Maurilio Lovatti 

 

 

La Sollecitudo rei socialis di Giovani Paolo II (1987)

 

Il Cantiere, agosto 2020

 

Il 30 dicembre 1987, Giovanni Paolo II pubblica l'enciclica Sollicitudo rei socialis, nel ventesimo anniversario della Populorum progressio di Paolo VI. E' la seconda enciclica sociale del Papa polacco, sei anni dopo la Laborem exercens, ma è anche il documento nel quale Giovanni Paolo II esprime più esplicitamente la sua adesione convinta alla dottrina sociale del Concilio Vaticano II e del grande pontefice bresciano. La Populorum progressio era stata pubblicata un anno e mezzo dopo la conclusione del Concilio e aveva affrontato il grave problema del sottosviluppo di larga parte dell'umanità, con le drammatiche conseguenze della fame, della iniqua distribuzione dei beni, dell'analfabetismo e delle malattie endemiche. Paolo VI, in linea con la tradizionale dottrina sociale della Chiesa, aveva riaffermato che il diritto di proprietà e il diritto alla libera iniziativa e al libero commercio devono essere subordinati alla destinazione universale dei beni.
I primi 10 paragrafi della Sollicitudo rei socialis richiamano i punti essenziali dell'enciclica di Paolo VI e in particolare la celebre tesi che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», ribadendo che la vera pace mondiale non è possibile senza lo sviluppo dai popoli del terzo mondo, oppressi e sfruttati dai Paesi ricchi e che non è moralmente giustificabile “il fatto che ingenti somme di danaro che potrebbero e dovrebbero essere destinate a incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate per l'arricchimento di individui o di gruppi, ovvero assegnate all'ampliamento degli arsenali di armi, sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo.” (n. 10).

 

 

 

Giovanni Paolo II si propone di aggiornare l'insegnamento sociale di Paolo VI tenendo conto dell'evoluzione dell'economia, della società e della cultura nel periodo 1967-87. In primo luogo, sostiene il Papa, il divario tra la parte ricca e quella povera del mondo è cresciuto sensibilmente: “una moltitudine innumerevole di uomini e donne, bambini, adulti e anziani, vale a dire di concrete ed irripetibili persone umane soffrono sotto il peso intollerabile della miseria. Sono molti milioni coloro che son privi di speranza per il fatto che, in molte parti della terra, la loro situazione si è sensibilmente aggravata. Di fronte a questi drammi di totale indigenza e bisogno, in cui vivono tanti nostri fratelli e sorelle, è lo stesso Signore Gesù che viene a interpellarci” (n. 13).
Al crescente divario economico, si aggiungono le discriminazioni sociali: “l'analfabetismo, la difficoltà o impossibilità di accedere ai livelli superiori di istruzione, l'incapacità di partecipare alla costruzione della propria Nazione, le diverse forme di sfruttamento e di oppressione economica, sociale, politica ed anche religiosa della persona umana e dei suoi diritti, le discriminazioni di ogni tipo, specialmente quella più odiosa fondata sulla differenza razziale” (n.15).
Per Giovanni Paolo II “è necessario denunciare l'esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri. Tali meccanismi, azionati - in modo diretto o indiretto - dai Paesi più sviluppati, favoriscono per il loro stesso funzionamento gli interessi di chi li manovra, ma finiscono per soffocare o condizionare le economie dei Paesi meno sviluppati” (n. 16). Il Papa inquadra tali mutamenti nel quadro più generale della opposizione tra i blocchi (si tenga presente che nel 1987 c'era ancora l'URSS con il blocco di Paesi alleati, che era in contrapposizione all'Alleanza atlantica).
A distanza di oltre trenta anni, col mondo così cambiato, molti insegnamenti di questa enciclica rimangono ancora attuali. Tra i più significativi ricordo:
1) La condanna morale della produzione e del commercio di armi da guerra: “Se la produzione delle armi è un grave disordine che regna nel mondo odierno rispetto alle vere necessità degli uomini e all'impiego dei mezzi adatti a soddisfarle, non lo è meno il commercio delle stesse armi. Anzi, a proposito di questo, è necessario aggiungere che il giudizio morale è ancora più severo” (n. 24).
2) La critica allo sviluppo indiscriminato e al consumismo: “lo sviluppo non può consistere soltanto nell'uso, nel dominio e nel possesso indiscriminato delle cose create e dei prodotti dell'industria umana, ma piuttosto nel subordinare il possesso, il dominio e l'uso alla somiglianza divina dell'uomo e alla sua vocazione all'immortalità” (n. 29).
3) Il valore della solidarietà tra gli uomini: “La solidarietà è indubbiamente una virtù cristiana” (n. 40).
4) “L'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l'«impegno per la giustizia» secondo il ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno” (n. 41).
5) La necessità di non dimenticare mai il principio tipico della dottrina sociale cristiana: “i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa, infatti, grava «un'ipoteca sociale», cioè vi si riconosce, come qualità intrinseca, una funzione sociale, fondata e giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni" (n. 42).

Maurilio Lovatti

 

 

 

 

 

 

Il Cantiere,  agosto 2020, pag. 19-20

 

 

 

 

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