Lettere pastorali di mons. Giacinto Tredici, vescovo di Brescia dal 1934 al 1964

 

 

Ordine nuovo e vita cristiana

 

 

 

 

 

Nel rivolgervi, come di consueto, la nostra parola nella Pastorale della Quaresima, il nostro pensiero non può prescindere dalle condizioni in cui ci troviamo. Anche quest'anno la Quaresima ci trova in guerra. La Nazione è in armi in uno sforzo grandioso. Molti delle nostre famiglie sono lontani per compiere il loro dovere. Dolori e lutti sono un po' dappertutto, non solo fra noi, ma in tutto il mondo. Che cosa verrà da questa bufera che sconvolge il mondo?
Tutti annunciano un ordine nuovo. E in mezzo ai sacrifici che tutti sopportano, si desidera davvero un ordine di maggior giustizia, in cui a tutti i popoli sia dato il loro posto secondo i bisogni e le attitudini, e ciascuna classe sociale una congrua partecipazione ai frutti del proprio lavoro.
Ben venga questo ordine nuovo. Dio illumini e sostenga i reggitori dei popoli che dovranno assumerne l'enorme responsabilità. Il Santo Padre Pio XII, che nella sua sollecitudine paterna non cerca altro, colla parola e colla preghiera, che affrettare una pace giusta e duratura, che ponga davvero fine alla tribolazione, ha presentato ai governanti ed al mondo intero idee sapientissime, attinte alla dottrina del Vangelo e della Chiesa, come fondamento di una pace e di un ordine ispirato alla giustizia cd alla collaborazione dei popoli.
Nelle nostre preghiere noi non cesseremo di chiedere al Dio della giustizia e della pace, che diriga i nostri governanti e nella sua Provvidenza rimuova le difficoltà che si oppongono ad una opera di tanta importanza, come è quella di porre l'ordine dove finora ha dominato la violenza.
Ma una cosa possiamo dire: che tutti gli accorgimenti della politica non riusciranno ad attuare un vero ordine stabile, destinato a produrre e conservare la proprietà comune, se mancherà nelle masse e nelle persone che le dirigeranno la coscienza ben radicata e precisa del proprio dovere, a costo anche di rinunce e sacrifici. E questa coscienza non si può avere senza una religiosità profondamente sentita e diventata le legge della vita. Solo chi sa di dipendere da un Dio legislatore assoluto, che è insieme la fonte di ogni aiuto e il giudice infallibile e rimuneratore munifico, può avere la capacità di compiere sempre e di fronte ad ogni difficoltà il proprio dovere.
Ora il nostro popolo ha questa coscienza religiosa? è veramente e intimamente cristiano, cioè consapevole del dovere di essere fedele alla legge di Dio fino a tutte le sue conseguenze?
Questa domanda può sembrare un'offesa alle nostre buone popolazioni, eminentemente cristiane. Nè noi vogliamo dubitare della sincerità della loro fede. Eppure, data la gravità del momento, e dei problemi che si potranno presentare in un prossimo avvenire, pare venuto il tempo di invitare tutti ad un sincero esame di coscienza. E' proprio, la vita di tutte le nostre popolazioni, come dovrebbe essere per potersi dire veramente cristiana, cioè in tutto conforme ai postulati della sua fede? E non correrà pericolo di vacillare questa stessa fede, se non è vivificata e sostenuta da una vita corrispondente? E sappiamo noi valorizzare in pieno la nostra fede, cosicchè produca tutti quei frutti benefici che Cristo ha portato nel suo Vangelo?
Pur troppo vi sono dei sintomi dolorosi ed inquietanti. Noi vogliamo richiamarli brevemente, perchè tutti facciamo bene il nostro esame di coscienza e comprendiamo le nostre responsabilità verso la nostra professione cristiana, per non lasciare inoperoso in noi un patrimonio prezioso, da cui dipende la salvezza nostra e della società.

