Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

8 aprile 2010 - Auditorium Livia Bottardi

Scuola media Bettinzoli

Circoscrizione Sud del Comune di Brescia

 

 

Resoconto della presentazione 

di Carlo Bazzani   

 

 

 

Giovedì 8 aprile 2010, alle ore 20.30, presso l’Auditorium Livia Bottardi della Scuola media Bettinzoli, via Caleppe, 13 (trav. Di via Corsica), si è svolta la presentazione del libro Giacinto Tredici, vescovo di Brescia in anni difficili del professor Maurilio Lovatti. Oltre alla presenza dell’autore del libro nella serata sono intervenuti il prof. Franco Manni, docente di filosofia al Liceo Leonardo di Brescia, il quale ha svolto il ruolo di intervistatore del professor Lovatti e l’avv. Luca Feroldi, presidente della commissione cultura della Circoscrizione Sud che ha presieduto la presentazione.

 

 

 

La presentazione è iniziata con una breve introduzione del professor Manni.
Innanzitutto il prof. Manni ha lodato la "pietas" del prof. Lovatti cioè una forte ed importante attenzione e cura per la tradizione e per il passato, e in particolare per la storia della città di Brescia.
In seguito ha presentato la figura di Giacinto Tredici che fu vescovo di Brescia dal 1934 al 1964, durante un periodo difficile poiché proprio in quel tempo c'era stata l'ascesa al potere di Hitler come cancelliere della Germania, c'era il fascismo in Italia e, successivamente, lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Inoltre il prof. Manni ha sottolineato anche l'importanza di Tredici durante gli anni del dopoguerra, quando si forma la Repubblica, con i contrasti tra l'ala Democristiana e quella Comunista.

Interviene poi l'autore del libro, il prof. Maurilio Lovatti, il quale parla della vita del vescovo Tredici.

Giacinto Tredici nacque il 23 maggio 1880 a Milano. Era uno degli otto fratelli Tredici, tutti molto vicini di età, salvo il più piccolo, Carlo, nato nel 1895. Giacinto aveva un rapporto particolarmente affettuoso con l'ultimo nato della famiglia Tredici.
Carlo Tredici, studente universitario di ingegneria, venne arruolato d'obbligo nell'esercito italiano e nel marzo 1916 morì al fronte in provincia di Gorizia.
Giacinto rimase molto scosso per l'accaduto, anche se non lo disse esplicitamente.
In quel tempo insegnava teologia nel seminario di Milano, ove in precedenza aveva insegnato filosofia, dal 1904 al 1910.
Dalle lettere rinvenute si capisce che la morte del fratello Carlo fu un durissimo colpo per Giacinto, tanto che chiese all'Arcivescovo di Milano Schuster di dargli una parrocchia e di lasciare la sua vita precedente, interamente occupata dagli studi e dall'insegnamento, per dedicarsi al sacerdozio e in particolare al servizio pastorale.
Giacinto aveva scritto saggi molto importanti e in particolare molto diffuso fu un suo manuale di storia della filosofia, usato in molti seminari diocesani e tradotto anche in spagnolo, tanto che aveva fama in tutto il mondo; durante il Concilio Vaticano II molti vescovi gli dissero di aver conosciuto la filosofia tramite il suo manuale.

Per sei anni fu parroco  di Santa Maria del Suffragio a Milano e lì venne molto apprezzato. Infatti l’Arcivescovo Schuster lo chiama e gli affida l’incarico di vicario generale dell’arcidiocesi di Milano. Tuttavia nel dicembre del 1933 papa Pio XI lo nomina vescovo di Brescia.

 

 

 

Il prof. Lovatti apre poi una parentesi riguardante l'eresia modernista condannata da Pio X quando Giacinto Tredici insegnava teologia al seminario della diocesi di Milano.
Nel 1907 il papa condanna l'eresia modernista con l'enciclica Pascendi gregis, accusando i modernisti di mettere in discussione i fondamenti della religione per il rifiuto dei dogmi e la riduzione della religione a esperienza intuitiva e personale della divinità.
Questa condanna venne applicata in una maniera conformista e cieca, con persecuzione verso molti sacerdoti sospettati di simpatie moderniste e, nel 1910, con la proibizione per i seminaristi e i sacerdoti di leggere i giornali e di assistere a dibattiti politici.
Tutto questo portò all'impossibilità da parte della Chiesa di far pesare adeguatamente la sua posizione neutralista, contro l'entrata dell'Italia nella prime guerra mondiale.
Tredici criticò più volte queste persecuzioni nei confronti dei modernisti e non condivise l'interpretazione di Pio X in questa enciclica, secondo la quale chi aderiva al modernismo lo faceva per ipocrisia e superbia.

