Lettere pastorali di mons. Giacinto Tredici, vescovo di Brescia dal 1934 al 1964

 

 

Ateismo e comunismo (1937)

 

 

Negli anni scorsi al principio della Quaresima, quando i Vescovi sogliono rivolgere ai fedeli la loro parola di ammaestramento, vi abbiamo parlato della fede e della speranza, inizio e fondamento della vita cristiana, a cui danno l'orientamento e il valore caratteristico. Vi dovremmo parlare ora della carità, la terza delle virtù teologali, proprie del cristiano. Ma preferiamo invitarvi quest'anno a riflettere sulle cause di avvenimenti dolorosi che affliggono gli animi di tutti, mentre vediamo una nobile nazione gemere sotto il flagello della guerra civile, e peggio, sotto il pericolo di vedersi oppressa da una nuova tirannide, che già l'ha insanguinata con tante vittime, per odio alla religione ed alla civiltà cristiana.
Ispiratori di tanta rovina, che purtroppo mira ad estendersi ad altre parti dell'Europa e del mondo, sono due dottrine funeste, l'ateismo e il comunismo, che direttamente si oppongono alla religione ed alla civiltà. Purtroppo, in altri luoghi una funesta propaganda ha potuto guadagnare masse non sufficientemente premunite da una istruzione religiosa e sociale ispirata alle alte idee che ci vengono dal Cristianesimo. E' necessario che le nostre popolazioni, dove, per grazia di Dio, la fede è ancora sentita ed amata, siano illuminate dalla parola viva della Chiesa, perchè, pur tendendo, come è loro diritto, ad un ragionevole miglioramento delle proprie condizioni di vita, respingano da sè l'insidia funesta.
Il Santo Padre non ha mancato di mettere ripetutamente in guardia contro il grave pericolo. Il recente suo messaggio Natalizio che tanto ci ha commosso anche per il timore per la sua salute preziosa, ci rinnovava i suoi paterni avvertimenti. Di questo monito noi vogliamo ora farci eco presso di voi, figli dilettissimi, con una parola che, ispirata agli insegnamenti della fede, vuole illustrare alcune idee fondamentali, che vi premuniscano dalle insidie di un errore, che tanto danno porterebbe alle anime nostre ed alla nostra diletta Nazione, come già ha portato altrove stragi e rovine.

 

I

L' ATEISMO

E dapprima l'ateismo, cioè la negazione di Dio.
E' mai possibile, si chiede con orrore la nostra anima cristiana, negare l'esistenza di Dio? E difatti, alla sana ragione come alla fede, l'esistenza di Dio, principio e fine di tutte le cose, appare tanto evidente, da entrare nelle nostre convinzioni più fondamentali.

L' AFFERMAZIONE DELL' ESISTENZA DI DIO

Noi troviamo l'affermazione di Dio nella storia di tutti i popoli, d'ogni tempo, d'ogni coltura, d'ogni civiltà. Non è affatto vero quello che alcuni hanno voluto dire, che la fede in Dio sia stata possibile solo per l'ignoranza delle leggi della natura, e che la scienza, scoprendo le leggi e le forze che governano il mondo, abbia condotto gli uomini a far senza di Dio, ritenuto prima autore della natura. Invece, all'affermazione dell'esistenza di Dio si inchinarono in ogni tempo anche le migliori intelligenze; e gran parte degli uomini insigni a cui la scienza deve i suoi progressi, hanno riconosciuto che al di là del campo a cui arrivano le loro indagini e le loro scoperte c'è sempre tanto di misterioso, - e prima di tutto l'origine stessa di tutte le cose, - che esige l'intervento di un Essere Superiore, che, solo, è la ragione della natura stessa e delle sue leggi.
E questo Dio, a cui ci conduce l'osservazione della grandezza del mondo che ci circonda, non è qualche cosa di astratto, al di sopra e al di fuori del mondo in cui noi viviamo, sicchè se ne possa far senza e vivere come se non esistesse. No: esso è il fondamento di tutta la realtà, ci circonda con la sua grandezza e la sua potenza, ci regge colla sua sapienza e con la sua bontà, sicchè ben potè dire l'Apostolo S. Paolo, che noi " viviamo, ci moviamo e siamo in Lui " (Atti Ap. XVIII, 28) e " tutte le cose per Lui sussistono " (Col. 1,17).


