Lettere pastorali di mons. Giacinto Tredici, vescovo di Brescia dal 1934 al 1964

 

 

La carità (1938)

 

 

Negli anni scorsi vi abbiamo parlato, in occasione della Santa Quaresima, della Fede e della Speranza, virtù caratteristiche della vita cristiana. La prima è il principio e il fondamento della nostra vita soprannaturale, che scopre alla nostra mente il fine altissimo che Dio ci ha destinato, ed i mezzi che Egli ha messo a nostra disposizione per raggiungerlo. La seconda ci indirizza verso il raggiungimento di quel fine, dandone la possibilità, ed ispirandocene, per i meriti di Gesù Cristo la fiducia.
V'è una terza virtù, eminentemente cristiana, che di quelle è il coronamento, e dà al cristiano una singolare perfezione, che avvicina a Dio. E' la carità, la terza delle virtù teologali.
Di questa vi parleremo brevemente quest'anno, per indicarvene tutta la bellezza, ed importanza. Volesse il Signore che riuscissimo ad eccitare nel vostro cuore il proposito di fare di essa la norma costante della vostra vita! Non v'è dubbio che, se ci fosse un po' più di carità nel mondo, di carità vera come l'intende Nostro Signore nel Vangelo, sarebbero tanto migliori le condizioni dell'umanità, con vantaggio comune.

LA CARITA'

Abbiamo detto che la carità è la più alta, il coronamento di tutte le virtù cristiane. Se essa manca, non si può più parlare di Vita cristiana.
Sentite proclamare questa verità dalla bocca del grande maestro di vita cristiana, l'Apostolo Paolo: " Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo che suona o un cembalo che squilla. E quando avessi la profezia e intendessi tutti i misteri e ogni scienza, e quando avessi tutta la fede, sicché trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono niente " (I Cor., XIII, 1-2).
Purtroppo c'è poco spirito di carità nel mondo; e anche quando si fa della beneficenza, che sembra riprodurre la carità come è raccomandata nel Vangelo, troppo spesso si scorona la carità della sua vera aureola soprannaturale, la si mutua e restringe, sicché ne viene qualche cosa che non corrisponde più, o non corrisponde totalmente, alla funzione che Dio ha assegnato alla carità cristiana.
Lasciate dunque che vi richiami a questa magnifica virtù evangelica, destinata ancora, per volontà divina, a portare tanto bene nel mondo, ed a rappresentare qui, in mezzo alle nostre miserie, un po' della perfezione e della bontà di Dio.
Che cos'è la carità? Prendiamo anche qui la nozione da quel magnifico codice della dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo, che è il Catechismo.
"La carità è la virtù soprannaturale per cui amiamo Dio sopra ogni cosa, e il prossimo come noi medesimi per amore di Dio" (Catech. di Pio X, n. 240).
Carità è dunque amore: un amore, che se ha dell'amore naturale la bellezza e l'ardore, è tanto più alto per il motivo che è soprannaturale e divino, ed ha un doppio oggetto Dio e il prossimo.
Oh! Se sapessimo comprendere tutta la bellezza, la santità di questo amore, che nei disegni di Dio dovrebbe improntare tutta la vita cristiana, si rinnoverebbero sotto i nostri occhi quegli spettacoli meravigliosi, che hanno provocato l'ammirazione del mondo, da quando Gesù Cristo ha portato sulla terra questa virtù, e l'ha coltivata in tante anime buone e generose.


