padre Giulio Bevilacqua (1881-1965)

Brescia, Roma e il Concilio Vaticano II

a cura di Maurilio Lovatti

Nasce a Isola della Scala, in provincia di Verona, il 15 settembre 1881, da famiglia benestante (il padre era commerciante, il nonno materno medico) ultimo di dieci figli.
Nel 1889 la famiglia si trasferisce a Verona, dove nel periodo liceale Giulio conosce e frequenta don Giuseppe Manzini (1866-1956), canonico del Duomo, attivo nell'Opera dei Congressi, impegnato nell'apostolato e nell'assistenza a operai e contadini.
Nel 1902 si iscrive all'Università Cattolica di Leuven (Lovanio) in Belgio, dove insegnava Desire Mercier, tra i protagonisti della nascita della filosofia neoscolastica. Nel 1903 si iscrive alla Scuola di specializzazione in scienze politiche e sociali di Malines. Si laurea il 21 novembre 1905 con una tesi pionieristica sulla legislazione operaia in Italia.
Il 1 dicembre 1905 entra nel convento dei padri filippini della Pace di Brescia, nonostante la contrarietà dei genitori.
Studia teologia al Seminario di Brescia, il cui rettore era mons. Giacinto Gaggia (1847-1933), che poi sarà vescovo di Brescia dal 1913. Diviene sacerdote nel 1908 e inizia ad insegnare sociologia nel Seminario diocesano.
Nel 1912 fonda una scuola sociale per propagandisti e attivisti cattolici, a cui chiama a collaborare illustri esponenti del mondo cattolico bresciano, come Giorgio Montini (padre del futuro Paolo VI), Carlo Bresciani, che sarà poi parlamentare e l'on. Giovanni Maria Longinotti.
Negli anni precedenti alla guerra si occupa prevalentemente dell'educazione dei giovani dell'oratorio della Pace; ebbe significativa influenza sulla formazione di Lodovico e Giovanni Battista Montini, Andrea Trebeschi, Sandro Capretti, Carlo Tagliaferri e Pietro Bulloni, tutti futuri protagonisti della cultura e politica bresciana, e tanti altri giovani.
Nel 1915 si schiera a favore dell'interventismo nella prima guerra mondiale, sostenendo che il pacifismo assoluto non è cristiano e che anzi, in qualche circostanza, può essere una viltà , un compromesso, un camuffamento di egoismi. La guerra è in sé un male, ma non un male assoluto (Fappani, 1979, p. 70-71).
Inoltra domanda per fare il cappellano militare, ma il vescovo cerca di evitare che la sua domanda sia accolta. Allora, con l'autorizzazione del vescovo, si arruola come ufficiale degli alpini e dal febbraio del 1917 è fronte, nella zona del Monte Ortigara. Consegue due medaglie di bronzo.
Il 4 dicembre 1917 è fatto prigioniero dagli austriaci e portato nel campo di concentramento del castello di Horowice in Boemia. Finita la guerra, l'8 dicembre 1918 torna nel convento della Pace a Brescia.