 

 

 

Interviene quindi il prof. Manni, che prima spezza una lancia in favore del modernismo. Infatti, dice che alcune idee del modernismo furono riprese dal Concilio Vaticano II, ad esempio l'apertura alla cultura laica e l'importanza dell'indagine storico-critica nell'interpretazione delle Scritture.
In seguito pone una domanda al prof. Lovatti chiedendogli quale sia il rapporto tra Tredici e il fascismo.

Il prof. Lovatti risponde dicendo che esiste l'idea secondo la quale Tredici fosse tollerante con i fascisti per due motivi:

1) Quando Tredici era vicario a Milano aveva inaugurato la stazione centrale con l'allora ministro dei trasporti, dopo che Schuster si era rifiutato in polemica con Mussolini, per la questione del ruolo educativo dell'AC.
2) Il vescovo ausiliare di Brescia, mons. Bongiorni, doveva diventare vescovo di Brescia alla morte di Gaggia, ma i fascisti di Brescia si erano opposti alla sua nomina.
Tuttavia l'autore ha scoperto che i fascisti a Brescia non proponevano Tredici come vescovo, bensì l'allora vescovo di Mantova, mons. Domenico Menna.

Quindi riassumendo questi due motivi non costituivano valide motivazioni.
Inoltre il prof. Lovatti leggendo la corrispondenza di Tredici e gli altri documenti, ha scoperto che le uniche lodi verso il fascismo erano riguardanti al Concordato, che per Tredici era un fatto positivo.
Per il resto non prese mai posizioni favorevoli per il fascismo.

Il prof. Lovatti ricorda anche che nel 1938 quando vengono promulgate le leggi razziali il primo a criticarle in Italia fu l'arcivescovo Schuster nel duomo di Rovato e il suo discorso venne pubblicato sul bollettino della diocesi di Brescia.

Quindi in conclusione da tanti segni possiamo dire che Tredici non si schierò mai con i fascisti né lodò mai le loro idee.

 

 

Interviene il prof. Manni il quale fa una digressione riguardante la seconda guerra mondiale e l'importanza che ha avuto nella storia e per le sue conseguenze fino ad oggi..
In seguito parla del 1943 quando iniziò una fase nuova del fascismo, quella della Repubblica di Salò che si reggeva esclusivamente sulle armi di Hitler.
In questo momento Tredici, come vescovo di Brescia si trova ad operare vicino a centri direzionali della Repubblica di Salò e inoltre a Brescia c'erano le SS.
Il prof. Manni porge una domanda all'autore chiedendogli quale fu il comportamento di Tredici in questa situazione difficile.

Il prof. Lovatti risponde dicendo che Tredici nel 1943 non riconobbe la Repubblica Sociale.
I vescovi e preti lombardi, tutti uniti, infatti decidono che non deve essere riconosciuta come autorità legittima .

Per quanto riguarda il movimento partigiano Tredici fu il primo in Italia ad autorizzare il primo cappellano militare. Questa decisione avvenne cinque mesi prima di avere l'autorizzazione ufficiale dal Pontefice.
Tuttavia Tredici mantenne rapporti diplomatici con i fascisti e Mussolini e questi rapporti servirono molto in particolare per salvare molte persone tra cui alcuni partigiani e diversi sacerdoti.
Si pensa anche che ebbe contatti con il capitano Priebke delle SS a Brescia e forse qualche ruolo negli accordi di tregua temporanea tra tedeschi e partigiani in Val Camonica. Tuttavia la conoscenza di questa vicenda è parziale per la mancanza di documenti scritti. 

Per l’autore Tredici in molti casi aveva paura nel svolgere le sue azioni, le quali erano molto delicate e importanti e si sentiva responsabile della vita di numerose persone.

Inoltre a Brescia c’era una componente fascista molto radicale. Addirittura il questore della città, il dott. Mario Candrilli, era più crudele delle SS nella persecuzione degli ebrei, come risulta anche dal libro di Marino Ruzzenenti sulla Shoah a Brescia, la cui lettura raccomanda agli studenti. L’autore aggiunge che a Brescia la vendetta contro i fascisti non ci fu. Infatti solo due fascisti furono uccisi dopo la guerra.