I

LA CARITA' VERSO DIO

Il primo oggetto della virtù della carità è Dio. Non dimentichiamolo mai. Per quanto sia un dovere, e un dovere magnifico, amare il prossimo, una carità che limitasse i suoi sentimenti e le sue sollecitudini ai nostri simili e dimenticasse Dio, non sarebbe certo la virtù cristiana della carità.
Dobbiamo dunque amare Dio? I pagani non l'avevano furie mai pensato. Per essi Dio era l'essere potente, da cui aspettavano benefici; più ne temevano la collera, il castigo. D'altra parte, le personificazioni della divinità che si presentavano nelle mitologie pagane erano così poco degne, spesso perverse. Temevano quindi Dio, cercavano di propiziarselo, lo supplicavano nelle loro necessità. Amarlo, no. Come avrebbero amato un essere così imperfetto, cosi lontano da loro?
Nell'Antico Testamento, il popolo eletto aveva ricevuto il comando di amare. Ma, salvo in alcune espressioni elette, specialmente dei Salmi, prevale nei sentimenti del popolo Ebreo il timore. Dio era il Legislatore che aveva dato la legge fra i tuoni e i lampi sul monte Sinai, che aveva stabilito pene severe per i trasgressori. Tutti ricordavano i castighi terribili fulminati sugli uomini, dal diluvio all'incendio di Sodoma e Gomorra, alle stragi, alla schiavitù mandata in punizione dell'apostasia. E cercavano di placarlo con sacrifici.
E' con Nostro Signore Gesù Cristo, e colla rivelazione cristiana, che Dio ha voluto manifestare la sua perfezione e la sua bontà. Egli è l'ideale di ogni perfezione, il Santo per eccellenza, lontano da tutte le nostre miserie, i nostri difetti, la nostra cattiveria. Egli ha creato tutte le cose, non per un bisogno suo, ma per sovvenire alle nostre necessità, con una sollecitudine veramente amorosa. Egli è il nostro Padre che è nei cieli, ci insegna Gesù, e vuole che lo invochiamo con questo dolcissimo nome. "Osservate, dice, gli uccelli dell'aria, non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Ora non siete voi molto più di essi? Considerate come crescono i gigli nel campo; essi non lavorano e non filano; tuttavia vi dico che neppure Salomone, con tutto il suo splendore, fu mai vestito come uno di essi ". E conclude: " Se dunque Dio riveste così l'erba del campo, che oggi è e domani vien buttata nel forno, quanto a maggior ragione vestirà noi, o uomini di poca fede " (Matt. VI, 26-28-29-30).
Anzi, Egli estende la sua bontà a sollecitudine anche ai cattivi. E Gesù ne prende motivo per comandare a noi di amare anche i nemici: " Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia... affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti " (Matt. V, 44-45).
A queste manifestazioni naturali di bontà, Dio ne ha aggiunte altre di un valore ben più grande. Quel Gesù che ci parla in modo cosi commovente della bontà e della provvidenza del Padre, è egli stesso la prova più grande della bontà di Dio e dell'amore che ci ha portato. " Sic Deus dilexit mundum, diss'Egli a Nicodemo, ut Filium suum unigenitum daret. Dio ha talmente amato il mondo, da dare il suo Figliuolo unigenito " (Giov. III, 16). Questo Figlio di Dio si è fatto uomo come noi, divenuto così la più bella convincente manifestazione fra noi delle perfezioni divine. E lo ha fatto per riparare alla caduta che aveva travolto tutto il genere umano. Questa riparazione, destinata a ricondurci alla dignità di figli adottivi di Dio, è costata all'uomo-Dio una vita di umiliazioni, una morte fra i tormenti. Ma con quella morte è stata ridonata a tutti la possibilità di salvarsi. E a chi vuole approfittare del frutto della Redenzione, Dio promette un premio, che è Lui stesso, veduto, amato, posseduto in tutta la sua bellezza e perfezione, che diventano il nostro godimento per i secoli eterni.
Tutte queste cose, che ogni cristiano conosce, e gli infiniti mezzi di bontà e di misericordia, nei quali si attua il disegno misericordioso di Dio a nostro riguardo, ci danno di Dio un tale concetto, che amarLo di un amore vivo, devoto, riconoscente, diventa insieme un dovere e un bisogno del nostro cuore, che è potenza di amore verso ogni cosa buona.

IL PRECETTO DELLA CARITA'

Di questo amore verso di Lui, Dio ci ha fatto un espresso comando. A un dottore della Legge, che l'aveva interrogato quale fosse il più grande comandamento della legge divina, Gesù rispose ricordando le parole già scritte nella legge antica: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente " (Matt. XXII; 37; Deut. VI; 5).
Vedete la potenza di queste parole. Qui Gesù non solo ci presenta il comando di amare Dio, ma ce ne indica il modo. Quando si tratta di un essere infinitamente perfetto e buono come è Dio, l'amore nostro per Lui non può essere un sentimento vago e superficiale. E' tutta l'anima nostra che deve tendere a Lui: lo deve avere in cima ai propri pensieri, in fondo al suo cuore; sicché non vi sia altro oggetto che possa sostituirsi a Lui; pronta, la nostra anima, a rinunciare a qualunque cosa per non perdere l'oggetto primo e più alto del suo amore, che deve essere Dio.
Questo comando di amare Dio, formulato in termini cosi gravi ed assoluti, basta ad orientare tutta un'esistenza. " Si diligitis me, mandata mea servate " dice il Signore: " Se mi amate osservate i miei comandamenti " (Giov. XVI; 15).
Ed allora, il cristiano che sa di dover amare Dio sopra ogni cosa, osserva con diligenza la sua legge e tutta la sua vita si dirige su una linea di onestà e di virtù, perfetta in se stessa e sicura, perché fondata sulla legge di Dio, ed amata nell'amore che si porta a Dio stesso. Che si può pensare di più alto, di più atto a nobilitare la vita umana, in mezzo alle sue debolezze ed alle sue miserie? Mai nessun surrogato umano, in nome della filosofia, della solidarietà, del progresso, potrà avere una simile sicurezza cd efficacia.

