Maurilio Lovatti 

 

 

La Populorum progressio di Paolo VI (1967)

 

Il Cantiere, aprile 2019

 

Poco più di un anno dopo la conclusione del Concilio, il 26 marzo 1967, Paolo VI pubblica l'enciclica sociale Populorum progressio, che sulla base degli orientamenti conciliari, in particolare delle tesi della costituzione Gaudium et spes, affronta il grave problema del sottosviluppo di larga parte dell'umanità, con le drammatiche conseguenze della fame, della ricchezza, dell'analfabetismo, delle malattie endemiche. Fin dalla sua elezione al Soglio pontificio, Paolo VI aveva gradualmente raccolto materiali di studio sulle questioni dello “sviluppo economico, sociale e morale”, poiché l'argomento era da lui molto sentito. Si era avvalso del contributo di molti esperti, soprattutto del domenicano padre Louis Lebret, critico severo della disumanità del capitalismo, che già aveva collaborato alla stesura della Gaudium et spes, che era morto il 20 luglio 1966, qualche mese prima che l'enciclica fosse pubblicata. La redazione definitiva del testo dell'enciclica fu preceduta da sette bozze, tra il settembre del 1964, a Concilio ancora aperto, al febbraio del 1967.
In generale, l'enciclica non si limita ad analizzare la questione del sottosviluppo, ma contiene una forte esortazione all'intervento ed al cambiamento: “Si tratta di un insegnamento di particolare gravità che esige un’applicazione urgente. I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La chiesa trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello.” (n. 3)

 

 

 

 

La Populorum progressio introduce e precisa un concetto caro al magistero di Paolo VI, la Chiesa come esperta d'umanità e capace di proporre una visione cristiana di sviluppo integrale dell'uomo:
“Esperta in umanità, la Chiesa, lungi dal pretendere minimamente d'intromettersi nella politica degli Stati, non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito. Fondata per porre fin da quaggiù le basi del regno dei cieli e non per conquistare un potere terreno, essa afferma chiaramente che i due domini sono distinti, così come sono sovrani i due poteri, ecclesiastico e civile, ciascuno nel suo ordine. Ma, vivente com’è nella storia, essa deve scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo. In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, essa desidera aiutarli a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità.” (n. 13).
In questa prospettiva il Papa ribadisce con forza il diritto di tutti i popoli al benessere, critica il neocolonialismo, il sistema capitalistico che tutto sottopone alla logica del profitto, ma anche il collettivismo marxista e propone che le nazioni costituiscano un fondo mondiale per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Per Paolo VI, in linea con la tradizionale dottrina sociale della Chiesa, il diritto di proprietà e il diritto alla libera iniziativa e al libero commercio devono essere subordinati alla destinazione universale dei beni.
Fin dalla sua pubblicazione, l'enciclica è percepita come un fortissimo richiamo alla coscienza dei Paesi industrializzati, dominanti nell'economia internazionale, affinché attuino una politica economica più giusta verso quelli sottosviluppati, e da questo punto di vista registra un altissimo consenso dell'opinione pubblica interna ed esterna, sicuramente il più ampio di tutto il pontificato. E tuttavia per la sua radicalità l'enciclica è accolta con diffidenza e talvolta con malcelate critiche dagli ambienti della destra economica e politica. Infatti il testo di Paolo VI esprime nel modo più perentorio la critica al liberismo economico ed alla tesi dell'assoluto diritto di proprietà che era già presente nelle encicliche giovannee e nelle conclusioni del Concilio:
“Si sa con quale fermezza i padri della chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: «non è del tuo avere», afferma sant’Ambrogio, «che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi». È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento della utilità comune”. (n. 23).
La Populorum progressio è di fatto una sorta di pietra miliare del magistero del Pontefice nei primi anni successivi al Concilio, come sintetizza lo storico Fulvio De Giorgi, uno dei massimi studiosi di Paolo VI:
“In un breve torno di tempo, dal 1967 al 1971, Paolo VI convogliò l'entusiasmo conciliare verso quello sforzo gigantesco di riposizionare le moltitudini dei fedeli cattolici nel mondo sulla frontiera della libertà, della giustizia sociale e della pace. Era anche un modo per dare un'anima sociale e popolare al rinnovamento del Vaticano II: per portare verso una pastorale di libertà e di liberazione.”

 

 

 

 

 

 

Il Cantiere,  aprile 2019, pag. 12-13

 

 

 

 

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