DIO FONDAMENTO DELL' ORDINE FISICO

Dio è infatti l'autore e il fondamento dell'ordine fisico, cioè del mondo materiale in cui viviamo. Tanto più se ne scopre la grandezza, e tanto più la ragione e la fede ci portano a riconoscere la grandezza e la sapienza di Dio.
Egli tutto ha creato, ponendo nella natura quelle attitudini e quelle forze che a poco a poco la scienza scopre e studia, ma che da secoli danno quel grandioso, armonico risultato che tutti ci circonda. Egli ha creato l'uomo, la creatura intelligente, capace di dominare tutto il resto del creato, e di renderne a Dio l'omaggio della adorazione, della lode, della riconoscenza.
E come le ha create, Dio conserva tutte le cose con una mirabile Provvidenza, la quale si mostra anche più magnifica, oltre che benefica e veramente paterna, quando noi la consideriamo in ordine all'uomo, al quale veramente servono tutte le altre cose. Guai se mancasse questa magnifica Provvidenza! sarebbe il disordine, la rovina, il nulla.

FONDAMENTO DELL' ORDINE MORALE

Dio è anche l'autore e il fondamento dell'ordine morale, cioè l'ordine della nostra attività spirituale, intelligente e libera.
In questa creatura che è l'uomo, piccola e debole se la consideriamo nella immensità dell'universo e delle sue forze materiali, vi è una energia potente che tutte le sovrasta, ed è capace di ridurle al proprio servizio: è la volontà, illuminata a sua volta dalla intelligenza, che le discopre un campo vastissimo di azione, e gliene addita i mezzi. Questa potente energia che è la volontà, a differenza di tutte le altre forze della natura, è libera, cioè capace di determinarsi da sè, di scegliersi la propria strada. Mirabile prerogativa, questa della libertà, che ci pone al disopra di tutte le altre cose, costrette a subire l'influenza dell'ambiente e delle forze fra cui si trovano. Ma è pure una prerogativa pericolosa. Felici noi, e felice il mondo che ci circonda, se la nostra libera volontà avrà scelto bene il suo modo di agire, tenendo conto del suo vero bene e di quello delle creature che le stanno dintorno. Ma guai, se la volontà nostra sceglie male, seguendo l'errore, il capriccio, senza riguardo alla sua dignità ed al bene degli altri. Sarebbe per noi l'abbiezione, la rovina, e saremmo capaci di seminare la rovina intorno a noi.
La nostra volontà ha quindi bisogno di una guida, che senza toglierle la libertà, l'indirizzi al bene, la mantenga nell'ordine, a vantaggio suo e degli altri.
Questo aiuto prezioso della nostra attività libera è la legge morale: dettame saggio e prezioso, imperativo categorico, come l'hanno chiamato, che senza toglierle la possibilità di determinarsi da sè, le addita imperiosamente la via da seguire, la via del bene e del dovere. Così rimane alla nostra volontà la responsabilità e il merito, ma le è dato il modo di evitare la rovina, indirizzandosi al bene. E' questo il magnifico compito della nostra coscienza, attraverso la quale influisce su di noi la legge morale.
Ma che cos'è questa legge morale? come spiegare il suo carattere obbligatorio, che si impone alla nostra coscienza, sicchè sentiamo di doverle sottostare, pur sapendo che ci è possibile trasgredirla? I filosofi han detto molte cose per spiegare questo problema fondamentale dell'ordine morale. Ma, a riflettere, non si riesce a spiegare il valore della legge morale e del dovere, e conservarne tutta la altissima efficacia, se non pensando a Dio che ne è l'autore.
E non può essere che così. E' questa una parte della Provvidenza colla quale Dio conserva e governa il mondo. Il mondo materiale Egli lo governa colle leggi fisiche insite a tutte le cose, che le reggono necessitandole ad operare in un determinato modo, in conformità alla propria natura. Il mondo morale, cioè il mondo della coscienza e della volontà libera, Egli io governa con questa legge morale che fa sentire nell'intimo della nostra coscienza. E l'uomo, che riconosce nella voce della sua coscienza il comando di Dio legislatore, che gli sarà poi anche giudice, si sente spinto ad obbedire. Invece il dettame della coscienza non potrebbe avere tutta quella forza, se l'uomo non vi dovesse vedere che un giudizio della sua stessa ragione, o il frutto di convenzioni passeggere.

