Elena Induni

 

 

appunti tratti dalle lezioni di filosofia del
 prof. Maurilio Lovatti 
(anno scolastico 2015-16)

 

Wittgenstein

 


Secondo l'empirismo classico inglese la realtà può essere guardata sotto tre punti di vista:
1) Realtà materiale
2) Pensiero (contenuti mentali, idee, rappresentazioni)
3) Linguaggio (convenzionale, diverso a seconda delle lingue parlate)
Gli empiristi del '600 considerano il linguaggio la forma esteriore del pensiero, la modalità che ci permette di comunicarlo ad altre persone, ma nel '900 si ha una "svolta linguistica": i filosofi cercano di eliminare il secondo livello, non nel senso che i nostri concetti  e gli altri contenuti mentali non esistano, ma dato che esso è un livello soggettivo (non posso leggere nella mente altrui!) si presta difficilmente ad una analisi scientifica rigorosa. Inoltre all'interno della mente umana vi sono emozioni e ricordi, che risultano essere particolarmente soggettivi, ma se escludiamo questa parte raffigurativa (sogno, immaginazione, memoria, ecc.) e prendiamo in considerazione solo la funzione specifica dell'uomo, cioè la capacità di fare ragionamenti (Aristotele: uomo= animale razionale), secondo i filosofi del '900 questa capacità si realizza attraverso il linguaggio. Il pensiero usa quindi forma e strutture linguistiche. E' quindi necessario studiare il linguaggio, non il pensiero, che risulta essere forma sfuggente del linguaggio. Se riusciamo a stabilire un linguaggio rigoroso, senza ambiguità, questo sarà la regola del pensiero, le sue modalità rispecchieranno quelle del pensiero, poiché quest'ultimo ragiona in forma linguistica. Dato che solo studiando il linguaggio si ha accesso al pensiero, ci troviamo di fronte ad una sorta di ribaltamento rispetto a quello che era lo studio dell'intelletto per esempio in Locke. Il problema che si presenta successivamente è il fatto che è sì utile uno studio approfondito del linguaggio per eliminarne le ambiguità, ma questo deve essere esclusivamente il punto di partenza per poi comprendere la realtà, non si può pensare che lo studio filosofico si esaurisca qui.

Ludwig Wittgenstein nasce nel 1889 a Vienna da una delle più ricche famiglie ebraiche d'Europa, poi convertitasi al cristianesimo. Fa studi di ingegneria a Berlino per due anni, finché non si trasferisce a Manchester per studiare ingegneria aeronautica, di cui è appassionato. Svolgendo questo tipo di studi si appassiona alla matematica; a quei tempi il maggior studioso è docente a Cambridge: Bertrand Russell, famoso per la sua pubblicazione Principia mathematica, in cui vuol sostenere che il confine tra matematica e logica non è preciso e definito. Questo pensiero deriva dal pensiero precedente di Frege, sostenitore del Logicismo, una delle tre concezioni riguardo ai fondamenti della matematica.
1) Logicismo: tesi secondo cui la matematica è solo uno sviluppo della logica. Infatti, come in matematica esiste tutto ciò che non è contraddittorio, anche in logica vale lo stesso. Inoltre una proposizione può essere o vera o falsa, senza una terza possibilità (logica aristotelica bivalente).
2) Intuizionismo: in matematica esistono dimostrazioni per assurdo. Gli intuizionisti le vogliono eliminare perché le considerano poco intuitive. Vogliono un metodo "costruttivista", cioè in cui il procedimento si svolga passo dopo passo.
3) Formalismo di Hilbert: tesi secondo cui posso prendere assiomi a piacere (basta che non siano contraddittori) e la matematica è solo la trasformazione dei contenuti presenti implicitamente negli assiomi iniziali secondo determinate regole.