L'opposizione al fascismo

Nei primi anni dopo la guerra, nell'ambito delle attività dei padri filippini, di cui è prevosto dal 1924, si occupa prevalentemente di formazione dei giovani, delle tematiche liturgiche (è uno dei principali organizzatori della settimana liturgica nazionale del maggio 1922 a Brescia); promuove e conduce incontri settimanali per i professionisti bresciani e si impegna per la diffusione della lettura del Vangelo.
In quegli anni si definisce il suo orientamento coerentemente antifascista (l'unico provvedimento del governo Mussolini che apprezza è la riforma Gentile della scuola del 1923) e viene ripetutamente criticato e attaccato dalla stampa fascista bresciana. La sera dell'Epifania del 1924 alcune squadre fasciste attaccano la canonica di Fiesse, un paese a 40 Km a sud di Brescia, bastonando i giovani di Azione Cattolica. Il giorno successivo, il vescovo mons. Giacinto Gaggia invia a Fiesse padre Giulio per svolgere un'inchiesta (Fappani, 1979, p. 131). E' costretto dalle minacce fasciste a tornare a Brescia e a rifugiarsi nel convento della Pace.
Inizia così una lunga e accesa polemica tra padre Bevilacqua e Augusto Turati, segretario federale del partito fascista, che dura fino al 1928. Nei primi giorni di novembre 1926, istigati dal giornale fascista «Il Popolo di Brescia», squadre fasciste, dopo aver saccheggiato le redazioni dei giornali cattolici bresciani e dell'editrice Morcelliana, attaccano il convento della Pace al grido “A morte padre Bevilacqua”, sfondano una porta e danno fuoco ad una cella del convento. In questo periodo padre Bevilacqua è difeso pubblicamente dal vescovo. Nel 1927, convince i confratelli a non rieleggerlo priore, per evitare di danneggiare la congregazione (il Prefetto aveva comunicato alL'impegno pastorale alle Chiusure è per lui così coinvolgente vicario generale della diocesi, mons. Domenico Menna, di aver pronto il decreto di scioglimento dell'oratorio della Pace).
Lo scontro tra il fascismo e i padri della Pace diviene una fatto di importanza nazionale poiché rischia di influire negativamente sulle trattative in corso tra Vaticano e governo Mussolini, che porteranno nel 1929 alla stipula del Concordato. Padre Caresana, priore della Pace e il vescovo di Brescia mons. Giacinto Gaggia difendono Bevilacqua, mentre il presidente nazionale dell'Azione Cattolica, Luigi Colombo, con l'appoggio del vicario generale della Diocesi, mons. Domenico Menna (futuro vescovo di Mantova), desiderando una normalizzazione dei rapporti tra la Chiesa e il regime fascista, propendono per l'allontanamento di padre Giulio da Brescia. Alla fine decide il Papa in persona: Pio XI incarica il card. Camillo Laurenti, prefetto della Congregazione dei riti, di chiamare padre Bevilacqua a Roma quale consultore della Congregazione stessa. La sera del 6 gennaio 1928 padre Giulio prende il treno per Roma.

L'esilio romano

A Roma Bevilacqua condivide per quattro anni l'abitazione con Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI, allora assistente ecclesiastico della FUCI e funzionario della Segreteria di Stato) in un appartamento nel villino del pittore Antonio Mancini, in via Terme Deciane 11, sull'Aventino. Tra Bevilacqua e Montini si consolidò una profonda amicizia. Montini disse di padre Giulio: “ Se non ci fosse stata tutta quella cornice di buon umore e 'follia' filippina, con cui si è sempre rivestito, noi lo potremmo dire, e qui lo diciamo, un santo.” (Il pellegrinaggio a Roma della comunità di Isola della Scala, in «Verona fedele», 6 aprile 1969). Nonostante avesse solo 16 anni di meno, Montini lo considerò sempre un suo consigliere spirituale, anche quando era arcivescovo di Milano (dal 1954 al 1963). Il primo incarico che riceve a Roma è di consultore della Congregazione dei Riti. Ma padre Giulio non si sente adatto a lavorare negli uffici della Curia pontificia. Così, grazie all'interessamento di mons. Alfredo Ildefonso Schuster, allora abate di San Paolo, e del card. Laurenti, papa Pio XI il 27 gennaio 1928 lo incarica di collaborare con l'Opera della preservazione della fede. Padre Giulio può così impegnarsi attivamente e con entusiasmo all'apostolato nelle periferie di Roma. Sempre nel periodo romano, tramite il card. Michael Faulhaber e il card. Eugenio Pacelli, allora Segretario di Stato, a scongiurare la messa all'indice di due libri del teologo Karl Adam (L'essenza del Cristianesimo e Cristo nostro fratello). Promuove anche la traduzione italiana (1930) de Lo spirito della liturgia di Romano Guardini.
La consuetudine di vita con mons. Montini lo arricchisce molto. Scrive Fappani: “per padre Bevilacqua la vicinanza di quel giovane sacerdote diplomatico fu alta scuola di prudenza e di donazione al servizio della chiesa; per mons. Montini padre Bevilacqua fu maestro incomparabile e amico singolare” (Fappani, 1979, p. 192).