RELIGIOSITA' VERA

Una religione sinceramente sentita deve nutrirsi di una fede viva, e di un diligente e cosciente esercizio dei doveri religiosi.
E' tale la condizione di molti che pure, interrogati, sono pronti a dire che sono religiosi?
In altri tempi c'era l'anticlericalismo che era avversione cordiale, apertamente dichiarata, contro la religione cattolica, e ben di spesso contro ogni idea religiosa, considerata come una superstizione contraria al progresso della civiltà. E noi ricordiamo polemiche aspre, tentativi settari di soffocare ogni manifestazione religiosa. Ora questa forma di avversione aperta alla religione si può dire scomparsa, anche se talvolta se ne trova qualche eco più o meno aperta nella stampa. Il Concordato ha ricondotto l'insegnamento della religione nelle scuole. Nelle ricorrenze patriottiche non manca spesso la celebrazione di una funzione religiosa, con intervento di numerose rappresentanze.
Tutti religiosi, dunque?
Se la religiosità si potesse limitare ad una pratica esteriore, o a qualche cerimonia ufficiale, forse lo si potrebbe dire. Ma v'è in tutti una religiosità vera, intima, cosciente?
Ricordiamo un signore che era venuto a salutarci. Ci raccontò, fra l'altro, che per una certa ricorrenza sua avrebbe partecipato ad una funzione religiosa, e si sarebbe accostato anche alla Comunione. Era la terza volta, diceva. Ed aveva 40 anni. " Io sono religioso, ma... ", e ci esponeva le circostanze che spiegavano la sua prolungata assenza dalle pratiche più comuni della vita cristiana: mancanza di istruzione religiosa nella sua fanciullezza, e così via. Non so che cosa avrebbe risposto, se l'avessimo interrogato sulle principali nozioni del catechismo. Eppure, a sentirlo, era religioso. Che cosa era dunque per lui questa religiosità? Una certa bontà d'animo, assenza di ostilità verso la Chiesa e le pratiche cristiane, amicizia con persone religiose, partecipazione a qualche cerimonia solenne, e nulla più.
Quanti sono religiosamente in queste condizioni!
E quanti anche vi sono, che hanno una frequenza maggiore alle pratiche cristiane, vanno ordinariamente alla Messa nei giorni festivi, osservano anche il precetto pasquale, si sono sposati regolarmente, fanno battezzare i loro bambini ma hanno una ignoranza quasi completa delle verità della fede, e le loro pratiche cristiane si riducono ad una presenza pressocchè passiva alla Messa ed alle altre funzioni; la religione non esercita nessuna influenza sulla loro vita morale, che non è per nulla diversa da quella di molti che non credono e che non si dicono cristiani.
E' questa la religiosità dalla quale si possa sperare una influenza positiva nella vita individuale e collettiva, per una ricostruzione cristiana della società dopo il cataclisma della guerra? Evidentemente no.

ISTRUZIONE RELIGIOSA

La religiosità che possa meritare davvero questo nome e che possa davvero esercitare la sua benefica influenza, deve innanzi tutto comprendere una conoscenza abbastanza approfondita, secondo la capacità e la coltura di ognuno, delle verità della fede:
quelle verità che non sono soltanto un elenco di affermazioni astratte, ma hanno un'influenza profonda nell'orientamento di tutta la nostra vita.
Perchè questa conoscenza possa essere acquistata sufficientemente dai fanciulli e dai giovinetti, v'è il catechismo parrocchiale, che. coll'insegnamento religioso che si impartisce nella scuola, costituisce, per la grande maggioranza, l'unico mezzo di istruzione religiosa per la gioventù. Per questo la Chiesa dà all'opera del catechismo un'importanza massima. Essa ne fa un dovere gravissimo per i parroci e per tutti gli istituti di educazione. E vuole che, mentre i metodi pedagogici si aggiornano continuamente e l'insegnamento in ogni ramo viene sviluppandosi per abbondanza di mezzi e preparazione di persone e di ambiente, l'insegnamento del catechismo non resti ai metodi che potevano bastare una volta, e si circondi di tutto quello che può costituire un'attrattiva per il fanciullo. E come del catechismo fa un dovere ai parroci ed ai sacerdoti, e fa appello per le opere del catechismo alla cooperazione di tutti i volonterosi, così ne fa un dovere di coscienza ai genitori, perchè procurino abbondante ai loro figli il nutrimento dello spirito, con non minore sollecitudine che il nutrimento materiale.
Nè l'istruzione religiosa deve limitarsi ai fanciulli e giovinetti. Perchè conservi sempre la sua benefica influenza, proporzionata all'età e maturità della persona, essa deve continuare sempre. Se noi domandiamo conto della cognizione che hanno delle cose della religione a tanti che si sono fermati al catechismo imparato quando erano fanciulli, avremmo risultati ben meschini. Pensate che cosa resterebbe di quel catechismo, dopo gli anni della giovinezza e della età matura, assorbiti da tutte le preoccupazioni degli studi, degli affari, della vita, se poi la mente non v'è tornata sopra per riparare gli effetti della dimenticanza, del dubbio, dell'influsso deleterio della miscredenza o indifferenza altrui. Sarà un ricordo lontano, gradito se volete, perchè circonfuso della poesia della fanciullezza, di nozioni elementari e confuse, ben lontane dal corrispondere alle necessità di una fede e di una religiosità che devono informare di sè tutta la vita. Non ha altra ragione, per molti, l'indifferenza religiosa, o la scarsa religiosità che ci riduce a qualche pratica esteriore.
Di qui la necessità, per tutti, che anche nella età matura si continui il richiamo e lo studio delle verità religiose. La Chiesa, che ha da Dio la missione di insegnarla, non ha mancato di provvedere a questa necessità. Chi non ricorda le prescrizioni del Santo Padre Pio X, entrate poi nel Codice di Diritto Canonico, perchè in ogni parrocchia ci fosse la spiegazione domenicale della Dottrina Cristiana per gli adulti? E a questo obbligo fatto ai parroci corrisponde, evidentemente, un invito amorevole, ma pressante, a tutti i fedeli, perchè ne approfittino largamente. E accanto a questa cattedra di religione, offerta a tutti nelle chiese, l'iniziativa e lo zelo di parroci e sacerdoti illuminati ha fatto sorgere altre forme di cultura religiosa adatta alla mentalità, alla cultura, alle possibilità delle diverse categorie di persone. E l'Azione Cattolica, che si prefigge di coltivare la vita cristiana in tutta la sua pienezza, mette giustamente a base la cultura religiosa, con iniziative adatte a tutte le categorie.
Il guaio, e un guaio molto serio, è pur troppo che una gran massa di cristiani non sente questo bisogno, e trascura ogni forma di cultura religiosa. La spiegazione domenicale della dottrina cristiana è da moltissimi disertata, senza ch'essa sia sostituita da nessun altro mezzo equivalente. E' naturale che ne scapiti in costoro la religiosità vera, e non abbia più nessuna influenza nella vita.
Vada a tutti il nostro monito accorato e severo, espressione dell'incarico dato da Cristo ai Vescovi nella persona degli Apostoli: "Andate ed ammaestrate tutte le genti, predicate il Vangelo ad ogni creatura", non soltanto ai fanciulli o a qualche piccolo gruppo di privilegiati.