Quando Wittgenstein si reca a Cambridge si sta svolgendo proprio questa disputa sul significato della matematica, e Russell risulta essere il maggiore degli esponenti del logicismo. Il logicismo però va incontro a paradossi: il più semplice è quello "del mentitore" ( io sto mentendo), oppure il paradosso "del barbiere" (su un'isola è vietato portare la barba. Quindi se definiamo il barbiere come colui che rade tutti quelli che non si radono da soli, lui rade tutti ma nel momento in cui si rade da solo non sarebbe più il barbiere).
Russell è famoso per la sua "Teoria dei tipi". Frege aveva scritto un'opera in cui vuol dimostrare la mancanza di confine tra logica e matematica, e Russell studiandola scopre una contraddizione simile a quella del barbiere, cioè un paradosso. A questo punto si trova quindi in condizione di voler salvare il logicismo, ma evitando contraddizioni. Per questo inventa la teoria dei tipi logici. Essa distingue tre ordini di concetti o simboli:
1) Quelli che indicano un individuo, ovvero il nome proprio
2) Quelli che indicano le proprietà in quanto classe di individui (tutti i numeri dispari, tutti quelli che son corvi ecc.)
3) Quelli che indicano le proprietà di proprietà
Quindi afferma che è lecito applicare le proprietà di un livello esclusivamente a oggetti che siano di tipo inferiore. Una proprietà come la mortalità (tipo 2) potrà essere predicata solo di individui come Socrate (tipo 1) e mai di tipo 2 (come per esempio la mortalità stessa) o di tipo 3.
Nell'ambito della filosofia del linguaggio Russell propone di risolvere il problema del riferimento a entità non esistenti, come nella frase "l'attuale re di Francia è calvo". È vero o falso? Se fosse falso, allora il re di Francia avrebbe i capelli, ma manca il re di Francia attualmente (e viceversa)! Quindi è necessario scomporre la frase: "esiste un individuo che è il re di Francia e questo individuo è calvo". A questo punto so dire con certezza che una parte di frase è falsa e quindi l'intera proposizione risulta essere falsa: è necessario arrivare ad un linguaggio che non presenti ambiguità.

Tornando a Wittgenstein: il suo soggiorno a Cambridge durante il quale stringe un rapporto di amicizia con Russell si prolunga fino all'inizio della prima guerra mondiale. A questo punto si reca in Austria arruolandosi e viene mandato in Polonia, facendo sorveglianza su una nave lungo la Vistola. Proprio in questo periodo iniziano lunghe riflessioni filosofiche. Verrà poi ferito in battaglia e per questo messo in congedo a Vienna, dove sembra inizi a scrivere la sua opera più importante: il Tractatus logico philosophicus, pubblicato per la prima volta nel 1921, prima in Austria (edizione però disconosciuta da Wittgenstein stesso perché piena di errori) e poi in Gran Bretagna, dove grazie ad una introduzione del già famoso Russell, riscuote subito successo.
Intanto, mandato a combattere sul fronte italiano, nel 1918 è fatto prigioniero l'ultimo giorno di guerra. Trascorre i mesi di prigionia a Montecassino. Finalmente liberato abbandona la filosofia e inizia a fare il maestro di scuola, e per qualche tempo anche il giardiniere in un monastero. Nel 1926 inizia a uscire dall'isolamento e progetta con una sorella una villa a Vienna. Si dice che nel 1928, sentita una conferenza di matematica intuizionista, gli torni la voglia di studiare e torni subito a Cambridge, dove si laureerà portando come tesi il suo Tractatus.
Notiamo anche una svolta nel suo pensiero: inizia a scrivere le Ricerche filosofiche, pubblicate postume (morirà nel '51). Si può parlare infatti di un primo Wittgenstein, riferendosi al Tractatus, e un secondo Wittgenstein, considerando le Ricerche. Infatti mentre il primo Wittgenstein considera esclusivamente la capacità descrittiva del linguaggio, quindi quella di descrivere e comprendere la realtà, il secondo Wittgenstein vuole analizzare anche gli altri usi, ad esempio quello prescrittivo, o estetico, o che si utilizza per giocare.