FONDAMENTO DELL' ORDINE SOCIALE

Dio è anche la causa e il fondamento dell'ordine sociale.
Gli uomini si trovano posti a vivere non isolati come eremiti, ma ordinariamente gli uni accanto agli altri, perchè ciascuno ha bisogno dei suoi simili, da cui tanto riceve, ed ai quali può dare in proporzione delle sue capacità. Questa è evidentemente una saggia e benigna disposizione della Provvidenza, che, in vista della insufficienza dei singoli, ha posto in ognuno di noi l'istinto della convivenza sociale.
Ma perchè questa convivenza abbia a procedere ordinata cosicchè l'attività dei singoli si armonizzi con quella degli altri per il bene comune, si richiede un potere coordinatore, che è l'autorità, elemento essenziale di ogni società bene ordinata; senza di essa non ci può essere che il disordine, la lotta degli uni contro degli altri.
Ora diversi potranno essere i modi con cui queste piuttosto che altre persone vengano a trovarsi collocate sopra i propri simili, rivestite di autorità. Ma perchè l'uomo possa riconoscere in un altro uomo suo simile questo potere che lo pone al di sopra di lui e mette un limite alla sua libertà, imponendogli anche delle rinunce e dei pesi in vista del bene comune, è necessario che egli veda in quell'uomo una ragione di superiorità a cui egli senta di doversi inchinare. Questa superiorità capace di imporsi non può essere solo un maggior ingegno, che può anche mancare, o qualche altra prerogativa personale o di famiglia: motivi troppo insufficienti per imporre un sacrificio della propria libertà ad un altro uomo naturalmente libero. Solo risalendo ancora a Dio autore e legislatore dì ogni uomo, che come ha voluto la convivenza sociale, vuole l'autorità che ne è la garanzia necessaria, si può trovare una ragione sufficiente per ridurre ad obbedienza tanti uomini, quanti sono coloro che formano la società umana.
In ultima analisi, si può dire che, se l'uomo s'inchina davanti ad un altro uomo ubbidendo, lo fa perchè gli vede brillare in fronte un raggio di Dio legislatore supremo.
E. d'altra parte, solo quando coloro che presiedono alle sorti dei loro simili ed hanno in mano il potere, sanno di esercitano in nome di Dio, come suoi strumenti per l'ordine e la prosperità della convivenza sociale, sapranno pure di dover mantenere la loro autorità nei giusti limiti, cioè in quanto l'esercizio di essa è necessario per il bene comune, non per ottenere un proprio vantaggio individuale.
E così torna evidente che Dio, - sempre Dio -, è il fondamento dell'ordine sociale, come dell'ordine morale e dell'ordine fisico.
Se Dio non ci fosse, non vi sarebbe che il caos, cioè il disordine, anzi il nulla.

PERCHE' I NEGATORI DI DIO?

