Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

 

Dal capitolo 5 (pag. 230 - 239)

 

I giovani di Azione Cattolica e il caso Rossi (1954)

 

 

Il 16 aprile 1954, il dott. Mario Rossi, presidente centrale dei giovani d'AC, scrive ai Vescovi di tutta Italia, per rendere note le sue dimissioni dall'incarico "per profonde divergenze col presidente generale" d'AC, cioè con il prof. Luigi Gedda.[1] Qualche mese prima, il 27 gennaio, Rossi aveva inviato la lettera di dimissioni dalla presidenza nazionale della GIAC a mons. Montini, Sostituto alla Segreteria di Stato; la goccia che aveva fatto traboccare il vaso di un lungo contrasto con Gedda erano state le dimissioni imposte a don Arturo Paoli, vice assistente centrale dei giovani, in seguito ad un'intervista da questi concessa al settimanale L'Europeo, nella quale il sacerdote aveva sostenuto un ruolo maggiore dei laici nella Chiesa ed aveva affermato che "i giovani non vogliono essere di destra".[2] Mons. Montini, che condivideva gran parte delle critiche di Rossi alla linea di Gedda, aveva però cercato di mediare, bloccando la diffusione della lettera di dimissioni. E' stato addirittura ipotizzato che l'atteggiamento di Montini su questa vicenda abbia suscitato "le perplessità e la sfiducia del Pontefice",[3] contribuendo all'allontanamento di Montini da Roma. Nel mese di marzo, a Castellamare di Stabia era stata formata una Giunta comunale frutto di un'alleanza tra DC, monarchici e missini, che era stata fortemente criticata dai giovani. L'episodio induce Rossi a rompere gli indugi e a rendere pubbliche le dimissioni,[4] anche se le ragioni del dissidio non sono soltanto politiche, ma riguardano il ruolo stesso dei laici nella Chiesa e nella società (in particolare Rossi e i giovani sono favorevoli ad una pastorale "d'ambiente", sul modello francese, con momenti formativi differenziati per studenti, operai, contadini, ecc, mentre il modello tradizionale, difeso da Gedda, articolava le attività per classi d'età; inoltre i la GIAC auspica un ruolo più attivo ed autonomo per il laicato).

La presidenza di Rossi era stata molto breve, meno di due anni, e fin dall'inizio si era caratterizzata per il sostegno dato alla tesi degasperiana dell'autonomia dei laici cattolici nelle scelte politiche. Scrive Rossi, in aperta polemica con Gedda:

"I giovani vogliono che la politica si faccia con scelte politiche e non con scelte religiose: la religione deve ispirare la politica e non sostituirsi ad essa. Perciò i laici facciano i laici a loro rischio personale senza usare la Chiesa a sostegno di una tesi di partito."[5]

Questo punto di vista è perfettamente collimabile con la posizione assunta di Tredici nel 1948 e poi nel 1951 e 1952, apertamente critica nei confronti della linea di Gedda e del tentativo di "trascinare anche l'AC direttamente nella politica di partito", come si è visto nel capitolo 4.

E Tredici ribadisce queste sue convinzioni anche nel 1954, quando in seguito alla diffusione della notizia delle dimissioni di Rossi, riportata con grande risalto dai quotidiani nazionali del 18 aprile, mons. Federico Sargolini,[6] assistente centrale della GIAC, scrive a tutti gli assistenti diocesani per negare che le dimissioni di Rossi siano dovute a motivi politici, e afferma che:

"E' l'ora di dare ancora una volta la prova di una disciplina senza riserve e di una fedeltà assoluta alla Chiesa. La gioventù con i suoi 560.000 soci si stringa con amore filiale attorno al Papa ed ai Vescovi, come i primi credenti si strinsero compatti nel Cenacolo attorno a Pietro e agli apostoli, sotto lo sguardo materno di Maria, formando un cuore solo ed un'anima sola."[7]

Il 24 aprile, sulla Voce del Popolo e quindi con l'autorizzazione del Vescovo, è pubblicato un contributo di Rossi, intitolato Nei momenti difficili stiamo ancorati alla Madonna. Il presidente dimissionario dei giovani, con tono appassionato, graffiante e combattivo, scrive:

"Quando nostalgici di ieri e dittatori di oggi, sotto etichette diverse e affermando la loro sfiducia nell'uomo, insidiano la libertà e in nome della libertà si preparano a toglierla, noi ci prepariamo a difenderla e invitiamo tutta la gioventù a farsi portatrice di questo insostituibile valore umano ed a unirsi a noi per abbattere tutte le insidie che possano sminuire l'affermazione di questo ideale: l'ignoranza, lo scadimento del senso morale nella vita pubblica e privata, l'ingiustizia sociale. E questo in nome di tutti coloro che per una città di uomini liberi hanno sofferto fino a martirio."[8]

Una settimana dopo, Tredici scrive al cardinale Adeodato Piazza, presidente della Commissione episcopale che sovrintende all'AC,[9] e dopo aver assicurato che i giovani bresciani dell'AC non sono mai venuti meno ai doveri di disciplina e obbedienza all'autorità ecclesiastica, esprime con franchezza alcune sue valutazioni sulla vicenda:

"Non posso nascondere, però, che le dimissioni del dott. Rossi, e le circostanze ed i commenti che l'accompagnarono, hanno dato occasione, nei nostri dirigenti e nei gregari, ad un disagio certo spiacevole, specialmente nei riguardi del Presidente Generale dell'Azione Cattolica [il prof. Luigi Gedda, NdA]. E' sembrato infatti che egli voglia imprimere all'Azione Cattolica un suo indirizzo personale, e che per questo tenda ad eliminare le persone che abbiano un indirizzo diverso. I nostri giovani e uomini ricordano, a questo riguardo, precedenti, come le dimissioni del prof. Carretto[10] e l'allontanamento dell'avv. Veronese. Di più, a quello che molte volte si è già detto, pare che egli eserciti un'azione politica, orientandosi ed orientando l'Azione Cattolica verso un indirizzo di alleanza cogli elementi più conservatori (a destra, come si dice); mentre ai nostri pare che l'Azione Cattolica, per i suoi statuti e per una vera ragione di necessità, non debba fare azione politica, e comunque debba orientarsi piuttosto verso un accentuato indirizzo sociale e democratico, se non vogliamo vedere allontanarsi da noi le masse popolari, a cui i nostri giovani sono vicini, e che sono continuamente insidiate dalla propaganda comunista, che si presenta come la sola a difendere gli interessi delle classi lavoratrici, e che proprio in questi momenti vuole attirare le masse dei cattolici.

Di più, il comunicato dell'Osservatore Romano[11] ha dato come motivo delle dimissioni del dott. Rossi deviazioni dottrinali. Ora i giovani e gli uomini nostri vorrebbero che fossero segnalate queste deviazioni dottrinali, anche solo perché se ne possano guardare.

A proposito poi di questo, mi permetto di osservare che anche a noi vescovi, che per il nostro ufficio e per gli stessi statuti dell'Azione Cattolica dobbiamo dirigere nelle diocesi l'azione stessa, non sono state indicate queste deviazioni. Difatti una circolare dell'Eminentissimo Cardinale Ottaviani,[12] Pro-Segretario del S. Officio, ci ha mandato una copia dell'Osservatore Romano col comunicato suddetto perché lo prendessimo come norma, ma non ha indicato quali fossero quelle deviazioni."[13]

Non può non sorprendere una critica così franca ed esplicita all'orientamento di Gedda, se si considera che il Presidente Generale dell'Azione Cattolica godeva in quel periodo della piena fiducia di Pio XII e l'aperto e totale appoggio, oltre dello stesso cardinal Piazza, anche del cardinal Ottaviani e del cardinal Pizzardo,[14] e quindi del S. Offizio, e cioè dei più autorevoli collaboratori dello stesso Pontefice. Tredici smaschera anche una certa ipocrisia dell'Osservatore Romano, che attribuisce al Rossi delle "deviazioni dottrinali", che nessuno ha saputo peraltro precisare, mentre le divergenze, oltre all'ambito politico, vertevano su questioni organizzative e pastorali, e investivano una diversa funzione del laicato, che i giovani di AC volevano più attiva e responsabile, con una visione ai tempi pionieristica, ma che poi diverrà comune con l'insegnamento del Concilio Vaticano II sul sacerdozio universale dei fedeli. Peraltro Tredici già nel 1948 aveva pienamente appoggiato le posizioni di Ugo Pozzi e dei giovani bresciani quando, in occasione dell'ottantesimo anniversario della GIAC, essi si erano opposti alla presidenza centrale che voleva una manifestazione nazionale a Roma prima delle elezioni politiche, scelta che avrebbe strumentalizzato politicamente il movimento giovanile cattolico, come si è visto nel capitolo 4.