Il TRACTATUS


È molto breve, composto da sette frasi principali. Le prime due si riferiscono ad un livello ontologico (parla di cose e di fatti), altre due al pensiero, quindi un livello gnoseologico (parla di immagini mentali, rappresentazioni), mentre le ultime due al linguaggio, quindi parliamo di un livello linguistico, cioè come fatti e pensieri possano essere espressi da un linguaggio rigoroso, privo di ambiguità, grazie alla convinzione secondo la quale capendo il funzionamento del linguaggio il momento del pensiero diventa superfluo in quanto segue le regole del linguaggio stesso.
NB: quando Wittgenstein definirà la filosofia dirà che questa non ha contenuti propri, ma ha compito di eliminare le ambiguità del linguaggio: molti problemi ed enigmi della filosofia occidentale son dovuti proprio all'ambiguità del linguaggio. La filosofia svolge quindi una attività di chiarificazione del linguaggio.
Analizziamo il Tractatus partendo dalle sette frasi. Le prime due son di carattere ontologico:
1) Il mondo è tutto ciò che accade. ->1.1 il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.
2) Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.- > 2.1 noi ci facciamo immagini dei fatti- > 2.2 L'immagine ha in comune con il raffigurato la forma logica della raffigurazione.
Sappiamo che il concetto più elementare di verità è per Aristotele basata sulla corrispondenza, cioè una proposizione è vera quando corrisponde ai fatti. Il linguaggio deve avere una struttura simile a quella della realtà per poter mettere a confronto le proposizioni con il loro riferimento, e quindi capire cosa significano. Nel linguaggio abbiamo proposizioni semplici e complesse. Come nella chimica più atomi formano una molecola, cosi due o più frasi semplici ne formano una complessa. Anche la realtà è formata quindi da fatti semplici (o atomici) e complessi ( o molecolari). Per esempio, nella scacchiera, se io dico che la torre è in e1 è un fatto atomico. Ma se dico che la torre è in h1 e l'alfiere in f1 ho anche tutte le conseguenze del caso, cioè che la torre potrà mangiare l'alfiere, quindi non sto più considerando una semplice informazione riguardo la posizione.
Nelle frasi noi abbiamo oggetti. Il mondo veniva pensato come insieme di enti materiali, di tutte le cose, e non come insieme di fatti. In effetti si potrebbe dire: "questo gesso è bianco": potremmo considerarla una frase atomica, perché non può essere scomposta ulteriormente, ma in realtà c'è un oggetto, il gesso, e la sua qualità, il bianco, che di per se' non risultano essere ne' veri ne' falsi. L'unità minima del linguaggio di cui si possa dire vero o falso non è la parola, ma la frase che unisce soggetto e predicato. Quindi le parole non possono essere la base del linguaggio, ma lo sono le frasi atomiche, che nella realtà corrispondono a fatti atomici. Ma quindi gli oggetti cosa sono? Wittgenstein dice che gli oggetti son semplici, indivisibili: pensando agli scacchi, non possiamo usare mezzo cavallo o mezza torre, o far stare due pezzi in una stessa casella. Il cavallo però può fare cose e assumere determinate posizioni. Dal punto di vista logico capisco che deve esserci un oggetto semplice, e non spetta alla filosofia stabilire cosa è semplice, semmai alla fisica, ma possiamo dire che sia l'oggetto dal punto di vista logico, cioè ciò su cui formare frasi atomiche legandole al predicato e su cui basare il linguaggio.

Abbiamo tre livelli della logica:
1) Proposizionale: l'unità minima è la preposizione semplice, atomica, che è considerata indivisibile (anche se in realtà scomponibile in soggetto e predicato). Per esempio: A = oggi piove B = oggi tira vento. A e B = oggi piove e tira vento
Wittgenstein utilizza questa logica volendo costruire un isomorfismo ( parallelismo) tra linguaggio e realtà.

2) Predicativa di 1° ordine: si quantificano gli individui. per es. tutti i corvi son neri.
3) Predicativa del 2° ordine: si quantificano i predicati
 
(In entrambi si entra nello specifico, nella struttura della frase semplice).
NB: eredità di Frege: le frasi per descrivere la realtà devono sempre significare qualcosa, ma quando una frase ha significato? Ad esempio:
"Cielo gli azzurra non". Non ha senso, perché è mal costruita.
"La nota do è azzurra". Non ha senso, anche se è ben costruita. Infatti non si può dire che è falsa, se no sarebbe vero il suo contrario, quindi potrebbe essere viola gialla blu ecc. in questo caso abbiamo mischiato sfere sensoriali, vista e udito.
Per Wittgenstein la frase ha significato quando, se essa fosse vera, ci direbbe come stanno i fatti. Il vero e il falso sono sottocasi del significato delle frase.

Ora consideriamo le frasi 3 e 4, che fanno riferimento al livello gnoseologico, del pensiero.
3) L'immagine logica dei fatti è il pensiero - > 3.3 solo la proposizione ha senso, solo nella connessione della proposizione un nome ha significato.
4) Il pensiero è la proposizione munita di senso. - > 4.1 la proposizione rappresenta il sussistere e il non sussistere degli stati di cose.
Noi possiamo farci varie immagini della realtà. Ad esempio, avvenuto un incidente stradale, possiamo fare un plastico per capire come sia avvenuto lo scontro tra automobili, cercando di raffigurare la realtà il meglio possibile. Esistono vari tipi di immagini della realtà (un esempio può essere la fotografia), ma tutte sono parziali e inadeguate: in una foto non sento suoni, in un film non percepisco odori. Ogni raffigurazione è quindi incompleta. Tra tutte le raffigurazioni il pensiero, che funziona secondo struttura linguistica, è la più completa. In linea di principio il linguaggio permette tutto, dovrei solo avere la pazienza di descrivere minuziosamente ogni cosa che mi circonda. È la forma di raffigurazione per eccellenza, non c'è altro modo di ragionare se non attraverso regole del linguaggio.
Le proposizioni 3 e 4 hanno come oggetto il pensiero, dando per scontato che il pensiero sia una proposizione munita di senso. Abbiamo visto che ci deve essere isomorfismo tra linguaggio e realtà: come esistono proposizioni semplici e complesse, cosi esistono fatti semplici o complessi. Invece gli oggetti rimangono immutabili, così i nomi che hanno lo stesso significato in ogni proposizione. Se voglio esprimere cos'è un oggetto devo prendere tutte le frasi che hanno significato in cui viene usata la parola, se voglio definire cos'è un libro non basta mostrarlo, perché risulterebbe impreciso (ostensione del linguaggio).