LE PRATICHE DELLA PIETA' CRISTIANA

La religione non è soltanto conoscenza ed accettazione di una serie di verità contenute nel simbolo della Fede. Essa è anche, come abbiamo detto, compimento di determinati doveri, che comprendono pratiche religiose. Come potremo pensare di essere religiosi, se non innalziamo di quando in quando il nostro pensiero a Dio, in adorazione della sua maestà infinita e in ringraziamento della sua benevola, misericordiosa Provvidenza che largamente ci benefica? se, pentiti, non Gli chiediamo il perdono delle nostre miserie? se la nostra preghiera non sale a Lui supplice, a chiedere la sua protezione in tante contingenze della vita? Come si può essere cristiani, se il nostro omaggio filiale e riverente non sale a Cristo Redentore, da cui ci viene la salvezza? se non usiamo dei mezzi di salute che Egli ci ha insegnato nel Vangelo: preghiera, Sacramenti, il sacrificio della Messa?
Così è da intendersi la religione vera, il Cristianesimo come Cristo l'ha istituito. Un atteggiamento di indifferenza verso Dio e la salvezza della nostra anima; la pretesa di voler intendersi con Dio a modo proprio e senza intermediari, senza neppure quell'intermediario che è il Salvatore stesso che effettivamente ci ha dato la possibilità di salire a Dio, potrà essere un atteggiamento filosofico, per quanto irragionevole, non religioso. E sappiamo quanto valga una pura filosofia per guidare nella vita, e soprattutto nei momenti critici dell'individuo e della società.
Pur troppo, tale è l'atteggiamento di molti. Labbra che non pregano mai, menti che non sentono mai la voce di Dio che ammonisce e conforta, vogliono dire la mancanza di un coefficiente prezioso di energie spirituali, quando esse sono più che mai necessarie per un'opera di ricostruzione.


LA SANTIFICAZIONE DELLA FESTA



Una magnifica istituzione voluta da Dio per rendere facile e più efficace la pratica religiosa, ed entrata profondamente nella vita del popolo cristiano, è il giorno festivo. Per quanto ogni giorno ed ogni luogo sia atto per rendere a Dio l'omaggio della nostra religione, mai lo si può fare meglio che colla santificazione della festa.
La sospensione del lavoro, mentre è un ristoro benefico alle forze del corpo, sciupatesi nel lavoro di sei giorni, rappresenta essa stessa un omaggio a Colui che ci ha dato, colla forza del braccio e colla luce dell'intelligenza, la capacità di produrre e procurarci il necessario all'esistenza. Intanto la giornata, libera dalle occupazioni assillanti delle altre giornate lavorative, può essere convenientemente impiegata nelle opere del culto e della educazione dello spirito.
Tale è il significato della santificazione della festa, comandata da Dio nella sua legge. Ed è bello, altamente educativo, lo spettacolo del popolo cristiano che si aduna, la festa, nella sua chiesa, che esso stesso ha costruita come un omaggio reso alla maestà del Signore, dove si sente separato dalla vita ordinaria del lavoro e dei traffici, e tutto lo richiama alla presenza di Dio; e là, tutto insieme riunito, adora e loda il suo Signore e ne invoca la protezione, mentre sull'altare si compie il Divin Sacrificio, cioè lo stesso Divin Salvatore, resosi misteriosamente presente, si offre al Padre che è nei cieli, unendosi all'omaggio ed alla preghiera del suo popolo. La Chiesa, coll'intuito psicologico che le viene dalla divina istituzione e dalla esperienza dei secoli, guida questo grandioso atto collettivo di culto collo splendore della sua liturgia, e col magnifico susseguirsi dell'anno liturgico, che richiama e riconnette armoniosamente i grandi fatti della Redenzione.
Al grande atto di culto che è la Messa, segue poi, nel pomeriggio, un'istruzione che svolge, in maniera piana ed efficace, le verità della fede, i precetti della legge di Dio.
Così il cristiano ha trovato, nella sosta del suo lavoro, il nutrimento religioso del suo spirito, mentre ha compiuto il suo dovere, rendendo a Dio l'omaggio che gli è dovuto.
La santificazione della festa, compiuta secondo lo spirito della Chiesa, è sempre stata l'espressione più viva della religiosità del popolo cristiano, ed insieme coefficiente prezioso per l'educazione e la conservazione della medesima.
E' per questo che si vede con rammarico il giorno festivo sempre più profanato, e vuotato del suo contenuto religioso.
Molte volte è il lavoro stesso continuato nel giorno festivo, così da sopprimere l'alto significato del riposo, e rendere impossibili o difficili le pratiche religiose. E Dio volesse che questo avvenisse soltanto per qualche inderogabile, provvisoria necessità.
Ma anche quando il lavoro rimane sospeso, il giorno festivo tende sempre più a diventare, per le masse, il giorno del divertimento, delle escursioni, delle scampagnate, non nella misura ragionevole dell'onesto sollievo dopo sei giorni di lavoro, ma nella assoluta prevalenza, cosicchè le pratiche religiose si omettono con estrema facilità, o si riducono al minimo, perdendo tanta parte della loro solennità ed efficacia educativa.
Ecco, pur troppo, che cosa è, o cosa minaccia di diventare la religiosità da parte del nostro popolo, proprio mentre, come diciamo, per la salvezza delle anime, e per una efficace ricostruzione morale della società, sarebbe tanto necessaria una profonda convinzione ed una fervida pratica di vita religiosa, a conforto di tante sofferenze, a sostegno di una vita dura, ma onesta e volta al bene comune.
Ogni anima cristiana deve sentire la gravità del bisogno, e proporre di corrispondervi per quanto le è possibile, rendendo più convinta e più operativa la propria vita religiosa.

