Questo Mese Idee, mensile, febbraio 2014

 

 

 

2014, "anno di Tredici"

È il 50° della scomparsa di Mons. Giacinto Tredici, storico Vescovo di Brescia dal 1934 al 1964

 

di Maurilio Lovatti 

 

 

2014, anno di Tredici. Non è un gioco di parole, è solo una formula per ricordare il cinquantesimo della morte di mons. Giacinto Tredici, vescovo di Brescia dal 1934 al 1964, protagonista straordinario della storia di Brescia. Dai tempi di Berardo Maggi, Signore e vescovo della città agli inizi del XIV secolo, nessuno ha svolto un ruolo così rilevante e decisivo nella storia di Brescia.


Tredici nasce a Milano nel 1880, diventa sacerdote nel 1904 e per venti anni insegna filosofia e teologia nel Seminario milanese. In campo filosofico ha un ruolo significativo, è tra i fondatori della neoscolastica, partecipa a convegni internazionali e scrive una storia della filosofia ai tempi molto nota, che è tradotta anche in spagnolo e viene adottata come manuale in molti seminari del Sud America.
Dopo la prima guerra mondiale, ha una crisi spirituale, in seguito anche alla morte in battaglia del fratello più piccolo, e chiede di lasciare l'insegnamento e di diventare parroco. Nel 1924 è accontentato e gli viene affidata S. Maria del Suffragio, grande parrocchia della periferia milanese. Nel 1930 il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano lo sceglie come vicario generale della diocesi e nel dicembre del 1933, Pio XI lo nomina vescovo di Brescia.
Come vescovo di Brescia diviene protagonista di una fase storica importantissima per la nostra città, che attraversa gli ultimi anni del regime fascista, la guerra, la Resistenza e poi gli anni della ricostruzione. Basti ricordare che per un paio di giorni, nell'aprile del 1945, fuggiti i tedeschi ed i fascisti e non ancora arrivati gli americani, egli si trova ed essere l'unica autorità riconosciuta della città.


Come possiamo giudicare l'azione di mons. Tredici alla luce della sensibilità contemporanea? Egli talvolta mostra convinzioni ed atteggiamenti che alla nostra sensibilità contemporanea appaiono datati, troppo rigidi, talvolta perfino conformisti. In effetti, in diverse occasioni, traspare in lui una nostalgia per il passato, per la religiosità del passato talvolta idealizzata; ed è anche vero che lui attribuisce un valore sommo all'obbedienza al Pontefice, al rispetto della tradizione e che talvolta tale atteggiamento sembra rispondere ad un suo bisogno, forse non del tutto consapevole, di rassicurazione. Ma detto questo, va subito aggiunto che nell'azione pastorale di Tredici vi è un coraggio nel distaccarsi da opinioni allora largamente diffuse ed una capacità d'innovazione sorprendente.
Diversi testimoni hanno ricordato come mons. Giacinto insistesse spesso, perfino nei giorni della malattia che precedette la morte, sul criterio secondo cui le cose importanti sono veramente poche, intendendo che su alcuni principi e valori è necessario mantenersi assolutamente fermi e coerenti, ma su tutto il resto bisogna essere pronti a rivedere il proprio punto di vista, ascoltando non solo le ragioni dei nostri interlocutori, ma cercando anche di capire le motivazioni di chi la pensa diversamente. Si può affermare che quest'orientamento di fondo ha costituito per Tredici una regola centrale del suo comportamento, rimasta immutata col passare degli anni. Fermissimo nella difesa delle verità di fede e dei principi morali fondamentali, egli ha manifestato nella sua lunga attività pastorale una coraggiosa disponibilità a sperimentare soluzioni nuove, che nasceva spesso dall'attenzione per le ragioni portate dai suoi collaboratori, sacerdoti e laici.