Tredici si fa costantemente e fermamente interprete dell'orientamento dei dirigenti dell'AC bresciana, vicini alle posizioni di Rossi. Scrive Giulio Colombi:

"Nel 1954 il discorso all’Assemblea diocesana dell’intera AC, al Teatro Sociale, avrebbe dovuto essere tenuto da Mario Rossi; ora, egli lasciò la Presidenza, che aveva retta per due anni, pochi giorni prima. Da noi, si decise che una allocuzione al cospicuo raduno fosse affidata a Mario Cattaneo, che sviluppò in sostanza, con la finezza e la precisione che gli sono proprie, le tesi appunto di Rossi, riscuotendo l’approvazione e il consenso degli interve­nuti, in special modo dei giovani, e, circostanza rile­vante, esplicitamente del Vescovo, mons. Giacinto Tre­dici."[15]

Lo stesso Mario Cattaneo, che collaborava strettamente con Onofri,[16] racconta che mons. Tredici disse loro: "Io ho piena fiducia nella GIAC bresciana, essa ha agito sotto la mia responsabilità e io mi trovo d'accordo con voi",[17] atteggiamento molto diverso da quello della maggior parte delle diocesi lombarde, ricorda ancora Cattaneo, ove vi fu invece un allineamento alle posizioni di Gedda. Il dott. Cattaneo spiega che, in quei momenti difficili, la tesi principale che i giovani difendevano era l'autonomia e la responsabilità dei laici nelle scelte politiche e sociali, ma che attraverso quest'affermazione di principio essi sentivano l'importanza di battersi contro il pericolo di una svolta a destra della DC, sotto la pressione dell'AC nazionale, che avrebbe potuto pregiudicare quegli ideali di libertà e giustizia sociale che animavano la loro azione. Sempre Cattaneo ricorda che le l'attività e le riunioni della GIAC erano sempre seguite da mons. Almici, che agiva costantemente in sintonia col Vescovo, e che periodicamente, quando lo riteneva necessario, suggeriva loro di incontrare Tredici per tenerlo aggiornato e per chiedere indicazioni.

Nel maggio del 1954, la Voce del Popolo pubblica un pezzo dal titolo Il pensiero del senatore Cenini sulla politica interna, che riporta ampli stralci di un articolo del Cittadino (organo della DC bresciana) firmato dal Cenini stesso e apertamente a favore di Rossi. Scrive il senatore democristiano, commentando le dimissioni di Rossi:

"Taluni, laici e sacerdoti, che si trovano nei più alti gradi, non hanno saputo mantenersi estranei al dibattito politico, intervenendo anche in modo e circostanze non chiare e niente affatto simpatiche. […] E' appunto per tale confusione, creata da certe ben note prese di posizione, in materia non certo religiosa, anche in un passato non lontano, per esempio dal prof. Gedda e dal p. Lombardi, che sorge legittimo e fondato il dubbio circa interferenze che hanno finalità non soltanto religiose.

Al prof. Rossi si è fatto addebito di audacie dottrinali, di pericolose idee d'importazione. Nessuno però conosce finora in che consistano tali idee. Molto diffusa è invece l'opinione che non si trovasse d'accordo col prof. Gedda."

