Franco Manni

I figli degli eroi
La Silent Generation, i Baby Boomers e il senso di colpa verso la Great Generation

 

 

 

L'ombra della Great Generation
Fra i grandi creatori del cinema occidentale della seconda metà del Novecento esiste, a mio giudizio, un problema storico e psicologico che non è stato ancora messo sufficientemente in luce. Esso riguarda soprattutto uomini appartenenti alla Silent Generation, come Steven Spielberg, e ai Baby Boomers, come George Lucas e Peter Jackson. La mia tesi è che questi tre autori abbiano trascorso gran parte della loro vita cercando di imitare, con i mezzi propri dell'arte e dell'immaginazione, la grandezza morale della generazione dei loro padri, quella che combatté la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, giunti alla maturità e soprattutto alla vecchiaia, essi avrebbero progressivamente preso le distanze dagli stessi ideali che avevano contribuito a diffondere nel mondo attraverso le loro opere. Questo mutamento non mi sembra spiegabile con ragioni artistiche, economiche o commerciali. Esso rimanda, secondo la mia interpretazione, a un problema molto più profondo: il rapporto fra una generazione che combatté e una generazione che credette di potere soltanto ammirare chi aveva combattuto.
La Silent Generation non è, nel significato che qui le attribuisco, una categoria sociologica astratta. Essa è un insieme di uomini realmente esistiti, nati in anni determinati, che condivisero una medesima esperienza fondamentale: erano bambini durante la Seconda guerra mondiale. Videro partire i loro padri, ascoltarono i racconti dei reduci, conobbero il lutto di famiglie che avevano perduto figli e fratelli, ma erano troppo giovani per partecipare direttamente a quella prova. Anche i Baby Boomers, nati subito dopo la guerra, crebbero all'interno dello stesso clima morale. Essi ereditarono un mondo che doveva la propria sicurezza ai sacrifici della generazione precedente e furono educati nel ricordo di quella vittoria che aveva impedito il dominio del nazionalsocialismo in Europa e dell'espansionismo militare giapponese in Asia. In seguito, quello stesso mondo occidentale avrebbe poi affrontato anche la lunga competizione con il comunismo sovietico.
È importante comprendere che, per questi uomini, la guerra non fu semplicemente un avvenimento storico studiato sui libri. Essa rappresentò il grande racconto morale della loro infanzia. I loro padri non erano soltanto i genitori; erano gli uomini che avevano rischiato la vita sulle spiagge della Normandia, nei cieli d'Europa, nelle isole del Pacifico o, più tardi, in Corea. Essi incarnavano un ideale di coraggio, di sacrificio e di responsabilità che sembrava quasi impossibile uguagliare. Nessuna generazione sceglie il tempo nel quale nascere, e quella di Spielberg e di Lucas nacque troppo tardi per poter partecipare direttamente a quell'impresa storica.
Questa circostanza, apparentemente semplice, ebbe conseguenze profonde. Ogni figlio desidera essere degno del proprio padre. Quando però il padre appartiene a una generazione che ha affrontato una delle più grandi prove della storia moderna, quel desiderio assume un'intensità particolare. Diventa il desiderio di compiere, a propria volta, qualcosa che giustifichi la propria esistenza di fronte a un'eredità tanto impegnativa. Ma come potevano questi uomini ripetere l'esperienza dei loro padri? La storia non offre due volte la medesima occasione. La lotta contro il nazismo e contro l'imperialismo giapponese era ormai conclusa e per i baby boomers anche quella contro l’imperialismo comunista in Corea e in Vietnam. Non rimaneva che cercare un altro terreno sul quale esercitare quella stessa aspirazione morale.
A mio giudizio, Spielberg, Lucas e Jackson trovarono questo terreno nell'immaginazione artistica. Essi non combatterono con le armi; combatterono con i racconti. Crearono mondi nei quali pochi uomini affrontano poteri immensi per difendere la libertà, la dignità e la speranza. Sotto questo aspetto, le loro opere non sono semplicemente prodotti dell'industria cinematografica, né soltanto esempi di grande intrattenimento popolare. Esse costituiscono il tentativo di tradurre in forma narrativa l'ideale eroico ricevuto dalla generazione dei padri.
È difficile, per esempio, non vedere in I predatori dell'arca perduta una nuova rappresentazione della lotta contro il nazismo. L'avversario non è scelto casualmente. Esso rappresenta ancora quella potenza totalitaria contro la quale la generazione precedente aveva realmente combattuto. Allo stesso modo, la battaglia conclusiva di Star Wars richiama, sotto forma fantastica, l'epopea dei giovani piloti che durante la Battaglia d'Inghilterra affrontarono la Luftwaffe. Non è soltanto una citazione cinematografica. È il trasferimento di una memoria storica dentro un nuovo linguaggio mitico. I pochi piloti che attaccano la Morte Nera ricordano inevitabilmente quei pochi giovani ai quali, secondo la celebre espressione di Winston Churchill, «mai così tanti dovettero così tanto».
Qualcosa di analogo accade anche nella trilogia cinematografica del Il Signore degli Anelli realizzata da Peter Jackson. Pur rispettando il mondo creato da Tolkien, il regista mette in scena, con una forza visiva senza precedenti, la resistenza di uomini liberi contro una potenza totalitaria che pretende di assorbire ogni differenza e ogni libertà. Qui la potenza è più lo Stalinismo Sovietico che il Nazi-fascismo.
Cambiano i nomi, cambiano i costumi, cambiano i paesaggi, ma il nucleo morale rimane sorprendentemente vicino a quello che aveva formato l'immaginazione della Silent Generation e dei Baby Boomers.
Per molti critici queste opere appartengono semplicemente alla cultura popolare. Io credo invece che questa definizione sia insufficiente. Esse furono certamente popolari, ma proprio perché seppero dare forma, spesso senza dichiararlo esplicitamente, a un bisogno morale profondo. Milioni di spettatori si riconobbero in Indiana Jones, in Luke Skywalker, in Aragorn, in Frodo e in Sam perché questi personaggi riproponevano, sotto forme nuove, un'antica struttura narrativa: pochi uomini chiamati a opporsi a un potere immensamente superiore, non per conquistare il dominio, ma per impedire che il dominio assoluto cancellasse la libertà.
Se ci fermassimo qui, tuttavia, comprenderemmo soltanto la prima metà della storia. La seconda è molto più complessa. Gli stessi uomini che cercavano di raccogliere l'eredità morale dei propri padri vivevano ormai in un mondo radicalmente diverso da quello nel quale quei padri erano cresciuti. Gli intellettuali, le università, gli ambienti culturali, la filosofia e una parte sempre più influente della critica non guardavano più alla civiltà occidentale con gli stessi occhi della generazione uscita dalla guerra. Lentamente, quasi senza che i protagonisti stessi se ne accorgessero, cominciò ad aprirsi una distanza fra gli ideali che essi avevano celebrato nelle loro opere e il clima culturale nel quale vivevano. È da questa distanza, destinata ad allargarsi con il passare degli anni, che prende origine il problema centrale del presente saggio. Nella parte seguente cercherò di mostrare come questa frattura abbia finito per trasformarsi, secondo la mia interpretazione, in un conflitto interiore destinato ad accompagnare Spielberg, Lucas e Jackson fino alla vecchiaia.