In primo luogo va ricordato un episodio finora rimasto praticamente ignorato. Nel Sinodo diocesano del 1952, una importante relazione sul piano di riorganizzazione degli oratori parrocchiali è affidata da Tredici ad un laico. Questa era sicuramente una scelta innovativa e pionieristica. Tredici è stato in questo un coraggioso antesignano del Vaticano II per quanto attiene alla valorizzazione del laicato, anche perché questa scelta era attuata in deroga alle disposizioni del codice di diritto canonico del 1917, allora in vigore, che presupponeva la partecipazione dei soli sacerdoti ai Sinodi diocesani.
Un altro ambito nel quale mons. Giacinto può essere considerato un precursore del Concilio è l'attenzione al dialogo ecumenico con le chiese cristiane separate. Il 1 maggio 1946, Pio XII aveva chiesto a tutti i Vescovi un parere sull'opportunità di stabilire il nuovo dogma dell'Assunzione di Maria. Solo sei Vescovi su 1681 avevano manifestato qualche dubbio o perplessità in merito alla proclamazione del dogma. Tredici era tra questi sei, e aveva confidato ai suoi collaboratori che le sue perplessità non riguardavano il contenuto del dogma. Giacinto Tredici è quindi tra i pochi Vescovi nel mondo che manifesta con chiarezza al Pontefice la sua contrarietà alla proclamazione del dogma, perché egli ritiene che tale proclamazione possa costituire un ostacolo al futuro dialogo ecumenico con i fratelli cristiani separati. Questa sensibilità per il dialogo ecumenico, che dopo il Concilio Vaticano II è divenuta patrimonio comune di tutta la Chiesa cattolica, era allora molto meno sentita e, proprio per questo, l'orientamento assunto da Tredici è particolarmente significativo.


Un altro episodio che mostra il coraggio nell'intraprendere strade nuove è la nomina di padre Luigi Rinaldini a cappellano delle formazioni partigiane nel giugno 1944. In un primo momento Tredici aveva opposto un netto rifiuto alla richiesta di autorizzare un cappellano per i partigiani, per timore delle gravi conseguenze che sarebbero potute ricadere sui fedeli, nel caso i tedeschi o i fascisti ne fossero venuti a conoscenza. Dopo una sola notte di tormentate riflessioni, il giorno seguente i suoi vicari riescono a convincerlo a cambiare idea. Già questa disponibilità di Tredici a mutare radicalmente il proprio punto di vista, accogliendo le ragionevoli argomentazioni dei suoi collaboratori, è particolarmente significativa, indice della tipica apertura all'ascolto del Vescovo di Brescia, che non si nasconde mai dietro all'autorità che gli deriva dal ruolo. Ma qui c'interessano soprattutto i tempi: l'assenso della S. Sede alla nomina dei cappellani per i partigiani, espressamente richiesto - a nome dei vescovi lombardi - dal cardinal Schuster tramite la Nunziatura di Berna, arriverà solo il 24 novembre, oltre cinque mesi dopo. Cinque mesi in anni normali possono essere considerati un periodo relativamente breve, ma in situazioni così concitate e drammatiche (si pensi che la Repubblica Sociale è durata poco più di un anno e mezzo) sono un lasso di tempo significativo. Inoltre una decisione del genere, senza un'autorizzazione dei superiori, implicava l'assunzione di gravi responsabilità per le eventuali conseguenze. Come in questo caso, durante tutto il periodo della Resistenza, Tredici incoraggia, difende e protegge i sacerdoti e i laici antifascisti.


Un'altra vicenda molto significativa è quella del cosiddetto caso Rossi, dal nome del presidente centrale dei giovani d'AC, costretto nel 1954 alle dimissioni per i contrasti con Luigi Gedda. Tale vicenda può essere considerata il momento più indicativo della prolungata opposizione di Tredici all'orientamento assunto dal Presidente nazionale dell'Azione cattolica, in tema di rapporti tra DC e Chiesa cattolica. In particolare Tredici non condivideva l'impostazione di Gedda, secondo cui i dirigenti democristiani avrebbero dovuto semplicemente attuare la linea politica dettata dalla Gerarchia, tramite l'Azione Cattolica, senza alcun significativo margine d'autonomia e responsabilità dei laici impegnati in politica. Ma il di là di questa divergenza fondamentale, che permaneva da anni (almeno dal 1948), ciò che spinge Tredici a prendere apertamente posizione a favore dei giovani d'AC e a dissentire apertamente non solo con Gedda, ma con i più autorevoli collaboratori di Pio XII è l'ipocrita attribuzione alla linea Rossi di "deviazioni dottrinali", mentre le divergenze, oltre che politiche, attenevano al ruolo dei laici nella Chiesa e nella società e alle modalità organizzative del movimento giovanile d'AC.
Questa vicenda esemplifica efficacemente l'atteggiamento di Tredici: egli ha sempre sostenuto i giovani d'AC, nel 1948, nel 1954 e negli anni successivi, anche quando assumevano un orientamento palesemente contrario alle direttive romane, proprio perché riteneva che le divergenze non riguardassero fondamentali questioni di fede o di morale, ma attenessero ad un ambito politico ed organizzativo nel quale l'autonomia e la responsabilità dei fedeli laici erano un valore da salvaguardare. Oggi potremmo affermare che l'orientamento di Tredici era semplicemente frutto di buon senso e ragionevolezza. Ma nei tardi anni '40 e negli anni '50, la posizione di Tredici su queste questioni non corrispondeva certamente all'orientamento della maggior parte dei vescovi lombardi o italiani.


