Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

Recensione del prof. Franco Manni per google books

 

Un pezzo essenziale di storia bresciana del XX secolo

 


Questa è fino ad ora l'unica biografia di Giacinto Tredici, cioè del vescovo di Brescia di gran lunga più importante nel XX secolo. Nato nel 1880 a Milano (dove prima insegnò filosofia al seminario, poi fu parroco e poi ancora vicario generale della diocesi), e morto nel 1964 a Brescia, durante i lavori del Concilio Vaticano II cui partecipò..
Quando uno storico si accinge a scrivere la prima biografia su una persona del passato e poi lo fa con grande lavoro di tempo ed attenzione per ricercare le fonti primarie in tutti gli archivi disponibili sul suo argomento, e con uno spoglio altrettanto completo delle fonti secondarie, per poi produrre dopo anni un libro di 450 pagine fitto di fatti e documenti e delle discussioni su di essi, beh, egli deve avere delle Buone Ragioni per farlo! Ne presento sei.
Prima. Lovatti è un bresciano doc, che ama la sua città di amore adulto e, dunque, volto alla comprensione della sua storia. Ecco allora che una persona così importante per Brescia, il suo vescovo in "anni difficili" (e cioè quelli del fascismo e del nazismo e dello stalinismo e della Seconda Guerra Mondiale con la Repubblica di Salò e la Resistenza nel bresciano, e il dopoguerra con la Guerra Fredda e i vari rapporti conflittuali sia tra DC e PCI, sia tra le diverse correnti interne della DC, e, infine, la preparazione al Concilio Vaticano II), beh, non poteva esser ignorata dallo storico che vuole comprendere e presentare l'identità della sua amata città.
Seconda. Più in specifico Tredici era un vescovo, e Lovatti non solo è un cattolico praticante autentico (da ben distinguersi dai " devoti", atei o meno ma sempre opportunisti!), ma egli peculiarmente è anche un Laico che ha una forte simpatia per il Clero !... non per il potere del clero nella chiesa, ma per la psicologia e spiritualità di questo gruppo umano numericamente molto minoritario all'interno della chiesa, fatto da ministri (letteralmente "servitori") consacrati, persone che sono poi i sacerdoti e i vescovi. Essi vivono (o, almeno, dovrebbero vivere) una speciale condizione di "distacco" dal mondo secolare e dalle sue imprese pratiche, anche giuste e necessarie; ma dall'altra devono sempre avere interesse e amore, e poi dunque, in realtà, conoscere ed incontrare e avere amicizia con i laici, che in queste vicende sono direttamente coinvolti. Preti e vescovi devono cioè esser "pastori". E Tredici pastore effettivo lo è stato sin dai tempi giovanili a Milano e poi, in grande e lungamente, da vescovo a Brescia.
Terza. Inoltre, come emerge in numerose tappe della vita di Tredici, questo vescovo non era intruppato nel gregge o meglio nei vari "greggi", prima professorali, poi ecclesiali e politici... ma aveva posizioni sue, anticonformiste e anche, almeno su alcuni punti della vita umana, progressiste. Prima di diventare pastore a tempio pieno, negli Anni Dieci e Venti aveva preso posizione nella grande questione del Modernismo: una posizione di comprensione e moderazione contro gli eccessi repressivi, per esempio, della gesuita "Civiltà Cattolica"; in occasione della proclamazione del dogma della Assunzione da parte di Pio XII nel 1950, egli espresse contrarietà a tale definizione in quanto ostacolo al dialogo ecumenico con i Protestanti (in tutto il Mondo furono solo sei vescovi su 1681 a farlo, e tra questi sei ci fu lui) ; nel sinodo diocesano bresciano del 1952 aveva mostrato apertura verso una maggiore ruolo dei laici all'interno della chiesa, come poi il Concilio comincerà a realizzare. E questo progressismo cattolico di Tredici ha attirato Lovatti, perchè questi è un cattolico progressista legato al rinnovamento epocale teologico ed ecclesiologico del Concilio Vaticano II , alla Lumen Gentium e alla Gaudium et Spes .
Quarta. Ancora, Lovatti , essendo - oltre che un cattolico progressista come membro della Chiesa - anche un "cattolico democratico" (come si diceva qualche anno o decennio fa, per distinguerli da quelli reazionari) come cittadino italiano e attivamente coinvolto nelle sue vicende politiche e partitiche, ha concepito simpatia per Tredici. Questi, infatti, lo vediamo sfuggire con diplomazia dalle cerimonie congiunte tra "autorità" civili e religiose nel regime fascista post-concordatario; fare da intermediatore tra i partigiani e Priebke, comandante nazista di Brescia; disporre che dei curati siano mandati dai partigiani in montagna per fornire loro i sacramenti; nel dopoguerra appoggiare la linea della "scelta religiosa" anti-Gedda, cioè della sempre minore intrusione del clero negli affari del laicato politico cattolico e così difendere il presidente dei giovani della Azione Cattolica Mario Rossi dagli attacchi portati contro di lui dai reazionari; appoggiare poi come sindaco di Brescia Bruno Boni (fanfaniano, non "doroteo") contro la linea reazionaria di Ludovico Montini.
Quinta. Un'ulteriore ragione che ha avuto Lovatti (lui stesso filosofo) per questa sua grande fatica è stata appunto la Filosofia: Tredici fino a quando diventò parroco nel 1924 si dedicò allo studio e all'insegnamento della filosofia, e fu invitato da Agostino Gemelli a fondare e redigere la "Rivista di Filosofia Neo-scolastica". Sostenitore del Tomismo, approfondì soprattutto le tematiche della gnoseologia, intervenendo in dispute molto specialistiche con Masnovo ed Olgiati sulla criteriologia del cardinal Mercier. Lovatti inoltre porta un'ampia documentazione su come Tredici - oltre che teoreta aristotelico-tomista - fosse del tutto aggiornato sui filosofi e le correnti italiane ed estere della seconda metà del XIX secolo e dei primi decenni del XX. Fu poi autore di un Breve corso di storia della filosofia, manuale dalle molte edizioni e molto adottato nei seminari e nelle scuole cattoliche italiane e dell'America Latina.
Sesta. Infine una buona ragione che Lovatti ha avuto per dedicare un pezzo della sua vita al ricordo di Tredici, è stata la simpatia per la personalità morale di lui. Apprezza il "senso del dovere", individuato come il dato caratteriale più forte, che fa, per esempio, rinunciare Tredici al ruolo di parroco (l'unico che avesse desiderato nella sua vita, per il bisogno di contatti umani e di paternità spirituale) per obbedienza ai superiori che lo ritenevano necessario in incarichi di governo ecclesiale, e che, per fare un altro esempio, lo faceva esser sempre impegnato in mille appuntamenti e mille pratiche. Lovatti ha anche simpatia per la continua "dolcezza" di Tredici verso tutti, intendendo con tale parola la mancanza di polemica e sarcasmo, la capacità di ascolto, la non rigidità negli affari controversi che non coinvolgessero "i pochissimi valori fondamentali". Lovatti, d'altra parte, è anche critico, perchè individua in Tredici il difetto di poca profondità sapienziale: era troppo idealizzante il passato, il buon tempo antico visto come un modello e senza macchia; Tredici era attratto da una infantile laus temporis acti.

