Bresciaoggi giovedì 24 agosto 1978, pag. 3  

 

Un nodo intricato, ma non poi tanto 

Come veder chiaro

 nella finanza pubblica

Non l'ammontare del deficit, ma la struttura delle entrate e delle uscite del bilancio della pubblica amministrazione impedisce la utilizzazione delle risorse e rallenta la produttività

 

Quasi tutti i giorni, sui quotidiani si possono leggere le inesauribili lamentele di ministri d economisti per i terribili guai che l'eccessivo deficit del bilancio dello Stato e del settore pubblico provoca all'economia italiana. Del nodo della finanza pubblica parlano un po' tutti ormai, ma non sempre con la precisione che la complessità della materia richiede.
Il mese scorso la Feltrinelli ha pubblicato un lavoro del prof. Cavazzuti, un giovane insegnante di Scienza delle Finanze dell'università di Bologna, che è destinato ad influenzare non marginalmente il dibattito politico-economico sulla finanza pubblica. L'autore si propone di analizzare le conseguenze economiche più rilevanti della composizione attuale delle entrate e delle uscite del bilancio del settore pubblico consolidato.
Il primo passo, compiuto già nell'introduzione, consiste nel demolire due pregiudizi sull'argomento, che sono molto radicati, specie nell'opinione dei non specialisti.

Due pregiudizi

Il primo pregiudizio consiste nel ritenere che l'argomento del deficit statale e l'aumento dei prezzi siano meccanicamente correlati. A prima vista questa impressione potrebbe apparire veritiera in quanto negli ultimi anni le due grandezze hanno subito un andamento quasi parallelo. In realtà perché un incremento del disavanzo provochi un aumento dei prezzi è necessario che si verifichi una situazione di piena occupazione, oppure devono esistere delle strozzature (rigidità di offerta) in alcuni settori merceologici.
L'altro pregiudizio consiste nell'impostare le analisi (e le conseguenti proposte di terapia per migliorare la situazione) solamente sull'aspetto quantitativo del deficit della pubblica amministrazione e non sulla composizione delle entrate e della spesa pubblica. A ben riflettere gran parte del dibattito politico-sindacale sul tetto massimo compatibile del deficit statale è stato inficiato da questo pregiudizio.
Oltre all'introduzione il libro di Cavazzuti si articola in due parti. Nella prima l'autore propone un'analisi del bilancio pubblico; basata sulle relazioni di cassa della contabilità nazionale e sui flussi finanziari nel sistema economico con lo scopo non solo di illustrare la complessità del bilancio stesso, ma anche di collegare variabili di questo con le entità macroeconomiche quali i prezzi, i consumi, il reddito nazionale, il prodotto lordo, etc. Vengono descritti con chiarezza i vari flussi finanziari che intercorrono tra le diverse categorie di operatori (imprese, famiglie, banche, enti pubblici, Stato e Banca d'Italia), viene analizzato il bilancio di cassa dello stato, la funzione del Tesoro, la gestione di tesoreria e il settore pubblico allargato.

Il prelievo

Tutta la prima parte, prevalentemente descrittiva, contiene affermazioni abbastanza ovvie, ma ha il merito di mettere in grado il lettore non esperto di economia di seguire la seconda parte del lavoro e di intendere appieno le tesi ivi sostenute. Per quanto riguarda la composizione delle entrate ed in particolare del prelievo obbligatorio, l'autore ricorda che in Italia circa il 32% del prelievo deriva dalle imposte indirette, circa il 24% dalle imposte dirette e il rimanente 44% circa dai contributi sociali. A loro volta i contributi sociali sono a carico dei datori di lavoro per l'82% circa, dei lavoratori dipendenti per il 14% e di quelli autonomi per il rimanente 4%.
Nell'ambito di queste voci, solo le variazioni delle imposte indirette e dei contributi sociali effettivi a carico dei datori di lavoro si trasferiscono direttamente sui prezzi finali di vendita. Ora, in Italia, l'ammontare di queste voci oscilla attorno al 70% del gettito complessivo mentre, ad esempio, è pari al 44% negli Usa, al 46% in Gran Bretagna e al 33% in Danimarca. E' indubbio quindi che la struttura del prelievo obbligatorio esistente in Italia ha contribuito, segnatamente negli anni in cui il livello dei salari si è avvicinato a quello dei paesi comunitari, ad elevare il costo del lavoro ed i prezzi (si tenga presente che nella struttura del salario medio europeo il 70% è rappresentato dalla retribuzione diretta, mentre in Italia quest'ultima è pari solo al 45%). La più accentuata tendenza dei prezzi ad accrescersi in seguito alle variazioni del prelievo (rispetto alla situazione degli altri paesi industrializzati occidentali) è evidenziata in modo originale e molto chiaro.
Viene introdotto un coefficiente moltiplicativo del salario, che l'autore chiama "aliquota complessiva", che determina in quale misura il sistema del prelievo obbligatorio complessivo influisce sull'aumento dei prezzi in termini del salario. Questo coefficiente è funzione di altri due valori: l'aliquota dei contributi sociali a carico dei datori di lavoro e l'aliquota dell'imposizione diretta (Iva etc.) rispetto al prezzo. Nel 1974, ultimo anno relativamente al quale si può disporre, per tutti i paesi occidentali industrializzati, dei dati necessari per calcolare "l'aliquota complessiva", questo coefficiente per l'Italia è pari al 53,2%: il più elevato, se si esclude la Svezia col 54,7 (Gran Bretagna 32,2%; Usa 27,7%; Giappone 22,5%).
Ciò significa che permanendo l'attuale struttura delle entrate, in Italia un aumento del prelievo si trasferisce sui prezzi in misura più che doppia che in Giappone o in Usa!

