Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

 

Dal capitolo 4 (pag. 203 - 207)

 

La vicenda del controllo del Giornale di Brescia

 

 

 

 

Il Giornale di Brescia, diretto da Leonzio Foresti, era stato pubblicato nei mesi immediatamente successivi alla Liberazione per conto del CLN. Successivamente era subentrata nella responsabilità la società per azioni Editoriale Bresciana, proprietaria della testata. La maggioranza azionaria di questa società era detenuta da un cartello formato dalla Banca S. Paolo, dalla Banca Credito Agrario bresciano, dalla Tassara di Breno e da altri imprenditori minori. Nella prima metà d'aprile del 1949, Antonio Folonari[1] di Ludriano di Roccafranca acquista le azioni possedute dal Credito Agrario e alleatosi con Tassara, assume il controllo della Società, rendendo ininfluente il pacchetto azionario della Banca S. Paolo. Non sappiamo se e come Folonari abbia preavvertito il Vescovo delle sue intenzioni. Il 6 febbraio Folonari si era fatto ricevere da Tredici in Curia;[2] e possiamo immaginare per comunicazioni di una certa importanza, considerando che l'incontro avviene eccezionalmente di domenica. Tuttavia non si conoscono i contenuti del colloquio, e non se ne trova traccia se non sull'agenda del Vescovo. Folonari dispone il licenziamento del direttore Foresti, con decorrenza dal 19 aprile, annunciando a Boni e al Vescovo che vuole rendere il giornale più autonomo dalla DC, pur "nel rispetto della religione e della morale, ossequiente al Vescovo". Nei giorni successivi Folonari lascia Brescia e si reca in Brasile per affari.

Il Vescovo e mons. Almici,[3] indignati dal licenziamento di Foresti, sono preoccupati della piega assunta dalle vicende del Giornale di Brescia, poiché temono che possa venir meno l'azione di fiancheggiamento della DC da parte del quotidiano bresciano, anche in vista delle elezioni amministrative del 1951. Il 20 aprile 1949 si svolge in Curia, ai massimi livelli, una riunione interamente dedicata alla situazione del Giornale di Brescia: vi partecipano il Vescovo, mons. Almici, l'avv. Fausto Minelli, per la Banca S, Paolo, l'on. Lodovico Montini e l'on. Stefano Bazoli.[4] E' interessante osservare, a conferma del ruolo determinante di mons. Almici, che nessun altro esponente della Curia (Vicari, Cancelliere, Segretario vescovile) partecipa ad un incontro così importante e delicato. Nei giorni precedenti, Tredici aveva avuto colloqui sulla questione con l'avv. Minelli e Bruno Boni (il 14 aprile), con Leonzio Foresti (il 15 dello stesso mese), con l'on. Montini (il 16) e con l'on. Bazoli (il 18 aprile).

Agli inizi di luglio, Lodovico e Francesco Montini informano in via riservata il Vescovo che Vittorio Folonari, fratello di Antonio, ha manifestato la disponibilità a cedere il pacchetto azionario a persone designate dal Vescovo, per la allora ingente somma di 35 milioni di lire (somma che la Curia pensava di poter ottenere grazie all'appoggio di mons. Montini[5]). Nel pomeriggio del 25 agosto 1949 però, in un incontro col Vescovo,[6] Folonari nega la disponibilità a cedere le azioni, pur dicendosi propenso a includere nel consiglio di amministrazione due consiglieri vicini alla Curia (Minelli e Rampinelli). Nel mese di settembre mons. Almici negozia con Folonari un possibile accordo per la cessione delle azioni, subordinato all'impegno che la DC non pubblichi un proprio quotidiano, che potrebbe far concorrenza al Giornale di Brescia. Nel corso delle trattative, è prospettata al Folonari la possibilità di ricevere un titolo nobiliare dal Vaticano, se egli fosse disposto a cedere gratuitamente le azioni.  Il 18 settembre Tredici scrive a Folonari, affermando:

"Sarei molto lieto se si raggiungerà l'accordo, e sarò anche più lieto di adoperarmi perché l'accordo sia mantenuto. E sarà un mezzo per ottenere l'eliminazione di due giornali locali in lotta e in concorrenza e un organo di pacificazione, di sicurezza contro il pericolo sovversivo, di eventuali dibattiti civili e garbati."[7]

Mons. Giacinto quindi assicura implicitamente Folonari che mons. Almici s'impegnerà affinché la DC desista dal pubblicare un proprio quotidiano. La trattativa è resa lunga e ancor più difficile dal fatto che una parte delle azioni di Folonari facevano parte di un consorzio di azionisti, che vincolava gli aderenti a cederli esclusivamente ai sottoscrittori del patto.