Il peso di avere ricevuto più dei padri
Per comprendere il mutamento che, a mio giudizio, caratterizza la maturità di Spielberg, Lucas e Jackson, bisogna fermarsi su un fatto che raramente viene considerato. Esso non riguarda anzitutto il cinema, né la politica, né la filosofia. Riguarda una semplice esperienza umana: il rapporto fra ciò che una generazione riceve dalla storia e ciò che essa restituisce alla storia.
La generazione dei loro padri ricevette dalla storia una richiesta terribile. Milioni di uomini furono costretti ad abbandonare il lavoro, gli studi, gli affetti familiari e perfino i propri progetti di vita per affrontare una guerra che nessuno di loro aveva voluto. Moltissimi morirono. Altri tornarono mutilati nel corpo o nello spirito. Altri ancora trascorsero il resto della loro esistenza senza raccontare quasi nulla di ciò che avevano visto. Essi non combatterono per ottenere ricchezza personale, né celebrità, né successo. Combatterono perché le circostanze storiche imposero loro quella responsabilità. È questo uno dei grandi insegnamenti della storia: le prove decisive non vengono scelte dagli uomini; sono gli uomini che vengono scelti dalle prove.
La generazione successiva si trovò invece davanti a una situazione completamente diversa. L'America uscita dalla guerra era il paese economicamente più potente del mondo. La sua industria cresceva con un ritmo senza precedenti, le università si espandevano, Hollywood diventava il centro della produzione cinematografica mondiale e i mezzi di comunicazione rendevano possibile una fama che nessun artista delle epoche precedenti avrebbe neppure potuto immaginare. Spielberg, Lucas e, in un diverso contesto nazionale, Jackson appartengono precisamente a questa nuova stagione della storia occidentale.
È qui che nasce, secondo me, il nodo psicologico fondamentale. Nessuno può sostenere seriamente che questi uomini non abbiano lavorato. Sarebbe un'assurdità. Essi hanno dedicato decenni della loro vita alla creazione di opere che hanno trasformato il linguaggio del cinema. Ma il punto non è la quantità del loro lavoro. Il punto è il rapporto fra il sacrificio richiesto dalla storia e il riconoscimento ricevuto dalla società.
I loro padri diedero infinitamente più di quanto ricevettero. Essi, invece, ricevettero infinitamente più di quanto la storia avesse chiesto loro di sacrificare. Questa sproporzione non dipende dalla loro volontà. Essi non crearono il boom economico, così come i loro padri non crearono la guerra. Tuttavia la sproporzione rimane. Un giovane pilota americano abbattuto sopra l'Europa nel 1944 non divenne miliardario. Non ricevette premi cinematografici. Non ebbe milioni di ammiratori sparsi in tutti i continenti. Molti di quei giovani non ebbero neppure il tempo di diventare padri. Spielberg, Lucas e Jackson sono invece entrati fra le figure più celebri dell'intera storia del cinema mondiale. Mai, prima del secondo Novecento, un regista aveva potuto esercitare un'influenza così vasta sull'immaginazione di centinaia di milioni di persone.
Secondo la mia interpretazione, una simile differenza produce inevitabilmente un problema morale. Non intendo dire che essa produca necessariamente un senso di colpa cosciente. La coscienza umana è molto più complessa. Esistono sentimenti che restano a lungo indistinti, quasi nascosti, e che soltanto col passare degli anni acquistano una forma più chiara. Freud ha mostrato con grande efficacia che non tutto ciò che orienta la nostra vita è pienamente presente alla coscienza. Vi sono convinzioni, desideri e conflitti che operano in modo più profondo. Io credo che qualcosa di simile possa essere accaduto anche a questi tre uomini.
Essi avevano sinceramente ammirato i propri padri. Le loro opere migliori lo dimostrano. Indiana Jones combatte il nazismo; Luke Skywalker affronta un potere totalitario infinitamente superiore; Aragorn e i suoi compagni difendono la libertà della Terra di Mezzo contro un dominio assoluto. Sarebbe difficile spiegare la forza morale di questi racconti se i loro autori non avessero sentito un'autentica ammirazione per quella generazione che aveva realmente combattuto contro il totalitarismo.
Ma proprio questa ammirazione rendeva ancora più difficile il confronto con la propria vita. Come essere degni di uomini che avevano rischiato tutto? Come sentirsi alla loro altezza quando il proprio successo era nato non sul campo di battaglia, ma negli studi cinematografici della California o della Nuova Zelanda? È qui che, a mio giudizio, nasce quel senso di debito che accompagnerà questi autori per molti decenni.
Esisteva una via per superare tale difficoltà? Io credo di sì. Essa avrebbe richiesto, però, due strumenti che questi uomini, secondo la mia interpretazione, non possedevano. Il primo era uno strumento filosofico. Il secondo era uno strumento morale.
Lo strumento filosofico avrebbe potuto essere offerto dallo storicismo di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, di Benedetto Croce e di Robin George Collingwood. In questa tradizione il valore morale di una generazione non dipende dalle circostanze eccezionali nelle quali essa vive. Dipende dalla fedeltà con cui ciascun uomo risponde ai problemi che la storia gli pone. I giovani del 1944 non furono moralmente superiori perché combatterono una guerra. Combatterono una guerra perché la storia li collocò in quella situazione. Allo stesso modo Spielberg, Lucas e Jackson non sono moralmente inferiori perché nacquero in un'epoca di prosperità. Essi nacquero in quel tempo senza averlo scelto. Se avessero assimilato profondamente questa concezione della storia, forse il confronto con i propri padri avrebbe perduto il carattere di una gara impossibile.
Ma, secondo la tesi che qui propongo, essi non incontrarono questa risposta. Il clima culturale nel quale si formarono offriva un'altra interpretazione, destinata ad acquistare un'influenza sempre maggiore. Mentre la generazione dei loro padri parlava soprattutto di responsabilità, di dovere e di sacrificio, una parte importante della cultura occidentale del dopoguerra spostava progressivamente l'attenzione verso altri temi. La critica delle istituzioni, la contestazione dell'autorità, la rivendicazione dei diritti individuali e la diffidenza verso la tradizione diventarono, in molti ambienti universitari e intellettuali, il nuovo linguaggio dominante. Non si trattava semplicemente delle opere di singoli filosofi neo-marxisti come Jean-Paul Sartre o Herbert Marcuse. Si trattava soprattutto del modo nel quale quelle idee vennero diffuse, insegnate e trasformate in senso comune culturale.
C’è poi il problema morale: questi tre con tutti i loro miliardi non si dedicarono a spenderli per combattere la fame del mondo, le malattie endemiche o l’analfabetismo, ma li riservarono per sé e per le proprie famiglie.
Fu allora che il problema cambiò natura. Invece di domandarsi come essere degni dei propri padri, diventò possibile domandarsi se quei padri avessero davvero avuto ragione. E questa domanda, come cercherò di mostrare nella parte seguente, avrebbe lentamente trasformato non soltanto il giudizio sul passato, ma anche il modo con cui Spielberg, Lucas e Jackson finirono per guardare alle loro stesse opere.

