Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

 

CRONACA
Bresciaoggi, Domenica 13 dicembre 2009, pag. 15

 

 

NOVECENTO BRESCIANO. Maurilio Lovatti ha ricostruito le origini della provincia "bianca" attraverso la vita del vescovo che guidò la diocesi dal 1934 al 1964

Storia di Tredici, vescovo degli anni bui

di Massimo Tedeschi

Difese i cattolici avversi al regime, guidò la città il 25 e 26 aprile ’45, preparò la futura classe dirigente Dc. Con altri 5 vescovi disse no al dogma dell’Assunta (*)

Il ruolo della Chiesa bresciana durante il fascismo, negli anni della seconda guerra mondiale, di fronte alle divaricanti richieste di schierarsi con la Rsi o con la Resistenza. E poi nella preparazione di una classe dirigente che assumesse la guida della città e della provincia dopo il collasso del fascismo, nella costruzione di quella vasta rete di organismi e associazioni che hanno plasmato per quasi cinquant'anni la provincia "bianca", nei tempi della guerra fredda.
Maurilio Lovatti, docente di filosofia al Copernico e ricercatore storico, ha scritto pagine fondamentali su questi temi nel suo "Giacinto Tredici. Vescovo di Brescia in anni difficili" edito dalla Fondazione Civiltà Bresciana e giustamente posto nella collana Fondamenta-Fonti e studi di storia bresciana. Il volume di 454 pagine, che si avvale dell'autorevole introduzione (e imprimatur, verrebbe da aggiungere) del vescovo mons. Luciano Monari, offre un nuovo importante tassello a quella storia del Novecento bresciano che un drappello sparuto di studiosi e appassionati - purtroppo slegati fra loro - va ardimentosamente iniziando.
Il lavoro di Lovatti è tanto più lodevole perché si basa su un paziente, ostinato lavoro di studio e analisi delle decine di migliaia di carte del "Fondo Tredici" che l'archivio diocesano ha messo senza riserve a disposizione dello studioso.
GIACINTO TREDICI (1880-1964), filosofo e sacerdote, divenne vescovo di Brescia nel 1934 e lo rimase fino alla morte. La successione a mons. Giacinto Gaggia noto avversario del fascismo (nel '29 fu l'unico vescovo italiano a non partecipare alle elezioni indette dal regime) aprì una fase delicata a Brescia: il successore naturale pareva il suo vicario generale mons. Emilio Bongiorni, avversato però dalle camicie nere che "tifavano" per il clarense Domenico Menna, a loro vicino. Alla sede bresciana pare aspirasse anche Angelo Roncalli, futuro Papa. La scelta cadde invece su Tredici, all'epoca vicario generale di Milano. La sua nomina venne interpretata come un successo del regime, fors'anche perché Tredici - in ciò delegato dal cardinal Schuster - era intervenuto nel '31 in rappresentanza della diocesi ambrosiana all'inaugurazione della stazione centrale di Milano, fiore all'occhiello del fascismo in quegli anni. In realtà Lovatti dimostra e documenta che i rapporti di Tredici col regime a Brescia furono di "dialogo nella fermezza": egli difese sempre i suoi numerosi sacerdoti sgraditi ai ras locali e ebbe parole di elogio solo relativamente ai Patti lateranensi. Viceversa pubblicò con particolare risonanza, sulla stampa diocesana, i pronunciamenti di Schuster contro le leggi razziali.
Il vescovo di Brescia dovette anche affrontare questioni delicate, come quella relativa ai funerali di Gabriele d'Annunzio, le cui opere erano state messe all'Indice. Lovatti documenta che Tredici investì del problema, anzitempo, il segretario di Stato Eugenio Pacelli e, a decesso, avvenuto, anche monsignor Montini. La soluzione individuata, di un funerale religioso ma senza messa, viene superata dai fatti, con le esequie celebrate da mons. Fava parroco a Gardone. Sulla vicenda persino il Sant'Uffizio chiese spiegazioni a Tredici.
Durante la guerra l'episcopio diviene l'epicentro di iniziative volte a formare una nuova classe dirigente post-fascista: basti pensare alle conferenze tenute da Giuseppe Lazzati e Amintore Fanfani. O all'azione di mons. Giuseppe Almici come responsabile di Azione cattolica, i cui quadri dirigenti formeranno il nerbo della Dc.