RELIGIONE E VITA CRISTIANA

La fede e le pratiche della pietà cristiana sono la parte che possiamo dire più caratteristica della religione. Sbaglierebbe però, evidentemente, chi pensasse che la religione si esaurisca lì. La religione stessa infatti ci presenta una legge dataci da Dio per regolare tutta la nostra vita. Basta leggere il Vangelo per comprendere che il Cristianesimo dà alla vita un orientamento tutto speciale, così da distinguerla e metterla in contrasto colla vita di quelli che Cristo chiamava il mondo, e che sono tutti quelli che non si ispirano allo spirito del Vangelo. E il cristiano che lo sa, deve con coerenza attuare nella sua vita pratica il programma tracciato dal Vangelo.
E' quello che pur troppo molte volte non avviene. Non soltanto vi sono molti che, ribelli o indifferenti alla fede, vivono seguendo massime tutt'altro che cristiane; ma vi sono anche dei cristiani, i quali dicono di credere tutte le verità della fede, partecipano alle pratiche della religione, e si offenderebbero se si dubitasse della loro qualità di cristiani, ma poi nel resto hanno una vita discordante dalle massime del Vangelo. Cristo Signore non li riconoscerebbe come suoi discepoli, e rivolgerebbe loro il monito del Vangelo: " Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Matteo, VII, 21).
E' un fatto doloroso, che molte volte fa mormorare quelli che non sono cristiani, e fa accusare di mancanza di efficacia il Cristianesimo, quasi che avesse fallito alla sua missione. Di essi ha detto bene il Santo Padre Pio XII in uno dei suoi messaggi: " No: il Cristianesimo non è venuto meno alla sua missione; ma gli uomini si sono ribellati al Cristianesimo vero e fedele a Cristo e alla sua dottrina; si sono foggiati un Cristianesimo a loro talento... e hanno proclamato che il Cristianesimo è venuto meno alla sua missione! ".
Veramente, ogni volta che trasgrediamo la legge di Dio, ci rendiamo colpevoli di questa incoerenza tra la nostra fede e la nostra vita. Ma qualche volta non si tratta solo di colpe isolate, per le quali non resta che chiedere il perdono di Dio e poi rialzarsi generosamente. Sembrano abitudini diventate come una norma di vita; massime che non sono le massime del Vangelo, ma che sembrano accettate, quasi inconsciamente, da molti. Naturalmente, il danno per la vita cristiana è più grave.

