Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana,
Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

IL LIBRO Il presule bresciano nelle pagine del Diario di guerra di Bernareggi allora vescovo di Bergamo

 

Il vescovo Tredici e Salò

Guidare le coscienze nei drammi della storia

Le armi, la politica e la giusta distanza

di Marco Roncalli

 

 

Non ci sono solo drammatiche pagine di storia bergamasca nel Diario di guerra del vescovo Adriano Bernareggi, pubblicazione promossa dai Preti del Sacro Cuore e coordinata dalla Fondazione Papa Giovanni XXIII (a cura del compianto monsignor Antonio Pesenti, testo rivisto e completato da Alessandro Angelo Persico, Studium, pp. 547, euro 40). Nel volume, sono parecchi i rimandi a Brescia e al vescovo Giacinto Tredici che condivise le stesse preoccupazioni durante la Repubblica di Salò. Ed è proprio a Bernareggi e all'amico Tredici che - dopo la riunione dell'episcopato lombardo presso il cardinal Schuster il 5 maggio 1944, dedicata alla posizione da assumere di fronte alle richieste di collaborazione del clero per il reclutamento (soldati, ma pure operai per gli stabilimenti tedeschi), sia verso il movimento comunista (sempre più attivo) - fu chiesta una sintesi dell'orientamento fra i presuli. E ciò in preparazione della lettera pastorale collettiva.
Come sottolinea Persico nell'introduzione, d'accordo con Tredici, Bernareggi tolse da una prima bozza condivisa fra i vescovi "quei periodi la cui ambiguità poteva essere interpretata come un assenso implicito alla Repubblica Sociale Italiana". A suo giudizio si trattava di "cose a mezzo" - così scrivendo a Tredici il 9 maggio '44 - che finivano "poi con l'avere l'aria di semiconcessioni".
La posizione fra i due prelati presentava una certa sintonia, non però sulla Resistenza armata. Ad esempio, Tredici spiegava al confratello a Bergamo di vedere "difficoltà a dire per esempio che la Chiesa non vuole assommare le sue sorti con quelle dei governi, che sono temporanei, e dire (proprio in faccia a loro) che li consideriamo provvisori, che diamo all'opposizione (anche armata?) un valore speciale, ecc.".
Rivista la sua stesura alla luce delle considerazioni di Tredici, Bernareggi inviò a Schuster entrambe le redazioni: la sua e quella del vescovo di Brescia. Ridimensionata la posizione sui resistenti armati (proprio per il parere contrario di Tredici), le differenze principali - spiegava il prelato al cardinale di Milano - riguardavano l'apoliticità del clero e dell'associazionismo cattolico, e il trasferimento di operai all'estero.
Riguardo al primo punto aveva chiarito la competenza esclusivamente religiosa del clero (senza precludere alla Chiesa future attività); sul secondo (nell'impossibilità di formulazioni esplicite), si sottaceva il problema. La lettera collettiva apparve a fine mese.
Oltre questa rilevante collaborazione fra i due presuli sono parecchi gli altri tasselli bresciani del mosaico. Davanti ai rilievi mossi a don Andrea Spada - futuro direttore dell'Eco di Bergamo - per essersi fatto cappellano militare, Bernareggi cita "gli esempi fulgidi di p. Bevilacqua, don Tedeschi, p. Marcolini", "sufficienti per dimostrare che il volontarismo torna a suo onore". E, in alcune lettere allegate al diario, si ricordano soprattutto fatti tragici. La rappresaglia di Lovere - provincia di Bergamo, ma diocesi di Brescia, come Bernareggi ricorda al Comando nazista - del 22 dicembre 1943 ("Stamane sono stati passati alle anni tredici partecipanti alla spedizione" si legge nel diario che s'interroga sull'assistenza religiosa prestata). I bombardamenti su Brescia ("Lunedì abbiamo avuto la prima incursione: 25 morti, a cui si aggiungerà qualche altro; danni, non molti però, alla casa e alla chiesa provvisoria dei Salesiani. Tendevano alla linea ferroviaria; hanno sbagliato un po' stando più a sud verso la campagna; se avessero sbagliato di altrettanto verso nord sarebbe stato un disastro più grande. Sia fatta la volontà di Dio. E voi, niente?", così il i6 febbraio '44 Tredici a Bernareggi. "Avrai forse già avuto notizie del nostro disastroso bombardamento del 2marzo, seguito a due altri, pure gravi, del 24 e 28 febbraio. Distrutte la chiesa di S. Afra (dove era il corpo di S. Angela, messo in salvo), e di S. M. dei Miracoli [...]; danneggiato il campanile e in piccola parte la chiesa di S. Francesco. A S. Afra il Prevosto (un buon Prevosto) è morto sotto le macerie [...], dopo di aver dato l'assoluzione a molti parrocchiani colà scesi con lui, ed in parte pure travolti ed uccisi. E pensa che il 29 gennaio, a Gavardo, nel crollo della casa canonica rimasero uccisi quattro sacerdoti,tra cui il buon p. Giuliani. Nelle ultime incursioni ebbero danni gravi anche i Fatebenefratelli, la Casa di Dio, le Poverelle, le Suore della Visitazione, la Banca S. Paolo, ecc. Io, l'Episcopio, il Seminario, incolumi. Che il Signore ci preservi da altri guai", così il 7 marzo '45.
Altre note si soffermano sull'aiuto a laici o preti detenuti, talvolta bergamaschi e bresciani nella stessa cella, oppure sulla censura e la stampa cattolica. Ma si guarda anche al futuro. Ed è sempre il vescovo di Brescia che il i6 settembre'44 rivolgendosi a quello di Bergamo pone quesiti cruciali: "1°: Quale sarà il nostro atteggiamento nel caso di venuta delle truppe alleate? Verso le medesime, e verso i rappresentanti del governo italiano di là? Io penso che il nostro atteggiamento, Vescovi e Clero, dovrebbe essere una continuazione dell'atteggiamento presente: riserbo e non partecipare alla politica. Rimarrebbe una divisione del popolo italiano; rimarrebbe una guerra spietata con intendimenti intransigenti di schiacciamento:non sono cose che noi possiamo avallare colla religione. 2°: Quanto ai partiti, naturalmente. noi e il Clero ufficialmente restiamo fuori, pur affiancando di consiglio, d'appoggio indiretto il partito (o i partiti?) d'ispirazione Cristiana. 3°: Se venisse chiesta qualche funzione di ringraziamento: Te Deum etc.? Io penserei negativamente. La guerra non sarebbe finita: le cose potrebbero anche cambiare. La così detta liberazione non lo è veramente: governi e truppe straniere in guerra, con un governo poco più che nominale... So che il Cardinale, interrogato privatamente, prima avrebbe detto astensione; ma poi avrebbe aggiunto: "Bisognerebbe anche tener conto del sentimento del popolo"... E' il caso di assecondarlo? 4°: E se le nostre città, o campagne, o montagne, diventassero teatro di guerra, restare? E se ci facessero evacuare? Dove? E le cose nostre, i capitali, arredi...? […]. 5°: E la questione del giornale? So che a Milano i DC aspirano all'Italia [...] Qui i miei vorrebbero uscire con un giornale politico. Tu cosa pensi?". Le risposte di lì a poco in quegli "anni difficili" che Maurilio Lovatti ha raccontato nel suo profilo di Tredici edito dalla Fondazione Civiltà Bresciana.

 

Corriere della Sera, ed. BS, sabato 4 gennaio 2014, p. 7

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

Giacinto Tredici, vescovo di Brescia in anni difficili

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