Maurilio Lovatti
 Il vecchio di San Lorenzo
 Europa edizioni, Roma 2020, pag. 315, € 15,90

 

 

 

L'anta un po' scrostata non si apre facilmente. Deve spingere con forza. La luce di settembre invade la stanza. Si affaccia alla finestra con gli occhi ancora abbagliati. Il cielo è azzurro terso, lo splendido azzurro di Roma, e non c'è nemmeno una nuvola.
La piazza dell'Immacolata è affollata dagli studenti del liceo linguistico che chiacchierano, scherzano e vagabondano aspettando che suoni la campanella. Qualcuno è in piedi, altri sulle lunghe panche di pietra, dove la sera si siedono i giovani a bere, fumare e suonare la chitarra, altri ancora ai tavolini del bar, che lei può vedere solo in parte, un po' spettrali nel loro luccicare metallico.
Si sofferma un po' ad osservare gli studenti, e sente un pizzico di nostalgia per il tempo del liceo. Elena è contenta dell'appartamento affittato a San Lorenzo, in via dei Marsi, con vista sulla chiesa. Al quarto piano, senza ascensore, non molto ben tenuto, ma in meno di dieci minuti a piedi è subito in università. E poi la zona è carina, sempre gente in giro, tanti locali, tanti giovani. Alla sera può uscire a passeggiare a qualsiasi ora, che è sempre tra la gente, senza alcun pericolo.
«Il caffè bolle!» E' la voce di Irene, un po' stridula, un po' assonnata.
Irene, la sua coinquilina, la studentessa di medicina. Irene che la inquieta con i racconti delle sue esercitazioni in sala operatoria. Irene, che è diventata la sua confidente, la sua migliore amica, il suo insostituibile punto d'appoggio.
Corre in cucina e spegne il gas. La moka borbotta furiosamente, ma per fortuna il caffè non bolle. Torna alla finestra. C'è qualcosa di strano, di diverso. Ma cosa? Osserva perplessa. Gli studenti continuano a muoversi con lentezza e a chiacchierare. Poi un lampo, un'intuizione.
Il vecchio.
La sua finestra è ancora aperta, ma lui non c'è.
Lo rivede, sempre affacciato ad osservare gli studenti, ogni mattina. Talvolta guardava anche verso di lei e le sorrideva. Si muoveva sempre lentamente, un po' trasognato, la barba incolta, i capelli bianchi. Come se il tempo scorresse al rallentatore. Anche le sere estive, nella penombra, lo vedeva seduto al computer, che batteva i tasti con una lentezza esasperante.
Ogni volta che lo vedeva seduto al computer le veniva in mente suo nonno, più o meno della stessa età, che come molti anziani era diffidente nei confronti delle diavolerie elettroniche, come le chiamava.
«Per voi giovani è diverso, usarli è normale e anche molto utile e comodo, ma noi vecchi non impareremo mai, non siamo tagliati per queste cose», le diceva spesso.
Quand'era tornata a Mantova gli aveva parlato del vecchio di Roma, che trascorreva intere serate allo schermo del suo pc.
«Vedi che non è questione di età, basta volerlo!» gli aveva detto con decisione forse eccessiva.

Il vecchio per strada l'aveva incontrato raramente, forse avevano orari troppo diversi, anche se lei per andare all'università doveva attraversare ogni giorno via dei Sabelli. Un pomeriggio l'aveva salutato per la prima volta, e lui aveva risposto con un cenno, impacciato ed esitante. Era prima dell'estate, forse aprile o maggio.
Un paio di volte l'aveva incrociato al banco della frutta del mercatino rionale di via dei Volsci. Un giorno aveva udito la fruttivendola che lo chiamava signor Antonio.
E' strano che non sia alla finestra.
Elena non ha tempo per pensare, deve finire di preparare la colazione, anche per Irene che si sta vestendo. I turni vanno rispettati. Domani incombe l'esame di Diritto costituzionale, l'ultimo rimasto del terzo anno, e deve affrettarsi per trovare ancora posto nella sala di lettura di Diritto privato.
Le piace andare a studiare alla Sapienza. Nei periodi in cui non ci sono lezioni, vanno a piedi insieme, lei e Irene, pochi minuti di leggerezza prima di una giornata impegnativa di studio. Parole scambiate senza fretta, momenti di silenzio e qualche pigro fantasticare sulla giornata che inizia. Poi solo studio, con qualche piccola pausa, per bere il caffè alle macchinette o al bar vicino alla Posta, quello coi tavolini all'aperto, e per mangiare qualcosa per pranzo, nei giardini dell'università o sotto il portico dietro il Rettorato.

