di Nino Andreatta.


 

Fonte: Atti della giornata di studio "Andreatta a via XX Settembre: semi e tracce" Ministero dell'Economia e delle Finanze, 13 febbraio 2008, in: F. Salsano, Andreatta ministro del Tesoro, Il Mulino, Bologna 2009, pag. 169-173.

 

 

(2008)

 

 

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