Quando il senso di colpa cambia volto
Fin qui ho cercato di mostrare come Spielberg, Lucas e Jackson abbiano costruito le loro opere maggiori nel tentativo di raccogliere l'eredità morale della generazione dei propri padri. Ma la storia di questi uomini non si ferma qui. A mio giudizio, essa conosce una seconda fase, più difficile da comprendere e anche più controversa. È la fase nella quale il senso di debito verso i padri non scompare, ma cambia lentamente forma.
La maggior parte degli uomini, quando prova un senso di colpa, cerca spontaneamente un modo per liberarsene. Questo vale tanto per la vita privata quanto per la vita pubblica. La questione decisiva non è dunque se esista un senso di colpa, ma quale strada venga scelta per superarlo.
Io credo che, nel caso di Spielberg, Lucas e Jackson, esistessero almeno due vie possibili.
La prima era una via storica e morale. Essa consisteva nel riconoscere che ogni generazione è chiamata a rispondere a problemi diversi. I loro padri avevano dovuto affrontare Hitler, il militarismo giapponese e poi il comunismo sovietico; essi avevano invece ricevuto un altro compito: custodire, sviluppare e trasmettere quella civiltà che i padri avevano contribuito a salvare. Se avessero interpretato così la propria missione, il confronto con la generazione precedente avrebbe cessato di essere una competizione. Sarebbe diventato una continuità.
Esisteva poi una seconda via, anch'essa possibile. Essi avevano accumulato una ricchezza immensa, come nessun regista prima di loro. Nessuno pretende che un artista debba rinunciare ai frutti del proprio lavoro. Tuttavia una parte significativa di quelle immense risorse avrebbe potuto essere destinata a grandi opere permanenti: istituzioni educative, ricerca scientifica, lotta contro la fame, diffusione dell'istruzione, grandi fondazioni dedicate ai problemi fondamentali dell'umanità. In tal modo il confronto con i padri avrebbe assunto una forma nuova. Se i padri avevano sacrificato la vita per salvare la libertà, i figli avrebbero potuto sacrificare una parte della propria ricchezza per migliorare il mondo che quella libertà aveva reso possibile.
Secondo la mia interpretazione, nessuna di queste due strade venne realmente percorsa fino in fondo. Il problema rimase quindi aperto.

