Maurilio Lovatti 

 

 

Proprietà privata e destinazione universale dei beni 

 

Il Cantiere, giugno 2021

 

Le parole chiave della dottrina sociale della Chiesa

Dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) alla Fratelli tutti di papa Francesco (2020), la dottrina sociale della Chiesa si è evoluta costantemente per tenere conto delle rapide trasformazioni dell'economia e della società, in un'epoca che ha visto, accanto ad un enorme progresso scientifico e tecnico e ad un deciso miglioramento delle condizioni di vita, anche due guerre mondiali e l'affermarsi di dittature spietate e disumane. Pur aggiornandosi costantemente, il magistero sociale della chiesa si fonda su valori stabili e condivisi. Esaminiamoli attraverso alcune parole chiave. Ora partiamo dal concetto di proprietà, mentre altre parole saranno esaminate nei prossimi numeri del Cantiere.

 

 

Fin dalle origini gli uomini hanno sempre considerato alcuni beni di proprietà privata (il proprio arco, le proprie vesti, la propria terra da coltivare) e quindi il diritto di proprietà appare come un diritto naturale. D'altra parte il cristianesimo ha come valore centrale la fraternità (tutti gli uomini sono figli di Dio) e di conseguenza il diritto di proprietà non può e non deve prevalere sulla realizzazione del bene comune e sul dovere universale della solidarietà. Nelle prime comunità cristiane i fedeli mettevano in comune i propri beni.
La dottrina sociale della Chiesa esclude come false le opposte visioni del liberismo economico (lo Stato non deve limitare il diritto di proprietà e non deve interferire col libero mercato) e del socialismo marxista (la proprietà privata dei mezzi di produzione dev'essere abolita).
Il Concilio ecumenico Vaticano II (1962-65) è stato chiarissimo:
“Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità. Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni” (Gaudium et spes, 69).
Paolo VI nel 1967 esprime nel modo più perentorio la critica al liberismo economico ed alla tesi dell'assoluto diritto di proprietà che era già presente nelle encicliche giovannee: “Si sa con quale fermezza i padri della chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: «non è del tuo avere», afferma sant’Ambrogio, «che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi». È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento della utilità comune”. (Populorum progressio, n. 23).
Nel 1987 Giovanni Paolo II aggiunge che “è necessario denunciare l'esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri. Tali meccanismi, azionati - in modo diretto o indiretto - dai Paesi più sviluppati, favoriscono per il loro stesso funzionamento gli interessi di chi li manovra, ma finiscono per soffocare o condizionare le economie dei Paesi meno sviluppati” (Sollicitudo rei socialis, n. 16).
Papa Francesco è fortemente critico verso ogni forma di liberismo in economia. Già nella Evangelii gaudium ha esplicitamente criticato il “principio della ricaduta favorevole”, cioè la falsa tesi sostenuta da alcuni economisti, secondo cui ogni crescita economica favorita dal libero mercato riuscirebbe di per sé a produrre una maggiore equità e vantaggi per tutti, anche per i più poveri. Egli pensa che sia la politica a dover governare l'economia, indirizzandola al bene comune, e non viceversa. Lo Stato ha il dovere di ridurre le diseguaglianze sociali anche tramite le politiche fiscali. Papa Francesco ha sottolineato, con la Laudato sì (2015), che la politica, se vuole essere giusta, ha il dovere di intervenire nell'economia per limitare il diritto di proprietà e la libera iniziativa delle forze economiche non solo in vista di prevalenti esigenze di giustizia sociale, ma anche per tutelare il bene prezioso dell'ambiente naturale, per difendere il creato, cioè la nostra casa comune che ci consente di vivere, di agire di conoscere.


Maurilio Lovatti

 

 

Il Cantiere,  giugno 2021, pag. 14-15

 

 

 

 

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