Maurilio Lovatti 

 

 

Ugo Pozzi e il movimento giovanile d'Azione Cattolica a Brescia

 

Il Cantiere, ottobre 2016

 

Le memorie di Ugo Pozzi sono state pubblicate quest'estate per iniziativa dei figli. Esse costituiscono uno straordinario documento per ricostruire un segmento significativo della storia del mondo cattolico bresciano, nell'arco del ventennio tra il 1938 e il 1957. Completate nell'ottobre del 1991, sono rimaste per un quarto di secolo nell'archivio personale di mons. Antonio Fappani, dove solo qualche storico ha potuto consultarle. Io ho avuto la possibilità di utilizzarle sia per il volume Giacinto Tredici, vescovo di Brescia in anni difficili (Brescia 2009), sia per diverse ricerche sul mondo cattolico bresciano nel dopoguerra.

Ugo Pozzi, nato a Cortine di Nave nel 1923, entra giovanissimo, non aveva ancora quindici anni, nel movimento giovanile (la Gioventù Maschile) dell'Azione Cattolica. Siamo nel 1938, nella parrocchia cittadina di S. Francesco da Paola nella zona di Porta Venezia, il cui parroco è don Stefano Pebejani, convinto antifascista.

Verso la fine di ottobre del 1942 inizia un suo diretto coinvolgimento nel gruppo dirigente dei giovani d'Azione Cattolica: don Domenico Bondioli, allora curato nella parrocchia di S. Francesco da Paola, è nominato dal vescovo assistente spirituale diocesano del movimento giovanile d'AC. In quei giorni mons. Giacinto Tredici rinnova completamente il gruppo dirigente diocesano del movimento giovanile. Presidente diocesano è nominato Francesco Brunelli, che però in quel periodo era stato chiamato alle armi, mentre Ugo Pozzi è scelto quale vice presidente. A soli 19 anni Pozzi si trova quindi a rivestire inaspettatamente e quasi improvvisamente un ruolo di grande responsabilità, stante l'assenza prolungata di Brunelli a causa della guerra. Il movimento giovanile d'AC sarà protagonista, in ambito religioso e politico, sia negli anni della resistenza, sia in quelli della ricostruzione.

 

 

 

 

In quel periodo l'Azione Cattolica bresciana è presieduta da Lodovico Montini, fratello del futuro Papa Paolo VI, e diretta di mons. Giuseppe Almici, stretto collaboratore del vescovo. Il gruppo dirigente dell'Azione Cattolica bresciana aveva un orientamento nettamente antifascista, che non poteva però esplicitamente sostenere nelle occasioni pubbliche per evidenti ragioni di prudenza nei confronti della repressione del dissenso tipica della dittatura fascista.

Ugo Pozzi, sempre attento osservatore della realtà lui vicina, così ricorda la situazione nei primi due anni di guerra:

"L’A.C. era fondamentalmente antifascista in tutte le sue strutture periferiche e nella grande maggioranza dei dirigenti e soci. Vedeva la realtà politica con diffidenza ed apprensione; dopo il 1940-41 nacque anche una certa insofferenza che si manifestò con la ricerca di conoscenze e informazioni e con progressivi atteggiamenti di critica, magari cauta ma costante, culturalmente più viva e più intensa in certe zone […] ma comunque largamente diffusa. Il fascismo locale era cosciente di que sta situazione che… teneva d’occhio, cercando di inserirsi in qualche modo (vedi, ad esempio, i tentativi del federale Feliciani, dichiaratosi "cattolico" e ascritto al Terz’ordine francescano...) Sapevano di non potersi fidare dell’adesione e della sincerità degli iscritti all’AC: cercavano ad ogni modo, di coinvolgere cattolici qualificati con incarichi e funzioni pubbliche, con non molto successo, per il vero, per farsene una copertura e tranquillizzare l’opinione pubblica."