DIO NON E' AMATO

Ecco, figli dilettissimi, il gran precetto dell'amor di Dio, parte precipua della carità: il maximum mandatum, il più grande e primo comandamento (Matt. XX; 38) come lo chiamò Gesù. Senza di esso, la vita cristiana non ha senso, la vita umana è monca e disorientata.
Come si osserva il comandamento della carità verso Dio?
Pur troppo, invece di amare il Signore, molti lo odiano. Cosa mostruosa a pensare! Come si può odiare la perfezione, la bontà? Eppure noi udiamo le bestemmie dei senza Dio, le mene da essi continuamente tese, con una propaganda internazionale, per sradicare l'idea stessa di Dio dalla mente delle masse popolari, presentando come strumento di tirannia l'idea di Dio e la religione, che invece sono fonte e garanzia di ordine e di bontà.
Ma se questa è una cosa mostruosa, e non si concepisce se non come una aberrazione della intelligenza, che dire di coloro che, pur credendo in Dio, vivono come se Egli non ci fosse, non avendo per Lui nè un pensiero, nè un palpito, trasgredendo con la massima indifferenza la sua santa legge, offendendoLo col peccato?
San Paolo si indignava al solo pensiero che non si amasse il Signore, e riferendosi a Cristo, Dio fatto uomo, che è la manifestazione più evidente e più bella della bontà di Dio, esclamava:
" Si quis non amat Dominum Nostrum Iesum Christum, sit anathema; Se alcuno non ama il Signor nostro Gesù Cristo, sia maledetto " (I Cor. XVI; 22). E riaffermava con vigore tutta la incrollabile adesione della sua mente, della sua volontà, di tutto il suo essere all'amore per il suo Dio: " Chi ci dividerà dunque dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione, o l'angustia, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la persecuzione, o la spada?... Poiché io sono sicuro che nè la morte nè la vita.., nè le cose presenti, né le future, nè fortezza o altezza o profondità, nè alcun'altra cosa creata, potrà separarmi dalla carità di Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore " (Rom. VIII; 35-38-39).

COME SI AMA DIO

Le parole ora ricordate di S. Paolo ci indicano il vero modo di amare il Signore. Adesione a Lui, alla sua volontà, alla sua legge. E' la parola che abbiamo già sentito sulle labbra di nostro Signore Gesù: " chi osserva i miei comandamenti, questi è che mi ama " (Giov. XIV; 21).
L'osservanza amorosa, filiale, della legge divina, porta sempre ordine e serenità nelle coscienze. Ma talvolta l'osservanza è difficile, impone sacrifici, prepara sofferenze. Si presenta, così, alta alla nostra mente la figura magnifica del martire, che per essere fedele a Dio, soffre ogni sorta di tormenti, dà anche la vita. Questa è la massima prova dell'amore: " Nessuno, ha detto Gesù, ha carità più grande di colui, che dà la vita per i suoi amici (Giov. XV; 13). Così ha fatto Gesù per noi; beati i martiri che hanno potuto rendergli il contraccambio.
Ma anche senza arrivare a questo punto, se le circostanze non lo esigono, Dio tien conto anche di una vita oscura, modesta, passata nell'esercizio delle virtù comuni, nell'osservanza dei propri doveri, nello stato che Dio ha fissato a ciascuno. E Dio promette la ricompensa, la quale in cielo consisterà in un amore che si perpetuerà perfezionandosi nel godimento di Dio.
Si ama il Signore, intrattenendosi con Lui con sentimenti di lode, di amore, facendolo con sollecitudine l'oggetto dei nostri pensieri. La sacra liturgia, modello autorizzato di una vera pietà, è piena di questi sentimenti. Che cosa di più ragionevole, di più bello, che intrattenerci in questo modo con Dio, che ci è sempre presente? Ma come perdono ogni valore queste pratiche sante di pietà, quando diventano un'espressione meccanica, esteriore, senza che vi partecipi la mente, il cuore!
Chi ama veramente Dio, come sente la gioia di vederlo amato ed onorato, così sente come un male proprio, ogni offesa che a Lui si faccia. E come, potendolo, vorrebbe impedire l'offesa di Dio, così cerca offrirgli una riparazione, opponendo all'odio, alla dimenticanza, alla trasgressione della legge, una maggior cura di tutto quello che gli può essere grato.
L'amore di Dio porta a desiderare che Dio sia amato anche dagli altri. E' la magnifica petizione che Gesù ci ha messo sulle labbra nella sua preghiera: adveniat regnuni tuum. Venga il tuo regno, in tutto il mondo, in tutte le menti, in tutti i cuori. E se è già un atto di amore il desiderare il trionfo di Dio nelle sue creature, l'amore non se ne accontenta, e secondo le proprie possibilità, cerca di promuovere realmente questo regno di Dio nelle anime. E' l'apostolo, che impronta tutta la vita di San Paolo, il quale sacrifica per questo tutte le cose sue e la vita stessa: " Impendam et superimpendar ipse " (Il Cor., XII, 15).
L'apostolato propriamente detto, nell'uso dei mezzi stabiliti da Cristo per la nostra santificazione, è stato affidato alla gerarchia della sua Chiesa. Ma tutti sono chiamati a coadiuvare, coi mezzi che ciascuno ha a sua disposizione, a quest'opera santa. Oh !se tutti i cristiani sentissero come un atto di amore, come un dovere di riconoscenza verso Dio, il partecipare all'apostolato cristiano, a cui la Chiesa chiama tutti i suoi fedeli! Questo è il senso e lo scopo. dell'Azione Cattolica, che la Chiesa ha definito: una partecipazione del laicato all'apostolato gerarchico.
Dio ci ha comandato di amarLo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima, con tutte le forze, (Matt. XXII, 37; Deut. VI, 5). Vergogniamoci di amarlo così poco, così fiaccamente.


