Lettere pastorali di mons. Giacinto Tredici, vescovo di Brescia dal 1934 al 1964

 

 

Il matrimonio cristiano fondamento della famiglia

 

 

Nel rivolgervi quest’anno la parola, o dilettissimi figli, nella consueta Lettera Pastorale per la Quaresima, che è uno dei prin­cipali atti del magistero del Vescovo, abbiamo scelto un argomen­to, che, mentre è una parte importante della nostra Fede, con­tiene un complesso importantissimo di doveri della nostra vita cristiana, ed è anche ora di grande attualità, perchè è e sarà oggetto di discussioni e di polemiche. Vogliamo dire il Matrimonio cristiano. Esso è oggetto della nostra fede, perché è una isti­tuzione voluta da Dio, e un sacramento istituito da Cristo e appor­tatore di grazia. E’ la fonte di doveri fondamentali fra i coniugi e fra genitori e figliuoli, che costituiscono la sacra compagine della famiglia e il fondamento della società. E’ argomento di attualità, perchè intorno al Matrimonio si è iniziata già e si continuerà alla Assemblea Costituente italiana una discussione vivace, per il posto che al Matrimonio cristiano ed alle sue prerogative si vorrà dare nella nuova Costituzione dello Stato italiano.

Non saranno cose nuove, ma una dottrina ed una pratica di grande importanza. Vorremmo che le cose apprese qui potessero orientare le intelligenze dei fedeli nelle discussioni sul Matrimonio. E facciamo voti che il Matrimonio cristiano, ben conosciuto nella sua essenza e nei doveri che impone, ritorni ad essere per tutti il fondamento della famiglia cristiana, pur troppo tanto de­caduta in molti, e sappia resistere alle deviazioni che tante volte ne compromettono la santità e la benefica influenza. 

 

IL MATRIMONIO COME ISTITUZIONE NATURALE 

Il Matrimonio è una unione dell’uomo e della donna, ordinata da Dio alla trasmissione della vita, per la conservazione della specie umana.

Una unione stabile, perchè la creatura a cui i genitori danno la vita ha bisogno di tante cose che è incapace di procurarsi da sè, come il vitto, il vestito, la difesa dai pericoli, e nessuno glieli può meglio procurare che i genitori stessi, i quali, mentre ne hanno la capacità, si sentono uniti alla loro creatura da un forte vincolo di amore e da innata sollecitudine. Ad essi quindi spetta la cura del mantenimento, non allo Stato o ad altri se non in supplenza quando i primi non lo possono fare; e non possono essere, come Dio vuole, la provvidenza dei loro piccoli, se non continuando insieme quella consuetudine di vita, che li ha resi idonei a dare la vita. Anzi, la stessa anima che Dio ha creato ed infuso nelle piccole membra dei loro nati, ha bisogno di cure as­sidue e diuturne, perchè possa sviluppare la sua intelligenza, irrobustire la volontà ed avviarla verso la virtù, educare il cuore coi suoi sentimenti. E anche questa funzione educativa così nobile e preziosa, da cui dipende in tanta parte l’orientamento della vita intera, nessuno è meglio indicato a compierla che i genitori, i quali, dopo essere stati gli autori della nuova vita nella sua parte materiale, ne diventano in certo senso gli autori, in collaborazione con Dio, anche nella parte spirituale.

Questo è il Matrimonio nella sua essenza. Prima un vicende­vole atto di volontà dei due sposi, che acconsentono ad unirsi per diventare strumenti di Dio nella formazione di altre esistenze. Poi, conseguenza di quella loro volontà, un vincolo che rimane sem­pre, e li unisce in una intima comunanza di vita.

Così fu inteso il Matrimonio in tutti i popoli civili, come la storia abbondantemente testifica.

Così ci descrive il Matrimonio nella sua prima origine la Sacra Scrittura. Dio presenta al primo uomo la donna formata da lui; ed egli la accoglie, vede in lei un aiuto simile a sè offertogli dal Signore, e pronuncia quella che sarà la legge fondamentale del matrimonio: « L’uomo lascerà il padre e la madre e si stringerà alla sua moglie, e saranno due in un solo corpo » (Gen., 2, 24).

Il matrimonio è una unione fra i coniugi, ordinata insieme al loro vicendevole aiuto e perfezionamento, e alla procreazione ed educazione della prole. Per questo Dio ha dato ai due sessi proprietà e doti distinte e proporzionate, destinate a compiersi ed integrarsi per l’alto fine della loro unione.

Una attrattiva spinge l’uno verso l’altro l’uomo e la donna; la promessa vicendevole che forma il vincolo matrimoniale è preceduta e seguita da un forte sentimento di affetto, quale si richiede per incontrare insieme e superare le inevitabili difficoltà della vita. Un altro fortissimo e tenero amore, di cui non esiste l’eguale, ispirato ad un alto sentimento di dedizione e di sacrificio, nasce nei genitori verso i figli generati da loro, nei quali, mentre vedono una continuazione della loro stessa personalità, tro­vano la fonte di un forte senso di responsabilità, di dolcezza, di sollecitudine. Qualità sapientemente distribuite dalla natura si integrano a vicenda nella psicologia dei coniugi. Forza, costanza, riflessione, iniziativa, sono le doti che ordinariamente l’uomo por­ta al matrimonio. La donna, destinata ad essere la madre e la regina della casa, vi porta le sue qualità caratteristiche, che sono principalmente: dolcezza, sentimento, intuizione, cura della casa e delle piccole necessità della vita, generosità nel sopportare il dolore.