La quinta frase fa riferimento al livello linguistico:
5) La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. - > 5.3 tutte le proposizioni sono risultati di operazioni di verità con le proposizioni elementari. L'operazione di verità è il modo nel quale dalle proposizioni elementari nasce la funzione di verità. - > 5.6 i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.


Definiamo funzione di verità quella funzione che ci permette di determinare univocamente la verità di una preposizione complessa in funzione della verità o meno delle proposizioni semplici che la compongono.
Consideriamo proposizioni P, Q con i relativi funtori logici che le connettono: (e) , (o), (implica), (non).

Nel 1913 un logico americano ha dimostrato che tutti i simboli logici potevano essere ridotti (anche se con complicazione delle tavole di verità) alla "funzione TRATTO", cioe "né..né.." , per esempio non voglio ne' la torta ne' la minestra..
Quindi: ¬P = P/P
P^Q=(P/P)/(Q/Q)
PVQ=(P/Q)/(P/Q) 
sono
equivalenti perché le condizioni di verità risultano essere le stesse.

Questa funzione tratto è necessaria per capire la frase 6 del Tractatus:
6) La forma generale della proposizione è data da p soprassegnato (insieme delle proposizioni atomiche), da un qualsivoglia sottoinsieme proprio di p soprassegnato, a cui si applica la funzione tratto.
Posso ottenere qualsiasi proposizione: applico la funzione tratto a tutte le proposizioni atomiche del sottoinsieme, anche reiteratamente, fino ad ottenere qualsiasi proposizione molecolare voluta. Tutte le proposizioni che esistono sono o semplici in p soprassegnato, oppure complesse che ne derivano utilizzando la funzione tratto.

NB! Nelle tavole di verità fin qui esaminate non ne abbiamo mai trovate che diano vero o falso in tutte le righe. Cosa succede se le troviamo? Le tavole che danno sempre vero vengono chiamate tautologie: esprimono proposizioni la cui verità non dipende da nulla, è indipendente dal valore di verità delle singole proposizioni atomiche, ad esempio "piove o non piove".
Si chiamano invece contraddizioni quelle frasi la cui tavola risulta essere sempre falsa, come "piove e non piove".
Abbiamo quindi tre possibilità di fronte a proposizioni complesse:
1) Tautologia (sempre vera)
2) Contraddizione (sempre falsa)
3) Tutti gli altri casi in cui il valore di verità dipende da come sono i fatti (dato che il mondo è tutto ciò che accade.)
Le tautologie e le contraddizioni non hanno senso, perché sono indipendenti dalla realtà, nonostante siano ben fatte, ma non ci dicono nulla sul mondo, mentre sappiamo che una proposizione ha senso quando ci dice come stanno le cose se essa è vera, quindi è strettamente legata alla realtà.

La settima e ultima proposizione del Tractatus dice
7) Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
Questo è un concetto che gia è stato introdotto nella frase 5.6 (i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo). Infatti per Wittgenstein il linguaggio è il modo in cui si esprime il pensiero, e il pensiero è raffigurazione del mondo. Un pensiero rigoroso è il limite del mio mondo, tutto ciò che posso pensare rigorosamente. Tutto ciò che possiamo conoscere è o nell'insieme di proposizioni atomiche o nel sottoinsieme a cui applicare la funzione tratto. Ciò che è fuori da queste regole sfugge alla nostra conoscenza e costituisce ciò che Wittgenstein chiama MISTICO, INEFFABILE, ciò che non può essere espresso in linguaggio rigoroso.