Ritorno a Brescia

Nell'agosto del 1932 può rientrare a Brescia. Nonostante sia sempre sorvegliato dalla polizia fascista, riesce prudentemente ad evitare scontri aperti col Regime. Durante la seconda guerra mondiale torna a svolgere la funzione di cappellano militare, questa volta in Marina. All'inizio di giugno del 1945 può tornare a Brescia. Il 25 giugno 1945 è confermato preposito della Congregazione filippina (lo era rimasto formalmente anche durante il conflitto, anche se assente da Brescia perché imbarcato su varie navi da guerra).
Negli anni della ricostruzione si dedica principalmente alla pastorale giovanile, promuove e coordina la missione cittadina del 1948 e, per incarico del vescovo Tredici, il congresso eucaristico del 1952. E' impegnato anche in ambito culturale. E' responsabile della sezione religiosa della rivista Humanitas della Morcelliana, pubblicata dal 1946, dove collabora con Michele Federico Sciacca, coordinatore dell'area filosofica, e con Mario Bendiscioli, responsabile per il settore della storia. In quegli anni scrisse per l'Enciclopedia Cattolica, La Voce del Popolo e il Giornale di Brescia.
Oltre alla pastorale giovanile, si dedica anche a quella degli ultimi, a partire di chi viveva nelle baracche oltre il fiume Mella. Nel 1952 il vescovo Tredici lo nomina parroco della nuova parrocchia di Sant'Antonio, la cui chiesa era appena stata costruita a servizio del quartiere Chiusure, che si andava espandendo con nuove abitazioni, oltre alla varie baracche e sistemazione precarie già esistenti (quando alla fine degli anni Venti era stata realizzata piazza Vittoria, gran parte degli abitanti della case demolite era stata spostata nelle baracche delle Chiusure). L'impegno pastorale alle Chiusure è per lui così coinvolgente da indurlo a declinare nel 1953 l'invito del card. Schuster ad assumere l'incarico di rettore dei Seminari milanesi. Da varie testimonianze verbali sappiamo che mons. Montini, nel periodo in cui era arcivescovo di Milano (1954-1963), si recava periodicamente nella parrocchia di Sant'Antonio per chiedere pareri e suggerimenti a padre Giulio, che lui riteneva non solo un amico di vecchia data, ma anche una sorta di consigliere spirituale.
Il 18 febbraio 1965 è consacrato vescovo e quattro giorni dopo papa Paolo VI lo nomina cardinale, pur consentendogli di rimanere parroco di Sant'Antonio. E' il primo cardinale-parroco della storia della chiesa. Muore il 6 maggio 1965 all'età di 83 anni.