L'autoflagellazione come falsa soluzione
Quando un conflitto interiore non trova la propria soluzione, esso tende spesso a trasformarsi. Non scompare. Cambia volto.
La storia religiosa offre numerosi esempi di questo fenomeno. Nel Medioevo sorsero movimenti di flagellanti convinti che il male potesse essere cancellato infliggendo sofferenze al proprio corpo. L'idea fondamentale non era cercare una maggiore comprensione della verità o una più profonda giustizia, ma espiare attraverso l'umiliazione di sé stessi. La sofferenza diventava un fine, non più un mezzo.
Naturalmente non intendo stabilire un'identità fra quei movimenti religiosi e il comportamento dei tre registi. Però un paragone sì. Intendo invece indicare una struttura psicologica analoga. Quando il senso di colpa non viene elaborato attraverso la comprensione storica e attraverso l'azione morale, può cercare sfogo nell'autodenigrazione, nella svalutazione di sé e perfino nella distruzione simbolica della propria opera.
È qui che, secondo me, si produce il mutamento decisivo.
Gli stessi uomini che avevano costruito racconti fondati sul coraggio, sul sacrificio e sulla responsabilità cominciano lentamente a dubitare proprio di quei valori. Non perché improvvisamente abbiano scoperto nuovi documenti sulla Seconda guerra mondiale o perché siano mutate le vicende del passato. Cambia piuttosto il modo nel quale essi interpretano quel passato.
La domanda non è più: "Come possiamo essere degni dei nostri padri?"
La domanda diventa: "E se i nostri padri avessero combattuto per un mondo che oggi non possiamo più difendere?"
Questa trasformazione non nasce, secondo la mia interpretazione, principalmente dalla storia. Nasce dal bisogno di trovare una spiegazione al proprio disagio.

Il giudizio degli intellettuali intellettualistici
A questo punto entra in scena un altro protagonista, non individuale ma culturale. Per decenni una parte considerevole dell'ambiente universitario americano e della critica più influente guardò con sospetto ed esplicito disprezzo (ed implicita nascosta invidia) il grande cinema popolare. Molti critici considerarono Spielberg, Lucas e, più tardi, Jackson, autori di enorme successo commerciale ma privi della profondità artistica attribuita ad altri registi. Il cinema europeo di Jean-Luc Godard, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni o François Truffaut veniva spesso presentato come il modello della vera cultura cinematografica, mentre il cinema di grande pubblico era giudicato inferiore, quando non apertamente disprezzato.
Qualcosa di analogo accadeva nella letteratura. Opere nichiliste come Il giovane Holden venivano interpretate da molti ambienti culturali come espressioni più autentiche della modernità rispetto alla narrativa epica o avventurosa.
Non voglio discutere qui il valore artistico di questi autori. Sarebbe un altro argomento. Mi interessa piuttosto il loro ruolo simbolico. Essi rappresentavano una cultura che guardava con crescente diffidenza i grandi racconti eroici costruiti da Spielberg, Lucas e Jackson.
Secondo la mia interpretazione, i tre registi finirono progressivamente per interiorizzare quel giudizio. Gli stessi uomini che avevano conquistato centinaia di milioni di spettatori cominciarono lentamente a guardare sé stessi con gli occhi di coloro che li avevano considerati autori "pop", cioè autori di un'arte ritenuta minore.
Qui, a mio avviso, il senso di colpa trova finalmente un oggetto. Se i padri non possono più essere superati, allora forse bisogna prendere le distanze non dai padri soltanto, ma anche dalle opere che li avevano celebrati. L'autocritica artistica diventa così una forma di espiazione morale.
Questa è la chiave interpretativa che, secondo me, permette di comprendere molte scelte compiute da Spielberg, Lucas e Jackson negli ultimi decenni. Non si tratta semplicemente di cambiamenti estetici, né soltanto di adattamenti ai gusti del pubblico. Essi appaiono piuttosto come il tentativo di correggere retrospettivamente la propria stessa eredità culturale, quasi che il successo ottenuto celebrando determinati ideali dovesse ora essere compensato prendendone gradualmente le distanze.
Nella parte seguente cercherò di verificare questa ipotesi esaminando separatamente i tre casi, iniziando da George Lucas, nel quale tale processo, a mio giudizio, appare con particolare chiarezza.