Una distorsione

Oltre a questa distorsione fondamentale, la struttura delle entrate del bilancio della pubblica amministrazione è tale da penalizzare il settore industriale rispetto agli altri settori, specialmente il terziario.
Cavazzuti calcola che tra il 1965 e il 1972 si sia verificata una redistribuzione dei profitti lordi (definiti come differenza tra il valore aggiunto e le retribuzioni al lordo degli oneri sociali a carico dei datori di lavoro e calcolati sulla tavola delle interdipendenze strutturali) a vantaggio del terziario ed a danno dell'agricoltura. La quota del profitto lordo del settore terziario sarebbe salita, secondo i calcoli dell'autore, dal 48,1% al 57,3% sul totale, mentre l'industria (compresa l'edilizia) sarebbe scesa dal 30% al 28% e l'agricoltura dal 21,3 al 14%. Dal '73 al '77 il trend relativo all'industria si è probabilmente accentuato, ma non si dispone di tutti i dati per dimostrarlo. Basti però pensare che gli oneri per finanziare i contributi per la disoccupazione gravano sul solo settore industriale e che a fronte di un calo percentuale del gettito delle imposte dirette sul totale del prelievo, si è verificato un corrispondente incremento dei contributi sociali (che proviene per circa il 50-55% dall'industria dalla quale però dipende meno del 40% del totale della forza lavoro occupata).

In Italia e in Europa

Per quanto riguarda l'ammontare della spesa pubblica, va subito sgombrato il campo dall'errata opinione che esso sia sensibilmente più elevato che negli altri Paesi occidentali. In Europa il rapporto tra l'ammontare della spesa pubblica e il prodotto lordo interno varia dal 40% al 48% a seconda dei diversi Paesi e dei vari anni; in Italia nel triennio '73-'75 era pari al 40.5% poi è cominciato a salire, ma ancora nel '77 non superava il margine del 48%. Del tutto anomala è, invece, la struttura della spesa. Solo il 33% è destinato a finanziare i consumi collettivi, mentre il 50% è costituito da trasferimenti (a famiglie, ad imprese, ad Enti locali, previdenziali, assistenziali, etc.). Negli altri Paesi europei viceversa i consumi collettivi superano il 50% della spesa pubblica. Oltre agli inconvenienti pratici per il cittadino (ad esempio trasporti pubblici insufficienti e mal funzionanti) agli sprechi che ne conseguono (ad esempio maggior consumo di energia derivante dal trasporto privato) quali sono le conseguenze sul sistema economico? E' presto detto: il moltiplicatore della spesa pubblica per trasferimenti è sensibilmente inferiore a quello associato alla spesa per consumi collettivi. Ciò significa che i benefici economici e la quantità di produzione aggiuntiva indotta sono molto più elevati, a parità di spesa, per i consumi collettivi che per i trasferimenti. Ciò è dovuto in parte anche al maggior intervallo temporale che sussiste fra la decisione di spesa e l'effettivo impiego dei mezzi finanziari nel caso dei trasferimenti. L'autore ritiene, a mio giudizio correttamente, che vi sia un preciso interesse del sistema bancario a mantenere l'intermediazione tra Stato ed Enti pubblici ed ad opporsi all'accentramento presso il Tesoro di tutte le gestioni di tesoreria (si tenga presente che attualmente solo le Regioni, la Cassa per il Mezzogiorno ed alcuni enti previdenziali intrattengono un rapporto di conto corrente con il Tesoro, ma non i Comuni e le Province e tutti gli altri enti territoriali).

Conclusioni

Quali le conclusioni di queste ed altre tesi sostenute dall'autore? Il volume si conclude con un "esercizio econometrico". Si costruisce un modello, simulando pareggio del bilancio della pubblica amministrazione (ferma restando, per ipotesi, la composizione percentuale della spesa). Ne verrebbe che il complesso delle entrate indirizza un impulso di segno negativo alla domanda reale aggregata pari al 39% circa mentre la spesa pubblica determina un influsso, ovviamente di segno opposto, pari solo al 31%. Il disavanzo (reale) imprime invece un impulso positivo valutabile attorno all'8%.
La conclusione è dunque che non l'ammontare del deficit, ma la struttura delle entrate e delle uscite del bilancio della pubblica amministrazione contribuisce "a mantenere l'economia al di sotto livello della piena utilizzazione delle risorse, con conseguente contenimento della produttività complessiva del sistema economico ed inevitabili effetti di spinta verso l'alto dell'intero sistema dei prezzi".
L'impressione che questo libro suscitare al lettore non economista, che trae le sue conoscenze in materia prevalentemente dai quotidiani e dalle riviste, è notevole; da un insieme disorganico di informazioni e valutazioni può riuscire a passare una visione chiara ed organica del problema; è come se, dalla vetta di una montagna, si riesca a distinguere un vasto paesaggio, mentre la nebbia si dissolve nella luce del mattino.

 Maurilio Lovatti

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