Tredici, che non era un coraggioso, si trovò a vivere vicende terribili: la mediazione fra gli occupanti tedeschi (guidati in una certa fase da Erich Priebke) e i partigiani, il tentativo di salvare dalla deportazione in Germania sacerdoti e laici antifascisti, i bombardamenti, fino alle giornate del 25 e 26 aprile 1945 quando (collassato il regime e non ancora affermatasi l'autorità del Cln) il vescovo rimase l'unica autorità costituita in città e a lui si rivolsero comandanti di caserma, gruppi partigiani, funzionari del disciolto regime in cerca di direttive.
E se nell'immediato dopoguerra il vescovo e la diocesi continuano a svolgere un'insostituibile opera di soccorso materiale ai bresciani e di pacificazione degli animi, è nella ricostruzione che il vescovo - che aveva scelto il motto "in fide et lenitate" (con fede e dolcezza) - dispiega a tutto campo il suo magistero. Certo, la Chiesa di Tredici è difficilmente paragonabile a quella di oggi: era una Chiesa che vietava ai preti di andare al cinema, che esecrava i balli ma, in occasione delle missioni pastorali in città, era in grado di inscenare una processione con 60mila fedeli. In questa fase non c'è evento politico (la nascita della Dc, delle Acli, della Cisl, le battaglie interne alla "balena bianca") in cui la diocesi non eserciti la sua influenza attraverso mons. Almici, anche se in qualche occasione lo stesso Tredici scende in campo, come nel caso della sfortunata candidatura di Giulio Bruno Togni alla Camera nel '53.
IL VESCOVO-FILOSOFO (di cui Lovatti ricostruisce anche la giornata-tipo, la vita in episcopio con le due anziane sorelle, la sobrietà alimentare, la timidezza di carattere) non manca di scelte coraggiose: nel 1950 è uno dei 6 vescovi (su 1681) che esprimono parere contrario al Papa circa la proclamazione del dogma dell'Assunta. Tredici è anche l'unico vescovo della zona a lasciare campo libero alla predicazione di don Primo Mazzolari. Su terreni meno dogmatici, Tredici avvalla la linea dell'Azione cattolica bresciana contro l'interventismo politico di Gedda, e - dato curioso - chiede (senza successo) al Sant'Uffizio nel 1947 di poter celebrare al sabato una messa per meccanici e piloti della Mille Miglia, impegnati in corsa di domenica.
Ma Tredici dovette occuparsi anche di spinose questioni pastorali. Le carte consultate per la prima volta da Lovatti confermano quello che molti sacerdoti anziani bresciani ricordano circa le raccomandazioni del vescovo Tredici, secondo cui "le cose vere vere sono poche poche". Dalle carte emerge la linea ferma e negativa del vescovo circa le presunte apparizioni mariane a Cossirano di Trenzano, il caso di una veggente di Bienno e sulle visioni di Pierina Gilli di Montichiari, che egli interrogò personalmente.
Lovatti, con acume e affetto, ricostruisce anche l'azione pastorale di Tredici, il suo stile, il suo ruolo nel dibattito filosofico (fu autore di un manuale di storia della filosofia), la sua posizione rispetto al neotomismo, il suo dialogo con Bernardino Varisco. Ne esce uno spaccato di un trentennio di storia bresciana e il profilo di una figura centrale, un pastore che ricevette un onore finora riservato solo a tre personalità: la cittadinanza onoraria di Brescia. Uno uomo profondo e un pastore dolce che legittimamente poteva dire, conversando nel 1960 con mons. Giammancheri: "Io sono il vescovo di tutti, dei comunisti come di quelli dell'AC, del sacerdote che fa il suo dovere e di quello che non lo fa. Per me nessuno finisce mai ai margini della diocesi".

Massimo Tedeschi

 

 

Bresciaoggi, Domenica 13 dicembre 2009, pag. 15

 

(*) per un refuso nel titolo originale trovasi "Immacolata" anziché "Assunta". 

 

 

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

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