La mattina dopo esce per tempo, anche se l'esame è solo alle 10.
Nei giorni precedenti ha studiato tantissimo, ma la mattina dell'esame è abituata a non ripassare più. Non ha ben chiaro nemmeno lei se sia una forma di scaramanzia o se, semplicemente, non voglia crearsi un'ansia aggiuntiva col ripasso dell'ultimo minuto, che rivela sempre qualche lacuna inaspettata.
Per ingannare l'attesa decide di andare a comprare un po' di frutta al mercatino rionale. Ieri sera era finita l'uva, e sia lei che Irene ne sono golose. Mentre è in coda al banco, sente la fruttivendola che dice al marito:
«Il signor Antonio non è passato a ritirare quello che aveva prenotato sabato. Strano. E' sempre mattiniero. Arriva qui quando stiamo aprendo... Ci teneva tanto alle sue mele, le aveva prenotate apposta. Che non si sia sentito bene?»
Le torna in mente che anche quella mattina, come ieri, non era alla finestra.
Vive solo, pensa Elena, se stesse davvero male, chi se ne accorgerebbe? Non è tranquilla e si dirige verso via dei Sabelli.
Il portoncino a vetri del condominio del vecchio è aperto, solo accostato. Ha un attimo d'esitazione. Poi si decide, senza riflettere.
Nell'atrio sente un odore sgradevole. Alcuni contenitori di rifiuti sono accatastati in disordine. Da quando c'è la raccolta differenziata a San Lorenzo accade spesso. Anche nella casa dove abita. Capita di frequente che nei giorni programmati non passino gli addetti a svuotarli. Ormai si è convinta che a Roma, pur bellissima, molte cose non funzionino. Tutta un'altra storia dalla raccolta differenziata nel quartiere dei suoi genitori, a Mantova, che funziona come un orologio.
Sale le scale senza fatica. Quattro piani son tanti, ma è abituata a farli più volte al giorno. All'ultimo pianerottolo solo due porte. Quella di destra sembra chiusa da tempo, con lo zerbino appoggiato all'uscio, probabilmente dalla donna delle pulizie, e non rimesso a posto. La porta di sinistra è socchiusa. Una targhetta metallica, vecchia e sporca, indica A. Vinci. Dev'essere questa.
«Permesso» dice esitando.
Spinge delicatamente la porta.
«Permesso!» ripete a voce alta, più decisa.
Silenzio assoluto. Vede una grande stanza, salotto, soggiorno e ingresso in un unico locale. Sembra tutto in ordine. Un divano e una poltrona a strisce grigio e rosa sulla sinistra, in mezzo un vecchio tavolo da pranzo in legno, con le quattro seggiole al loro posto, e a destra una scrivania, con il computer e una pila di giornali. La finestra è ancora aperta, nella stessa posizione della mattina del giorno prima. Dev'essere proprio uscito di fretta per aver dimenticato la porta aperta, si dice.
Si avvicina alla scrivania. Appeso al muro un calendario, con delle annotazioni sul margine inferiore. Potrebbero essere password, pensa, e le balzano alla memoria immagini del vecchio di fronte al computer, che guarda verso il muro, verso il calendario. Si era domandata spesso cosa facesse, così a lungo, la sera di fronte al pc. Magari stava meglio di lei, che nelle pause dello studio si affacciava alla finestra per distrarsi un attimo, o forse solo per non farsi attanagliare dai ricordi di Mantova, che talvolta, all'improvviso, la ferivano come lamine taglienti.
Tutto d'un tratto, come spinta da una forza irresistibile, si avvicina al muro, stacca il calendario ed esce quasi di corsa. Le sembra d'esser tornata ai tempi del liceo, quando le sue amiche la rimproveravano per la sua eccessiva curiosità e per i suoi colpi di testa.
«Quando ti metti in testa qualcosa, non ragioni più, procedi come un bulldozer, senza valutare le conseguenze» le dicevano. Lei si rendeva conto che loro avevano ragione, che avrebbe dovuto ascoltarle, ma non c'era niente da fare, era più forte di lei.
Infila il calendario nella borsa dei libri. Posso sempre restituirglielo senza farmi scoprire. Posso lasciarlo nella buca delle lettere.
Scende le scale sperando di non incontrare nessuno.
Dopo pochi gradini, qualcosa attira la sua attenzione. Un foglietto bianco, infilato tra il battiscopa e la parete delle scale, che spunta appena. E' uno scontrino di un negozio di scarpe. Con una graffetta metallica è fissato ad una piccola foto. La guarda con curiosità. Una ragazza bruna, dai grandi occhi neri. Avrà più o meno la mia età, pensa. Chi può essere? Sarà caduta al vecchio? La osserva meglio: la foto non è perfetta, piuttosto sgranata, sembra ritagliata da una foto più grande, almeno a giudicare dal formato un poco irregolare. La mette in borsa, dentro il calendario e torna un attimo a casa.
Ripone il calendario nello sportello basso della libreria bianca del corridoio, sotto un pacco di carte.
Esce di corsa e si dirige verso l'università: l'appello della commissione d'esame incombe.