MOSTRARE E DIRE
Ogni proposizione dice qualcosa. Se scrivo "Roma è la capitale d'Italia" dico che la città che convenzionalmente chiamiamo Roma è la capitale d'Italia, ma non solo essa dice questo, mostra tanto altro, ad esempio che Roma si scrive con quattro lettere, che c'è un soggetto e un predicato.
Se distinguiamo sempre il dire dal mostrare, possiamo eliminare i paradossi, che sono ciò che mette in difficoltà la concezione corrispondentista di verità (antichissima, già in Aristotele, è vero ciò che corrisponde alla realtà).
Se il linguaggio non avesse la caratteristica di essere isomorfo alla realtà non sarebbe nemmeno linguaggio, come per Kant il trascendentale rendeva possibile la conoscenza. In Wittgenstein il linguaggio è la struttura del pensiero, quindi le condizioni poste dal linguaggio sono il trascendentale del pensiero.
Wittgenstein aveva scritto appunti oltre il Tractatus, nei Quaderni, tra il '14 e il '16, dove parla dell'etica (argomento riguardo il quale è molto influenzato da Kant). Dice che un'azione può essere buona o cattiva, anche nel caso si stia parlando di una azione identica, ma tutto sta nell'intenzione con cui la si compie. L'etica non è esprimibile in un linguaggio rigoroso.
Questo ha ovviamente conseguenze pesanti anche sulla filosofia: hanno senso le preposizioni filosofiche? A cosa è ridotta la filosofia? Ad una semplice analisi del linguaggio, senza un oggetto proprio. L'attività filosofica consiste nell'eliminare le ambiguità del linguaggio, tanto da mostrare che nelle proposizioni metafisiche non c'è significato: controproducente, ma corretto. L'insignificanza delle proposizioni metafisiche investe anche il Tractatus, che quindi non ha significato. Allora che utilità ha avuto? Pensiamo di salire su un fienile con una scala per non scenderne mai più: potrò buttare via la scala, ma non posso dire che mi sia stata inutile, perché mi ha comunque permesso di arrivare fin lì. Il Tractatus ha il compito di farci riflettere su come è il mondo, definisce ciò che si può dire e di conseguenza ciò che non si può dire, cioè per esempio l'etica, l'estetica, la teologia, la filosofia stessa. Queste vengono poste nell'insieme del mistico, dell'ineffabile di cui si parlava prima.
Vi sono analogie e differenze con Kant: per Kant la metafisica non si può esprimere con giudizi sintetici a priori, quindi le verità metafisiche non sono dimostrabili. Ma Kant non aveva mai sospettato che potessero essere prive di significato, per lui non potevamo sapere se fossero vere o false. Per Kant, cosi come per Wittgenstein, l'uomo ha ontologicamente un desiderio, una tensione verso la metafisica, che è destinato a rimanere frustrato. Ma per Wittgenstein c'è un elemento in più, dato che per lui le proposizioni filosofiche non hanno nemmeno significato, perché sfuggono a un linguaggio rigoroso.
È importante precisare però la posizione di Wittgenstein riguardo questo argomento, che si potrebbe definire "schizofrenica": infatti arriva a dimostrare l'impossibilità della metafisica, ma ne riconosce l'importanza, a differenza dei Neopositivisti, che ispirati proprio dal suo Tractatus, avranno come obiettivo l'eliminazione totale della metafisica.