II

LA CARITA' VERSO IL PROSSIMO

Dopo d'aver risposto al dottore della legge, che il primo comandamento era di amare Dio sopra ogni cosa, Gesù continuò:
" Il secondo comandamento è simile al primo: amerai il tuo prossimo come te stesso " (Matt. XXII, 39).
Può quindi tranquillarsi chi temesse che, spingendo il nostro amore su, fino a Dio, la carità cristiana venisse per ciò stesso ad attutire la nostra sollecitudine verso i nostri simili. Anzi, avviene proprio il contrario. E' precisamente perché ha amato Dio sopra ogni cosa, che il cristiano sente di dover amare il suo prossimo, d'un amore tenero insieme e generoso, sapendo che amando questo, egli osserva un primo comando che gli viene da Dio.
Studiamola questa carità verso il prossimo, come ci vien comandata da Dio, per vederne tutta la bellezza e la portata individuale e sociale.

MOTIVO DELL' AMORE DEL PROSSIMO

Possiamo dire di essere portati ad amare il prossimo dalla naturale somiglianza che lo avvicina a noi. Talvolta anche da vincoli speciali di parentela, di solidarietà, di riconoscenza. Ma questi motivi sono imperfetti, spesso limitano il nostro amore, e gli danno un carattere in certo modo egoistico.
La virtù cristiana della carità ha invece un altro motivo, ben più alto, essa ama il prossimo per amor di Dio.
Lo ama perché Dio ci comanda di amarlo. Troviamo il comando di amare il prossimo anche nell'antico Testamento.
Ma la dura mentalità di quel popolo, e le cattive interpretazioni farisaiche della legge, avevano ristretto la portata di quel comando divino.
Nostro Signore Gesù Cristo nel suo Vangelo ha riconfermato il precetto dell'amore, fino a farne una cosa particolarmente sua, una caratteristica dei suoi discepoli, la misura della partecipazione al suo spirito. "Mandatum novum do vobis ut diligatis invicem, sicut dilexi vos. Dò a voi un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato ". E ancora: " in hoc cognoscent omnes quia discipuli meis estis, si dilectionem habueritis ad invicem. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l'uno per l'altro " (Giov. XIII; 34-35).
La carità ci fa amare il prossimo, perché al lume della fede, ci mostra nel nostro simile una creatura di Dio, oggetto di uno speciale amore da parte di Lui: una creatura a cui Dio ha voluto comunicare in certa misura qualche cosa della sua perfezione, stampandovi l'impronta di una somiglianza con Lui (Gen. I; 26). Nulla vi è di più bello nell'amore al nostro simile di questo altissimo pensiero. Così si può dire con verità che si ama Dio stesso nella sua creatura: e si verifica pienamente la classica definizione della carità cristiana: amare il prossimo per amor di Dio.
Nostro Signore Gesù Cristo ha voluto ribadire questo concetto altissimo, di amare Dio nella sua creatura, dichiarando che considererà come fatto a se stesso tutto il bene che faremo al prossimo. Rileggete una drammatica pagina del Vangelo nella quale questa affermazione è fatta con chiarezza ed insistenza.
Il Maestro descrive la scena del giudizio finale. Tutti gli uomini saranno adunati davanti al Figliuolo dell'uomo, che è Lui stesso, Gesù, per udire la sentenza. " Allora Egli dirà a quelli che saranno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato a voi fin dalla fondazione del mondo ". E ne fa seguire i motivi: "Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi scie e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricettaste; ignudo, e mi vestiste; ammalato, e mi visitaste; carcerato e veniste da me. Allora gli risponderanno i giusti: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti demmo da bere? quando ti abbiamo veduto pellegrino e ti abbiamo veduto ammalato o carcerato, e venimmo a visitarti? e il re risponderà a loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto qualche cosa per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatta a me " (Matt. XXV; 34-40).
I Santi hanno compreso questo motivo soprannaturale, divino, che la carità cristiana dà all'amore del prossimo. Di qui si spiega l'ardore con cui si davano alle opere di beneficenza, la sollecitudine, il rispetto che dimostravano verso i bisognosi, fino ad inchinarsi davanti a loro, a chiamarli i propri padroni, qualche volta a baciare i loro stracci e le loro piaghe. Di qui si spiega pure il persistere di questo amore anche di fronte alla ingratitudine. Quando si ama per amore di Dio, la persona del nostro simile quasi scompare, i suoi torti non contano, perché Dio, che si ama nel prossimo, non ha mai nessun torto verso di noi, anzi ha sempre infiniti titoli per essere amato.
Potrebbe sembrare che questo motivo della somiglianza divina non potesse trovare applicazione in certi poveri esseri, che la degradazione morale ha privato di ogni attrattiva, quasi togliendovi ogni immagine della bontà di Dio. Ma la fede suggerisce che anche nell'uomo più abbietto e perverso la somiglianza di Dio non è radicalmente tolta, ma solo offuscata, deturpata dalle colpe. Ed allora la carità cristiana, lungi dal rifuggire inorridita, troverà anzi nella creatura che così le si presenta un nuovo motivo per farla oggetto del suo amore e delle sue sollecitudini, onde ridonare a quel povero essere l'antico splendore e rimettere in onore l'immagine di Dio, che sta sotto a quelle brutture, come un restauratore di opere d'arte si adopera volentieri intorno ad un quadro antico, quando ha potuto riconoscere, sotto le rovine del tempo e dell'imperizia umana, il capolavoro di un grande artista, che egli vuole rimettere in luce.



