Battaglie Sociali, periodico delle ACLI bresciane,

 aprile 1978, pag. 4

 

DIBATTITO PRECONGRESSUALE  

 

ALCUNE PRECISAZIONI

 

 

Rinunciando ad un suo contributo al dibattito precongressuale già predisposto, il direttore di Battaglie Sociali, nella sua veste di responsabile del giornale, ritiene di dover intervenire nel merito di affermazioni contenute nell'articolo a fianco pubblicato.

Solo per amore di verità ci troviamo costretti ad alcune precisazioni in merito ai contenuti dell'articolo di Lovatti, tra l'altro cosi palesemente teso a strumentalizzare organismi e vicende estranee alle Acli nel tentativo di dimostrare tesi altrimenti insostenibili.
Per ciò che riguarda il legittimo impegno degli amici Bonafini e Ghidini (fino a quando vi è rimasto) all'interno della FIM-Cisl di Brescia - che, sia detto per inciso non è anche per sua scelta una organizzazione del mondo cattolico bresciano - va chiaramente detto che non era finalizzato ad un collateralismo con la DC, ma alla ripresa di capacità da parte della FIM-Cisl bresciana di testimoniare ancora una positiva esperienza di partecipazione, di democrazia interna, in una linea di sviluppo dei consigli, in una unità sindacale che non fosse mortificazione delle diverse esperienze culturali e politiche.
In questo loro impegno non hanno mai cercato di coinvolgere le ACLI, contrariamente a quanto qualcuno afferma qua e là; su ciò che hanno sostenuto si può essere più o meno d'accordo, ma non è sicuramente corretto contrabbandare strumentali tesi di comodo, quale quella sostenuta dal Lovatti, su una vicenda esterna al movimento nel maldestro tentativo di dimostrare il fine "segreto" di Albini e amici: portare le ACLI ad essere collaterali alla DC.
Potremmo persino giurare che non è così, ma questi amici non ci crederebbero lo stesso; la "cultura del sospetto" è talmente forte che si credono veri quelli che in realtà sono, in assenza di fatti probanti, fantasmi della propria mente.
Ma la migliore garanzia per questo è ciò che veniamo dicendo da più di due anni a questa parte non è la elaborazione personale di Sandro Albini, ma il frutto di un lavoro di ricerca, di confronto, di esperienze di base a cui molti dirigenti di circolo, che non rinunciano come noi alla possibilità di far politica in proprio, hanno contribuito, riscoprendo una loro dimensione dirigenziale per l'intero movimento.

2. Il Lovatti sostiene che la collocazione delle ACLI nel mondo cattolico è una cosa scontata; è vero, per molte realtà delle ACLI. Per altre, anche in provincia di Brescia, ciò non è stato e non è.
Chi, avendo ricevuto la grazia dell'intelligenza ha deciso anche di usarla, non può certo dimenticare il significato profondo di certe esperienze nelle ACLI: lavorare per la diaspora, operare per una contrapposizione tra ACLI e Chiesa, riferirsi ancora al mondo cattolico per tentare in esso operazioni di traghetto (portare i cattolici da una area di influenza politica ad un'altra), lavorare e portare avanti analisi in grado di sconfiggere la presenza del mondo cattolico nella realtà italiana. E i dirigenti di base conoscono i risultati di tutto ciò: isolamento dalle realtà locali, spesso contrapposizione tra ACLI e comunità ecclesiale.
Tutto ciò teorizzato con l'esigenza di uscire dal mondo cattolico per potersi inserire a pieno titolo nel movimento operaio. I dirigenti di base queste cose le sanno. Le ricordano meglio di tanti che oggi fingono che questi problemi non siano neppure esistiti, quasi che possiamo, come movimento, vivere giorno per giorno dimenticandoci delle nostre esperienze, positive o negative che siano.

3. Per quanto riguarda l'affermazione del Lovatti per cui sembrerebbe che Albini proponga, in sostanza, l'inconciliabilità tra l'essere nel mondo cattolico e nel movimento operaio non possiamo che allargare le braccia e operare. Sperare che le cose che diciamo vengano colte per quello che sono; gli aclisti avranno sicuramente letto gli articoli, le relazioni, i documenti presentati.
Se occorre andranno a rivederli (anche quello citato da Lovatti) e non potranno mancare di accorgersi che il problema è di come essere presenti nel mondo cattolico e nel movimento operaio.

Cioè, con quale proposta politica, con quali riferimenti culturali, con quale linea strategica, con quali alleanze, con quali rapporti con le altre realtà cattoliche. Tutto questo noi abbiamo indicato nelle nostre tesi, ma ancor prima nella nostra azione nelle ACLI.
Non si vuole sfuggire, quindi, a nessun problema, da tempo andiamo sostenendo la necessità di interpretare, di testimoniare nella nostra società la fecondità della tradizione cattolico-democratica, per il rilievo storico che ha avuto e per le potenzialità di trasformazione della nostra società che ancora contiene. E' una scelta, questa, non integralistica, ma progressista, che sa porsi a confronto con le altre proposte culturali e politiche nel nostro Paese. Non è compito nostro, noi crediamo, diventare invece gli araldi di altre proposte culturali.
Se qualcuno lo volesse fare, lo dica; negli anni passati molti dirigenti aclisti esprimevano chiaramente la loro volontà di interpretare una nuova ipotesi per i lavoratori cristiani.
Alcuni si sono ricreduti, altri preferiscono tacere. Ma non si può, rubando magari le parole a qualche nostra elaborazione (nel documento sul quale si è votata la Presidenza Albini si dice testualmente ".. ad un confronto con le altre realtà del mondo cattolico, per porsi come punto di riferimento e interprete del patrimonio storico e delle aspirazioni presenti in larghe masse popolari cattoliche cercando di far maturare tra dì esse i valori che il movimento operaio ha storicamente affermato"; allora si votò contro questo documento sempre con la immancabile tesi, tra le altre, che si volesse il collateralismo con la DC), risolvere il problema dicendo soltanto che si vuole costruire un polo progressista, autonomo, pluralista, ecc.
Con quali analisi, con quali mediazioni culturali, con quali alleanze e strategie, con quali obiettivi politici si sostanzia tutto ciò?
A questo noi, non da oggi, abbiamo cercato di dare le necessarie risposte, nella convinzione che le ACLI non possono ridursi ad essere sempre e soltanto luogo di confronto tra tesi diverse e a volte contrapposte.

Abbiamo fatto questo con la necessaria libertà dai luoghi comuni, confrontandoci seriamente con la crisi delle "certezze" del passato, dei vecchi e dei nuovi miti, dei vecchi e nuovi "santi", cercando di superare il blocco mentale che prende molti quando si deve parlare delle differenze.
Ciò che pensiamo è conosciuto, e su quello chiediamo il consenso o che si esprima un motivato dissenso.

4. Ma ciò che è più miserevole e strumentale nell'articolo del Lovatti è il tentativo di contrapporci alla azione del Vescovo e della Pastorale del Mondo del Lavoro. A queste aberranti valutazioni si potrebbero contrapporre documenti, articoli, fatti concreti.
Basta da solo, credo, l'impegno che abbiamo dentro le ACLI, di cui ancora, purtroppo, il Lovatti non conosce la storia e lo spirito che anima i suoi dirigenti e militanti.


Renzo Fracassi

 

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