La nostra ragione vede tutto questo, senza sforzo, come il frutto di una evidente riflessione basata sulla realtà che ci circonda e di cui noi stessi siamo una parte.
Ed allora, per tornare alla domanda che ci siamo posta in principio, vi sono che negano l'esistenza di Dio? E' possibile l'ateismo?
La risposta è pur troppo affermativa. Ci sono degli atei; non solo come uomini che nell'intimo della loro coscienza sono assaliti da un dubbio angoscioso, ma uomini che della negazione di Dio fanno aperta professione e si chiamano cinicamente i Senza Dio, e si propongono di strappare dalle masse popolari, e soprattutto dalle nuove generazioni, l'idea di Dio ed ogni pratica religiosa. E' quello che hanno fatto e che fanno i bolscevichi in Russia, nel Messico, ed ora hanno cominciato a tare nella povera Spagna straziata.
E ne è venuto quello che doveva venire. Sradicata dalle anime l'idea di Dio, che è il vero fondamento di ogni ordine e di ogni bene, ne è venuto il disordine, l'odio, la barbarie. La distruzione di migliaia di chiese ha avuto un'eco ancora più raccapricciante nella rovina di tante anime di fanciulli; sottratti alla educazione familiare, privati di ogni idea superiore, e divenuti preda di ogni scostumatezza senza limiti, essi formano già la preoccupazione di coloro che allontanandoli da Dio hanno creduto di fare opera di emancipazione da vieti pregiudizi religiosi, e si accorgono invece di aver creato elementi pericolosi per la convivenza sociale. L'odio contro Dio e la religione ha fatto perdere ogni senso di umanità e di giustizia, seminando la via della rivoluzione bolscevica di crudeltà, di stragi e di morti, che riempiono di orrore ogni anima onesta. E tutto questo, senza che si possano vedere i decantati miglioramenti nelle condizioni degli umili, ridotti in condizioni di miseria e di sofferenza.
Guai alla umanità, se dovessero trionfare gli sforzi satanici dei Senza Dio! Il Padre che è ne' cieli ci preservi da tanta sciagura, e la tenga lontana in modo speciale dalla Patria nostra, che finora ha preservato dal contagio.
Ma come mai tale follia ha potuto penetrare e farsi strada in creature ragionevoli, pur dotate di intelligenza?
La Sacra Scrittura, mentre accenna all'esistenza dei negatori di Dio, ci dà una spiegazione del fenomeno doloroso. Nel salmo il profeta dice commosso: " Dixit insipiens in corde suo: non est Deus: dice lo stolto nel suo cuore: Dio non c'è " (Salmo XIII,1).
C'è, dice dunque il Profeta ispirato, chi nega Dio; ma egli lo chiama stolto, come uno che parla senza ponderatezza, non accorgendosi di dire una cosa senza fondamento.
Ed è proprio così. Vi sono degli uomini, anche dotati di ingegno, che hanno fatto oggetto dei loro studi il mondo materiale, e ne hanno scoperto le proprietà e le leggi. Abituati a tutto sperimentare coi loro strumenti di precisione, a base di reagenti chimici, di microscopio e di bilancia, e soddisfatti degli imponenti risultati ottenuti, non si sono domandati se non vi sono altri problemi al di là dei risultati delle loro osservazioni e delle loro analisi; e non trovando Dio in fondo ai loro esperimenti, hanno creduto di poterlo negare, o di non curarsene, come di cosa irreale o di. nessuna importanza per loro. E' l'agnosticismo, ed anche il materialismo di alcuni scienziati, le sui negazioni sono poi ripetute da altri, che della scienza non conoscono neppure il nome. Ben li può chiamare stolti il Profeta, non per la loro scienza, che non rinnega Dio, ma per non essersi voluti elevare al disopra di quello che la scienza ha constatato, per domandarsi la ragione ultima di tutte le cose.
Ed altri, inorgogliti di quel magnifico strumento di sapere che è l'intelligenza, hanno voluto richiudersi in essa, divinizzandola, quasi fosse essa stessa la legge, il fondamento del reale, e non soltanto il mezzo di conoscerlo. E' l'idealismo, forma più moderna della negazione di Dio. Atteggiamento di spirito non meno incompleto ed illogico del materialismo di un tempo.
Agli uni ed agli altri si applica anche l'altra sentenza, che è dell'Apostolo Paolo: "Evanuerunt in cogitationibus suis: Divennero stolti nei loro pensamenti " (Rom. I, 21), fermandosi alle cose materiali od allo spirito nostro, senza assurgere a chi delle une e delle altre è l'autore.
Oh! se, con una formazione intellettuale più completa e ragionevole, invece di fermarsi a metà, o chiudersi in un pregiudizio, avessero seguito nel loro studio le migliori inclinazioni della nostra intelligenza, avrebbero trovato la magnifica strada che ci conduce a Dio, e che 8. Paolo ci ha additato, dalle cose sensibili che ci circondano, come dalla coscienza che è in ciascuno di noi, alla affermazione chiara, magnifica, confortante, di Dio, fondamento e spiegazione di ogni cosa e di ogni ordine.
Ma il salmista, continuando, accenna a un'altra ragione dell'ateismo: " corrupti sunt, et abominabiles facti sunt in studiis suis: sono corrotti, commettono azioni abominevoli " (Salmo XIII, 1). E' questa, la corruzione, una facile conseguenza della negazione di Dio, perchè, come abbiamo visto, Dio è il vero valido fondamento del dovere. Ma spesso ne è anche la causa, cioè è la corruzione che conduce all'ateismo. Quando si vive male, si è in lotta con la propria coscienza, e non si vuole abbandonare la cattiva strada intrapresa, Dio torna facilmente incomodo: lo si considera come un intruso che viene a turbare la volontà decisa a seguire il suo capriccio, lo si teme come un futuro giudice molesto; si vorrebbe che non ci fosse. E' il cuore, ha detto il salmo, più che la intelligenza, che ha negato Dio. Non per nulla, nel programma dei Senza Dio che hanno lavorato a togliere la religione alla nuova generazione in Russia, ci fu la spinta verso una vita senza freno, in mezzo a spaventosi incentivi di corruzione. Sapevan bene i tristi, che questo sarebbe stato il mezzo più efficace per togliere a quelle povere creature la fede in Dio.
Tali sono, ordinariamente, le fonti dell'ateismo.