Lo storicismo come risposta mancata
Fin qui ho cercato di mostrare come Spielberg, Lucas e Jackson abbiano dedicato la parte più creativa della loro vita a un grande tentativo di imitazione morale della generazione dei propri padri. Essi non poterono combattere la stessa battaglia, ma cercarono di riprodurne il significato attraverso il cinema. Il loro linguaggio non era quello delle armi, bensì quello dell'immaginazione. Tuttavia, proprio quando sembravano avere raggiunto il culmine del successo artistico, cominciò lentamente a emergere una contraddizione che, a mio giudizio, non riuscirono mai veramente a risolvere.
La radice di tale contraddizione consisteva nel confronto continuo con la Great Generation. Più ammiravano i loro padri, più difficile diventava sentirsi all'altezza di essi. Era quasi inevitabile che, prima o poi, sorgesse una domanda dolorosa: noi abbiamo davvero dato al mondo quanto hanno dato loro? Essi hanno rischiato la vita; noi abbiamo realizzato film. Essi hanno affrontato il nazismo, il militarismo giapponese e, in molti casi, anche il comunismo; noi abbiamo ottenuto una ricchezza e una fama che nessuna generazione di artisti aveva mai conosciuto.
A questo punto, secondo me, sarebbe stato decisivo possedere una grande filosofia della storia. Non una filosofia qualsiasi, ma quella tradizione che va da Hegel a Croce fino a Collingwood. Proprio questa tradizione avrebbe potuto sciogliere il nodo interiore che li accompagnò per tutta la vita.
Lo storicismo insegna infatti una verità semplice e, nello stesso tempo, profondissima. Nessun uomo crea da solo il proprio tempo storico. Gli uomini pensano, decidono, combattono, costruiscono e distruggono, ma lo fanno sempre dentro una situazione che essi non hanno creato. La Seconda guerra mondiale non fu semplicemente il risultato della volontà di Hitler, di Churchill, di Roosevelt, di Stalin, di Mussolini o di Hirohito. Tutti costoro agirono realmente e portarono responsabilità immense. Tuttavia nessuno di essi determinò da solo il significato complessivo dell'evento storico. La guerra fu infinitamente più grande delle intenzioni, dell'intelligenza e perfino della statura morale dei suoi protagonisti.
Hegel avrebbe detto che nella storia opera lo Spirito, il quale si serve delle passioni, degli errori e perfino delle colpe degli uomini per realizzare fini che essi stessi ignorano. Gli Stoici avrebbero parlato del Logos universale. Altri avrebbero preferito parlare della Natura, del Fato o della Provvidenza. Cambiano i nomi, ma il nucleo dell'idea rimane identico. La storia possiede una razionalità che supera non soltanto la coscienza dei singoli individui, ma anche il loro spessore morale. Nessun uomo, preso isolatamente, è abbastanza grande da spiegare il proprio tempo storico. Il significato della storia nasce sempre da una realtà più ampia delle singole volontà.
Da questa concezione discende una conseguenza decisiva. I padri di Spielberg, Lucas e Jackson non furono moralmente superiori ai loro figli perché combatterono la Seconda guerra mondiale. Essi si trovarono davanti a quel compito perché la storia li aveva collocati in quella situazione. Se fossero nati vent'anni dopo, probabilmente avrebbero avuto un'esistenza simile a quella dei loro figli. Allo stesso modo, se Spielberg o Lucas fossero nati nel 1920 anziché nel 1946 o nel 1944, con ogni probabilità avrebbero combattuto anch'essi in Europa o nel Pacifico. Non sarebbe cambiata la loro natura morale; sarebbero cambiate le circostanze storiche.
Questo è precisamente il punto che, secondo la mia interpretazione, essi non riuscirono mai a comprendere fino in fondo. Continuarono inconsciamente a misurarsi con i propri padri come se appartenere alla Great Generation significasse appartenere a una generazione moralmente superiore. Ma questa idea è estranea allo storicismo. Per Hegel, per Croce e per Collingwood non esistono generazioni superiori e generazioni inferiori. Esistono soltanto generazioni chiamate a doveri differenti. La grandezza morale consiste nel rispondere ai doveri del proprio tempo, non nel rimpiangere quelli di un'altra epoca.
Se Spielberg, Lucas e Jackson avessero assimilato veramente questa concezione, il senso di colpa avrebbe perduto il suo fondamento. Avrebbero potuto guardare ai propri padri con ammirazione senza sentirsi inferiori. Avrebbero potuto riconoscere che il compito della loro generazione non era ripetere lo sbarco in Normandia né la Battaglia d'Inghilterra, ma custodire e sviluppare quella civiltà che i loro padri avevano salvato. Sarebbero stati, per usare un'immagine cara alla tradizione medievale, nani sulle spalle di giganti: non rivali dei padri, ma loro continuatori.
Ma, secondo la tesi che qui propongo, questa risposta filosofica mancò completamente. E quando manca una risposta intellettuale adeguata, il problema non scompare. Cerca un'altra soluzione. Sarà proprio questa soluzione, profondamente diversa da quella offerta dallo storicismo, a orientare gli ultimi decenni della vita artistica di Spielberg, Lucas e Jackson. È qui che entrerà in scena la seconda componente della mia interpretazione: non più la liberazione attraverso la comprensione della storia, ma la ricerca dell'espiazione attraverso l'autocritica e l'autoflagellazione culturale.

