Maurilio Lovatti 

 

 

La Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963)

 

 

Il Cantiere, novembre 2018

 

 

L'11 aprile 1963, giovedì santo, già gravemente ammalato per un tumore allo stomaco, Giovanni XXIII pubblica la Pacem in terris, quasi un testamento spirituale. Per la prima volta un Pontefice si rivolge in un enciclica “a tutti gli uomini di buona volontà”, sollecitato anche in ciò dalla gravissima crisi cubana dall'autunno del 1962, che aveva portato il mondo sull'orlo del baratro di una guerra nucleare. Uno degli aspetti più importanti e significativi del testo giovanneo è il definitivo accantonamento del concetto di “guerra giusta” che per secoli era stato sostenuto e difeso dal magistero della Chiesa, motivato con il cambiamento radicale delle conseguenze di un eventuale conflitto rispetto al passato, quando non esistevano le armi atomiche. Scrive Giovanni XXIII:
“Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia.” (n. 67).
L'enciclica è anche molto innovativa per quanto concerne la concezione del potere politico da parte della Chiesa. Per la prima volta in un enciclica papale, e dunque nel magistero ufficiale della Chiesa, sono enunciati e apprezzati i valori fondamentali del liberalismo europeo e della democrazia. Per quanto concerne il principio cardine del liberalismo, la separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, che si radica nel pensiero politico moderno a partire da Locke e Montesquieu, Giovanni XXIII scrive: “Riteniamo rispondente ad esigenze insite nella stessa natura degli uomini l’organizzazione giuridico-politica della comunità umana, fondata su una conveniente divisione dei poteri in corrispondenza alle tre specifiche funzioni dell’autorità pubblica. [...] Ciò costituisce un elemento di garanzia a favore dei cittadini nell’esercizio dei loro diritti e nell’adempimento dei loro doveri.” (n. 41). E per quanto riguarda la democrazia: “Dalla dignità della persona scaturisce il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. L’uomo, come tale, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo nella vita sociale, ne è invece e deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine.” (n. 13).
Oggi tali asserzioni sembrano quasi ovvie, ma se si pensa che alcuni regimi del tempo, né democratici, né liberali, come la Spagna franchista, erano considerati Stati cattolici da settori del mondo cattolico e dell'episcopato, si comprende la portata innovativa delle tesi di papa Giovanni.
Le argomentazioni del Pontefice si basano in ultima analisi sulla convinzione che la pace autentica non può realizzarsi tra gli uomini e le nazioni se non sul fondamento di un ordine sociale razionale, in cui a tutti gli uomini siano garantiti i diritti universali e inalienabili per la dignità della persona umana, e nel quale i poteri pubblici agiscano efficacemente per il bene comune, eliminando o riducendo le ingiustizie sociali, la povertà, i privilegi, le disuguaglianze non solo economiche, ma anche culturali.

 

Papa Giovanni con Montini

 

Nella prima parte dell'enciclica, prima di richiamare l'ingresso della donna nella vita sociale e la crescita dei singoli popoli alla piena dignità della vita internazionale, il Papa ricordata l'ascesa economica delle classi lavoratrici e riconosce che ormai i lavoratori non sono più orientati a posizioni rivendicazionistiche, ma vogliono collaborare al bene comune, come soggetti attivi di diritti e doveri, in una società dove tutti sono, come persone, titolari degli stessi diritti e degli stessi doveri.
Giovanni XXIII difende l'autonomia e la responsabilità dei laici cristiani, impegnati in politica o nell'azione sociale, e cerca di superare un modello di Chiesa, come quello propugnato dal card. Siri o da Luigi Gedda, allora presidente dall'Azione Cattolica, che attribuisca ai laici un ruolo prevalentemente esecutivo e attuativo di direttive della gerarchia. Riferendosi alla possibile collaborazione con i partiti di sinistra, allora marxisti, il Papa scrive:
“Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. […] Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio. Va altresì tenuto presente che non si possono neppure identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. […] Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece lo sia o lo possa divenire domani.” (n. 83-85).
Infine una curiosità: Giovanni XXIII ha voluto firmare la Pacem in terris con la penna a Lui donata dai lavoratori cristiani delle ACLI in occasione della Mater et magistra.

 

 

 

 

 

 

Il Cantiere,  novembre 2018, pag. 14-15

 

 

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