IL NEOPOSITIVISMO


Nel 1922 uno studioso tedesco, Moritz Schlick, viene chiamato a insegnare filosofia della scienza all'università di Vienna. Schlick, a partire dal 1924, organizza riunioni periodiche, ogni giovedì, tra studiosi di varia formazione (filosofi, fisici, matematici, psicologi, sociologi, ecc.) per studiare e capire il Tractatus di Wittgenstein. Questo gruppo di studiosi viene chiamato Circolo di Vienna (ci sarà anche un circolo di Berlino), e va dal 1924 al 1936, quando Schlick viene assassinato sulle scale dell'università da uno studente nazista, in quanto il circolo era considerato una cerchia di oppositori politici di sinistra. Oltretutto il circolo si scioglie con la fuga di molti componenti ebrei in varie parti del mondo, come America, Inghilterra e Australia.
Quali sono le caratteristiche del Neopositivismo?
Innanzi tutto è da precisare che può essere chiamato anche positivismo logico, neoempirismo o empirismo logico. Infatti vige la convinzione che tutta la conoscenza venga dai sensi.
L'uso sistematico della logica formale: per togliere l'ambiguità del linguaggio si trasforma ogni proposizione in formula sul modello dei Principia di Russell.
Matematizzazione delle scienze: tutte le scienze devono esprimere le proprie leggi tramite formule matematiche. Alcune già lo fanno, come la fisica, ma la cosa vuole essere estesa anche a scienze come la sociologia.
Legame con Wittgenstein: partono dalle tesi del Tractatus, ma se ne discostano per quanto riguarda la concezione della metafisica, che loro vogliono eliminare in quanto priva di significato: assumono quindi un atteggiamento antimetafisico, diversamente da Wittgenstein che ne riconosce l'importanza e la necessità e tendenza innata dell'uomo verso essa.
Sulla base di ciò i neopositivisti enunciano il principio di verificazione. Si può enunciare in due modi diversi, equivalenti dal punto di vista logico.
1) Il significato di una preposizione è il metodo della sua verifica.
L'insieme delle esperienze che sono in grado di verificarne la verità o la falsità, se non posso percepirle empiricamente, non posso controllarne il vero o il falso. Se una proposizione non può essere verificata empiricamente, non ha significato. Per esempio: Dio esiste, oppure Dio non esiste. Quali esperimenti posso fare per verificarlo? Nessuno, quindi non ha significato.
2) Un enunciato è significativo se e solo se è verificabile.
I neopositivisti vogliono estendere la scienza a tutti i rami del sapere, e quindi tenere solo le frasi e le teorie dotate di significato. Ma c'è un limite: su cosa si fonda questo principio? Potrebbe essere un assioma: bisogna pur partire da una base per costruire una conoscenza, non si può dimostrare tutto. Però in geometria utilizziamo gli assiomi solo perché sono evidenti, questo invece non lo è, se no perché nessuno ci ha mai pensato prima?
Potremmo provare ad applicare il principio a se stesso: ha significato il principio di verificazione? Sappiamo che afferma una corrispondenza biunivoca tra frasi verificabili (che non significa effettivamente verificato, ma che può esserlo in linea di principio) e frasi dotate di significato, ma esse sono infinite! Infatti posso dire "ho comprato un libro" ma potrei riformulare la frase con numeri all'infinito (ho comprato 10 libri, 11… 12…ecc.) e sarebbero tutte frasi false, ma continuerebbero ad avere significato. Quindi se le frasi dotate di significato sono infinite, come posso sapere se son tutte verificabili, e viceversa? Un insieme infinito non è verificabile completamente (diversamente da uno finito, come gli alunni di una classe). Quindi il principio di verificazione non è verificabile nemmeno in linea di principio: è un paradosso, il criterio di significato è enunciato come proposizione priva di significato.
Alcuni difendono il principio sostenendo che sia una scelta convenzionale, un punto di partenza per costruire un sapere e un linguaggio rigoroso. Ma in questo modo perde comunque la sua natura incontrovertibile, dato che non è dimostrato come un teorema davanti a cui il ragionamento mi evidenzi la validità indubitabile della dimostrazione.
Ma c'è un ulteriore problema: il criterio è talmente forte che va a creare problemi anche alle stesse leggi scientifiche. Prendiamo per esempio la formula F = ma. Non è un assioma, non è un giudizio analitico, ci si è arrivati tramite esperimenti, ma il valore è poi universale (per Kant è un giudizio sintetico a priori). Quindi, dato che parliamo di universalità, parliamo di forze infinite, masse qualsiasi ecc. si torna quindi al problema dell'induzione: accettiamo come se fossero vere le frasi ottenute con induzione, ma dato che l'insieme è infinito non sono effettivamente verificabili. Quindi ci troviamo di fronte ad un altro paradosso, cioè che nemmeno le leggi scientifiche siano verificabili e quindi dotate di significato. Lo scopo del neopositivismo era di eliminare la metafisica, e estendere il metodo scientifico a tutti i campi della conoscenza umana, quindi le leggi scientifiche dovrebbero avere un significato! Come risolvono questo? Abbiamo tre soluzioni:
Schlick sostiene questa in particolare: se prendo la legge scientifica in forma esplicita, questa ha valore universale, ma posso considerarla non come preposizione in senso stretto, ma come una sorta di ricetta che mi permette di costruire proposizioni che abbiano significato. Per esempio "tutti i corvi sono neri" può essere tradotta con "il prossimo corvo che esaminerò sarà nero". Il problema è che questa soluzione ci impedisce di dire se una formula sia vera o falsa, perche vero o falso possono essere attribuite solo a frasi non universali dotate di significato.
Reichenbach (circolo di Berlino): potremmo dire che vero e falso sono soluzioni senza alternative, rispettando la regola del terzo escluso. Questo valore assoluto di vero e falso vale per enunciati singoli, che non includono un quantificatore universale, ma nel caso delle leggi universali (e quindi scientifiche) potrei sostenere che siano vere quando la probabilità tende a 1 e false quando tende a 0. Infatti la probabilità è il rapporto tra casi favorevoli e casi totali (se lancio un dado ho 1/6 di possibilità che mi esca il numero 3 ad esempio). Quindi se la frazione si avvicina a 1 vuol dire che la probabilità è quasi totale (6/6). Quindi potrei sostenere che le leggi scientifiche siano vere perché hanno un alto grado di probabilità. Le critiche: la probabilità la devo fare su tutti i casi possibili, ma se ad esempio dico che tutti i corvi sono neri, è vero che ora come ora sulla terra ne abbiamo un insieme finito, ma dicendo tutti intendo anche quelli del passato e del futuro, quindi ottengo N/x, con N che sono i casi osservabili e x che tende a infinito: il limite di N/x con x che tende a infinito risulta essere zero, quindi si torna al punto di partenza. Oltretutto secondo Russell abbiamo un difetto logico: se definisco la probabilità come rapporto tra casi favorevoli e casi totali, la prima proposizione che posso fare sarà "ho osservato il primo corvo ed è nero", "ho osservato il secondo ed è nero" e così via. Sono tutte proposizioni vere, quindi siamo davanti a un circolo vizioso: si fa dipendere il concetto di verità dalla probabilità, ma la probabilità dipende a sua volta dalla verità.
Teoria della coerenza (Neurath): le teorie scientifiche, espresse in linguaggio formalizzato, risultano essere tutte legate fra loro: se inserisco un'affermazione falsa, crolla tutto. Se è cosi possiamo dire che le proposizioni singole si verificano con osservazioni, ma quelle che non sono verificabili perchè hanno quantificatori universali le diciamo vere nella misura in cui non sono in contraddizione con nessuna affermazione già verificata. Schlick obietta che l'unico criterio possa essere la coerenza: io posso inventare una fiaba coerente ma questo non fa sì che diventi vera.
Consideriamo il concetto di verità:
Aristotelica, o del senso comune. La proposizione è vera se corrisponde alla realtà.
Coerenza, una legge scientifica è vera se coerente con le altre proposizioni verificate.
Pragmatica: l'uomo è misura di tutte le cose (Protagora) ma la persona potrebbe essere sempre ubriaca per esempio, e come posso sapere quindi se ciò che mi dice è vero o no? Porterebbe a un totale relativismo, che non consentirebbe di sopravvivere nella società, quindi gli uomini convengono di chiamare vero tutto ciò che è utile. Per esempio, supponiamo che qualcuno abbia un difetto visivo e veda il rosso per il nero e viceversa. Non è importante la soggettività individuale, noi usiamo la parola nero ai fini della comunicazione e risulta efficace se quando gli chiedo un oggetto nero, me lo passa effettivamente, anche se lo vede rosso e lo chiama nero. Il criterio di verità non appartiene al dominio della conoscenza, ma ha fonte anche nell'utilità e nella convenzione (criterio extralogico, pragmatico).
Schlick sostiene la prima, e non la coerenza, in quanto la considera condizione necessaria ma non sufficiente di verità. (Un romanzo storico può essere coerente, ma non per questo è vero.)