L'estensore della nota osserva:

"Il senatore Cenini conclude il suo articolo affermando la sua simpatia per il prof. Rossi."[18]

Possiamo in sostanza affermare che a Brescia non solo i giovani e gli uomini di AC sono contrari alla linea di Gedda, ma anche la DC bresciana è compatta nel rifiutare ogni apertura alla prospettata svolta a destra. Proprio lo stesso giorno che esce la Voce del Popolo con l'articolo del sen. Cenini, il presidente diocesano dell'AC, Dino Filtri, scrive una durissima lettera al card. Adeodato Piazza, presidente della Commissione episcopale per l'Alta Direzione dell'AC, nella quale sono contenute numerose critiche alla presidenza Gedda. Scrive Filtri:

"[La Giunta diocesana] …ritiene inoltre che la Presidenza Centrale, non sempre rispetti le debite autonomie dei rami d’Azione Cattolica e delle Diocesi, inframettendosi con ordini diretti, non portati prima a conoscenza dei capi responsabili, e non tenga nel dovuto conto le istanze e le proposte riguardanti i molteplici problemi della vita e dell’attività dell’AC, che dalla periferia vengano ripetutamente espressi, sia per iscritto, sia direttamente a voce negli incontri e convegni regionali e nazionali. Tale mancata rispondenza prende un aspetto particolarmente preoccupante, quando attraverso i C.C. [Comitati Civici] o altre forme si cerca di far perno sull’organizzazione dell’AC per portare i cattolici all’azione politica, in direzioni non certo condivise dalla folla dei nostri iscritti, che, per essere gente umile e lavoratrice, non può accordarsi con tendenze autoritarie, conservatrici e retrivamente paternalistiche, già duramente sperimentate attraverso i vent’anni di fascismo. Ciò riesce poi particolarmente inviso a Diocesi, come quella di Brescia, che ha dato attraverso le forze cattoliche organizzate un altissimo contributo di uomini, di sangue e di vite alla lotta della resistenza."[19]

Dopo altre critiche relative agli aspetti organizzativi dell'AC e alla scarsa considerazione manifestata dalla Presidenza centrale verso i presidenti diocesani, Filtri conclude proponendo addirittura al Cardinale di destituire Gedda:

"Poiché d’altra parte, sia nei nostri ambienti come in altri a noi vicini, la principale causa del disagio sopra notato, vien ravvisata nella persona e nei metodi del prof. Gedda, questa Giunta Diocesana sarebbe d’avviso che potrebbe essere opportuno un avvicendamento nella carica della Presidenza Generale.

Quanto sopra si è voluto dire perché riteniamo nostre precipuo dovere far conoscere alle Autorità preposte dal S. Padre alla vigilanza dell’Azione Cattolica, tutti quei fatti e stati d’animo, che, se fino ad ora non hanno dato origine ad episodi di dissensi gravi, nelle condizioni attuali diffondono però una sfiducia e un disagio che a lungo andare potrebbero anche menomare l’efficienza, l’unità, lo spirito insomma dell’AC Diocesana."

Nove giorni dopo, Filtri torna a scrivere al card. Piazza, insistendo sulla linea politica portata avanti da Gedda:

"Si è andato sempre più diffondendo presso dirigenti e soci, oltre che in vasti settori dell'opinione pubblica, la convinzione che la Presidenza centrale intenda dare all'AC un orientamento che viene interpretato come avvallo politico a situazioni vagamente di destra.

Detta interpretazione di fatti e avvenimenti, ancorché fosse priva di reale fondamento, si palesa estremamente dannosa, in quanto pone l'AC in cattiva luce presso le classi più umili. Nella nostra diocesi inoltre potrebbe arrecare danno gravissimo e forse irreparabile all'intesa fiduciosa, alla collaborazione con le altre forze cattoliche operanti nei difficilissimi campi sindacale e politico che, attuata e sperimentata finora con stima e lealtà piena e reciproca, ha consentito l'esemplare superiorità dei cattolici bresciani rispetto alle forze avversarie."