LA CORSA AL PIACERE

Se vi è una cosa evidente nello spirito di Cristo come il Vangelo ce l'ha presentato, è l'invito alla austerità, alla mortificazione.
Non che il Vangelo ci voglia tristi, e che la vita cristiana ci allontani da ogni gioia. " Hilarem datorem diligit Deus ": dice l'apostolo S. Paolo (2 Cor., IX, 7): Dio ama chi dà lietamente. Dio stesso ha sparso sulla nostra via gioie sante, ch'egli ci permette di gustare, come quelle della famiglia, che nostro Signore Gesu Cristo ha voluto onorare intervenendo a un pranzo di nozze, nel notissimo episodio di Cana.
Ma il piacere, nella dottrina del Vangelo, ha da Dio la funzione di essere per noi un aiuto che renda più facile l'esercizio delle nostre normali attività, dei nostri doveri. E' un mezzo quindi, non un fine. Il fine è il dovere. Fare invece del piacere il fine della vita, cercarlo più di qualunque altra cosa, a qualunque costo, cioè anche a costo di trasgredire il nostro dovere, vuol dire invertire l'ordine delle cose da Dio stabilito, ed abbassarci al livello degli animali irragionevoli, che non percepiscono altra cosa al di sopra del gusto sensibile del momento.
Per questo, la legge di Dio pone dei limiti al piacere: sorpassarli, è il peccato. E poichè l'attrattiva del piacere è forte in noi e facilmente può prendere il sopravvento, ecco che il Vangelo ce ne mette in guardia, e ci invita alla mortificazione: la quale, qualche volta è l'astenersi da quello che è peccato; altre volte invece sarà soltanto un impedire che la tendenza al piacere, assecondata senza limiti, diventi troppo forte e ci conduca poi oltre i limiti del lecito.
E' una dottrina, questa, nobilissima, che anche alcuni dei migliori filosofi pagani avevano formulato, e che Nostro Signore nel Vangelo ci ha inculcato con insistenza, facendone un programma: " Si quis vult post me venire, abneget semetipsum ": chi vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso (Matt., XVI, 24). La Chiesa ci ripete il messaggio di Cristo, e ci invita di quando in quando alla temperanza ed alla Mortificazione, imponendoci a suo tempo determinate astinenze.
Pur troppo, invece, per molti la temperanza e la mortificazione sembrano cose d'altri tempi, ormai sorpassate ed assistiamo ad una corsa al piacere che è davvero impressionante.
Sono, talvolta, piaceri leciti, divertimenti che non hanno in sè niente di male, ma cercati con un'ansia esagerata, con una specie di frenesia, come se non se ne potesse far senza. Così certe forme di sport, e gli spettacoli del cinematografo, a cui corrono le masse in modo inverosimile, anche a costo di forti spese, che potrebbero più utilmente incanalarsi altrove. E la mania - perchè è a dirsi mania - del divertimento comincia coi piccoli, coi giovinetti ed i bambini, ai quali i genitori ed educatori pare non sappiano più negare nulla; negare il permesso o la moneta per andare ai cinema, sarebbe poco meno che una tragedia.
Non ci siamo mai domandati, genitori ed educatori, se assecondando senza limiti nei nostri giovinetti questa smania del divertimento (e non del divertimento semplice e spontaneo, ma di quello complicato, artificioso come il cinema), fino a non saper farne senza, sia pure per allontanarli da divertimenti cattivi, - non ci siamo mai domandati, diciamo, se non li educhiamo pericolosamente a non sapersi mai dire di no, e non secondo lo spirito del Vangelo, che vorrebbe educare alla santa letizia, ma anche ad una certa austerità? Oh! benedetta, da questo punto di vista, la rigida Quaresima di un tempo, nella quale tutti erano indotti a qualche penitenza, ed anche i ragazzi imparavano a sapersi astenere da qualche cibo gradito o da qualche giuoco! La Chiesa, per ragioni varie, come madre benigna, ci ha dispensato da quasi tutte le astinenze dai cibi, ma non ci dispensa dallo spirito di mortificazione, altamente educativo per abituarci a saperci frenare nella corsa al piacere.
Abbiamo parlato di divertimenti in sè leciti, ma cercati con una smania che è segno di intemperanza. Ma vi è anche la corsa ai divertimenti ed ai piaceri illeciti, malsani, dove non v'è più soltanto una ricreazione, ma il soddisfacimento di passioni basse e morbose. Qui il nostro pensiero va con raccapriccio a spettacoli del cinematografo, dove non si vedono esempi di virtù, ma il vizio, spesso con esibizioni provocanti. Dobbiamo riconoscere che in questi ultimi anni nella produzione italiana si è avuto qualche miglioramento, ma siamo ancora lontani da quanto si dovrebbe desiderare per essere tranquilli sulla influenza di certe pellicole che ancora si danno. Pensiamo a spettacoli teatrali, dove spesso è ancora il vizio, anche se in forme raffinate ed eleganti; è l'amore libero, e l'infedeltà coniugale, insulto alla santità del matrimonio e della famiglia, che sembrano l'argomento d'obbligo in tutte le produzioni. Sono gli spettacoli di varietà, dove con sfrontatezza si esibiscono nudità indecenti e doppi sensi volgari.
Questi non sono divertimenti leciti. Eppure, - e questo è un fatto ancora più doloroso, - per questi spettacoli i teatri e i cinematografi si riempiono fino all'inverosimile. E, più doloroso ancora, ci vanno talvolta anche famiglie che si credono serie, che frequentano le pratiche cristiane; e genitori incoscienti (è la parola più attenuata, per non dire di peggio) vi conducono i loro figli giovinetti. Povere anime innocenti, tradite da coloro che dovrebbero essere i loro educatori e difensori dalle insidie del vizio! (1).
Ora domandiamoci: come mai tutto questo? Forse sono tutti perversi e degenerati? Non lo vogliamo affermare, e neppure lo pensiamo. E' la mancanza del senso cristiano che impone un li-mite nel piacere, nel divertimento. Il piacere, il divertimento è diventato una necessità, un fine da raggiungere ad ogni costo. Gli spettacoli piccanti divertono, e ci si va. L'abitudine, si dice, li rende innocui. Non è vero. Anche se essa attutisce gli stimoli del male, vengono poi i momenti della debolezza, e tutto quello che si è fatto e si è veduto esercita la sua influenza malsana. E un gusto abituato a queste bassezze non potrà più apprezzare e desiderare cose più alte e virtuose. Non per nulla, assieme alla constatazione della frequenza agli spettacoli e divertimenti scorretti, c'è anche l'altra constatazione di una grande decadenza morale del costume.
Abbiamo parlato della corsa al piacere, e ci siamo indugiati sul cinematografo e sul teatro. Aggiungete il ballo, non sufficientemente impedito neppure da una saggia proibizione; aggiungete l'abuso del vino e dei liquori, e cosi via.
Eppure, se v'è un tempo in cui sembrerebbe doversi imporre da sè una onesta temperanza, dovrebbe essere questo, mentre tanti nostri fratelli al fronte sopportano disagi, soffrono e muoiono per la Patria, e, finora lontano da noi, senza per altro che anche per noi il pericolo sia scongiurato, vi sono città sorelle che hanno avuto devastazioni e vittime. Perchè tanta insensibilità? Non è così che si tiene alto il morale. Lo sanno i nostri soldati, che ne provano disgusto e irritazione quando ritornano dal posto dove compiono il loro duro dovere.