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Qual è la mia valutazione sintetica di questa biografia? A livello di serietà documentaria, ottimo. Non saprei pensare una acribia ed un'onestà di ricerca di completezza nelle fonti maggiori di queste. A livello di leggibilità, invece, direi discreto. La narrazione di miriadi di "fatti" richiede un Lettore con una vocazione molto forte alla storia locale (in questo caso bresciana) , perchè invece il Lettore "medio" di libri di storia spesso troverà faticoso l'interessarsi. D'altra parte ci vuole pur qualcuno (non dico tanti, ma almeno qualcuno...!) che si interessi anche dei fatti minuti e che - nel mentre li scova, li edita, li districa e li conserva - anche ogni tanto (e non poco spesso) li colleghi alle vicende più grandi della politica e della cultura nazionali ed internazionali del XX secolo.
Il trattamento del suo personaggio mi sembra adeguato all'80%... un difetto che rilevo è una certa sordità … ai difetti di Tredici! Per esempio Lovatti non nota e non fa notare il manchevole sensus personae di Tredici che, per esempio, gli fece dare troppo potere al suo vicario monsignor Almici , una persona piena di sé e delle sue fantasie di onnipotenza.
Infine osservo che una scoperta particolare fatta da Lovatti (le azioni di proprietà del "Giornale di Brescia" regalate dall'imprenditore Antonio Folonari alla diocesi di Brescia) abbia stimolato in Lovatti stesso una vitalità di ricerca, realizzatasi in due suoi successivi studi sui "poteri forti" (e per nulla trasparenti!) editoriale e finanziario di due potenti bresciani (Giuseppe Camadini e Giovanni Bazoli): Storia segreta del Giornale di Brescia (2012) , e Un cinico baratto? (2013) .

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

Giacinto Tredici, vescovo di Brescia in anni difficili

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