II

ATEISMO E COMUNISMO

L'altro errore del quale abbiam detto di volervi parlare, e il comunismo. Due errori che si presentano ora congiunti. I Senza Dio sono infatti i principali alleati del comunismo; anzi la propaganda dell'ateismo è considerata come un mezzo per promuovere lo sconvolgimento della società attuale, secondo i dettami del comunismo.
La connessione fra le due propagande consiste in questo. Da una parte, essendo Dio il fondamento dell'ordine sociale, togliendo alle masse la credenza in Dio, si crede di meglio sovvertire l'ordinamento attuale della società. Dall'altra parte, appunto perchè Dio è messo a base dell'ordine sociale, si vuol far risalire a lui anche tutti i mali e le ingiustizie che presenta in sè la società presente: la cui constatazione diventa un argomento in favore della negazione di Dio.
Ma nè è giusto far risalire a Dio la responsabilità dei mali della società, dipendenti dalla volontà degli uomini, nè il comunismo si mostra un mezzo giusto ed idoneo per riparare a quei mali.

LA DOTTRINA DEL COMUNISMO

Il comunismo parte, nella sua dottrina, dalla critica dell'attuale ordinamento economico della società. Questo ordinamento, a prescindere da molti particolari di dettaglio, ci presenta il contrasto stridente di due categorie di uomini: l'una, più piccola di numero ma potente, è in possesso della ricchezza e di gran parte degli strumenti capaci di produrla; l'altra, smisuratamente più numerosa, non possiede che le proprie braccia e deve attendere dagli altri la possibilità di vivere, costretta a mantenersi in una condizione di strettezza, che fa contrasto con la ricchezza dei primi.
Rimedio per togliere questa ingiustizia sociale, dice il comunismo, è l'abolizione della proprietà privata, sorgente delle disuguaglianze attuali, sostituita dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Tolta la proprietà privata, si dice, sarà impossibile l'accumularsi delle ricchezze in mano di pochi; il prodotto del lavoro potrà essere in vantaggio di tutti.
Di qui la lotta dì classe, del lavoro contro la proprietà o il capitale, per abolire la proprietà privata, ed arrivare alla collettivizzazione al comunismo.

LA DOTTRINA CATTOLICA SULLA PROPRIETA'

Contro tale sistema, è opportuno richiamare la dottrina della Chiesa cattolica intorno alla proprietà ed ai mali lamentati nell'ordinamento capitalistico della società.
Depositaria di una dottrina di verità trasmessale dal suo Divin Fondatore, e di un mandato tutto speciale da Lui avuto, che è quello di diffondere nel mondo il suo spirito, che è spirito di carità per tutti e specialmente per i miseri e gli infelici, la Chiesa non ha aspettato l'attuale pericolo comunista per far sentire la sua parola, per dare il suo insegnamento. Tutti sanno come già quasi mezzo secolo fa, nel 1891, Leone XIII, raccogliendo l'insegnamento dei Padri e dei Dottori, ha riassunto questa dottrina della Chiesa nella sua mirabile Enciclica Rerum Novarum, che il regnante Pontefice Pio XI ha ricordato, illustrandola nell'altra Enciclica, da lui pubblicata nel 1931 Quadragesimo anno.
Osservando l'ordinamento economico della società come si presentava alla sua mente sagace, Leone XIII riconosceva che esso era sotto molti aspetti ben lontano dalla equità e dalla giustizia, e lamentava la condizione triste ed ingiusta che era fatta a molti lavoratori, non certo conforme alla paterna e benigna disposizione della Provvidenza Divina. Ma, soggiungeva, questo deplorevole stato di cose non è una conseguenza necessaria della proprietà privata in se stessa, ma invece di abusi e di ordinamenti sociali che non mantenevano la proprietà nella sua funzione voluta dalla natura e da Dio, e non provvedevano sufficientemente all'assistenza di coloro, che, privi di tutto, si trovavano indifesi di fronte alla prepotenza del capitale.
Infatti, come insegna San Tomaso (Summ. Theol. II-II; q. LXVI, a. 2), se ci domandiamo qual è, nei disegni della Provvidenza, la destinazione dei beni materiali che sono sparsi sulla terra, dobbiamo rispondere che Dio li ha dati perchè servissero ai bisogni di tutti, e non soltanto a quelli di una categoria o classe di persone. Ma questo non impedisce che determinati beni appartengano in particolare ad alcuno, purchè in qualche modo se ne possano avvantaggiare anche gli altri. E questo può avvenire, o perchè chi possiede procura ad altri il lavoro, che, ricevendo una giusta ricompensa, diventa fonte di onesto guadagno, atto a provvedere ai bisogni del lavoratore e della sua famiglia; o perchè, anche al di là della giusta ricompensa a chi lavora, chi possiede interviene a soccorrere, nei modi suggeriti dalla beneficenza, e meglio ancora dalla carità cristiana, ai bisogni di chi nè possiede nè ha la possibilità di lavoro.
E' vero che in questo modo, pur dandosi un utile anche a chi non possiede, non si evitano differenze nelle condizioni sociali e nella distribuzione della ricchezza, sicchè rimangono poveri e ricchi. Ma dobbiamo fare una riflessione importante. E' forse possibile arrivare ad una uguaglianza generale come alcuni ingenuamente possono desiderare? No: è un'utopia, cioè una fantasia irrealizzabile, date le differenze esistenti fra l'abilità, la forza, le attitudini delle diverse persone, che ricondurrebbero fatalmente le differenze economiche, anche se si fosse giunti ad una distribuzione ugualitaria.