Tutto questo insieme di disposizioni, quando sia conservato secondo le inclinazioni della natura, e non v’entri il traviamento portato da mancanza di buona volontà e dalla colpa, serve me­ravigliosamente a cementare l’unione del matrimonio, vera unione di anime oltre che di corpi, che prepara ad entrambi il conforto nelle vicende della vita, siano liete o tristi, ed un dolce e caldo nido alle creature che nasceranno dall’amore di quei due esseri così fortemente uniti. 

 

IL MATRIMONIO SACRAMENTO

 

Quello che abbiamo fin qui descritto, è il Matrimonio come è voluto dalla natura, cioè da Dio che è l’autore della natura.

Ma nel Matrimonio cristiano c’è qualche cosa di più. Il Matrimonio fra i cristiani è stato da Cristo Signore innalzato alla dignità di Sacramento.

E’ questa dottrina di fede, contenuta nell’insegnamento di San Paolo, che dà alla unione matrimoniale un carattere sacro, nella significazione della unione feconda di grazia di Cristo e della Chiesa. I Padri e Dottori della Chiesa l’hanno poi insegnata concordemente, ed il Concilio di Trento ne ha fatto oggetto di una esplicita definizione dogmatica: «Se alcuno dirà che il matrimonio non è veramente e propriamente uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo Signor Nostro, ma che fu inventato nella Chiesa dagli uomini, e che non conferisce la grazia, sia scomunicato » (Conc. Trid., sess. XXIV, can. 1).

Questa dottrina del Matrimonio sacramento deve essere intesa, non nel senso che nel Matrimonio dei cristiani si contengano come due cose distinte, il contratto matrimoniale colle sue carat­teristiche sopra indicate, a cui si aggiunga, come una benedizione che gli venga dal di fuori, il sacramento; ma nel senso che è lo stesso matrimonio contratto naturale, che per i cristiani è stato da Gesù Cristo elevato alla dignità di sacramento. Cosicchè non v’è matrimonio valido fra i cristiani, se non il sacramento.

Per questo insegnano comunemente i teologi che ministri del sacramento del Matrimonio sono gli stessi sposi, perchè sono essi che col loro consenso costituiscono il contratto matrimoniale. La Chiesa però giustamente ha stabilito che perchè il sacramento del Matrimonio sia valido si richiede la presenza del parroco o altro sacerdote delegato; sia per la dignità del sacramento, sia perchè se ne possa avere legittima e pubblica testimonianza, trat­tandosi di un atto di tanta importanza privata e pubblica.

Per questa identità fra il Matrimonio come contratto naturale e come sacramento, si comprende perchè la Chiesa abbia riprovato fra i cristiani il così detto matrimonio civile, celebrato cioè davanti l’ufficiale di stato civile, in nome della autorità dello Stato.

Esso venne introdotto in molte legislazioni moderne, in nome di quel laicismo, che ostenta di non tener conto, nell’ordinamento della cosa pubblica, di Dio e delle istituzioni che da lui derivano, come è la Chiesa col suo ordinamento e la sua legislazione. Pretesa che non è giusta e ragionevole. Lo Stato non è il creatore della natura umana, ma la trova già costituita, ed egli deve tenerne conto, per tutelarne i diritti e garanti re una ragionevole li­bertà nell’esercizio dei medesimi. Per conseguenza, in una nazione cristiana, dove i cittadini sono in maggioranza cristiani, lo Stato non deve ignorare che per essi il Matrimonio, con tutta la sua struttura, i suoi diritti e i suoi doveri, è, per volontà di Dio per la persuasione dei cittadini stessi, il sacramento. Di conseguenza non deve violentare la loro coscienza, non riconoscendo quello che per essi è il vero matrimonio, per sostituirne un altro, come si è voluto fare colla introduzione obbligatoria del matrimonio civile. Invece lo Stato riconosca al sacramento, cioè al matrimo­nio religioso, il suo valore anche per gli effetti civili che sono la conseguenza del matrimonio. Così si è fatto col Concordato fra l’Italia e la Santa Sede. E i cattolici italiani vogliono che esso sia mantenuto, come corrispondente alla loro coscienza cristiana.

L’essere stato il Matrimonio elevato alla dignità di sacramento contribuisce evidentemente al innalzare nella coscienza dei cristiani il concetto della sua dignità; esso merita per questo tanto più di rispetto. Esso esige che vi si prepari bene, portandovi una vita onesta e pura, non sciupata dai disordini e dalla colpa. Esso esige ancora che anche dopo celebrato il matrimonio, l’unione coniugale non sia profanata colla infedeltà od altri disordini che pur troppo spesso vengono a contaminare la famiglia.

E mentre innalza la dignità del Matrimonio, il sacramento è garanzia di speciali aiuti di Dio. La dottrina cristiana ci insegna che i sacramenti danno a chi li riceve degnamente la grazia o l’au­mento della medesima; ed oltre la grazia santificante, anche la grazia sacramentale, cioè aiuti speciali da parte di Dio per il fine a cui il sacramento è indirizzato, quindi, nel caso nostro, perchè i due sposi possano vivere bene la loro vita coniugale, anche in mezzo ai pesi e ai dolori che essa può portare. Che conforto per due giovani che cominciano davanti all’altare la loro vita in co­mune che durerà sempre, il pensiero che essi la cominciano colla benedizione di Dio, e questa benedizione, cogli aiuti corrisponden­ti, non mancherà mai, se essi si manterranno degni del sacramento!