La ricerca di una falsa liberazione
Se l'interpretazione proposta nelle pagine precedenti è corretta, si comprende anche perché, giunti alla vecchiaia, Spielberg, Lucas e Jackson abbiano progressivamente modificato il proprio atteggiamento verso il mondo ideale che essi stessi avevano contribuito a creare.
Il punto decisivo è questo. Il senso di colpa, quando non viene superato attraverso una comprensione più profonda della storia, non rimane immobile. Esso cerca inevitabilmente una via d'uscita. La domanda diventa allora: quale via d'uscita hanno trovato questi tre uomini?
A mio giudizio, essi non hanno scelto la via dello storicismo, cioè la comprensione del fatto che ogni generazione riceve dalla storia una missione diversa. Hanno invece seguito, più o meno consapevolmente, una strada completamente differente. È la strada dell'autocritica permanente, della rinuncia progressiva ai propri ideali originari e, infine, della svalutazione della propria stessa opera.
Questa tendenza non nasce dal nulla. Per comprenderla bisogna ricordare il clima intellettuale nel quale questi uomini vissero per tutta la loro maturità. Mentre il pubblico continuava ad amare Indiana Jones, Star Wars e Il Signore degli Anelli, una parte importante dell'élite culturale occidentale continuava invece a considerare quel cinema come una forma di cultura inferiore. Per decenni il prestigio universitario, una parte della critica cinematografica e numerose riviste culturali guardarono con maggiore favore al cinema di ricerca europeo che non al grande racconto epico e popolare costruito da Spielberg, Lucas e Jackson.
Non intendo sostenere che questa critica fosse priva di qualsiasi fondamento. Ogni opera importante può essere criticata. Il problema è un altro. Col passare del tempo, i tre registi sembrano avere progressivamente interiorizzato lo sguardo dei loro critici. È come se avessero finito per giudicare sé stessi non più dal punto di vista del pubblico mondiale che li aveva seguiti per decenni, ma dal punto di vista di quell'élite culturale che li aveva spesso considerati autori spettacolari ma non veramente profondi.
È qui che, secondo la mia interpretazione, il senso di colpa cambia definitivamente natura. All'inizio esso riguardava il rapporto con i padri. Successivamente viene trasferito sulle proprie opere. Non è più soltanto la Great Generation a sembrare moralmente superiore. Diventano superiori anche coloro che, nelle università e nei grandi centri culturali, avevano criticato il cinema popolare come una forma di intrattenimento ingenuo, troppo legata ai miti tradizionali dell'Occidente, dell'eroismo, della mascolinità e della distinzione fra bene e male.
Comincia allora una sorta di revisione retrospettiva della propria eredità.
Non si tratta di distruggere apertamente le opere del passato. Sarebbe impossibile. Si tratta piuttosto di reinterpretarle, di correggerle, quasi di chiedere perdono per averle create in quel modo.
Questa interpretazione, naturalmente, è una mia ipotesi storica. Non pretendo che essa sia dimostrabile con una dichiarazione esplicita dei protagonisti. Le grandi trasformazioni spirituali raramente vengono confessate apertamente. Esse emergono piuttosto attraverso una lunga serie di decisioni che, prese singolarmente, possono apparire indipendenti, ma che, considerate nel loro insieme, rivelano una direzione comune.
Il caso di George Lucas, Steven Spielberg e Peter Jackson
Il caso di George Lucas mi sembra particolarmente significativo. Nessuno più di lui aveva costruito un universo narrativo fondato sull'eroismo di giovani uomini chiamati a difendere la libertà contro una potenza totalitaria. La battaglia finale di Star Wars riprende consapevolmente, anche sul piano visivo, il modello della Battaglia d'Inghilterra. Luke Skywalker e i suoi compagni sono pochi, inesperti e destinati ad affrontare un nemico immensamente superiore. È difficile non riconoscere in quella struttura narrativa un omaggio morale alla generazione che aveva combattuto il nazismo.
A questo punto posso formulare quella che considero la conclusione dell'intero saggio. Essa riguarda non tanto il cinema, quanto il destino spirituale di tre uomini che, a mio giudizio, hanno creato alcuni dei più grandi miti popolari del nostro tempo.
Ritengo che Steven Spielberg, George Lucas e Peter Jackson abbiano trascorso la prima parte della loro vita cercando di continuare, con gli strumenti dell'arte, la missione morale della Great Generation. Le loro opere migliori nacquero da questo impulso. Non nacquero dal desiderio di criticare la civiltà occidentale, ma dal desiderio di difenderla, ricordando la lotta contro il nazismo e contro ogni forma di totalitarismo.
George Lucas lo dichiarò apertamente quando spiegò che l'attacco alla Morte Nera era ispirato ai film sulla Battaglia d'Inghilterra e ai giovani piloti della Royal Air Force. A mio giudizio, questo non è un dettaglio cinematografico. È la chiave morale dell'intera trilogia originaria. Lucas vedeva in quei giovani aviatori un modello di sacrificio e di coraggio, e lo trasformò in un mito moderno accessibile a centinaia di milioni di spettatori.
Ritengo però che, con il passare degli anni, tutti e tre abbiano progressivamente perso fiducia nel mondo simbolico che essi stessi avevano costruito.
. Non pretendo di conoscere la coscienza di questi uomini. Propongo però l'ipotesi che essi abbiano cercato, negli ultimi decenni della loro vita, una forma di riconciliazione con quell'ambiente intellettuale che, per molti anni, aveva guardato con sospetto il loro cinema popolare.
Ed è proprio qui che, secondo me, emerge il limite della loro formazione filosofica.
Se avessero conosciuto veramente Hegel, Benedetto Croce e Robin George Collingwood, forse avrebbero compreso che nessuna generazione è moralmente superiore a un'altra. La Great Generation non fu superiore perché combatté la Seconda guerra mondiale. Fu chiamata dalla storia a quel compito. La Silent Generation e i Baby Boomers furono chiamati ad altri compiti. La grandezza morale non consiste nel ricevere la stessa missione dei propri padri, ma nel compiere fedelmente quella che la storia assegna alla propria generazione.