GLI INCONVENIENTI DEL COMUNISMO

Nè a risolvere il problema delle disuguaglianze sociali e della pacifica convivenza degli uomini arriva il comunismo, colla sua proposta della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sostituita alla proprietà privata: nessun padrone; una o molte aziende proprietà dello Stato, in cui tutti lavorano nelle diverse funzioni che l'azienda richiede, mentre l'utile è ripartito fra tutti, dirigenti e lavoratori.
I predicatori del comunismo, facendo brillare davanti alla fantasia dei lavoratori questa forma di produzione collettiva non avvertono una cosa di grande importanza. L'esperienza ha dimostrato, e ve ne potrete persuadere facilmente anche voi, che lo stimolo efficace ad un lavoro intenso, e quindi fortemente remunerativo, è la speranza di un utile proprio. E questo vale per tutti: per l'operaio che lavorando pensa di conservare e migliorare il suo salario, e forse investirlo in una casetta, in un campo, in una piccola macchina che gli rendano più sicuro l'avvenire, come per l'imprenditore, che deve procurare il lavoro per l'azienda e curarne l'organizzazione in vista del futuro profitto. Quando, colla proibizione della proprietà privata, mancasse la speranza di un utile proprio, mancherebbe lo stimolo all'iniziativa ed al lavoro, con danno di tutti. E' per questo che generalmente sono più prosperose le aziende private che le pubbliche. E l'esperimento di collettivizzazione attuato su larga scala nella Russia bolscevica, ben lungi dal migliorare le condizioni di quel popolo, le ha peggiorate di molto, facendo ristagnare la produzione delle industrie, e languire l'agricoltura; dove quei contadini, felici quando furono messi in possesso del terreno tolto ai padroni, cominciarono in un primo tempo a resistere, quando vennero i delegati dello Stato a ritirare gran parte del prodotto, e poi si limitarono a coltivare solo quel tanto che poteva bastare ai propri bisogni, con danno enorme della produzione nazionale.
Perchè il sistema di proprietà collettiva potesse funzionare con ordine e vantaggio di tutti, sarebbe necessario che tutti fossero guidati dal medesimo disinteresse, rinunciando ad ogni considerazione di interesse proprio. Ma dove lo trovate voi un mondo così fatto?
Aggiungete la mancanza di ogni onesta indipendenza, ed esclusa ogni possibilità di acquistarsela col proprio lavoro, e poi dite se varrà la pena di sovvertire il mondo, rinfocolare gli odi e la lotta di classe, per riuscire ad un simile risultato sconfortante.