 

2

Irene

Non ho mai visto Elena così contenta come in questi giorni. Il 30 e lode in Diritto costituzionale l'ha galvanizzata. Ha ripulito tutta la casa, e decisamente ce n'era bisogno. Il frigorifero si è di nuovo riempito, non si presenta più desolato come negli ultimi giorni. Anche se la sua abitudine di fare la spesa al Todis di via dei Volsci non mi convince ancora del tutto. Certamente è molto economico, ma la qualità talvolta lascia a desiderare.
Dalla sua camera sento in sottofondo la musica che ascolta: non solo Mozart e Beethoven, che riserva alle grandi occasioni, di solito nei giorni dopo gli esami andati bene, ma anche Jovanotti e Beyoncé. Ha perfino tirato giù dalla soffitta la sua bici, e ha fatto la ciclabile del Tevere al tramonto. Molto suggestiva, indimenticabile, mi ha detto.
Mangia con appetito e sembra ormai passato il periodo in cui un velo di tristezza per i brutti ricordi di Mantova le spegneva il sorriso come un lampo inaspettato.
Son proprio contenta di averla come coinquilina.
L'appartamento, è vero, non è particolarmente bello, anche se le nostre due camere sono abbastanza ampie. Le persiane e le porte sono vecchie e precarie. I mobili sembrano raccattati in qualche mercato dell'usato. Ma in fondo è abbastanza comune qui a San Lorenzo. Chi ha una casa la arreda spartanamente con quattro soldi e riesce ad affittare una camera a 400 euro al mese, qualche volta anche 500, più le spese s'intende. Eppure si fa fatica a trovarne una di stanza.
San Lorenzo è il top, vicino all'università, e alla sera si riempe di giovani.
Quando lo scorso anno era stata violentata e uccisa una ragazzina negli edifici diroccati di via dei Lucani, tanti avevano sentenziato che il quartiere si era fatto una pessima fama, e il valore degli immobili sarebbe diminuito di molto, e forse sarebbero diminuiti anche gli affitti. Ma dopo pochi mesi è tornato tutto come prima.
«Davvero la tua coinquilina è di Mantova?» mi domandava incredula mia madre ad Otranto, mentre cucinava, la vigilia di Natale. Normalmente i fuori sede delle università di Roma vengono dal Centro o dal Sud; solo per medicina, per via del numero chiuso e della graduatoria nazionale, c'è qualche raro studente del Nord. Ma a legge? Elena sarà pressoché l'unica a venire dal Nord.
Eppure sento di aver trovato un'amica vera.
Le mie compagne di facoltà all'inizio erano scettiche.
«Una del Nord? Una di legge?»
Fin dall'inizio, fin da quando ci siamo conosciute cercando casa due anni fa, ho capito che saremmo diventate amiche inseparabili. E' nata subito una sintonia quasi magica tra di noi, a dispetto delle differenze d'abitudini e della diversità d'interessi.
Solo con Elena mi sento di dire tutto di me. Forse perché lei ha avuto subito fiducia in me e non mi ha nascosto nulla del suo passato. Forse perché lei ha trovato in me un sostegno, un'amica che l'ascolta e la incoraggia.