Questa è la convinzione alla quale sono giunto. Essa può essere discussa, criticata o respinta. Ma è il punto di arrivo della mia riflessione. Se essa contiene una parte di verità, allora il problema di Spielberg, Lucas e Jackson non è stato quello di avere creato troppo poco. È stato quello di avere giudicato sé stessi con un criterio sbagliato. Hanno misurato la propria vita confrontandola con quella dei padri, invece di comprendere che è la storia stessa, e non il valore morale dei singoli uomini, ad assegnare a ogni generazione il proprio compito. Questa, a mio giudizio, è la lezione più importante che possiamo trarre dalla loro vicenda umana e artistica.
Eppure, negli anni successivi alla vendita della Lucasfilm, Lucas accetta che la prosecuzione della saga venga affidata a una direzione profondamente diversa dalla propria. Sotto la guida di Kathleen Kennedy, la serie assume progressivamente altri accenti, altri protagonisti e un diverso modo di rappresentare l'eroismo. È certamente possibile interpretare questo cambiamento come una normale evoluzione commerciale e culturale. Ma è anche possibile leggerlo, secondo la chiave proposta in questo saggio, come il segno di un progressivo distacco dell'autore dalla propria eredità simbolica.
Lo stesso può dirsi del progetto del museo dedicato all'arte narrativa e dell'illustrazione. Anche qui Lucas sembra voler valorizzare, soprattutto negli ultimi anni, percorsi culturali differenti da quelli che avevano caratterizzato la nascita dell'immaginario eroico moderno. Non è il semplice fatto di dare spazio ad autrici donne o a nuovi linguaggi il punto decisivo. La storia dell'arte è sempre un processo di arricchimento. Il punto è se tale ampliamento venga presentato come una continuazione della tradizione oppure come una sua correzione morale. Ed è quest'ultima impressione che, secondo la tua interpretazione, tende progressivamente a prevalere.
Lo stesso schema interpretativo, pur con caratteristiche diverse, può essere applicato anche a Spielberg e a Jackson. Ma proprio il confronto fra questi tre percorsi mostra che il fenomeno non riguarda soltanto singole decisioni artistiche. Esso riflette un più generale mutamento del modo in cui questi autori sembrano guardare alla propria intera vicenda intellettuale e morale.
Per quanto riguarda Spielberg, ritengo che il giovane regista fosse profondamente legato all'universo ideale della Great Generation. Film come I predatori dell'arca perduta, L'impero del sole e ache Salvate il soldato Ryan esprimono, secondo la mia interpretazione, un sincero sentimento di ammirazione verso gli uomini che combatterono il nazismo e sacrificarono la propria giovinezza per salvare la libertà. In quelle opere il coraggio, il sacrificio, la responsabilità personale e il cameratismo maschile non erano elementi secondari, ma il cuore stesso del racconto.
Mi sembra invece che nelle opere più recenti Spielberg abbia progressivamente spostato il centro morale della propria narrazione. A mio giudizio, The Fabelmans attribuisce alla figura della madre un ruolo di guida morale molto più forte di quello tradizionalmente occupato dal padre nei suoi film precedenti. Allo stesso modo, considero significativo il nuovo West Side Story, che, nella mia interpretazione, riflette un diverso modo di guardare alla società americana rispetto al primo Spileberg, non più dal punto di vista della scelta morale dell’individuo, ma dal punto di vista dei “diritti” delle minoranze etniche. Nel film sugli Alieni – Disclosure Day – poi la figura saggia al vertice è una delle solite donne forti del wokeism.
Non affermo solamente che questi film siano artisticamente inferiori (e lo sono!) ; propongo anche e soprattutto l'ipotesi che essi manifestino una diversa gerarchia di valori rispetto alle opere che avevano reso Spielberg il cantore cinematografico della Great Generation.
Anche Peter Jackson costituisce, secondo me, un caso di grande interesse. La trilogia del Signore degli Anelli rimane, nella mia interpretazione, una delle più alte celebrazioni moderne del coraggio, della fedeltà, del sacrificio e della responsabilità personale. Essa traduce sullo schermo il mondo morale creato da J. R. R. Tolkien senza tradirne il nucleo fondamentale.
Proprio per questo motivo, a mio giudizio, gli sviluppi successivi meritano particolare attenzione. Mi sembra significativo il ruolo sempre più importante assunto da Philippa Boyens nei nuovi progetti ambientati nella Terra di Mezzo, compreso The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim. Non considero questo un semplice fatto organizzativo, ma propongo l'ipotesi che rifletta una diversa interpretazione dell'eredità tolkieniana.
Ritengo inoltre significativo che il nuovo progetto dedicato a Gollum coinvolga anche Stephen Colbert, noto negli Stati Uniti come commentatore politico di orientamento progressista, super-liberal, pro-woke e vicino al Partito Democratico Radicale. Secondo la mia interpretazione, questa collaborazione possiede anche un significato simbolico.
Mi sembra altrettanto significativo che tale annuncio abbia suscitato numerose reazioni critiche online da parte di una parte consistente del fandom tolkieniano. Le discussioni furono così intense da indurre lo stesso Colbert a intervenire pubblicamente per rispondere alle obiezioni. A mio giudizio, questa reazione mostra che molti lettori e spettatori non hanno percepito quella collaborazione come un semplice dettaglio produttivo, ma come il possibile segno di un cambiamento culturale nell'interpretazione dell'eredità di Tolkien.
La mia conclusione rimane la stessa. Propongo l'ipotesi che Lucas, Spielberg e Jackson, avvicinandosi alla conclusione della loro vita creativa, abbiano progressivamente cercato una riconciliazione con quell'ambiente intellettuale che per molti anni aveva guardato con sospetto il loro cinema popolare. Posso naturalmente sbagliarmi. Ma, a mio giudizio, questa interpretazione spiega meglio di altre l'evoluzione recente delle loro opere e delle loro scelte pubbliche.