LA VERA SOLUZIONE DELLA QUESTIONE SOCIALE

Ma dunque, per non arrischiare l'esperimento funesto della proprietà collettiva, si dovrà lasciare il lavoratore indifeso di fronte al capitale potente, perchè lo possa sfruttare a suo talento?
Questo no. Leone XIII lo affermava solennemente proponendo i rimedi ai mali denunciati, colle grandi linee di un ordinamento sociale più conveniente alla dignità ed al bisogno di tutti.
I mali denunciati dell'ordinamento capitalistico provenivano principalmente dal fatto che il capitale e il lavoro erano stati considerati come due elementi contrastanti, lasciato ciascuno alla libera esplicazione della propria attività. E ciò era avvenuto attraverso alla abolizione di una regolamentazione dei loro rapporti che già in anticipo esisteva, per quanto imperfetto, nelle corporazioni medioevali. Questa regolamentazione era stata abolita per opera principalmente della Rivoluzione Francese, per una affermazione di sconfinata libertà, che fu la caratteristica del liberalismo. Ma fu un errore, come tanti altri di quel funesto sistema. Posto l'uno di fronte all'altro, senza limiti e senza coordinazione, il capitale e il lavoro diventarono due interessi contrastanti, guidati ciascuno dal proprio tornaconto; e nel conflitto era troppo facilmente esposto a soccombere il lavoratore più debole, perchè non disponeva che della forza delle proprie braccia, assillato dalle necessità quotidiane del proprio sostentamento.
Ma non doveva, non deve essere così.
La proprietà privata, come ogni altra cosa umana, non può essere intesa come un diritto assoluto senza limiti e senza doveri, che possa giungere fino allo sfruttamento del lavoratore. Essa è uno dei fattori della produzione, di cui l'altro, non meno necessario, è il lavoro. Anzi il lavoro ha questo in più, che è l'attività di un uomo, cioè di una persona, ed è per questa persona il mezzo necessario per la sua esistenza. Esso ha quindi una speciale dignità, e merita una speciale considerazione e tutela, perchè, travolto nel meccanismo della produzione, non sia privato del suo scopo personale ed umano, di provvedere ai bisogni di chi dà alla produzione l'energia delle sue braccia e della sua mente.
A questo rispetto della dignità e dei giusti diritti del lavoratore, il capitalista si deve sentire obbligato come da un dovere di coscienza, pronto per questo a contenere in giusti limiti la sua partecipazione al reddito della produzione, per farne parte a chi ha collaborato con lui alla produzione stessa. E a questo proposito la dottrina cristiana, fatta di giustizia e di carità, ricorda al capitalista la magnifica dottrina affermata già dai santi Padri, che tutte le cose create, anche le ricchezze sono di Dio, che le ha destinate a vantaggio di tutti gli uomini. I ricchi ne sono come depositari, incaricati dalla Provvidenza di amministrarle, perchè producano in vantaggio di tutti. La dottrina cattolica ricorda pure che dell'uso delle ricchezze i proprietari dovranno rendere stretto conto al giudizio di Dio, giudizio che sarà particolarmente severo, appunto per la delicata funzione che Dio ha loro affidata nel mondo.
Ma siccome non è sempre facile determinare in concreto quali siano questi limiti nell'uso delle ricchezze e i doveri della proprietà, è necessario, come in tutte le obbligazioni che riguardano anche il bene degli altri, un mezzo umano che impedisca, per quanto è possibile, gli eventuali abusi.
Per questo Leone XIII riconosceva ai lavoratori stessi il diritto di unirsi, per trattare i loro interessi e i loro diritti collettivamente, con quella maggior forza che evidentemente deriva dalla loro unione. Di qui le organizzazioni professionali e sindacali, anch'esse a lor volta tenute a non abusare della loro forza, ma a seguire una norma che deve essere, non di lotta contro un nemico, ma di collaborazione coll'altro fattore della produzione che è il capitale.
E già fin d'allora, il Pontefice ammoniva che questa organizzazione del lavoro e della produzione, necessaria per rendere insieme giusti e vantaggiosi i rapporti fra capitale e lavoro, padroni e operai, non doveva essere lasciata completamente ai privati anche lo Stato ha qui la sua funzione, il diritto e il dovere di intervenire, con tutto un complesso di leggi sociali, che, senza sopprimere la libera iniziativa, fonte insieme di libertà e di prosperità, la regolasse in modo che più facilmente ne potesse venire, col coordinamento, il vantaggio comune, col rispetto dei diritti di tutti.
E voi vedete che negli anni che sono passati da allora, si è camminato in questo senso. Ora i lavoratori hanno la possibilità di far sentire la loro parola, di intervenire collettivamente alla trattazione dei loro interessi; e le leggi dello Stato sono intervenute spesso a determinare la condizione del lavoro, per riguardo alla durata, ai contratti, ai minimi di salario, alle assicurazioni sociali.