CHI SI DEVE AMARE

Altissima nel motivo che l'ispira, la carità cristiana è senza limiti nell'oggetto a cui si estende. Nessuna creatura umana ne è esclusa: tutte essa ama, perché tutte sono creature di Dio, fatte a sua immagine e somiglianza.
Il popolo ebreo, di fronte al comando contenuto nella legge, aveva trovato modo di restringere il proprio amore agli amici, escludendone i nemici. Noi troviamo l'eco di questa restrizione nel Vangelo, dove, nel discorso della Montagna, Gesù riferisce, per correggerle, le massime correnti : " Udiste che fu detto: amerai il prossimo tuo, e odierai il tuo nemico ". E il maestro corregge: " Ma io vi dico amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano " (Matt. V; 4344). E di questo amore per i nemici, nella preghiera fatta per essi, Gesù ha poi dato magnifico esempio sulla croce, mentre stava per morire.
Neppure la carità cristiana si ferma, nel suo amore, alle differenze di razza e di nazionalità. Nella magnifica parabola del Samaritano, Gesù risponde alla domanda rivoltagli da un dottore della legge: " Chi è mio prossimo? ". E mostra appunto le sue preferenze e la sua approvazione per il buon samaritano, che, non ostante la differenza di razza e i cattivi rapporti esistenti fra i Samaritani e i Giudei, si prende cura dell'uomo che era stato ferito e lasciato semivivo dai ladroni (Luc., X; 29-37).
Gesù non esclude dal suo amore i peccatori; anzi, sfidando lo scandalo dei Farisei, mostra per essi le sue preferenze, e dichiara di essere venuto specialmente per loro, per ricondurli al Signore: " Non veni vocare iustos, sed peccatores " (Matt. IX; 13).
Questa estensione senza limiti assegnata all'oggetto della carità, non esclude però che ci sia una gradazione, una gerarchia, nell'amore, in corrispondenza ai legami più o meno stretti che ci uniscono al nostro prossimo.
E dapprima, noi amiamo di un amore speciale noi stessi.
C'è un amore di sè che si chiama egoismo, ed è cosa eminentemente anticristiana, riprovevole. E' l'uomo che si chiude in se stesso, fa di sè come un idolo, a cui sacrifica ogni altro affetto, le persone stesse che gli stanno dintorno, e che per lui non sono che mezzi per riuscire nei suoi intenti. Non v'è nessuna persona ragionevole che approvi una tale degenerazione dell'amore di sè, eminentemente antisociale e inumana; anche se, purtroppo, l'egoismo è il programma di troppi nella pratica della vita; anzi, siamo tutti in qualche momento egoisti, quando, preoccupati dei nostri interessi materiali, ci scordiamo del precetto cristiano della carità.
Ma c'è un amore di sè che è buono, doveroso anzi. Mancherebbe infatti al fine stesso della creazione, chi, messo al mondo con un tesoro prezioso di facoltà, e indirizzato al fine della vita eterna, non si prendesse cura di raggiungere questo fine, acquistando le virtù cristiane, ed assicurando la salvezza dell'anima propria, della quale dovrà rendere stretto conto a Dio Creatore.
Fra tutte le persone che ci circondano, e che noi abbracciamo con spirito di immensa carità, dobbiamo prima amare quelle che formano la nostra famiglia: genitori, figli, fratelli, parenti. Ciò è nella natura delle cose, conseguenza di quella altissima funzione che Dio ha assegnato alla famiglia, destinata ad essere la prima cellula costitutiva della società, e che non può compiere la sua funzione, se non vi alita un'onda preziosa di purissimo affetto, di solidarietà nelle aspirazioni, nei bisogni.