Conclusioni
Giunto al termine di questa riflessione, desidero ribadire che essa non pretende di essere una dimostrazione definitiva. È il risultato del mio modo di intendere la storia, cioè dello storicismo di Hegel, di Benedetto Croce e di Robin George Collingwood. Ogni saggio è scritto da un uomo, non dallo Spirito Assoluto. Ogni interpretazione è quindi inevitabilmente parziale. Anch'io, come ogni altro autore, propongo soltanto un punto di vista, che il lettore è libero di accogliere, modificare o respingere.
A mio giudizio, tuttavia, questo punto di vista permette di comprendere meglio il destino umano di Steven Spielberg, George Lucas e Peter Jackson di quanto non facciano molte interpretazioni oggi prevalenti. Essi non mi sembrano uomini che abbiano rinnegato fin dall'inizio i propri padri. Al contrario, credo che abbiano dedicato la parte migliore della loro vita a continuarne idealmente la missione. Con il linguaggio del cinema hanno riproposto, davanti a centinaia di milioni di spettatori, il valore del coraggio, della responsabilità, dell'amicizia, della fedeltà e della lotta contro le forme moderne della tirannide. Hanno costruito miti nuovi, ma alimentati dalla memoria della Great Generation.
Proprio per questo, a mio giudizio, la loro evoluzione successiva acquista un significato così profondo. Essa non nasce da una semplice scelta artistica, ma dal problema morale che percorre tutta la Silent Generation e una parte importante dei Baby Boomers: come vivere all'ombra di padri che sembrano avere ricevuto dalla storia un compito infinitamente più grande del proprio? Come superare il senso di essere arrivati dopo, di avere ricevuto molto e sofferto relativamente poco?
La mia risposta è che quel problema non poteva essere risolto né con l'autodenigrazione né con il progressivo distacco dagli ideali che avevano ispirato le loro opere migliori. Poteva essere superato soltanto comprendendo che nessuna generazione è moralmente superiore a un'altra. Lo storicismo insegna che gli uomini non scelgono i grandi eventi nei quali vivono. Non furono Churchill, Roosevelt, Stalin, Hitler, Mussolini o Hirohito a creare da soli il dramma della Seconda guerra mondiale. Essi stessi furono immersi in un processo storico infinitamente più grande della loro coscienza individuale. Lo Spirito Assoluto, il Logos universale, la Provvidenza, la Natura — qualunque nome gli si voglia dare — assegna a ogni generazione i propri compiti e i propri limiti. La superiorità morale non consiste nell'avere ricevuto una missione più difficile, ma nell'avere compiuto con onestà quella che la storia affida a ciascuno.
Se questa interpretazione contiene almeno una parte di verità, allora il vero dramma di Spielberg, Lucas e Jackson non consiste nell'avere creato troppo poco, né nell'essersi ispirati ai loro padri. Consiste piuttosto nell'avere giudicato sé stessi con un criterio storico che, a mio avviso, era sbagliato. Essi hanno confrontato la propria vita con quella della Great Generation invece di comprendere che la storia non domanda a ogni epoca le stesse prove, ma prove diverse.
È per questo motivo che considero Hegel, Croce e Collingwood non soltanto grandi filosofi della storia, ma anche pensatori capaci di liberare gli uomini dal peso di colpe immaginarie. Essi ricordano che la storia non è il tribunale dell'orgoglio né della vergogna. È il luogo nel quale ogni generazione riceve un compito irripetibile e risponde ad esso con gli strumenti che il proprio tempo le mette a disposizione.
E il compito – ottimamente assolto – dai tre era quello di raccontare quella Storia a centinaia di milioni di persone, in manera molto più efficace che nei manuali scolastici. M ora – verso la fine delle proprie vite – non comprendendo ciò credono che il loro debito morale possa essere assolto solamente dando ragione ai loro critici accademici, snob, radical chic delle università neo-marxiste, e ‘combattendo’ per i ‘diritti’ delle donne, dei neri, degli asiatici, dei gay credono di potersi finalmente liberare del senso di colpa.

 

 

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