IL PARADISO NON E' DI QUESTA TERRA

Ma pure, si potrà dire, quanti inconvenienti ancora! quante miserie nelle condizioni dei lavoratori, dei diseredati dalla fortuna!
E' vero; ma non si può pretendere, nelle cose umane, di evitare tutti gli inconvenienti. Neppure il comunismo può evitare tutte le miserie, come l'esperienza ha dimostrato, collo svantaggio in più che esso sopprime ogni onesta libertà ed ogni libera iniziativa. Disagi, privazioni, inconvenienti, sono inseparabili dalla imperfezione che è proprio di tutte le cose create; tanto più quando nei rapporti umani c'entra la libertà, sempre capace di sottrarsi al proprio dovere ed alla spinta verso il bene. S'aggiungano le condizioni di crisi spesso indipendenti dalla volontà dei singoli, che rendono specialmente difficile l'economia.
Ed è qui, di fronte alle privazioni ed agli inconvenienti inevitabili anche dopo aver attuato tutto quanto possa venir suggerito dai migliori accorgimenti e dalle teorie più sagge, che la nostra dottrina cristiana dice ancora la sua parola, fatta insieme di una sana visione della realtà, e di una considerazione superiore confortante.
Il paradiso non è di questa terra. O meglio, dovremmo dire, c'era sulla terra, dono della bontà di Dio, ma è stato perduto, perchè l'umanità l'ha volontariamente rifiutato. Qui abbiamo tutti colpe da scontare. Non meravigliamoci che su questo campo delle condizioni economiche, come su tanti altri campi della nostra vita, vi siano dei difetti, delle sofferenze. Il cristiano, pur non trascurando nulla di quello che possa giovare ad una migliore sistemazione della sua vita materiale, sopporterà con pazienza gli inevitabili disagi. Dio glieli lascia perchè pensi più facilmente al paradiso vero, che c'è, senza dubbio, ed è fatto per noi, ma è nella vita futura, e dobbiamo meritarcelo.
E siccome si merita il paradiso con le opere buone; ed in modo speciale con l'esercizio della carità verso i nostri simili, ecco che il pensiero della vita futura, mentre sarà ai diseredati, ai poveri, invito alla pazienza, sarà ai ricchi un monito salutare perchè abbondino nell'esercizio della carità, attenuando quelle differenze fra le classi, che, spinte oltre certi limiti, costituiscono un pericolo per la pacifica convivenza. Carità che si esercita non solo colla moneta o col pane dato in elemosina agli indigenti, ma colla larghezza nell'accogliere le domande dei propri dipendenti, e poi colla beneficenza intesa nel più largo senso, fino a tutto quel complesso di opere di assistenza, che vanno dal contributo dato per questo scopo alle istituzioni apposite, alla fondazione di ricoveri, di istituti di educazione, e così via. Così i ricchi compiranno l'incarico ricevuto dalla Provvidenza, di amministratori e tesorieri del Padre comune che è nei cieli.
Tutte cose, queste, che rappresentano e rappresenteranno sempre, nonostante tutte le elargizioni e le provvidenze dello Stato, un integratiVo necessario per le tante inevitabili lacune. Ma cose che solo il senso cristiano può comprendere e sa meravigliosamente alimentare. Il comunismo non ne vuoi sapere e predica l'ateismo, seminando sulla sua strada a piene mani l'odio, coi risultato di rendere più aspri i rapporti sociali, senza trovarvi rimedio.
Ecco, figli dilettissimi, una parola semplice come il Vescovo la deve dire sui grandi pericoli dell'età presente: l'ateismo e il comunismo.
Dio ci preservi da questi flagelli. Ma per questo attacchiamoci bene alla nostra santa dottrina cristiana, che da Dio comincia ed a lui conduce, e sola ci può guidare, attraverso alle inevitabili miserie, ad una sistemazione della società quale umanamente è possibile, e ad una vita eterna, solo perfettamente felice.
La benedizione di Dio Padre, Figliuolo, Spirito Santo discenda su tutti noi.

Brescia, 31 gennaio 1937.

 

 

 

 

torna alla pagina indice su Giacinto Tredici

Maurilio Lovatti indice generale degli scritti