Un ulteriore ultimo esempio di autonomia di pensiero e di capacità di non adeguarsi passivamente alle opinioni più diffuse può essere cercato nel rapporto con la DC. Mons. Giacinto, come d'altronde la grande maggioranza dei cattolici negli anni '40 e '50, attribuiva un valore fondamentale all'unità politica dei cattolici, ritenuta condizione indispensabile per salvaguardare la libertà religiosa ed evitare la conquista del potere ai partiti di sinistra (non bisogna dimenticare che il PCI di Togliatti era allora strettamente legato all'URSS). Pertanto tutta la sua azione in campo politico e sociale si è imperniata sulla difesa e sulla corretta attuazione di questo valore. Tuttavia questa priorità non ha mai portato ad una eccessiva identificazione della Chiesa con la politica democristiana. Soprattutto Tredici cerca di evitare che la curia o l'AC interferiscano direttamente nelle scelte politiche della DC, non opponendosi sostanzialmente alla visione politica di Bruno Boni, molto attenta a salvaguardare l'aconfessionalità del partito e l'autonomia dei laici cattolici impegnati in politica. Tutte queste ragioni lo portano ad astenersi da un intervento diretto nelle vicende economiche locali, ma non lo esimono dall'intervenire ripetutamente per ribadire i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. Possiamo osservare che egli non corre il rischio di una acritica accettazione del modello di sviluppo economico che si afferma negli anni della ricostruzione e nemmeno delle scelte liberiste compiute dal governo nazionale guidato dalla DC, anche perché, rispettando l'autonomia dei cattolici impegnati in politica, evita che le scelte concrete del partito limitino l'autonomia di giudizio della Chiesa.
Da queste e da altre vicende deriva che Tredici non possa essere considerato un conservatore illuminato, poiché in numerosi ambiti è stato innovatore. Inoltre lo stesso atteggiamento tradizionalista, che pure talvolta si manifesta nei suoi scritti, deve essere fortemente ridimensionato in una valutazione complessiva della sua azione pastorale.


Prendendo a prestito la celebre distinzione aristotelica tra virtù etiche e dianoetiche, penso che mons. Giacinto Tredici può essere sicuramente considerato un modello positivo per le sue virtù morali: non solo il suo senso del dovere, la sua coerenza interiore, la sua onestà, il profondo rispetto per le persone, il suo coraggio nelle scelte (nonostante l'umana paura, soprattutto nei drammatici momenti della guerra e della resistenza) ma anche la sua mancanza d'ambizione, che gli ha consentito di non essere mai succube dei potenti e dei ricchi.


Invece il suo limite principale può essere rinvenuto nella sua visione talvolta idealizzata del passato. Ma non va dimenticato che quell'atteggiamento tradizionalista, conservatore, in alcune rare occasioni anche apparentemente conformista, frammisto in qualche caso ad una sorta di nostalgia per un passato ormai irrimediabilmente perduto e sentito come migliore del presente, che talvolta emerge quasi inintenzionalmente in alcune sue valutazioni e prese di posizione, non sempre si manifesta come un difetto: va tenuto presente che è proprio grazie a questa visione che, in epoche difficili, come quella della dittatura fascista, Tredici è riuscito a sostenere con coraggio le sue convinzioni, senza cedimenti o adulazioni verso i potenti, senza compromettersi con un regime che, sotto una patina d'apparente collaborazione con la Chiesa, nascondeva tratti pagani ed anticristiani e, soprattutto, mancanza di rispetto per la libertà delle persone e per i diritti umani. Analogamente, nell'epoca della ricostruzione, ha potuto mantenere ferma la concezione cristiana della giustizia sociale, riuscendo ad evitare di identificarsi totalmente con la politica economica della DC e di essere influenzato dagli interessi dei gruppi economici dominanti, dei "poteri forti" come si dice oggi, nonostante il clima di aspra lotta politica.

 

Maurilio Lovatti

 

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