 

Ugo Pozzi s'impegna con entusiasmo: chiude i gruppi che esistevano solo sulla carta, censisce quelli effettivi e cerca di rivitalizzare le iniziative e i gruppi che erano in crisi per vari motivi, principalmente per la chiamata alle armi della maggior parte dei giovani che le dirigevano o le coordinavano. Nonostante tutte le difficoltà oltre 70 gruppi erano pienamente attivi e funzionanti nel territorio della diocesi; quasi altrettanti erano solo costituiti, ma poco attivi. Organizza con perseveranza corsi formativi nelle zone, della durata di almeno sei domeniche consecutive, con lo scopo di formare nuovi dirigenti e giovani animatori dei gruppi parrocchiali, convinto della necessità di sostituire molti dei dirigenti locali ancora formalmente in carica, ma che avevano ormai raggiunto un età adulta. Il frutto di questa intensa attività matura rapidamente; già nel 1943 sono attive nella diocesi circa 220 associazioni giovanili

Mentre questo lavoro di ricostruzione del movimento giovanile è in atto, giunge quasi improvviso il 25 luglio 1943, il voto del Gran Consiglio del Fascismo che provoca la caduta di Mussolini. A Brescia, accanto alle diffuse manifestazioni popolari di giubilo, simili a quelle che si verificano in ogni altra città d'Italia, troviamo anche nel mondo cattolico qualche riflessione critica. Ugo Pozzi ne riferisce in queste memorie con molto realismo, senza nessuna facile idealizzazione.

L'azione di Pozzi nell'AC si interrompe temporaneamente nel 1944 e nei primi mesi del 1945, quando egli partecipa direttamente alle attività residenziali. E' da notare che l'intero gruppo dirigente del movimento giovanile passa alla resistenza: oltre al presidente Brunelli, al vicepresidente Pozzi, anche Emi Rinaldini, ucciso poi dai fascisti il 10 febbraio 1945, Michele Capra e Antonio Bellocchio, per citare solo i più noti. In seguito a queste scelte, il movimento giovanile rimase praticamente privo di guida e tuttavia, come ci ricordano queste memorie, mons. Giacinto Tredici non volle sostituire i dirigenti del movimento giovanile in clandestinità perché "non voleva che un cambiamento fosse inteso come una sconfessione e si prestasse a speculazioni propagandistiche fasciste: in fondo egli era orgoglioso delle posizioni di tanti suoi giovani di GM e riteneva un bene che i dirigenti fossero con loro."

Oltre a fornire importanti informazioni sulla nascita del movimento giovanile d'AC, le memorie di Pozzi sono una fonte ricchissima e preziosa per meglio conoscere il carattere e l'azione di vari protagonisti del mondo cattolico bresciano, sia sacerdoti, come mons. Giacinto Tredici, don Stefano Pebejani, don Domenico Bondioli, don Giuseppe Almici, don Giacinto Agazzi e don Luigi Daffini, sia laici come Lodovico Montini, Andrea Trebeschi, Albino Donati, Bruno Boni, Libero Dordoni, Emilio Franchi, Carlo Viganò e tanti altri, poiché Pozzi descrive gli eventi ai quali ha partecipato o è stato testimone con molta franchezza e immediatezza, senza diplomazia e senza nemmeno indulgere ad alcuna forma d'idealizzazione o di retorica.

Ma non è solo per questi motivi che le memorie di Ugo Pozzi sono interessanti e preziose. Tra le righe troviamo infatti alcune piste di riflessione molto stimolanti, che per certi versi ancora attuali. Ne possiamo individuare almeno tre particolarmente significative:

1) la chiarificazione del profondo dissenso culturale e politico tra l'orientamento dell'Azione Cattolica bresciana e le posizioni della dirigenza nazionale, e in particolare di Luigi Gedda;

2) la ripetuta sottolineatura delle difficoltà che incontravano coloro che intendevano impegnarsi in ruoli di responsabilità e non appartenevano al mondo relativamente chiuso delle famiglie tradizionali del mondo cattolico bresciano (l'establishment cattolico, come lo chiama Pozzi);

3) l'individuazione remota di alcune ragioni che possono spiegare il declino dell'egemonia cattolica che si manifesterà negli anni Settanta, ma che già si potevano intravedere nell'immediato dopoguerra.

Maurilio Lovatti

 

 

Il Cantiere,  ottobre 2016, pag. 16 - 17

 

 

 

 

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