L'AMORE DI PATRIA

E come fra tutte le persone con cui noi possiamo essere in rapporto, noi dobbiamo amare la nostra famiglia, così, allargando il nostro sguardo sul mondo, fra tutti i popoli e le nazioni noi dobbiamo amare di un amore speciale la nostra patria, che è come la nostra famiglia più grande, in mezzo alle famiglie delle altre nazioni.
La patria è il paese dove siamo nati e siamo stati educati; dove hanno vissuto i nostri maggiori, dove abitano altri cittadini, altre famiglie strette a noi per vincoli di interessi, d'indole, di tradizioni, di lingua, di civiltà; dove siamo chiamati ad esercitare la nostra attività, portando agli altri il contributo dell'opera nostra, e ricevendone aiuti, per condizioni comuni di esistenza, per esempio, per una comune organizzazione di difesa, Come siamo stretti al nostro paese e ai nostri concittadini da interessi comuni, è naturale che tutti ci sentiamo di dover subordinare i nostri interessi, la nostra stessa libertà.
Ecco quindi che qui si verificano le condizioni per cui il precetto dell'amore del prossimo ci obbliga verso la nostra patria e i nostri concittadini, prima che verso gli altri popoli e le altre nazioni.
La dottrina cristiana, però, ci insegna che, come ogni nazione ha ricevuto da Dio speciali caratteristiche per compiere una speciale funzione nel mondo, così tutte devono considerarsi chiamate a collaborare ad un risultato comune, che è la civiltà universale del consorzio umano. Non devono quindi considerarsi come in necessario antagonismo, coll'intendimento di soverchiarsi a vicenda, in una continua lotta di armi e di interessi. Come la concordia è la condizione normale di ogni famiglia e di ogni singola nazione, così la pace dev'essere l'aspirazione di tutti i popoli, in una comune collaborazione, che porti ad integrare l'uno con l'altro il compito assegnato a ciascun popolo dalla Provvidenza. La guerra non può essere che una condizione di cose anormale, frutto di uno squilibrio momentaneo, che tutti devono cercare di ricomporre in un superiore desiderio di collaborazione fra i popoli.
Così il cristiano ama intensamente la sua patria, ne vive le glorie, ma al di là delle frontiere, delle differenze di lingua, aspira a considerarsi fratello degli altri uomini, tutti figli del medesimo Padre.