E' la prima volta, da quando è iscritta all'università, che a settembre ha già finito tutti gli esami dell'anno. Potrebbe tornare a Mantova fino all'inizio delle lezioni. Ma non ne ha voglia. Preferisce rimanere a Roma e accompagnarmi ogni mattina a studiare in biblioteca.
Tra una settimana c'è l'appello di Diagnostica per immagini, e poi anch'io avrò finito gli esami di quest'anno. Mentre io ci do dentro, lei ha cominciato con molta calma a dare un'occhiata ai libri del quarto anno, in particolare a Procedura penale; ma soprattutto fa lunghe pause, chiacchiera con i compagni, passeggia per i giardini, sosta a ripetizione nei bar dell'università.
Questa mattina il cielo è sereno e fa caldo come fossimo ancora in agosto. Siamo in gruppo a bere il caffè al bar dell'università, quello vicino alla Posta, coi tavolini all'aperto, nell'unico momento di pausa che mi sono concessa.
Lei forse si è stancata di sentirci parlare sempre degli esami di medicina e, finito il caffè, si è spostata sul tavolino accanto a leggere il giornale. La vedo sbiancare in volto, con lo sguardo terrorizzato. Mi precipito al suo tavolo. «Cos'è successo?». Con la voce soffocata mormora: «Guarda!» e mi indica il giornale.
Il Messaggero è aperto su una pagina interna della cronaca di Roma. Sotto la foto un poco sgranata di un anziano signore, un breve trafiletto:

 “Martedì 17 nel primo pomeriggio un bambino di 9 anni, nel rincorrere il pallone rotolato lungo una discesa, ha scoperto il cadavere di un uomo. E' corso terrorizzato ad avvertire la madre, che ha subito avvisato le forze dell'ordine. E' accaduto ai Monti Tiburtini, vicino a via dei Durantini, in uno stretto sentiero lungo una scarpata incolta, accanto ad un parcheggio. La vittima è Antonio Vinci, nato a Roma, di anni 82, pensionato, incensurato, residente nel quartiere San Lorenzo, in via dei Sabelli 82. Il Vinci era vedovo e senza figli. Gli inquirenti escludono il movente della rapina, poiché nella tasca del pensionato è stato rinvenuto il suo portafoglio, con la carta d'identità, il cellulare, una tessera bancomat Unicredit e alcune decine di euro.”

«Chi è?» chiedo stupita per la sua reazione.
«Ma come, non lo riconosci?».
«No».
«Ma è il vecchio! Non ti ricordi quando ti avevo detto che lo vedevo tutte le mattine alla finestra, ad osservare gli studenti che aspettano di entrare al liceo? E quando ti avevo detto che era sempre solo, che alla sera lo vedevo nella penombra, sempre al computer?»
«Sei sicura che sia lui?»
«Sicurissima» mi risponde, e inizia a raccontarmi che qualche giorno fa, anzi proprio la mattina del primo giorno di scuola, aveva notato che non era alla finestra. La vedo esitare, come se volesse aggiungere qualcosa, ma poi cambia idea. Legge e rilegge il trafiletto, sempre più preoccupata e scura in volto.
«Chi l'avrà ucciso? Perché?» mi domanda con ansia, fissandomi negli occhi.
Senza attendere la risposta, si alza, mi sussurra «Vado a casa», e si allontana a passo svelto.



 

 

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