 

LE PROPRIETA’ DEL MATRIMONIO: L’UNITA’

 

Proprietà del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità. Esse danno al Matrimonio la sua caratteristica compagine, così da ren­derlo idoneo alla sua altissima funzione di compimento dell’uomo e della donna, e di conveniente propagazione della vita.

L’unità consiste nell’essere il matrimonio l’unione di un solo uomo con una sola donna. Così ci viene presentato il Matrimonio fino dalla sua prima istituzione, nelle prime pagine della Bibbia, colle parole pronunciate da Adamo che abbiamo già citato: « L’uomo aderirà alla sua moglie, e saranno due in un solo corpo» (Gen., 2, 24).

Vi furono poi molte deviazioni da questa prima concezione unitaria del Matrimonio, e la poligamia fu ammessa per molto tempo anche nel popolo ebreo, tollerata da Dio come un minor male per circostanze speciali in cui quel popolo venne a trovarsi. Ma Gesù Cristo, mentre, come abbiamo detto, innalzò il Matrimonio cristiano alla dignità di sacramento, lo ricondusse definitivamente alla sua prima unità. Ed ora, salvo che fra i mussulmani, che ancora ammettono la poligamia, non vi è popolo civile che la accolga nelle sue istituzioni.

E difatti, è facile vedere che solo nella unità del Matrimonio si possono normalmente salvare e l’uguaglianza dei coniugi, e la dignità della donna, e quella stretta unione di animi, che può rendere pacifica e gioconda la convivenza matrimoniale, e più idonea alla educazione della prole.

Ma nell’insegnamento evangelico l’unità non ha soltanto un valore giuridico, colla esclusione di un molteplice vincolo matrimoniale fra un uomo e più donne e viceversa. La legge evangelica esclude anche qualunque rapporto dell’uno o dell’altro coniuge con altre persone; anzi estende la unità propria del Matrimonio anche agli affetti, fino a dichiarare colpevole ogni compiacenza ed ogni desiderio che non sia verso il proprio sposo o la propria sposa. « Voi avete udito, disse il Maestro, che fu detto agli antichi: Non commetterai adulterio. Io invece dico a voi: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già in cuor suo commesso adulterio con lei » (Matt., 5, 27-28).

Figli miei, pensate la portata della unità del Matrimonio cristiano così intesa come il Vangelo la prescrive: non solo unità giuridica, ufficiale, ma unità di sentimenti, di affetti, di quello cioè che vi è di più intimo nella vita dei due sposi, in tutto il loro essere. Qui vediamo la caratteristica del Cristianesimo, che non è solo una legge o una consuetudine di rapporti esteriori, formalistici, ma investe l’uomo tutto intero, per innalzano ad una perfezione che invano cercheremmo in qualunque altra dottrina.

Questa proprietà del Matrimonio, questa legge con cui Dio l’ha voluto ordinare, circonda il Matrimonio di una aureola di purezza e di dignità. Gli impone una disciplina severa, ma col risultato di dare veramente agli sposi il possesso completo vicendevole di sè. E così, con confluire di tutte intere le sue personalità ad una vita veramente comune, fa del Matrimonio l’istituto veramente più adatto per l’altissimo scopo a cui è ordinato: il conforto vicende­vole nelle ore liete e nelle tristi della vita, e l’educazione dei figli, alla quale entrambi si donano, in una intima completa collabora­zione di idee, di sentimenti, di sforzi.

Pur troppo, come sono diverse da questo ideale tante unioni matrimoniali, anche nei nostri paesi cristiani! Unioni di un uomo e di una donna, perchè nè il parroco nè il sindaco ammetterebbero alla celebrazione del matrimonio chi non potesse dimostrare convenientemente il suo stato libero. Ma poi quante infedeltà, quante passioni illecite coltivate e mantenute in segreto, e molte volte anche pubblicamente, con pubblica offesa ai diritti del coniuge ed alla pubblica moralità!

Triste scuola di questa violazione della santità del Matrimonio sono il romanzo, il teatro, il cinematografo, che troppo spesso si compiacciono di presentarla come la vita reale, normale, infiorata dai lenocini dell’arte, esaltate come il trionfo della abilità, del sentimento. E i giovani che si preparano al matrimonio, i fanciulli stessi che apprendono le prime nozioni della vita, imparano, si direbbe, prima la deviazione che non la regola della onestà del matrimonio, che è tanta parte della onestà della vita individuale, familiare, sociale.

Di quando in quando avviene, ed ora pur troppo con una frequenza impressionante, che l’infedeltà, che è un delitto, conduca ad un altro delitto, l’assassinio. Tutti ne siamo stati inorriditi; ci siamo domandati come si sia potuto arrivare a tanto. Pur troppo è l’aria che si respira: un’aria satura di passioni sfrenate e di violenze, che penetra anche nel focolare domestico.

E’ dovere di tutti di tenere alta e circondare di tutto il rispetto come una cosa santa ed essenziale alla vita, la santità del Matrimo­nio, fondata sulla sua unità in tutto il più ampio senso della pa­rola: unità di vincolo, di rapporti, di affetti. Tale è il Matrimonio cristiano. Ad esso bisogna ritornare decisamente, se vogliamo salvare la famiglia e la civiltà. 