BENEFICENZA CRISTIANA

Il vero amore - e la carità ispirata da Dio lo è più di qualunque altro amore - non può consistere in un semplice sterile sentimento di compiacenza. Come, amando Dio, noi siamo portati a desiderare e procurare, per quanto ci è possibile, che Egli sia amato, onorato, ubbidito da tutti, così, amando veramente il prossimo, dobbiamo cercare di procurargli il suo bene, anzi quello stesso bene che desideriamo per noi.
Il Vangelo è pieno di questo insegnamento. Ricordate la scena del giudizio finale che vi ho citato sopra. E' il giudice che premierà per le opere di misericordia che avremo fatto in vita. E l'apostolo della carità, 8. Giovanni, ce lo ripete: " Figliuoli miei, non amiamo a parole e colla lingua, ma coll'opera e con verità "(I Giov. III, 18). E ci richiama all'esempio del Divin Salvatore: " Da questo abbiamo conosciuto la carità di Dio, perché Egli ha dato la sua vita per noi; e anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli ". E ancora: " chi avrà dei beni di questo mondo, e vedrà il suo fratello in necessità, e gli chiuderà il suo cuore, come la carità di Dio dimora in lui? " (Ivi, 16-17).
La storia della carità cristiana è la storia della beneficenza, in tutte le sue infinite forme, dalle più grandiose alle più minute. Chi non ha visto tanti ospedali, ospizi, ricoveri d'ogni sorta, in-cominciati all'ombra di una Chiesa, per iniziativa di anime sante, piene della carità di Nostro Signore? Anche la nostra città ne è abbondantemente fornita. Chi risale alle origini, trova le anime generose di S. Carlo Borromeo e del venerabile Alessandro Luzzago associate nella fondazione della Casa di Dio (nome così bene scelto e così profondamente cristiano!); di S. Girolamo Emiliani, il padre degli orfani, fondatore del nostro Orfanatrofio maschile, e un gruppo di pii confratelli adunati in opere di pietà e di carità, iniziare, coi loro contributi personali, quell'opera insigne che fu ed è la Congrega della Carità Apostolica, onorata poi dalla fiducia di tanti benefattori, che continua ancora fra noi, con animo aperto ad ogni necessità, una assistenza ispirata alla carità cristiana. E, in tempi più recenti, senza bisogno di ricordare i nomi, noti a tutto il mondo, di quegli eroi della carità, che furono
S. Giovanni Bosco e S. Giuseppe Cottolengo, noi abbiamo avuto qui una fioritura di veri organizzatori della carità ispirata al Vangelo: le beate Capitanio e Gerosa e la venerabile Di Rosa per l'assistenza ai malati e per l'educazione della gioventù femminile; il venerabile Pavoni e il P. Piamarta per l'educazione morale e professionale della gioventù maschile; oltre tutti quei numerosi istituti religiosi maschili e femminili, che distribuiscono, quasi in ognuno dei nostri paesi, anime votate alle molteplici opere della carità, e quegli altri benemeriti portatori della carità di Cristo, che sono i confratelli e le consorelle delle Conferenze di S. Vincenzo.
Vogliamo aggiungere che anche tutte le altre opere di assistenza che sono diventate una funzione di Stato, e che con abbondanza di mezzi sopperiscono a tanti bisogni, lo fanno perché la civiltà cristiana, che in molti suoi elementi forma ancora tanta parte della civiltà nostra, ha fatto penetrare nella coscienza pubblica la bellezza e il dovere di venire in soccorso dei bisognosi. E constatiamo con compiacenza, come naturale espressione dello spirito di carità, da cui la pubblica assistenza deriva, che quando si tratta di trovare chi con diligenza e con bontà attui quella funzione sociale, spesso si fa appello a religiosi e religiose, che allo spirito della carità di Nostro Signore più facilmente sanno ispirarsi.
Non crediamo però che la pubblica assistenza, diventata f unzione di Stato, possa esaurire tutto il dovere di aiuto, che per volontà di Dio, si deve ai bisognosi. Restano e resteranno, inevitabilmente, delle lacune: il bisogno ha forme molteplici, che non sempre possono entrare nei quadri dei regolamenti; spesso si nasconde, perché vergognoso, per pregiudizio od anche per un ragionevole riserbo. E così resta sempre un campo notevole per la carità privata.
E l'elemosina, fatta bene, con umiltà, con gentilezza e riserbo cristiani e accompagnata dalla parola dell'amore, non deve essere considerata, come falsamente si è detto, una cosa umiliante, una funzione ormai sorpassata. No, essa è un fiore genti le che spunta dall'amore che si porta al proprio simile, attraverso all'amore di Dio distributore di ogni bene; è una goccia di balsamo, che viene a posarsi su ferite ignorate, resa dolce da un affetto di fratello che soccorre il fratello: " frater qui adiuvatur a fratre! " (Prov. XVIII; 19).


CARITA' E GIUSTIZIA SOCIALE

Non è carità soltanto provvedere il necessario ai bisognosi che non sono nella possibilità di procurarselo. Perché 1'amore ai nostri simili non ci porterà anche a volere che tutti possano avere, senza che sia loro impedito, quello a cui hanno diritto?
Ecco che rientra così nel motivo generale della carità anche lo sforzo di promuovere e difendere una più completa giustizia sociale.
Non possiamo qui entrare nei dettagli del problema della giustizia sociale, perché il discorso ci porterebbe troppo lontano. Ma a tutti sono noti i generosi e illuminati appelli dei grandi Pontefici Leone XIII e Pio XI perché, di fronte alla gravità della questione sociale, tutti sentissero il dovere di avviare ad una soluzione che tenesse il giusto conto dei diritti e dei bisogni di tutti, e specialmente delle classi lavoratrici, più esposte, perché più deboli, a vedersi escluse da una conveniente partecipazione dei frutti della produzione della ricchezza. Ed ammoniva saggiamente il regnante Pontefice, che un trattamento equo delle classi lavoratrici sarà uno dei mezzi più efficaci per scongiurare i cataclismi spaventosi che sono minacciati dal comunismo ateo e rivoluzionario.
La questione, nelle sue applicazioni concrete, è poderosa e spesso non facile. Ma è facile intuire che, solo quando nella trattazione dei propri interessi e dei rapporti fra le classi sociali si porterà uno spirito animato dalla carità di Cristo, sarà più facile avviare un pacifico e conveniente assetto della questione sociale. Alla luce della carità evangelica è più facile avere una visione esatta dei grandi doveri che accompagnano la proprietà, sostituire alla lotta di classe una ragionevole e proficua collaborazione, ad un esercito di lavoratori che mordono il freno di una disciplina ferrea, preferire la nobile ambizione di una paternità che, senza sopprimere la necessaria disciplina, ama vedere nei lavoratori una grande famiglia di collaboratori fidenti, grati di vedersi compresi nei loro bisogni.
Non sarà inutile ricordare che il tempo più difficile nei rapporti fra le classi sociali fu il secolo scorso e l'inizio del presente, che corrisponde, sì, all'invenzione ed allo sviluppo della macchina che portò problemi e complicazioni nuove, ma anche ad un progressivo e funesto allontanarsi della vita pubblica da ogni influenza cristiana. In antecedenza, i rapporti fra le classi, organizzate nelle corporazioni, si ispiravano di più al concetto cristiano di amore. E ora si vede, in un ritorno a un concetto più organico della economia, la speranza di una sistemazione migliore. Faccia Iddio che questo spirito di collaborazione trovi il suo alimento in una grande ondata di amore cristiano, amore che non può trovare le sue radici che nella fede.