Brescia e il Concilio Vaticano II

Negli ultimi anni di vita padre Giulio partecipa attivamente e con entusiasmo alle fasi preparatorie del Concilio. Papa Giovanni XXIII, che lo conosceva bene e apprezzava le sue idee sulla liturgia, lo fa nominare il 22 agosto 1960 membro della pontificia commissione per la sacra liturgia. Dall'aprile del 1962 è anche membro del comitato consultivo per la pastorale della CEI. Don Antonio Fappani scrive che padre Giulio “fu uno degli attori principali della riforma” liturgica promossa dal Concilio (Fappani, 1979, p. 301). In effetti partecipa con regolarità alla commissione preparatoria della costituzione conciliare sulla liturgia (De sacra liturgia). Paolo VI, eletto papa, gli chiede vari pareri per iscritto soprattutto su temi liturgici e lo ospita a Castelgandolfo nell'estate del 1964 per potersi confrontare a lungo sui temi dibattuti nel Concilio.
Il favore con cui padre Bevilacqua accoglie la notizia della convocazione del Concilio, e l'entusiasmo con cui partecipa ai lavori sia della fase preparatoria, sia negli anni del Concilio, sono certamente conseguenza anche della sua visione culturale e non solo della sua spiritualità religiosa. La formazione culturale di padre Giulio fondamentalmente agostiniana, poi arricchita dagli studi a Lovanio, ambiente in cui dominava l'orientamento neotomistico e la rivalutazione del liberalismo, e dall'influenza delle idee di  san Filippo Neri, dello storicismo di Giambattista Vico, Alessandro Manzoni e Benedetto Croce, della filosofia di Jacques Maritain e soprattutto dal pensiero di John Henry Newman, lo portava a prestare attenzione e a valorizzare tutti i semi di verità presenti nella cultura moderna non cristiana. Durante il pontificato di Pio XII aveva in più occasioni manifestato dubbi e criticato il modello pastorale dominante soprattutto dopo la guerra, incarnato da Luigi Gedda e dall'Azione Cattolica: una Chiesa trionfante, basata sui grandi numeri di fedeli presenti alle cerimonie e ai riti. Modello che non percepiva come il trionfo della Chiesa fosse solo apparente, che correva il rischio di incentivare il culto della personalità del Papa, di legittimare la mentalità capitalistica e consumista anche quando diffondeva valori incompatibili con quelli cristiani, di perpetuare nei laici, tenuti alla obbedienza acritica al clero, l'inautenticità e la mancanza di vera spiritualità.
La necessità di un rinnovamento della pastorale era da lui già sentito prima che Giovanni XXIII convocasse il Concilio, così come la necessità che la Chiesa cambiasse la sua visione della cultura contemporanea, che non andava solo criticata e demonizzata. E in questa visione si ritrovava anche mons. Montini, che considerava la prospettiva di padre Giulio un sicuro e significativo punto di riferimento e che fortemente lo ha orientato.
Da queste riflessioni si può desumere anche una valutazione sulla straordinaria rilevanza, anche in confronto con le altre chiese locali italiane, del contributo della chiesa bresciana nel prefigurare ed anticipare gli snodi fondamentali del Concilio.
Infatti va ricordato:
a) che il bresciano Paolo VI è stato il Papa che ha concluso il Concilio nel segno del rinnovamento ecclesiale e soprattutto che ha coerentemente favorito la concreta realizzazione nella Chiesa degli insegnamenti conciliari negli anni del suo pontificato;
b) che il bresciano padre Giulio Bevilacqua, in particolare sulla liturgia e sui rapporti tra Chiesa e mondo aveva ampiamente prefigurato gli orientamenti conciliari che sono stati codificati rispettivamente nelle Costituzioni Sacrosanctum Concilium e Gaudium et Spes, oltre ad esser stato fonte autorevole di proposte e suggerimenti a Montini, sia prima che dopo la sua elezione al soglio pontificio;
c) il vescovo di Brescia Giacinto Tredici (1880-1964), vescovo dal 1933, ha anticipato gli insegnamenti conciliari in almeno due ambiti fondamentali: il ruolo dei laici nella chiesa e il dialogo con i fratelli cristiani non cattolici. Infatti è stato il primo vescovo italiano ad affidare ad un laico una relazione ad un Sinodo diocesano (1952) e l'unico ad esprimere parere contrario alla definizione del dogma dell'Assunta nel 1946, perché riteneva che potesse accentuare le distanze con i protestanti.

BIBLIOGRAFIA:
A. Fappani, Padre Giulio Bevilacqua, il cardinale parroco, Queriniana, Brescia 1979.
Giulio Bevilacqua a quarant'anni dalla morte, a cura di L. Ghisleri e R. Papetti, Morcelliana, Brescia 2006.

 

 

Maurilio Lovatti - indice generale degli scritti

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