 

L’ INDISSOLUBILITA’

 

L’altra proprietà del Matrimonio è l’indissolubilità. Unione dei coniugi per tutta la vita, che soltanto la morte può spezzare.

L’indissolubilità come l’unità, è una proprietà del Matrimonio anche considerato allo stato naturale, cioè prescindendo dalla sua dignità di sacramento. Lo insegna ancora la Sacra scrittura, colle parole già citate poste in bocca ad Adamo, dove si parla della unio­ne più salda che si possa pensare: saranno due in un sol corpo.

Questa chiara affermazione non impedì però che, come si è detto per la poligamia, anche nel popolo ebreo, come in altri popoli, si introducesse lo scioglimento del Matrimonio, cioè il divorzio.

Ma Gesù Cristo condannò definitivamente questa infrazione della legge primitiva del Matrimonio, e lo ricondusse alla indissolu­bilità. Riferisce il Vangelo di S. Marco: « Vennero dei Farisei e gli chiesero se fosse lecito ad un marito ripudiare la propria moglie. Egli domandò loro: che cosa vi ha comandato Mosè? Risposero: Mosè ha permesso il libello del ripudio e di rinviarla. Gesù replicò loro: Fu per la durezza del vostro cuore che egli scrisse per voi questo precetto. E richiamando la prima istituzione al principio del mondo, concluse così: «L’uomo dunque non separi quello che Dio ha congiunto». E poi ritorna sull’argomento commentando; « Chi ripudia sua moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio con questa, e se una donna ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio » (Marc., 10, 2-12)[1].

La legge della indissolubilità può sembrare dura. Gli Apostoli stessi, abituati alla mentalità divorzistica degli Ebrei, ne ebbero questa impressione quando la udirono pronunciare dalla bocca del maestro. Ma la dottrina cattolica, e del resto anche una sana so­ciologia, trovano valide ragioni per l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, ragioni che sono accennate dai Pontefici Leone XIII e Pio XI nelle loro magistrali encicliche sul Matrimonio.

L’indissolubilità infatti è voluta dalla donazione completa di sè che fanno gli sposi, e che non potrebbe essere tale colla prospettiva di una possibile interruzione. Solo l’indissolubilità infatti può dare ai coniugi quella sicurezza di comprensione e di mutuo aiuto, anche a lunga scadenza e di fronte al bisogno, senza di cui la società intima del matrimonio mancherebbe di solido fondamento.

L’indissolubilità è una salda difesa della fedeltà coniugale, contro le facili tentazioni dei sensi, a cui più facilmente si potrebbe essere indotti a consentire dalla prospettiva della possibilità di rompere il vincolo che lega al coniuge. Per cui si può dire che il divorzio, che a scopo di propaganda viene presentato come un correttivo alle infedeltà coniugali, ne è invece un forte ed efficace incentivo.

L’indissolubilità difende la dignità della donna, che più si troverebbe compromessa quando fosse abbandonata, dopo d’aver dato al marito la miglior parte di sè, colle sue qualità ed attrattive migliori, che naturalmente sono venute meno col tramontare della gioventù e coll'avvicinarsi della età matura e della vecchiaia coi suoi incomodi e i suoi bisogni.

Ma principalmente appare la necessità del Matrimonio indis­solubile per la sorte dei figli, il loro sostentamento e la loro educazione: opera questa piena di gravi doveri e difficoltà che richiede per lunghi anni l’opera associata del padre e della madre; mentre il fatto stesso della separazione dei genitori, della loro discordia e della formazione di altre famiglie per opera loro; non può non influire sinistramente a scuotere la loro fiducia in essi, e al formarsi nelle tenere giovinezze di una concezione pessimistica della famiglia, del matrimonio, della vita.

Finalmente, l’allentarsi della compagine delle famiglie, e l’in­centivo dato dal divorzio alla scostumatezza, non può non nuocere alla pubblica moralità ed alla saldezza e buon ordine della compagine della società civile.

 

LE OBIEZIONI DELLA PROPAGANDA DIVORZISTICA

 

La propaganda in favore del divorzio, che si è fatta con insistenza in altri tempi anche in Italia, e che spunta qua e là anche ora fra noi, nonostante una certa tattica di prudenza per motivi d’ordine vario, si appoggia specialmente su casi pietosi, facili ad attirare la commiserazione del sentimento ed a fargli invocare qualche temperamento alla indissolubilità, come una necessaria liberazione da una condizione di cose troppo penosa ed impossibile a sopportarsi.

Si citano i casi della lunga lontananza di un coniuge, e della prigionia perpetua o diuturna per delitti commessi, o di infedeltà e discordia insanabile, di violenze e percosse, e cosi via. Come si può pretendere, si dice, che rimanga sempre il vincolo matrimoniale in simili condizioni? e che utile potrebbe avere, in simili casi, una convivenza forzata? E perchè impedire ad un uomo o a una donna che si vedono così impossibilitata una tranquilla convivenza coniugale, di poter farsi una nuova famiglia, di cui pure sentono la necessità nella vita?