LICENZA DI COSTUMI

Un male ancora più grave è la licenza di costumi.
Non dovrebbe essere così il costume di un popolo cristiano:
" Omnis immunditia nec norninetur in vobis. - Di ogni sorta di impurità non si deve neppure sentir parlare fra voi " (Efes. V, 3): dice alle prime comunità cristiane l'apostolo S. Paolo.
Ad ogni età della vita la legge cristiana impone un magnifico programma di purezza. La gioventù deve conservare intatta la sua purezza, come una sanità dell'anima e del corpo insieme, e prepararsi così alla famiglia, portando al matrimonio una giovinezza non sciupata ma casta, fonte di amore vero e di stima vicendevole. Il matrimonio, honorabile connubium (Ebr. XIII, 3), come lo chiama l'Apostolo, ha anch'esso la sua purezza, che lo rende veramente degno di onore: una purezza che è formata di amore e fedeltà vicendevole, e di rispetto all'alta finalità che Dio ha assegnato al matrimonio, della trasmissione della vita. A cui segue il compito dolce e grave insieme, della sana educazione fisica e soprattutto morale delle creature che vengono, come una benedizione, ad allietare di vita e di gioia il focolare domestico.

Per grazia di Dio e per l'onore del popolo nostro, vi sono ancora famiglie buone, che sentono e vivono, vorrei dire con santa ambizione, la loro dignità cristiana. E vi è anche della gioventù che si sforza di passare il tempo burrascoso della propria età giovanile senza lasciarsi travolgere dal torrente di fango che la circonda. A quelle famiglie, a quei giovani valorosi, va tutta la nostra stima e il nostro affetto, con una speciale benedizione. Ad essi attende in modo speciale la cura delle nostre istituzioni educative: oratori ed Azione Cattolica.
Ma tutti vedono pur troppo come il costume decade, e come tanti si lasciano sommergere dall'ondata si sozzura, che sembra invadere le nostre città, ed anche, ormai, la campagna. La giovinezza è spesso profanata dalla corsa al piacere, a cui non mancano le occasioni. Una maggior libertà lasciata alla gioventù, priva della necessaria sorveglianza; una moda provocante; una promiscuità di sessi diffusasi specialmente nelle officine e negli stabilimenti, dove si accumulano spesso enormi masse operaie, venute anche di lontano, col fenomeno pericoloso di gioventù femminile costretta a passare tutta la settimana lontano dalla famiglia, o a percorrere ogni giorno lunghe distanze anche in ore notturne:
sono tutte circostanze che producono effetti deleterii, pericolose insidie alla purezza giovanile.
Le conseguenze di tanta licenza di costumi si fanno molte volte palesi ed assumono la forma dello scandalo. La natalità illegittima dilaga. Se qualche volta le statistiche della nostra provincia hanno sembrato segnare un arresto ed una lieve diminuzione del fenomeno doloroso, ciò dipende forse dal fatto che sollecitudini lodevoli di persone e istituzioni intervengono a sanare subito con un matrimonio le conseguenze di una caduta. Ma non è il matrimonio di due giovinezze pure che hanno saputo prepararsi cristianamente al Sacramento ed alla famiglia. E lo scandalo rimane.
Alla giovinezza che si sciupa nel fango e che giunge già inquinata alla porta della vita familiare, segue poi spesso una vita di famiglia priva anch'essa di ogni dignità cristiana, o per l'infedeltà e la discordia dei coniugi, o per la profanazione del matrimonio, volontariamente e dolosamente privato della sua funzione di propagatore della vita.
Pur troppo, la diffusione e la frequenza degli scandali, oltre il male che è in se stessa, minaccia di avere una conseguenza più grave ancora: che è quella di far perdere anche l'orrore alla colpa e al disordine. Giovani che peccano senza rossore e senza vergogna, perchè vedono che anche altri hanno fatto e fanno così, e non per questo sembrano scapitarne nella riputazione e nella stima del pubblico, indifferente o sempre pronto a compatire.
No: non deve essere così. La carità e la misericordia, che il Vangelo ci insegna ad avere per i peccatori, devono indurci a circondare chi ha peccato del nostro amore e della nostra sollecitudine, perchè possa riparare il male fatto; ma non devono nulla togliere della riprovazione che ogni anima cristiana deve avere per il peccato, per il male che travolge tanta gioventù e la stessa età matura, e viene a inquinare la vita e la famiglia fino nelle sue sorgenti. Richiamiamo e conserviamo tenacemente i principi della purezza cristiana, e proclamiamoli altamente, se non vogliamo renderci complici, sia pure incoscienti, della rovina.