"NON DI SOLO PANE…. "

Quando si parla di carità, sembra quasi che non si intenda che elemosina o aiuti materiali. Questo è un errore, specialmente fra cristiani. Se la carità è amore, ed amare vuoi dire volere il bene del prossimo, non dobbiamo dimenticare che vi sono, per noi e per i nostri simili, beni più grandi dei beni materiali: vi sono i beni dello spirito. E' dunque opera di carità promuovere il bene spirituale del prossimo.
E' carità dare un'educazione buona, cristiana, ai fanciulli, ai giovinetti, a coloro che si preparano alla vita.
Lo comprendano i genitori, che hanno da Dio in deposito quei sacri pegni, di cui Dio domanderà conto strettissimo; i Sacerdoti che ne hanno avuto il mandato dalla Chiesa; tutti gli educatori. Dalle loro cure può dipendere l'orientamento di una giovane vita, la sorte eterna di molte anime.
E' carità la correzione fraterna, fatta con dolcezza e discrezione. " Se il tuo fratello, dice Gesù nel Vangelo, abbia commesso mancamento contro di te, va' e correggilo tra te e lui solo. Se egli ti ascolta, avrai guadagnato il tuo fratello " (Matt. XVIII; 15).
E' carità impedire gli scandali che travolgono tante anime. Si assiste con raccapriccio a tanti spettacoli sconvenienti in certi teatri e cinematografi, dove si presenta il male in forma seducente per tante anime, specialmente giovanili, che ne ricevono una impressione funesta; a tanti ritrovi dove si organizzano balli, dove la gioventù, anche di minore età, è chiamata, forse per l'intera notte, e vi trova i primi contatti e le prime esperienze che possono segnare l'ingresso nelle vie del male; a tante pericolose promiscuità negli stabilimenti, aggravate dagli orari notturni. Non sentiranno, tutte le persone oneste che vi hanno una qualunque responsabilità, il dovere di adoperarsi per impedire la rovina di anime redente dal sangue di Cristo? "Guai all'uomo, per colpa del quale viene lo scandalo" (Matt. XVIII; 7) ha detto il Maestro.
E' carità pregare per tutti quelli che hanno bisogno dell'aiuto di Dio. E' bello vedere con quanta insistenza 8. Paolo dichiara di pregare per i fedeli a cui scrive, e si raccomanda alle loro orazioni. E così dobbiamo fare tutti, per i bisogni della Santa Chiesa, delle anime sofferenti, o in pericolo. Opera squisita di fede e di carità.

 

* * *

Figli dilettissimi, vi abbiamo richiamato, per sommi capi, il gran precetto della carità, come Gesù ce lo ha inculcato. La carità è veramente la regina delle virtù. Essa dà alla vita cristiana l'impronta più caratteristica, e, mentre innalza il tenore della nostra vita terrena ad un'altezza soprannaturale, non ci abbandona neppure nell'altra vita. Ce lo dice l'Apostolo, in un magnifico capo della sua prima lettera ai Corinti, dove, dopo d'aver fatto il panegirico della carità e d'averne magistralmente descritte le prerogative, conclude: " La carità non viene mai meno " (I Cor. XIII; 8). Essa infatti ci accompagnerà anche in paradiso, dove costituirà la stessa nostra beatitudine, nell'amore senza limiti della infinita Bontà.
Possa davvero questa divina virtù, vera partecipazione della bontà di Dio fra noi, diffondersi ed impadronirsi di tutti gli uomini, che si amano troppo poco, si odiano, si combattono, e cosi non trovano un momento di riposo e di felicità.
" Grazie a Voi e pace, da Dio Padre Nostro, e dal Signore Gesù Cristo " (Rom. I; 7).

Brescia. 15 febbraio 1938.

 

 

 

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