Il 18 dicembre 1950, Tredici scrive a Folonari, dicendosi disposto a ricevere intanto le azioni non legate al patto, in attesa di poter ottenere anche le altre, una volta poste in essere le formalità giuridiche per sciogliere il consorzio. Le azioni ricevute dalla Curia, 1050 di piena proprietà di Folonari, e 3300 vincolate nel consorzio, sono intestate al dott. Giuseppe Bianchi, notaio e presidente diocesano degli uomini di AC, che su carta intestata della Segreteria vescovile, manoscrive e firma una dichiarazione, nella quale afferma di essere fiduciariamente intestatario del pacchetto azionario, "che riconosce essere di effettiva ed esclusiva proprietà di Sua Eccellenza il Vescovo di Brescia".[8] Le azioni ricevute dalla Curia, unite a quelle della Banca S. Paolo, assicurano il pieno controllo dell'Editoriale Bresciana.

Il 25 dicembre Tredici scrive nuovamente a Folonari:

"La ringrazio di aver portato felicemente a termine l'operazione che le stava tanto a cuore, coll'aver ceduto al mio rappresentante dott. Bianchi le 4350 azioni della E. B. Così Lei ha dato al Vescovo di Brescia la possibilità, in unione con altri azionisti sui quali egli sa di poter fare affidamento, di influire così che il Giornale si mantenga indipendente dai partiti, ma rispettoso dell'indirizzo che a me sta a cuore per il bene della religione ed insieme della tranquillità e del benessere della provincia che ci è cara."[9]

Due giorni dopo, Tredici scrive a mons. Montini per informarlo della conclusione della trattativa, della quale in precedenza era già stato più volte informato:

"Il progetto di assicurare colla maggioranza delle azioni l'influenza decisiva sull'indirizzo del Giornale di Brescia, ora è un fatto compiuto, quantunque non pubblico, come del resto doveva essere."[10]

Dopo aver riassunto gli aspetti giuridici del passaggio di proprietà delle azioni, Tredici comunica a Montini che Folonari gli ha dichiarato la disponibilità a donare 15 milioni di lire "in modo da far cosa grata in omaggio al Santo Padre" per contribuire alla costruzione di una chiesa in Roma, oltre all'impegno di contribuire interamente alle spese per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale di Ludriano, dedicata a S. Filastrio (Padre della Chiesa e Vescovo di Brescia nella seconda metà del IV secolo). Tredici riferisce anche della promessa relativa all'onorificenza e fa presente che, non avendo figli, Folonari non potrà trasmettere il titolo. E ricorda:

"In proposito V. E. mi ha accennato tempo fa ad altre condizioni che la Chiesa ordinariamente richiede, specialmente vita apertamente cattolica e di benemerenze ripetute, cose che non si possono dire si siano sempre verificate nel soggetto. Però devo dire che da tempo la sua condotta è corretta, ed a Ludriano non manca ai suoi doveri cristiani, e tratta bene i suoi dipendenti: ho voluto io visitare le case costruite da lui per i contadini, perché non avrei voluto che potessero dire che aveva fatto con lusso la chiesa, ma trascurava le abitazioni dei suoi dipendenti. Ora, nel dono fatto delle azioni, ha voluto con suo dispendio non indifferente assicurare alla Chiesa una situazione di cui gli si era mostrata l'utilità. E si può aspettare dell'altro. In complesso, io credo di poter dire che, se il titolo gli fosse concesso, ci sarebbero dei commenti, ma in fondo si riconoscerebbe che ha fatto del bene. Bisognerebbe che, accennando in forma indeterminata ai motivi, senza accennare alla cosa del giornale, si facesse cenno espressamente alla chiesa in avanzata costruzione, e di altre benemerenze verso la Chiesa."[11]

E sempre a mons. Montini, nel giugno del 1951, scrive ancora:

"La faccenda del Giornale di Brescia ora è sistemata. Anche altri amici hanno acquistato altre azioni, cosicché l'influenza nostra sul giornale è assicurata. Si è avuto il collaudo in queste elezioni [amministrative]: il giornale, senza dichiararsi apertamente per la DC, ha parlato delle liste apparentate con speciale benevolenza verso la DC; e questo certo ha giovato."[12]

Queste lettere a Montini mostrano da un lato la scrupolosità di Tredici (che verifica l'atteggiamento di Folonari verso i contadini, visitando personalmente anche le case costruite per loro) ma nello stesso tempo il suo orientamento a non rendere pubblico il raggiunto controllo del Giornale di Brescia, tramite la donazione delle azioni di Folonari. Questa esigenza di riservatezza potrebbe non risultare del tutto comprensibile, in quanto l'operazione finanziaria è stata condotta in modo pienamente legale, per di più senza costi per la Curia, diretta allo scopo di garantire l'ispirazione cattolica del giornale e la sua azione di sostegno alla DC, tanto più preziosa in quanto si trattava dell'unico quotidiano locale. Perché tenere riservato questo stato di cose? La risposta la troviamo in un'altra lettera a mons. Montini, anche se scritta oltre tre anni dopo la conclusione di questa vicenda. Rispondendo a precise richieste di Giovanni Battista Montini sulla stampa locale bresciana, riferendosi al Giornale di Brescia, Tredici scrive:

"Siamo riusciti ad assicurare in mani fidate la maggioranza delle azioni, e di conseguenza l'influenza sull'indirizzo del giornale. Ma questa situazione non deve comparire, perché altrimenti si avrebbe la reazione degli altri, e specialmente del gruppo Beretta, che potrebbe pubblicare un altro giornale, o una edizione bresciana di altro giornale, con danno non piccolo. In realtà si può essere abbastanza contenti dell'indirizzo politico, non propriamente democristiano, ma benevolo. Per il lato morale, pur troppo non si riesce a tutto quello che si vorrebbe. Io per iscritto e a voce non ho mancato di richiamare il direttore a criteri morali più seri…"[13]

Tredici si mostra preoccupato che settori rilevanti della borghesia industriale bresciana possano finanziare un quotidiano che faccia concorrenza al Giornale di Brescia, se questo fosse esplicitamente e pubblicamente schierato nel fronte cattolico, e questa sembra fosse anche la convinzione di mons. Almici.

In ogni caso le argomentazioni di Tredici sembrano pertinenti a mons. Montini: Pio XII nel 1951 nomina Antonio Folonari conte dello Stato della Città del Vaticano, e si tratta dell'ultima attribuzione di un titolo nobiliare da parte del Vaticano.[14] Alla cerimonia di consacrazione della nuova chiesa parrocchiale di Ludriano, il 2 ottobre 1954, oltre a mons. Tredici, partecipa di persona mons. Montini, segno della gratitudine della Chiesa per le donazioni di Folonari.

 



[1] Dott. Antonio Folonari (1901-1978), proprietario terriero e laureato in scienze agrarie, già Presidente dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Brescia dal 1936, pilota, Maggiore dell'aeronautica e medaglia d'argento al valor militare, Conte dello Stato della Città del Vaticano dal 1951.

[2] B 10, Agenda 1949 A.

[3] Don Almici era stato insignito del titolo onorifico di Prelato Domestico di Sua Santità nel giugno del 1948.

[4] B 10, Agenda 1949 B.

[5] Appunto senza data e firma, contenuto nelle carte di Tredici (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[6] B 10, Agenda 1949 B.

[7] Lettera del 18 settembre 1949 al dott. Antonio Folonari (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[8] Dichiarazione manoscritta del dott. Giuseppe Bianchi, in data 22 dicembre 1950 (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[9] Lettera del 25 dicembre 1950 al dott. Antonio Folonari (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[10] Lettera del 27 dicembre 1950 a mons. Giovanni Battista Montini, pag. 1 (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[11] Ivi, pag. 2.

[12] Lettera del 2 giugno 1951 a mons. Giovanni Battista Montini, pag. 1 (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[13] Lettera del 24 luglio 1954 a mons. Giovanni Battista Montini (B 108, fasc. Giornale di Brescia).

[14] G. Zavaglio (ed.), Il Conte Antonio Folonari, un mecenate per Ludriano, La Compagnia della Stampa, Masetti Rodella, Roccafranca (Bs) 2002, pag. 26.

 

 

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