Maurilio Lovatti 

 

 

La Laborem exercens di Giovani Paolo II (1981)

 

Il Cantiere, febbraio 2020

 

 

Il 14 settembre 1981 Giovanni Paolo II, in occasione del 90° anniversario della Rerum novarum di Leone XIII, pubblica la Laborem exercens, la sua prima enciclica sociale.
Fin dall'introduzione il Papa dichiara di condividere pienamente la Mater e magistra di Giovanni XXIII (1961), la Populorum progressio di Paolo VI (1967) e la Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II. In questi documenti, come si è visto nei precedenti numeri del Cantiere, la Chiesa afferma la sua adesione ai valori liberali e democratici, critica le tesi del liberismo economico (cioè critica l'idea che lo Stato non debba intervenire nell'economia) sostiene con forza che l'economia debba essere al servizio dell'uomo, la destinazione universale dei beni e il dovere dei Paesi più ricchi di aiutare quelli in via di sviluppo.
Giovanni Paolo II non interviene ulteriormente su questi temi, perché ritiene che il magistero della Chiesa, specie a partire dal Concilio, li abbia ormai acquisiti definitivamente, e sviluppa invece in modo originale il tema del lavoro umano, che considera centrale:
L'uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli.” (n. 1)
La funzione del lavoro viene esaminata alla luce delle novità del tempo, come l'introduzione generalizzata dell'automazione, l'aumento del prezzo dell'energia e delle materie di base, la crescente presa di coscienza della limitatezza delle risorse naturali, l'inquinamento dell'ambiente e l'emergere sulla scena politica dei popoli che, dopo secoli di soggezione, richiedono il loro legittimo posto tra le nazioni e nelle decisioni internazionali. Per il Papa queste nuove condizioni ed esigenze richiederanno un riordinamento delle strutture dell'economia e della distribuzione del lavoro. Tali cambiamenti, aggiunge, potranno forse significare, purtroppo, per milioni di lavoratori, la disoccupazione, almeno temporanea, o la necessità di un “riaddestramento”.
La riflessione del Pontefice parte dalla Genesi, quando all'uomo viene dato il comando di “soggiogare la terra”, cosa che avviene tramite il lavoro. Giovanni Paolo II distingue tra l'aspetto oggettivo del lavoro (la tecnica) e quello soggettivo (il lavoratore come persona, che partecipa con la sua opera alla creazione iniziata e voluta da Dio).
La tecnica “facilita il lavoro, lo perfeziona, lo accelera e lo moltiplica. Essa favorisce l'aumento dei prodotti del lavoro, e di molti perfeziona anche la qualità. È un fatto, peraltro, che in alcuni casi la tecnica da alleata può anche trasformarsi quasi in avversaria dell'uomo, come quando la meccanizzazione del lavoro «soppianta» l'uomo, togliendogli ogni soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità; quando sottrae l'occupazione a molti lavoratori prima impiegati, o quando, mediante l'esaltazione della macchina, riduce l'uomo ad esserne il servo.” (n. 5).

 

 

 

Poiché l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, il lavoro non deve mai ledere o sminuire la dignità dell'uomo. Impegnarsi per la giustizia sociale comporta la difesa della dignità del lavoratore come persona:
Per realizzare la giustizia sociale [...] sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro. Tale solidarietà deve essere sempre presente là dove lo richiedono la degradazione sociale del soggetto del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori e le crescenti fasce di miseria e addirittura di fame. La Chiesa è vivamente impegnata in questa causa, perché la considera come sua missione, suo servizio, come verifica della sua fedeltà a Cristo, onde essere veramente la «Chiesa dei poveri». E i «poveri» compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia.” (n. 8).
Le conclusioni a cui giunge il Pontefice sono significative e per nulla diplomatiche:
la giustizia di un sistema socio-economico e, in ogni caso, il suo giusto funzionamento meritano [...] di essere valutati secondo il modo in cui il lavoro umano è in quel sistema equamente remunerato. [...] In ogni sistema, senza riguardo ai fondamentali rapporti esistenti tra il capitale e il lavoro, il salario, cioè la remunerazione del lavoro, rimane una via concreta, attraverso la quale la stragrande maggioranza degli uomini può accedere a quei beni che sono destinati all'uso comune: sia beni della natura, sia quelli che sono frutto della produzione. Gli uni e gli altri diventano accessibili all'uomo del lavoro grazie al salario, che egli riceve come remunerazione per il suo lavoro. Di qui, proprio il giusto salario diventa in ogni caso la concreta verifica della giustizia di tutto il sistema socio-economico.” (n. 19)
Altrettanto significativa è anche la condanna di chi approfitta per interesse della debolezza degli immigrati:
L'emigrazione per lavoro non può in nessun modo diventare un'occasione di sfruttamento finanziario o sociale. Per quanto riguarda il rapporto di lavoro col lavoratore immigrato, devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza. A maggior ragione non può essere sfruttata una situazione di costrizione, nella quale si trova l'emigrato.” (n. 23)

 

 

 

 

 

 

Il Cantiere,  febbraio 2020, pag. 17-18

 

 

 

 

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