Maurilio Lovatti e Roberto Omodei

 

 

Laura Bianchini e Rosario Livatino

La dottrina sociale della Chiesa

 

Il Cantiere, giugno 2020

 

Il circolo ACLI di Chiesanuova, nei mesi di gennaio e febbraio, ha promosso un ciclo di incontri formativi per presentare l'esperienza e la vita di alcuni testimoni emblematici del laicato cattolico impegnati nella politica o nell'ambito sociale e professionale, che non si sono lasciati tentare dallo scoraggiamento o dal disimpegno. Nel numero precedente del Cantiere abbiamo ricordato Giorgio La Pira e Achille Grandi. Qui concludiamo con Laura Bianchini e Rosario Livatino.

 

Laura Bianchini (1903 - 1983)

La bresciana Laura Bianchini è stata una delle pochissime donne, solo 21 su 556 deputati, elette nel 1946 all'Assemblea Costituente e quindi ha contribuito a scrivere la nostra Costituzione. Laureata in filosofia all'università cattolica di Milano, partecipa attivamente alla FUCI e poi insegna storia e filosofia al liceo classico Arnaldo, fino a diventare Preside dell'Istituto magistrale Gambara.
Durante la Resistenza (1943-45) collabora con il giornale clandestino Brescia libera e poi dal 1944 con Il Ribelle (scrivendo 13 articoli con gli pseudonimi Don Chisciotte, Penelope e Battista) e nel gennaio 1944 entra in clandestinità, si rifugia dalle Suore delle Poverelle di Milano per sfuggire alla cattura dei fascisti e fa parte delle Fiamme Verdi.
Durante il periodo della Costituente (1946-48) entra nella comunità del Porcellino, collaborando con Dossetti, Fanfani, Lazzati, La Pira, e altri illustri esponenti cattolici eletti nell'Assemblea. Il gruppo guidato da Dossetti costituiva l'orientamento di sinistra della Democrazia Cristiana, che proponeva profonde riforme sociali basate sui valori cristiani per ridurre le disuguaglianze sociali e che non accettava il liberismo economico proposto da Einaudi e in gran parte fatto proprio da De Gasperi e dai successivi governi centristi.
All’Assemblea Costituente interviene ripetutamente soprattutto sui problemi della scuola e della donna, e in generale sul titolo II della prima parte della Costituzione (rapporti etico-sociali).
Eletta deputato alla Camera nella Prima legislatura (1948-53), presenta 9 progetti di legge (nei settori scuola, edilizia popolare e separazione dei Comuni) e pronuncia 21 interventi in Aula. Nel 1953 la DC bresciana decide di non ricandidarla alla Camera perché nella circoscrizione elettorale Brescia Bergamo la presenza della componente dossettiana era molto scarsa e ininfluente. Torna così all'insegnamento della filosofia e della storia al liceo classico Virgilio di Roma fino alla pensione (1973).
Il suo pensiero si è sempre ispirato al personalismo cristiano e alle opere del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), in particolare a Umanesimo Integrale (1936). Il pensiero di Maritain rappresenta un formidabile strumento che ci aiuta ad interpretare il mondo moderno alla luce della fede, evitando ogni condanna generalizzata della modernità e cercando di cogliere i frammenti di verità sparsi nella cultura contemporanea, che spesso nega o ignora la trascendenza. Purtroppo prima del Concilio, la filosofia di Maritain era avversata e condannata da molti esponenti tradizionalisti della gerarchia ecclesiastica. Paolo VI invece ha riabilitato Maritain, che considerava un maestro, fino a consegnarli personalmente il messaggio del Concilio agli uomini di cultura e di scienza. Laura Bianchini, invece, fin dagli Anni Quaranta ha studiato e difeso profeticamente il pensiero di Maritain, a cui si è sempre ispirata.


Maurilio Lovatti

 

Giorgio La Pira e Laura Bianchini

 

 


Rosario Livatino (1952 - 1990)

Rosario Livatino nasce a Canicattì il 3 ottobre 1952. A 22 anni si laurea in Giurisprudenza a Palermo, con il massimo dei voti, e dopo una breve parentesi di lavoro con la Regione Siciliana, vince il concorso di magistratura che lo porterà prima a Caltanissetta quindi ad Agrigento.
Qui si occuperà di delicate indagini antimafia, contrastando l’organizzazione criminale della Stidda, e degli intrecci corruttivi con la politica locale, che colpì con grande efficacia grazie all’utilizzo di confische e sequestri quali strumenti idonei ad interrompere l’economia sommersa e parallela tipica della criminalità organizzata.
Dal carattere schivo e riservato, con poche concessioni alle esternazioni pubbliche, ha tenuto due importanti discorsi che ne delineano il pensiero: "Il ruolo del Giudice in una società che cambia" del 7 aprile 1984 e "Fede e diritto" del 30 aprile 1986. Emerge nei testi l’assoluto rigore, la centralità della persona, anche se condannata per reati gravissimi, e la profonda spiritualità cristiana che ispira la sua azione. In particolare, Livatino si è a lungo interrogato sul rapporto tra la giustizia “terrena” e la fede, ritenendo che la prima, ancorché evidentemente necessaria, non fosse esaustiva della “legge della carità” scritta nei Vangeli.
Rosario Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre - senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto - si recava in Tribunale. Per la sua morte sono stati individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti che sono stati tutti condannati, in tre diversi processi nei vari gradi di giudizio, all'ergastolo con pene ridotte per i collaboratori di giustizia. Probabilmente, come molte altre vittime mietute tra le fila dei magistrati, Livatino venne eliminato per la sua rettitudine rigorosa che lo rendeva ininfluenzabile alle pressioni economiche e politiche.
Morto a soli 38 anni, viene definito da Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto e impegnato nelle battaglie contro le mafie, “il giudice ragazzino”, in polemica con una infelice espressione dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che in un più ampio e provocatorio intervento sulla magistratura sembrò riferirsi proprio al giovane magistrato (circostanza poi smentita e chiarita dallo stesso Cossiga).
Nella sua storica visita in Sicilia, Papa Giovanni Paolo II ha definito Rosario Livatino “un martire della giustizia, e, indirettamente, della fede”; è venerato dalla Chiesa come Servo di Dio; la Diocesi di Agrigento ha formalmente avviato nel 2011 il processo per la beatificazione, a conclusione di un percorso iniziato nel 1993.


Roberto Omodei

 

 

Rosario Livatino

 

 

 

 

Il Cantiere,  giugno 2020, pag. 16-17

 

 

 

 

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