Nonostante i neopositivisti vogliano l'eliminazione della metafisica, ci si rende conto che lo stesso discorso non può essere fatto con l'etica, che non è eliminabile in quanto l'uomo deve poter scegliere in base a criteri, e utilizzare frasi non descrittive ma prescrittive, che però non posso affermare siano vere o false (per esempio "chiudi la porta", "non rubare"). Su cosa devo basare l'etica accettando il principio di verificazione? La soluzione prevalente è quella dell'emotivismo, cioè la concezione secondo cui le norme morali si fondano non sulla ragione, ma su uno stato emotivo che l'uomo prova per natura (l'empatia di Hume) e che determina apprezzamento per le azioni buone e riprovazione, repulsione per quelle cattive. Come mai esiste la violenza e l'ingiustizia se l'uomo ha questo sentimento innato in sé? Perché la società, l'educazione e i traumi possono deformare questo sentimento.
Riguardo la politica si potrebbe fare un discorso simile a quello che riguarda l'etica: potrebbe esistere infatti per esempio nel codice penale una legge che riguarda un crimine che nessuno commetterà mai, e quindi non ha a che fare con questioni di fatto. Ma nel caso delle leggi la situazione è più semplice, dato che già nell' '800 emerge l'utilitarismo, per cui le leggi vengono valutate in base alle conseguenze che producono, quindi se uccido avrò l'ergastolo, e non una semplice multa, ai fini di scoraggiare il più possibile la commissione del reato. Non c'è solo questo aspetto, ma anche l'utilità sociale, in quanto buone leggi aumentano il benessere sociale.
Il circolo di Vienna si scioglie dopo l'uccisione di Schlick e i membri si disperdono, soprattutto negli Stati Uniti: si parla di seconda fase del neopositivismo.

