Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

CRONACA
Bresciaoggi, Mercoledì 27 gennaio 2010, pag. 8

 

 

LA STORIA. Angelo Rizzini «Copèto», umile artigiano, ospitò dal ’43 al ’45 due «sfollati». La figlia Maria oggi ricorda

Quei due ebrei braccati
salvati dai «giusti» di Magno

di Massimo Tedeschi

Erano Emma Viterbi e il secondogenito Paolo Il marito Guido e il primogenito morirono nei lager Alberto è l’eroe positivo di «Se questo è un uomo»

A Gerusalemme, al museo di Yad Vashem che ricorda la Shoah e le sue vittime, c'è il viale dei giusti. Ogni albero ha una targa. Ogni targa ricorda un uomo che nei giorni dell'orrore salvò un ebreo e, con esso, un poco della sua e della nostra umanità.
A Yad Vashem il nome di Angelo Rizzini "Copèto" non c'è. Eppure l'umile artigiano di Magno di Inzino non sfigurerebbe accanto a nomi più celebrati (Perlasca, Wallemberg, Schindler). Certo lui non compì atti estremi, non salvò centinaia di vite, la sua impresa non fu romanzesca. Eppure, in perfetta semplicità, "Copèto" nascose per un anno e mezzo a casa propria una donna e il figlio adolescente braccati sapendo, in cuor suo, che metteva a rischio tutta la propria famiglia: la moglie Caterina, le giovani figlie Maria, Lina e Lucia (il figlio Giovanni era in guerra). E lo sapeva tutta Magno, probabilmente: ai trecento abitanti della frazione di Gardone non era sfuggita la presenza di quella signora distinta, ufficialmente "sfollata" da Bolzano, che però correva a vestirsi da contadina quando girava voce che i tedeschi fossero vicini. Nessuno fiatò. Emma Viterbi (questo il suo nome) e il figlio Paolo ebbero salva la vita e vennero sottratti alla catena di lutti che già aveva ghermito il marito, Guido Dalla Volta, e il loro primogenito Alberto.
La figura di quest'ultimo giganteggia nel libro di Primo Levi "Se questo è un uomo". È lui l'unico eroe positivo del romanzo, uomo "forte e mite" contro cui "si spuntano le armi della notte". La tragedia di Guido e Alberto Dalla Volta è stata ricostruita da Marino Ruzzenenti nel suo libro "La capitale della Rsi e la Shoah". Nuovi particolari toccanti sono emersi dalle carte dell'archivio diocesano grazie al lavoro di Maurilio Lovatti "Giacinto Tredici vescovo di Brescia negli anni difficili". Ma la cosa più illuminante - per semplicità e umanità - è il racconto che di quelle vicende fa una dei pochi protagonisti superstiti: Maria Rizzini figlia di Angelo "Copèto", 88 anni il prossimo marzo, mente lucida e spirito schietto.
"MIO PAPÀ - racconta - faceva gli acciarini per i fucili, aveva l'officina in casa a Magno. Lui conosceva uno di Gardone, un certo Seneci. Un giorno questo, per conto del farmacista di Gardone Malfassi, gli chiese di ospitare due sfollati". La fonte della richiesta non è casuale. Guido Dalla Volta commerciava in prodotti farmaceutici. Dopo il suo arresto, avvenuto l'1 dicembre del '43, il figlio Alberto si recò in Questura offrendosi in cambio del padre per la deportazione in Germania. La polizia arrestò anche lui e consegnò entrambi ai nazisti. Nel frattempo il fratello minore Paolo, ammalato di tifo, venne ricoverato sotto falso nome nella clinica San Camillo. Guarito, lui e la madre vennero avviati da una rete di amici in Valtrompia. A Magno, appunto.
"Non so - dice oggi Maria Rizzini - se mio padre sapeva esattamente chi ospitava. Io penso di sì. A noi non disse mai nulla, forse per paura che ci scappasse una parola. Eravamo giovani. Noi la chiamavamo "siùra Maria": si vedeva che era una signora. A Magno c'erano pochi sfollati di Gardone, venivano su di sera per paura dei bombardamenti. La "siùra Maria" si notava, era distinta".
MADRE E FIGLIO vivono in due stanze di casa Rizzini. "Facevano famiglia a sè. Però lei si fece amica di tante donne del paese. Le piaceva camminare. Aveva la macchina per fare la pasta: la prestava alle donne e le aiutava a usarla. Sapevamo che il marito era stato deportato in Germania, ma capitava a tanti altri. Lei ne parlava spesso. Era preoccupata anche per l'altro figlio, Alberto". Dopo la guerra Emma Viterbi non si rassegnò mai alla perdita del marito e del figlio. Finchè visse apparecchiò ogni giorno un posto vuoto a tavola, muto segno di un'attesa destinata a rimanere incompiuta.
Intanto, dal dicembre del '43 alla primavera del '45, la vita a casa Rizzini scorreva in una calma carica di tensione. Soprattutto per "Copèto" che sapeva. E taceva. "Paolo che aveva sedici anni - ricorda oggi Maria Rizzini - stava quasi sempre in casa a studiare, poi divenne amico di Franco Zoli. Noi abbiamo capito poco per volta chi erano, e il rischio che abbiamo corso, soprattutto quando abbiamo saputo che il suo vero nome non era Maria ma Emma". Con la fine della guerra le strade delle famiglie Rizzini e Dalla Volta si sono separate: "Ci siamo sentiti ancora qualche volta, le ho portato i confetti del mio matrimonio, mi ha mandato un regalo, poi è arrivato il distacco". Emma Viterbi ha proseguito nella sua attesa, i Rizzini hanno cresciuto famiglie larghe e generose. Due anni fa il sindaco di Gardone Michele Gussago ha voluto ricordare quella vicenda, riunendo gli eredi Dalla Volta e Rizzini. "Mi ha anche dato una targa - ricorda Maria Rizzini - C'è scritto "Chi salva una vita salva l'umanità"".
Forse anche per questo, nel giorno della memoria, viene voglia di dire grazie a "Copèto" e alle sue figlie. I "giusti" di Magno.

Massimo Tedeschi

 

 

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