Maurilio Lovatti 

 

 

La Mater et magistra di Giovanni XXIII (1961)

 

Il Cantiere, marzo 2018

 

Cominciamo con questo numero un'analisi degli insegnamenti della Chiesa in campo sociale, economico e politico, a partire dal Concilio Vaticano II (1962-65) e con particolare riferimento ai pontificati di Giovanni XXIII (1958-63) e Paolo VI (1963-78). Il magistero di questi due grandi pontefici ci fornisce ancor oggi i principi fondamentali per orientarci in ambito sociale e politico.
Il 15 maggio 1961, nel 70° anniversario della Rerum novarum, Giovanni XXIII firma la Mater et magistra che si propone di dare indicazioni “sui recenti sviluppi della questione sociale alla luce della dottrina cristiana”.
La Rerum novarum di Leone XIII (1891) è tradizionalmente considerata l'inizio della dottrina sociale della Chiesa, anche se ovviamente è in parte superata dai grandi cambiamenti sociali da allora avvenuti.
Per Giovanni XXIII “la dottrina sociale della Chiesa è parte integrante della concezione cristiana della vita”, ed è pertanto vincolante per il credente. Il Papa cioè ci ricorda che il cristianesimo non può essere solo un'esperienza intima, personale o famigliare, ma deve produrre i suoi frutti anche nell'ambito sociale, e per questo il Pontefice insiste sulla necessità di una maggior diffusione e di un più accurato insegnamento di tale dottrina, per superare un atteggiamento ecclesiastico che in passato l'aveva resa piuttosto marginale. Il Papa ribadisce l'importanza centrale del lavoro umano, considerato come collaborazione al piano divino della creazione e della redenzione, concezione in fondo già presente nella teologia medioevale e in S. Tommaso. Giovanni XXIII ricorda il diritto del lavoratore a ricevere una retribuzione che gli consenta di vivere con dignità e conferma la legittimità e utilità dei sindacati, ma rispetto al passato, il Pontefice non privilegia più l'idea di un sindacato dei lavoratori dichiaratamente cristiano in quanto esprime la “medesima paterna lode ai carissimi figli che svolgono opera esimia in altri sindacati”.
Il Papa ricorda l'importanza del principio di sussidiarietà introdotto da Pio XI: “siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, cosi è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. Per la Chiesa cioè, lo Stato deve intervenire nell'economia per dirigerla verso il bene della comunità (contro le tesi liberiste) ma senza “soffocare” o prevaricare ciò che liberamente sono in grado di fare gli individui, le famiglie e le enti locali.

 

 

 

Giovanni XXIII dedica ampio spazio all'analisi della crescente socializzazione della società contemporanea “intesa come progressivo moltiplicarsi di rapporti nella convivenza con varie forme di vita e di attività associata, e istituzionalizzazione giuridica” e la valuta nel complesso positivamente:
“È chiaro che la socializzazione cosi intesa apporta molti vantaggi. Rende infatti attuabile la soddisfazione di molteplici diritti della persona, specialmente quelli detti economico-sociali, quali sono, ad esempio, il diritto ai mezzi indispensabili per un sostentamento umano, alle cure sanitarie, a una istruzione di base più elevata, a una formazione professionale più adeguata, all’abitazione, al lavoro, a un riposo conveniente, alla ricreazione. Inoltre attraverso alla sempre più perfetta organizzazione dei mezzi moderni della diffusione del pensiero - stampa, cinema, radio, televisione - si permette alle singole persone di prender parte alle vicende umane su raggio mondiale.”
Per evitare il rischio che la crescente socializzazione limiti o pregiudichi in qualche modo la libertà umana è necessario che gli uomini di buona volontà operino per guidarla, nella consapevolezza che “la socializzazione non va considerata come il prodotto di forze naturali operanti deterministicamente; essa invece, come abbiamo osservato, è creazione degli uomini, esseri consapevoli, liberi e portati per natura ad operare in attitudine di responsabilità, anche se nel loro agire sono tenuti a riconoscere e rispettare le leggi dello sviluppo economico e del progresso sociale, e non possono sottrarsi del tutto alla pressione dell’ambiente. Per cui riteniamo che la socializzazione può e deve essere realizzata in maniera da trarne i vantaggi che apporta e da scongiurarne o contenerne i riflessi negativi” e a tale scopo “richiede che negli uomini investiti di autorità pubblica sia presente ed operante una sana concezione del bene comune; concezione che si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona.”

 

 

L'insistenza del Pontefice sul processo di socializzazione (oggi ancora più attuale, se pensiamo alla globalizzazione e a internet) e sulla necessità di governarlo fonda la critica al liberismo economico (cioè alla teoria secondo cui lo Stato non deve intervenire nell'economia) in modo più significativo e radicale rispetto alla tradizionale dottrina della Chiesa.
Scrive Giovanni XXIII:
“I cattolici impegnati nello svolgimento di attività economico-sociali vengono a trovarsi perciò stesso in frequenti rapporti con altri che non hanno la stessa visione della vita. In tali rapporti i nostri figli siano vigilanti per essere sempre coerenti con se stessi, per non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale; ma nello stesso tempo siano e si mostrino animati da spirito di comprensione, disinteressati, e disposti a collaborare lealmente nell’attuazione di progetti che siano di loro natura buoni o almeno riducibili al bene.”

 

 

 

 

 

Il Cantiere,  marzo 2018, pag. 24-15

 

 

 

 

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