Battaglie Sociali, mensile delle ACLI bresciane, settembre 2015, pag. 10-11

 

Cronistoria di un declino

economia, infrastrutture e cultura a Brescia

Si parla talvolta di declino di Brescia, intendendo con questa locuzione un ridimensionamento del ruolo e dell'influenza della nostra città e provincia rispetto al passato (per alcuni questo passato è l'epoca di Boni, per altri gli anni Ottanta). Per non fare d'ogni erba un fascio, occorre distinguere almeno tre differenti livelli del declino: economico, infrastrutturale e culturale. Sul primo punto non vi sono ragionevoli dubbi. Il declino produttivo è evidente, per la chiusura o il ridimensionamento di molte industrie, specie nel settore metalmeccanico. Inoltre le tre principali banche della provincia (S. Paolo, CAB e BIPOP) non sono più da tempo proprietà di bresciani. Oltre che per il credito alle aziende, le banche erano importanti come centri di produzione d'energie intellettuali e creative ed erano capaci d'efficaci interventi nelle sponsorizzazioni di restauri artistici e d'iniziative culturali.
Dal punto di vista delle infrastrutture, la fiera è chiusa per sempre, l'aeroporto di Montichiari non decolla e si è rischiato perfino che la città rimanesse tagliata fuori dalla TAV, se fosse passato l'assurdo percorso per l'aeroporto. La metropolitana di Brescia può essere pienamente utile e produrre benefici commisurati ai costi solo se viene prolungata, in particolare verso la Val Trompia, impresa che attualmente pare di lontanissima realizzazione. Ma soprattutto sul piano del governo della città è venuto meno uno tra gli strumenti più importanti, da quando l'ASM è entrata far parte di A2A, che pur essendo di proprietà pubblica è molto meno adatta a rispondere alle esigenze locali, pur avendo migliorato, almeno potenzialmente, la propria efficacia tecnico-economica per le maggiori dimensioni.
Infine sul piano culturale l'ambizioso progetto di Boni del terzo polo universitario lombardo, si è realizzato solo in parte poiché, anche sommando Statale e Cattolica, mancano a Brescia ancora diverse facoltà, sia scientifiche (come chimica e biologia), sia tecniche (come agraria), sia umanistiche (come filosofia e scienze politiche). La pinacoteca è chiusa da tempo e le grandi ambizioni museali della città si son realizzate solo in parte.
Quali le cause remote di questo stato di cose? Quali i rimedi? Sulle cause si può osservare come dal 1945 ad oggi, Brescia abbia avuto una rappresentanza parlamentare e governativa quasi sempre inadeguata. Nel periodo 1945-70 Boni mandava a Roma quei democristiani che potevano potenzialmente divenire suoi avversari, a prescindere dalle loro capacità "di governo", per mantenere inalterata la sua egemonia (per lunghi periodi fu contemporaneamente Sindaco di Brescia, segretario provinciale DC e presidente della commissione che sceglieva i parlamentari). Fino al 1968 la rappresentanza parlamentare bresciana era guidata da Lodovico Montini, che mantenne sempre un profilo prudente di degasperiano moderato. L'unico parlamentare autorevole, Stefano Bazoli, fu estromesso con la nota "congiura" del 1953 voluta da Montini, Pedini e Carlo Albini, con la regia (fino a che punto completamente consapevole?) di mons. Almici. La conseguenza di tutto ciò fu che Brescia non ebbe un ministro fino al 1975. Poi negli anni '70 si ebbe una sorta di modificazione genetica della DC bresciana, con l'affermarsi di un potere abnorme delle correnti, che ha portato a laceranti conflitti interni (emblematico quello Martinazzoli-Prandini) con l'impossibilità di giungere a sintesi unitarie. Sempre negli anni Settanta si assiste all'interno del mondo cattolico ad una complessa mutazione dei rapporti di forza per quanto concerne il controllo e la gestione delle attività economiche e culturali, che porta ad un ridimensionamento del ruolo della curia, accanto al crescere e consolidarsi delle Fondazioni. Giuseppe Camadini, protagonista di questa strategia, imprime alla galassia bancario - culturale - editoriale cattolica un'impronta chiusa, prudente e conservatrice, che rallenta l'innovazione e non le consente di esprimere tutte le potenzialità. Negli anni del centro sinistra, l'area socialista e laica, pur con qualche significativo risultato parziale (ad esempio la cultura con Vasco Frati) non riesce a cambiare significativamente l'azione amministratrice degli enti locali bresciani. Infine nel periodo post '68, il maggiore peso dei movimenti partecipativi (sindacati, consigli di quartiere, ecc.) ottiene obiettivi circoscritti di valore prevalentemente simbolico che non mutano il modello di sviluppo della città.
Come uscire dal declino? Sembra quasi impossibile, almeno finche non c'è consapevolezza. Si dovrebbe partire dalla cultura, cioè dal pensare la città: servirebbe un'idea forte di città che diventi progetto condiviso. Ma forse non abbiamo intellettuali autorevoli e impegnati in grado di innestare questo percorso. Quindi penso che anche un buon sindaco come Del Bono difficilmente riuscirà ad introdurre correttivi radicali.

 

 

Maurilio Lovatti

 

Battaglie Sociali, settembre 2015, pag. 10-11

 

 

 

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