GIUSTIZIA E CARITA' CRISTIANA

C'è un altro punto di vita cristiana che vogliamo qui richiamare, perchè spesso non ha quella attuazione nella vita che dovrebbe avere, con tanto danno degli individui e della società.
Non è Cristianesimo soltanto l'adempimento dei doveri propriamente religiosi e la purezza dei costumi. Il Vangelo contiene delle direttive anche per i rapporti che noi abbiamo coi nostri simili, coi nostri fratelli, come direbbe Nostro Signore, che tanto ci ha inculcato la comune fratellanza, per essere tutti noi figli del medesimo Padre che è nei cieli.
Questi rapporti, come il Vangelo ce li insegna, sono regolati da due virtù eminentemente cristiane: giustizia e carità.
Giustizia è dare a ciascuno il suo: ai superiori, ossequio ed obbedienza; a tutti, il rispetto dei loro diritti, senza approfittarsi di una qualunque propria condizione di prevalenza per sopraffarli.
La giustizia regola in modo speciale i rapporti fra lavoratori e imprenditori. I lavoratori, vincolati da un contratto con chi li fa lavorare, devono dare tutta la loro attività secondo gli accordi convenuti, senza indolenza o sotterfugio. Gli imprenditori devono dare la giusta ricompensa.
Questi rapporti sono stabiliti da accordi bilaterali. Una giustizia cristiana va però al di là di quello che può essere la convenzione pattuita. Se una delle due parti, cioè la più debole che è il lavoratore, è stata costretta ad accettare una data ricompensa, perchè non ha potuto ottenere di più e il bisogno la costringeva ad accettare, ma la ricompensa non corrisponde all'opera prestata ed al bisogno del lavoratore per il suo normale sostentamento, la coscienza cristiana non è contenta: v'è una ingiustizia. Una giustizia più completa esige che, poichè il lavoro è, in pratica, l'unico mezzo di cui il lavoratore dispone per vivere, il compenso del suo lavoro sia normalmente sufficiente a mantenere il lavoratore e la famiglia che è a suo carico.
L'ordinamento corporativo, organizzando la rappresentanza degli interessi per categorie, ha reso più facile la determinazione e la tutela dei rapporti di giustizia fra le classi sociali. Ma perchè questi organi (come ogni cosa umana) funzionino bene, è necessario che gli uomini a cui essi sono affidati sentano essi profondamente la giustizia, per poterla applicare.
In una? sfera più ampia, la giustizia deve regolare i rapporti fra i popoli, specialmente fra i popoli dotati dalla natura di ricchezze naturali, e quelli che ne sono privi. La Provvidenza infatti ha distribuito quelle ricchezze naturali perchè tutti i popoli se ne possano valere. Sono queste diversità di condizioni economiche dei popoli, che determinano spesso attriti, che degenerano in guerre. Tutti auspichiamo che la guerra vittoriosa conduca al tanto conclamato ordine nuovo, in modo che siano considerate queste necessità. Sarà necessario per questo che abbiano un profondo, evangelico senso di giustizia gli uomini a cui spetterà di creare questo ordine nuovo nel mondo.
Il Santo Padre, Maestro supremo della dottrina del Vangelo,
ha fatto sentire, in proposito, la sua parola venerata, guida sapiente. Ma intanto che attendiamo che si instauri, per quanto possibile, la giustizia fra i popoli, è deplorevole che vi siano, nei rapporti privati, coloro che approfittano delle condizioni speciali del momento per voler fare guadagni illeciti con prezzi esorbitanti, approfittando del bisogno altrui.
La giustizia tende a dare a ciascuno il suo, cioè quello che gli spetta. Ma, data l'imperfezione non sopprimibile delle cose e degli ordinamenti umani, ben di spesso essa non arriva a sopperire a tutti i bisogni, materiali e morali. Qui entra la carità, la regina delle virtù cristiane.
Essa colma tante lacune della giustizia, superandola per mezzo dell'amore, che non ha più di mira soltanto di dare a ciascuno ciò che gli spetta, ma gli dà, generosamente, tutto ciò di cui può aver bisogno. La carità imprime ai rapporti fra gli uomini una nota di bontà; essa avvince i cuori. Cristo ce l'ha insegnata col suo esempio, ce l'ha comandata col suo precetto: "Hoc est praeceptum meum, ut diligatis invicem, sicut dilexi vos " (Io., XV, 12). Il mio comandamento è questo, che vi amiate l'un l'altro, come io ho amato voi ".
Il divino precetto della carità è destinato a regnare fra i membri della famiglia, fra i cittadini della nazione, fra le nazioni che formano la grande famiglia umana. Pur troppo il precetto divino, che pure compie ancora tanti veri prodigi di bontà, non è osservato nel mondo, dove le nazioni si odiano e si distruggono: come non è osservato fra gli uomini della medesima nazione, che molte volte si tradiscono e tendono a sopraffarsi; e neppure nelle famiglie, dove si coltivano dissensi e discordie.
Ed anche il cristiano che vuoi vivere il grande precetto della carità, non creda di aver esaurito il suo compito perchè ha posto nel suo bilancio una certa somma da distribuire in elemosina. In tempi di tanti bisogni, di fronte ad un avvenire oscuro, in cui la carità di Patria vorrà da tutti un contributo di mezzi e di opera molto al di là dell'ordinario, in cui, oltre l'aiuto materiale per il sostentamento del proprio simile non sufficientemente provvisto di mezzi di fortuna, sarà necessario un aiuto fraterno agli spiriti, sofferenti per la sventura, o forse fuorviati da false dottrine o da istinti malsani, - ogni cristiano cosciente deve chiedersi se il suo contributo di elemosina esaurisce davvero il grande divino precetto della carità, dell'amore verso il suo simile, membro vivo di Cristo. E troverà orizzonti ben più grandi, nel campo materiale come in quello dello spirito, dove ognuno potrà trovare il suo posto di lavoro, piccolo o grande secondo le capacità e le circostanze: dal pane e dal conforto portato all'indigente, dall'educazione data al fanciullo, all'adolescente, al giovane, all'opera spesa per pacificare spiriti irritati, alla partecipazione al perfezionamento dell'organismo sociale.
E' per questo che, anche in mezzo al fragore delle armi, mentre la patria resiste per la difesa dei suoi ideali e dei suoi interessi, dobbiamo attingere agli insegnamenti del Vangelo ed alla grazia di Cristo una grande riserva di carità, di amore. Essa sarà il cemento solido per le future ricostruzioni, l'olio lubrificante per attutire gli attriti stridenti, la fiamma viva per azionare la gran macchina della società, con tutte le sue complicazioni di organi e di funzioni. La stessa giustizia non trova la spinta alla sua azione rigida di ristabilimento del diritto, se non in un impulso che venga ai suoi organi da una fiamma di carità: l'amore del proprio simile che spinge alla difesa del suo diritto.