SECONDO WITTGENSTEIN


Torniamo a Wittgenstein: dopo la pubblicazione del Tractatus, volendo essere coerente, aveva abbandonato gli studi filosofici, facendo il maestro elementare, dedicandosi al giardinaggio e infine trasferendosi a Vienna dove progetta una casa per la sorella, che però verrà poco abitata anche a causa della crisi del '29. Durante il suo soggiorno a Vienna viene in contatto con il circolo di Vienna, senza però partecipare alle riunioni, nonostante sia spesso invitato, con gran delusione dei neopositivisti. Sentendo poi una conferenza di matematica nel '28 si dice che la passione per gli studi si sia riaccesa e sia corso a Cambridge, dove la fama lo aveva preceduto, grazie al successo del Tractatus, con cui si laurea per poi diventare assistente di filosofia.
Il "secondo Wittgenstein" scrive in tedesco le Ricerche filosofiche, opera che non è di facile lettura, in quanto non contiene tesi in maniera esplicita, ma domande e critiche al fine di affrontare problemi linguistici: lo scopo della filosofia non è infatti dar risposte, ma far riflettere.
Che differenze ritroviamo tra il primo e il secondo Wittgenstein?
La prima è senza dubbio che nel Tractatus analizza esclusivamente un linguaggio di tipo descrittivo. Abbiamo visto che per determinare se la frase ha significato bisogna ricorrere ai criteri di vero e falso, quindi ci si riferisce ad un linguaggio descrittivo. Ora però abbiamo una prima svolta: Wittgenstein ritiene unilaterale e sbagliato questo modo di studiare il linguaggio, il considerare il descrittivo l'essenza del linguaggio: la descrizione della realtà è solo una tra le tante funzioni possibili del linguaggio. Questa pluralità di usi del linguaggio son chiamati da Wittgenstein giochi linguistici. Ciò implica che se accettiamo che il descrittivo sia solo uno di tanti usi, la teoria del significato basata su vero o falso del Tractatus va superata, ora questo ci è dato dall'uso.
Così può sembrare che quindi Wittgenstein abbia cambiato completamente il discorso, dato che nel primo Wittgenstein il significato è argomento centrale. Ma ciò che non risulta cambiato è il ruolo della filosofia, che rimane una analisi del linguaggio, con il compito di eliminare ambiguità ed errori.
Non c'è un linguaggio ideale: il descrittivo è sì il più studiato da sempre nella filosofia occidentale, ma possiamo aprire orizzonti e scoprire altri tipi di linguaggio, non meno importanti. Ogni gioco linguistico ha le sue regole, che possono essere rigorose (come in matematica) o più approssimative.
NB: mentre nella tradizione filosofica si dava per scontato che un concetto fosse chiaramente compreso dalla sua definizione, e quindi ci sia la possibilità di usare indifferentemente uomo e animale razionale, che risultano perfettamente sostituibili in un enunciato, secondo Wittgenstein esistono concetti che non sono definibili, con confini molto labili, come appunto "gioco" : ambiguità che ovviamente non ci è permessa in un contesto come quello matematico. Possiamo invece permetterci l'utilizzo di "famiglie di significati", perché il contesto e l'uso eliminano l'ambiguità. La famiglia di significati si può applicare anche al gioco linguistico, perché è un concetto che appartiene a una famiglia di significati che presentano somiglianza tra loro.
A cosa servono le regole nel linguaggio? Ancora una volta risulta efficace considerare il gioco degli scacchi: se io conosco le regole posso giocare, ma non sono loro a dirmi come fare per vincere. Al massimo mi dicono cosa non è possibile fare. Allo stesso modo nel linguaggio le regole ci dicono come combinare le parole in modo tale che abbiano senso, e ogni gioco linguistico ha le sue regole: nella fisica ad esempio non userò il verbo dovere, che invece userò in proposizioni relative all'educazione per esempio "non devi dire bugie". Come in Kant c'è un elemento a priori della conoscenza intellettiva, cioè le categorie, così per quanto riguarda il linguaggio, che nei contenuti è a posteriori, l'elemento a priori è la grammatica
Il linguaggio serve per comunicare,quindi non può esistere un linguaggio privato (idioletto).
In risposta al secondo Wittgenstein nasce la "filosofia analitica", cioè il tentativo di costruire un linguaggio rigoroso anche in campo etico, estetico, teologico e metafisico, considerato impossibile dal primo Wittgenstein.

 

 

 

N. B. Gli appunti sono stati presi durante le lezioni e non sono stati rivisti, ne integrati con le spiegazioni del manuale di filosofia in adozione

 

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