Per questi elementi la situazione di Tredici era delicatissima e con molte responsabilità. Si trovava a fare i conti con un’umana paura, però pure in questa situazione con il suo coraggio e la sua determinazione riuscì a salvare molte persone.

 

 

Interviene il prof. Manni che porge una domanda al prof. Lovatti riguardante al comportamento che assunse il vescovo con gli opportunisti e con la DC durante il dopoguerra.

Il prof. Lovatti risponde dicendo che Tredici credeva molto nell'unità dei cattolici nella DC. Considerava la DC come il partito cattolico, ma non mancò di esprimere la sua opinione anche su questioni sociali. Questo suo atteggiamento va collocato tenendo conto che a Brescia c'era l'idea che i fedeli laici impegnati in politica dovevano avere una certa autonomia, visione fortemente sostenuta da Bruno Boni, allora sindaco di Brescia e segretario provinciale della DC, e difesa dal Vescovo.

Inoltre Tredici si scontrò spesso con le gerarchie romane. Infatti difese molte volte con coraggio la posizione dei giovani dell'Azione Cattolica di Brescia contro le decisioni provenienti da Roma, in particolare nel 1948 e 1954.
Tredici aveva fiducia verso i laici e ne auspicava un ruolo più attivo e di responsabilità nella Chiesa e questo fu un atteggiamento che anticipa il Concilio Vaticano II. Anticipò anche l'apertura verso i protestanti e ortodossi.
L'autore Lovatti sottolinea il fatto che nel 1946 Tredici fu uno dei pochi vescovi, su 1681 consultati nel mondo da Pio XII, che diede parere negativo al dogma dell'Assunta, per non impedire il dialogo coi protestanti.
Tuttavia queste cose non erano note e così a Brescia era diffusa l'idea che il vescovo era un conservatore illuminato.

 

 

In seguito il prof. Manni pone un'altra domanda riguardante al ruolo svolto da Tredici nel Concilio Vaticano II.

L'autore inizia dicendo che per quanto riguarda l'ultimo Concilio ecumenico della Chiesa Giacinto Tredici, ormai ottantaquattrenne, partecipò solo a due sessioni e non fece mai interventi anche perché era malato.
Tuttavia l'autista di Tredici, che oggi è novantenne, ci riferisce che il vescovo era entusiasta per il Concilio e che era molto fiducioso verso il papa Paolo VI e ne condivideva l'operato nella gestione del Concilio. Condivideva ogni decisione del papa e approvava pienamente il Concilio.
Il prof. Lovatti parla inoltre delle presunte apparizioni mariane avvenute a Montichiari verso le quali Tredici era molto critico.

Adesso si apre la parte riservata al dibattito.

Interviene subito l'avv. Luca Feroldi il quale pone una domanda al prof. Lovatti, chiedendo quale è oggi l'umore della città di Brescia verso Giacinto Tredici, come viene ricordato e percepito.

L'autore inizia dicendo che il segno più profondo lasciato da Tredici è che Brescia è stata la realtà in cui il mondo cattolico ha dato di più alla resistenza. Ma non va dimenticato tutto quanto ha fatto per la Chiesa bresciana, in un impegno costante di oltre trent'anni.
Allora ci si domanda perché Tredici è così dimenticato, perché in passato non gli sono stati dedicati studi, e la domanda dell'avv. Feroldi coglie un punto importantissimo.
Il prof. Lovatti ha indagato su questo argomento e le risposte più frequenti che riceveva erano che era un lavoro immane riuscire a raccogliere le informazioni per ricostruire la figura di Tredici.
Un'altra risposta è che la gente temeva che emergesse il fatto che Tredici avesse simpatie per il fascismo.
Tuttavia queste motivazioni non convinsero l'autore e per il suo importantissimo lavoro il vescovo di Brescia mons. Luciano Monari ha ringraziato il prof. Lovatti, in particolare per aver ricostruito così efficacemente la personalità di Giacinto Tredici, e l'eredità spirituale e morale che ha lasciato alla chiesa bresciana. Lo stesso autore ha scoperto vicende e fatti positive su Tredici, che non avrebbe sospettato all'inizio della sua ricerca durata oltre tre anni.

La presentazione, poi, si è conclusa con alcuni interventi da parte del pubblico giovane e meno giovane, che ha posto domande, ma sopratutto ha espresso la sua opinione sui motivi per cui l'eredità del Concilio, pur essendo sempre presente nei documenti ufficiali della chiesa, risulta spesso ignorata o trascurata nella vita quotidiana delle comunità ecclesiali.

Carlo Bazzani

 

 

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