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Figli dilettissimi, nella Quaresima dello scorso anno, parlandovi del fronte interno, vi abbiamo mostrato come l'opera necessaria di resistenza doveva trovare i suoi più veri fondamenti nella religione, coi suoi inviti alla preghiera, alla penitenza, al compimento del proprio dovere. Questa volta vi abbiamo parlato del nuovo ordine, che si dovrà instaurare quando, a Dio piacendo, la guerra sarà finita. Ed anche qui, in una vita cristiana, veramente ispirata agli insegnamenti del Vangelo, vi abbiamo mostrato il presupposto di un ordine, quale tutti lo dobbiamo desiderare. Facciamo tutti il nostro esame di coscienza per rimetterci generosamente al nostro dovere. Non sia per colpa nostra che tutti i tesori di energia che il Cristianesimo contiene abbiano a rimanere inefficaci. Ne dovremmo rispondere a Dio.
A tutti voi, figli dilettissimi auguriamo la santa Pasqua, che sia una vera risurrezione delle anime nostre, ad una vita modellata su quella di Cristo risorto. Il nostro pensiero va alle vostre famiglie, ai loro bisogni, ai soldati che sono lontani per compiere il loro dovere, alla Patria in armi. Per tutti la nostra fervida preghiera, la nostra affettuosa benedizione.
Dio ci benedica e ci protegga tutti.

Brescia, 14 marzo 1943.



(1) Opportunamente si cerca di ovviare al male, facendo appello alle coscienze cristiane col segnalare pubblicamente gli spettacoli cinematografici che sono da considerarsi inadatti e pericolosi. Come già si è fatto, i parroci potranno con prudenza, invitare i fedeli alla promessa di non frequentare il cinematografo quando la pellicola che vi si dà è da escludersi come pericolosa. Abbiamo detto: con prudenza: perchè la promessa sia seria ed efficace e si possa presumere che corrisponda ad un vero proposito interiore, non deve essere una formula, da farsi pronunciare indistintamente da tutto il pubblico che affolla le nostre chiese alle Messe domenicali. Bisognerà accontentarsi di un pubblico volontario, convenientemente preparato. Opportunamente si è cominciato coi gruppi di Azione Cattolica.

 

 

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