Come abbiamo detto, questi casi possono facilmente impressionare, tanto più quanto vengano prospettati abilmente, in modo da toccare il sentimento. Ma al di sopra del sentimento sta la ragione, che deve esaminare le cose in relazione ai principi che reg­gono le vicende umane e gli istituti della umana convivenza. In­taccare un principio può voler dire sopprimere la base di un ordinamento e di una istituzione, ed aprire la via a tanti e gravi in­convenienti. Nèl caso nostro, abbiamo una istituzione, il matrimonio, di una importanza massima per la vita familiare e sociale, e d’altra parte, estremamente delicata, perchè si fonda sulla armonia di due esseri liberi, di cui ciascuno ha la propria personalità. Vi sono molti elementi che possono influire sulla convivenza che forma l’essenza del matrimonio. Esso ha bisogno di una base solida, che resista ai coefficienti disgregatori delle passioni e dell'ambiente. Questa base, naturalmente parlando, è la indissolubilità. Aprite una breccia in questa rocca forte, ed essa tenderà fatalmente ad allargarsi. La possibilità di ottenere un divorzio solleverà passioni sopite, che senza di essa si sarebbero facilmente contenute.

La storia ha abbondantemente confermato questa fatale tendenza. Il divorzio, ammesso nelle legislazioni come una eccezione, per i pochi casi di situazioni impossibili (così s’è sempre detto nella propaganda e nei discorsi dei Parlamenti), è sempre e velocemente cresciuto in numero, fino a prendere proporzioni spaventevoli per la compagine dell’istituto familiare. Per citare un esempio, in Francia si è introdotto per legge il divorzio nel 1884, nonostante gli ammonimenti del Papa Leone XIII nella sua enciclica sul Matrimonio pubblicata nel 1880, che aveva segnalato le prevedibili conseguenze di quella legge. I sostenitori del divorzio dicevano il contrario: il divorzio avrebbe sciolto i matrimoni male assortiti che attendevano una soluzione, poi si sarebbe rientrati nella normalità. I fatti invece furono questi. Mentre nel 1883 si aveva in Francia una media annua di circa 700 separazioni legali, che sembrava potessero rappresentare la somma dei matrimoni infelici in cui la convivenza sembrava impossibile, nell’anno seguente, colla nuova legge del divorzio, mentre le separazioni non diminuirono, si ebbero subito 1675 divorzi, e questi, con una continua corsa ascendente, arrivarono nel 1921, quindi dopo 37 anni, al numero di 32.557, mentre la natalità diminuiva spaventosamente.[2]

Queste cifre, ed altre simili che si potrebbero portare, sono ammonitrici: « La gente divorzista è una sirena seduttrice, che invita al divorzio anche i pacifici coniugi; una tentazione permanente, un miraggio che rende gravi ed irreparabili anche gli screzi più modesti nella vita dei due coniugi... In America, dove la legge ammette il divorzio, tutta un fioritura di agenzie favorisce la rottura matrimoniale, montando i pretesti con arte causidica, e trasformando le parole meno offensive in ingiurie sufficienti per permettere a lui o a lei di chiedere il divorzio, da cui convolare a nuove fittizie unioni, una più sterile dell’altra.[3]

Che dire allora dei casi pietosi sopra ricordati, per i quali il divorzio sembra un rimedio a situazioni troppo dolorose, insopportabili?

Rispondiamo che la vita, in ogni campo, ha le sue gioie e le sue asprezze; e l’uomo consapevole, e tanto più il cristiano, deve essere disposto a godersi onestamente le une, e a sopportare digni­tosamente le altre. Così avviene nel Matrimonio. Normalmente esso e ordinato, oltre che al fine della propagazione della vita, anche ai conforto vicendevole ed al perfezionamento degli sposi. Ed ordinariamente questi scopi essi li conseguiscono, specialmente se si preparano convenientemente al matrimonio, e sanno coltivare in sè quelle virtù di amore, fedeltà, mutua sopportazione, che fanno evitare o subito sopprimere gli inconvenienti della vita comune. D’altra parte, come abbiamo detto, mentre la consapevolezza della indissolubilità del matrimonio aiuta a contenersi nei limiti dai quali deriva una relativa felicità, la visione della possibilità dello scioglimento del matrimonio serve fatalmente ad aumentare, esasperandole, le circostanze che rendono infelice la vita coniugale. La retta ragione suggerisce quindi che bisogna tollerare i casi sin­goli di infelicità, che rappresentano l’eccezione, per non compro­mettere nei più la compagine della vita matrimoniale e moltiplicare le infelicità e le dannose conseguenze. La fede e la virtù cri­stiana saranno qui un valido aiuto.

Si noti poi che in caso di convivenze rese troppo difficili e penose per gravi offese e violenze insopportabili, la legge divina, come quella umana, ammette un rimedio, che, senza risolvere appieno il caso doloroso, ne attenua le conseguenze più gravi. Questo rimedio è la separazione personale, che può essere volontaria od anche sanzionata dalla legge, che, riconoscendone il motivo, entra a disciplinare i rapporti d’ordine materiale ed economico e in ordine alla educazione dei figli. Rimedio doloroso, che autorizzando la separazione mantiene il vincolo. E rimedio che non solo non esclude la riconciliazione ed il ristabilimento della vita comune, ma se lo propone come un fine possibile a raggiungere, quando la temporanea separazione abbia attutito le asprezze ed i rancori.

La propaganda divorzistica suole affermare che la Chiesa si contraddice, ed aggiunge, a scopo di speculazione, perchè mentre afferma l’indissolubilità del matrimonio, pronuncia frequentemente sentenze di annullamento del medesimo. Ora qui c’è un equi­voco, quando non sia da dirsi malafede. La Chiesa proclama l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto e portato al suo perfezionamento; e la mantiene, cosicchè la stessa autorità suprema del Papa si ritiene incompetente a disgiungere quello che Dio ha congiunto. E la storia ricorda la fermezza con cui i Papi resistettero alle pretese di uomini potenti e di principi, rifiutando il divorzio, anche a costo di incorrere nella loro ira. Basti ricor­dare Enrico VIII re d’Inghilterra, quando il rifiuto del riconosci­mento del divorzio del voluttuoso monarca ebbe per triste conseguenza la perdita della Chiesa Inglese, separatasi dalla unione colla Chiesa Romana, e Napoleone, a cui venne dal Papa negato il riconoscimento del divorzio, nel momento della sua massima po­tenza.

Quello che la Chiesa qualche volta fa, non è l’annullamento di un matrimonio valido, ma il riconoscimento, dopo un’indagine fatta con tutto il rigore di un procedimento giudiziario, della esistenza di un impedimento, prima ignorato, per cui al momento stesso della celebrazione, il matrimonio era stato invalido. Non dunque annullamento, ma dichiarazione di nullità iniziale.

I DOVERI DEL MATRIMONIO

 

Perchè il Matrimonio corrisponda al suo ideale stabilito da Dio, Egli da parte sua non rifiuta l’aiuto della sua grazia, e per questo ha fatto del Matrimonio un sacramento. Ma ha data al Matrimonio una legge, perchè gli sposi ci si conformino, portando al bell’edificio la loro ‘volonterosa cooperazione. Il Matrimonio ha quindi i suoi doveri, che rappresentano la garanzia della sua buona riuscita.

 

1. Primo dovere è la fedeltà. Come già abbiamo visto, la fedeltà è l’attuazione pratica della unità, che è proprietà essenziale del Matrimonio, perchè essa non si riduca ad una formalità esteriore ed apparente, ma sia una realtà vera ed intrinseca. Nella donazione reciproca di sé che due giovani vite fanno unendosi in Matrimonio, è implicito che nessuna altra creatura verrà a porsi in mezzo a loro, per dividerli, sottraendo a loro quell’affetto che deve formare il più bell’ornamento e la più intima gioia della unione giurata davanti all’altare.

Fedeltà che deve essere reciproca, come eguali sono i diritti dei due coniugi ed una donazione che deve essere completa, senza riserve. La morale cattolica del Matrimonio è la medesima per i due sposi; non ammette l’ingiustizia e la finzione così comune nel mondo, che condanna la donna infedele e permette all’uomo che si prenda tutte le libertà.

Fedeltà che deve essere difesa contro le insidie di perversi corteggiatori che speculano sulla debolezza o sulle facili delusioni che possono incontrarsi nella vita matrimoniale, e contro le sorprese dei propri sensi e del proprio cuore, non sufficientemente formato alla austera scuola del dovere.

In una insuperata pagina di poesia, in cui la Sacra Scrittura fa il magnifico ritratto della donna forte, le si fa questo elogio: «Confidit in ea cor viri sui: il cuore del suo sposo si affida a lei» (Prov. 31, 11). Fate che altrettanta fiducia il cuore della sposa possa trovare nel suo sposo, ed il matrimonio sarà un edificio sicuro, tranquillo, giocondo.

 

    2. Secondo dovere, l’amore, ugualmente vicendevole e perenne. E’ l’amore che fa della fedeltà non un giogo pesante, servile, ma una amicizia vera lieta delle più belle soddisfazioni.

«Diligite uxores vestras: amate le vostre mogli» (Efes., 5, 25), ammonisce i mariti l’Apostolo, e fa così un precetto, un dovere sacrosanto, di quello che è stato un sentimento spontaneo, sentito, coltivato, che ha condotto gli sposi all’altare.

Guai ai matrimoni fatti solo per interesse, per calcolo, e senza amore. Mai persona saggia li potrà consigliare: vorrebbe dire un legame freddo, pesante, forse odioso, che conserverebbe tutti i pesi del matrimonio, privandolo del più bel conforto, che rende lievi anche i pesi, dolci e desiderati i sacrifici.

Dio ha messo già nella natura questo sentimento. Ma deve essere coltivato, ispirandolo ai principi che ci vengono dalla fede. Non sia solo un amore di sensi, una passione fondata sulla bellezza e sulla compiacenza materiale: passione, compiacenza, bellezza, che sono destinate a scomparire coi passare degli anni, colle vicende della vita. Sia invece un amore che, senza escludere le attrattive dei sensi, si fondi specialmente sulla stima vicendevole, sul desiderio di bene: voler bene, come si esprime il nostro linguaggio semplice e spontaneo, che non cerca le sue frasi nelle pagine artificiose e sentimentali dei romanzi. L’amore così inteso non è l’amore egoistico che cerca più che altro la propria soddisfazione, ma l’amore vero, altruistico, che cerca il bene della persona amata. E’ l’amore che è virtù, che Dio benedice, perchè si ispira al comando generale che Cristo ci ha fatto di amarci gli uni gli altri. Questo amore gli sposi chiederanno a Dio, perchè lo conservi sempre in loro anche nei momenti critici della vita, quando più forte ne è il bisogno; anche quando uno dei due mancasse, si rendesse meno pregevole, ma non meno oggetto di un amore giurato davanti a Dio, diventato un dovere.

Con un amore simile il Matrimonio diventa un conforto, una scuola ed esercizio di virtù. 

    3. Doveri che derivano dall’amore così inteso e ne sono la salvaguardia, sono: la mutua comprensione, che cerca di conoscere i gusti, le preferenze, l’anima tutta intera dello sposo o della spo­sa, cosicchè nulla vi sia in essi di nascosto, e ciascuno sappia tro­vare la via dell’anima dell’altro, non solo per piacergli, ma per fargli del bene; — e la sopportazione, che sappia dissimulare e compatire i difetti dell’altro, per non mostrarsene offeso, e invece compiere vicendevolmente un’opera prudente, spontanea, delicata, di correzione e di perfezionamento. 

4. Tutte queste finezze della vita intima coniugale, così atte ad innalzarne il tono ed a renderla un giogo soave, gli sposi cristiani le troveranno e le coltiveranno nella pratica della pietà, nella preghiera fatta in comune, la preghiera di due cuori che si amano in Dio e a Dio chiedono l’aiuto per contenersi bene nelle vicende, che qualche volta possono essere le asprezze della vita. 

5. A questi doveri che riguardano le relazioni dei coniugi in ordine alla loro convivenza quotidiana, aggiungeremo, solo accennandolo, il dovere di usare onestamente del matrimonio, rispettando la finalità che Dio ci ha dato, di trasmettere la vita, non abbassandolo ad una semplice, egoistica soddisfazione materiale. 

    6. Quando poi Dio avrà benedetta l’unione, allietandola di nuo­ve esistenze che vengono in certo modo a riprodurre e continuare la personalità dei genitori, questi sentano tutta la grandezza e la dignità della missione ricevuta, e forti di quel nuovo amore, po­tente, disinteressato che hanno sentito nascere nella loro anima verso le loro creature, dovranno far di tutto, non solo per provvedere ad esse il necessario per vivere, ma anche e più per formare le loro anime al bene e disporle ad affacciarsi ben preparate alla vita. Dovere sacrosanto che è anche un diritto a cui essi non pos­sono rinunciare, anche quando, per necessità di cose, dovranno affidare ad altri l’istruzione dei loro figliuoli. E adempiranno que­sto dovere così pieno di responsabilità, conservando puro, illibato, ripieno di un caldo ed onesto senso di amore e di gioia l’ambiente familiare dove i nuovi germogli devono svilupparsi; mostrandosi essi stessi in ogni cosa esempio di quelle virtù a cui quelli dovran­no formarsi; conservando aperta la loro giovane anima, perchè essi vi possano entrare con amore, con pazienza, con comprensione, a coltivarvi i germi delle virtù cristiane e civili; e vegliando con ogni cura perchè l’ambiente esterno in cui i giovani figli verranno a trovarsi sia tale da non ostacolare, anzi per quanto è possibile aiutare l’opera educatrice dei genitori.

Solo così il Matrimonio risponde alla sua funzione, ed è veramente santo, sacramentum magnum. 

 

LA PREPARAZIONE AL MATRIMONIO

 

A questo atto grande e pieno di responsabilità, che diventa poi uno stato di vita destinato a durare sempre, è evidente che i giovani si devono preparare. E si può dire che dalla mancanza di una conveniente preparazione dipende in gran parte il fatto che pur troppo tanti matrimoni non hanno una buona riuscita.

Pur troppo è nelle abitudini e nello spirito de] mondo che la gioventù si prepari al matrimonio con una vita licenziosa, fatta di tristi esperienze, spesso di cadute vergognose. E gli incentivi sono molteplici e seducenti. E si usa tutti scusare; la gioventù « si diverte », si dice con un triste eufemismo; quando non si va anche all’estremo di considerare la licenziosità come una esperienza che prepari al matrimonio.

La concezione cristiana della vita condanna severamente un si­mile modo di pensare. La preparazione al matrimonio è una cosa seria, come cosa di altissima serietà è il matrimonio. Senza togliere alla giovinezza quella giocondità, qualche volta, se volete, anche spensierata, che le è propria, essa però deve trovare nella coscienza del proprio dovere e dei propri destini la persuasione della necessità di una preparazione al matrimonio adeguata alla importanza del medesimo.

 

1. Prima preparazione al matrimonio, lo diciamo con franchez­za, è la purezza. Il giovane e la giovane cristiana devono ricordarsi che le inclinazioni che essi sentono in sé hanno da Dio una desti­nazione alta, importante nel matrimonio. Non è lecito profanarle con intemperanze e soddisfazioni che la purezza cristiana condanna. Mortificandole convenientemente quelle inclinazioni, si formeranno un dominio di sè e dei propri sensi, che, oltre dare un contenuto più spirituale al loro amore ed alla loro vita presente, gioverà loro per sapere bene a suo tempo compiere i doveri del matrimonio, che ha anch’esso i suoi pericoli, e le sue esigenze di temperanza e di mortificazione.

Portate dunque, o giovani, al Matrimonio una giovinezza pura, sana nel corpo e nello spirito, non una giovinezza sciupata, che oltre macchiarvi di colpa, non vi meriterebbe le benedizioni di Dio, e potrebbe portare nel vostro matrimonio tristi conseguenze.

 

2.        Conoscano i fini e doveri del Matrimonio. Imparino da chi può parlare a loro in nome della esperienza della vita, che il Matrimonio non è un divertimento, o un mezzo legale per essere licenziati ad una vita più libera, spoglia di ritegno e di doveri. Impareranno invece che il Matrimonio è un dovere, un dovere sacro, a cui Dio ha congiunto delle soddisfazioni che devono essere il premio del dovere compiuto: dovere non soltanto di qualche solenne parata o di circostanze straordinarie della vita, ma di tutti i giorni, nelle grandi o piccole vicende della vita familiare, colle difficoltà dei caratteri, colle strettezze economiche. A questo dovere, spesso ignorato, umile ma continuo, bisogna prepararsi abituandosi alla austerità del sacrificio: sacrificio dei propri gusti, sacrificio dei propri sentimenti impulsivi, sacrificio di tutta una vita spesa per rendere felici gli altri, specialmente il coniuge e i rampolli che nasceranno.

 

3.  Si preparino i giovani studiando i propri difetti, special­mente del carattere, per correggerli, per saperli dominare. Quante volte a preparare il disagio, forse la tragedia familiare, sono stati proprio questi difetti, che producono l’incomprensione, provocano reazione e discordie, e tendono a rendere insoffribile un giogo con­tratto nella poesia dell’amore.

 

4. E non disdegnino i giovani, per una cosa di tanta importanza che decide per la vita, il consiglio di chi può mettere a loro disposizione il proprio senno, il proprio amore, la propria espe­rienza. E i primi consiglieri forniti dalla Provvidenza sono i geni­tori. Questi, nella loro saggezza e nel loro amore, non dovranno dimenticare che in questo affare non debbono badare al proprio vantaggio, ma alla vera felicità dei figli, felici di dare, colla vita, tutto il resto, senza nulla pretendere. Non possono quindi sostituire in questo caso la propria volontà a quella dei figli, che si scelgono liberamente la propria strada. Ma i figli ordinariamente tengano conto della parola di chi li ama e pensa al loro avvenire, e vorrebbe assicurarlo per quanto è possibile fortunato.

 

5. Nei loro convegni i fidanzati sappiano contenersi e rispet­tarsi a vicenda, cercando di studiarsi con schiettezza nei loro caratteri, nelle abitudini e nei propositi, in ordine al problema della futura convivenza quotidiana, per saper prendere in tempo una deliberazione che sia frutto di sana prudenza. E, senza trascurare quelle che saranno le necessità della vita, abbiano di mira, più che la ricchezza e la bellezza fisica, la virtù e l’attitudine alla convivenza familiare.

 

6.       Finalmente i giovani cristiani, in cosa di tanta importanza e sempre piena di incertezze, invocheranno l’aiuto di Dio, che li consigli, li indirizzi, li sostenga. Il loro inginocchiarsi davanti all'altare per pronunciare il «sì» che li lega per tutta la vita e per avere la benedizione di Dio, deve essere il coronamento di altre preghiere frequenti e devote, fatte talvolta in comune, come i due sposi descritti nel libro di Tobia (Tob., 8, 7-10), e più spesso nella intimità della propria coscienza. E questo spirito di preghiera li deve indurre a considerare l’affare del loro matrimonio alla luce di Dio: una luce tanto più alta di quella dell’ interesse o della passione.

Ecco, o figli dilettissimi, per sommi capi, la dottrina della Chiesa intorno al Matrimonio, e gli avvertimenti della morale cristiana perchè esso riesca davvero ad un risultato corrispondente alle sue altissime finalità, saldo fondamento della famiglia cristiana. Pensate a queste fondamentali verità, e guardatevi da chi volesse allontanarvi da esse, nella pratica della vita privata o negli ordinamenti della vita pubblica. Volesse il Signore che il rispetto alla santità del Matrimonio portasse ad un miglioramento della vita, che tende a cadere così in basso.

Intanto vi auguriamo, col buon proseguimento della Santa Quaresima coi suoi richiami austeri, una santa Pasqua. Che essa sia per tutti noi l’occasione di provvedere alla nostra coscienza, attingendo dalla partecipazione ai Sacramenti un forte risveglio di vita cristiana.

Il  Signore ci benedica tutti, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Brescia, 23 febbraio 1947.

 



[1] Vedi anche Matt., 19, 3-9, Luc., 16, 18. In S. Matteo si ammette t’adulterio come motivo per una separazione, non per un divorzio. 

   [2] Cfr. IGINO GIORDANI, Le Encicliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, 2.a ed. (Edi­trice Studium, Roma), pag. 34. Il libro contiene anche le due Encicliche Arcanum di Leone XIII e Casti Connubii di Pio XI sul Matrimonio cristiano, utilissime a consultarsi. Opportune statistiche e considerazioni sull’aumento dei divorzi nella Svizzera furono pubblicate dalla Liberté di Friburgo e riprodotte dall’Osservatore Romano del 27-28 gennaio 1947. Dal 1900 al 1940 la popolazione della Svizzera è aumentata del 34 per cento; nel medesimo periodo i matrimoni sono aumentati del 38 per cento; i divorzi del 212 per cento. L’Osservatore Romano del 18 gennaio 1947 riferisce una informazione della United Press, secondo la quale ora a Berlino in sei mesi ci sono stati 24.465 casi di divorzio. I divorzi hanno superati i matrimoni di 3429. E giusto tener nota che Berlino si è trovata ora in circostanze specialissime; ma ciò nonostante non si può non vedere in queste informazioni cifre spaventose che indicano una corsa fatale distruggitrice delle famiglie. 

   [3] GIORDANI, 1, c, pag. 34-35.

 

 

 

 

 

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