In conclusione, la Presidenza diocesana:

"Rivolge un caldo appello alla Superiore Autorità perché venga smentito con parole e fatti tale ravvisato e paventato indirizzo."[20]

Tredici non si limita a manifestare a Roma le sue perplessità con delle lettere, ma interviene anche di persona. Tra il 28 maggio e il 14 giugno del 1954 trascorre un lungo periodo a Roma, tra la canonizzazione di Pio X (29 maggio) e quella di Maria Crocifissa Di Rosa (12 e 13 giugno in S. Pietro, a cui partecipano 1700 pellegrini bresciani), interrotto solo da un breve viaggio a Napoli e Montecassino (4 e 5 giugno). Nel suo soggiorno romano Tredici incontra numerosi prelati responsabili di diverse Congregazioni Pontificie. In particolare, tra gli altri, il 7 giugno incontra Montini (col quale aveva pranzato anche l'8 aprile, in un precedente breve viaggio nella Capitale) che è ancora alla Segreteria di Stato, e mons. Angelo Dell'Acqua,[21] che dal 1955 gli subentrerà; il 12 giugno ha un lungo colloquio con il cardinal Piazza, nella sede della Congregazione concistoriale, che dura quasi l'intera mattinata. Dall'agenda sappiamo che oggetto principale dell'incontro è "il caso Rossi e la GIAC".[22] A conclusione dell'incontro, Piazza invita Tredici a pranzo, con inizio alle ore 13.15, a cui partecipa anche mons. Ernesto Camagni,[23] che ben conosceva il dott. Enrico Vinci, il successore di Rossi alla presidenza centrale della GIAC. Non conosciamo ovviamente il contenuto dell'incontro, ma tenuto conto della durata inusuale dell'incontro, che si prolunga col pranzo, e della franchezza delle critiche esposte nella lettera del 1 maggio allo stesso Piazza, possiamo verosimilmente ipotizzare che Tredici abbia sostenuto con forza le sue ragioni e le critiche a Gedda, che aveva più volte manifestato, sia negli anni precedenti, sia in occasione delle dimissioni di Rossi.

Tuttavia la vicenda non finisce in quell'occasione: circa un anno e mezzo dopo, mons. Mario Castellano,[24] assistente ecclesiastico generale dell'AC, scrive a Tredici, con una lettera personale "riservata", manifestando preoccupazione per la GIAC bresciana:

"E' stato portata a mia conoscenza la iniziativa presa dalla Presidenza Diocesana della G.I.A.C. di Brescia, in forza della quale sono state apportate modifiche di rilievo alla formula del tesseramento dei soci, con lo sganciamento dei tesserati dal giornale nazionale per favorire la nuova pubblicazione diocesana dal titolo Realtà Giovanile.

Tutto ciò la Presidenza diocesana della GIAC ha disposto con lettera agli Assistenti e Presidenti parrocchiali “per il lancio del tesseramento”, con parole nelle quali non sembrano rispecchiati i sentimenti di correttezza e di carità che senza alcun dubbio animano sia il Presidente che l’Assistente verso la rispettiva Presidenza Centrale […]. Mi consta inoltre che la iniziativa presa, non solo non fu preventivamente concordata con la medesima Presidenza Centrale, ma che ad un primo accenno fattone all’Assistente Mons. Lanave, questi escluse la possibilità di un tale[25] consenso, tenendo anche conto delle esigenze di ordine generale.

Nel segnalare quanto sopra all'E.V., e nel chiedere il Suo autorevole intervento per chiarire la situazione venutasi a creare, mi permetto di sottoporre altresì alla Sua prudente considerazione la convenienza o meno di rinnovare l’incarico di Presidente Diocesano al dott. Francesco Onofri.[26] Egli infatti non sembrerebbe nuovo ad atteggiamenti di fronda non solo in materia organizzativa, ma anche disciplinare, come apparirebbe - se sono bene informato - dal suo comportamento al tempo del caso Rossi.

La Presidenza Centrale della G.I.A.C. mentre segue con spiegabile preoccupazione la situazione della Presidenza Diocesana di Brescia, ha creduto necessario sospendere il tesseramento della Diocesi, anche per sottolineare il suo dovere di difendere l'unità strutturale dell’Organizzazione quale è stata stabilita dai Superiori."[27]

Sia pure in modo diplomatico e rispettose delle prerogative del Vescovo, mons. Castellano suggerisce a Tredici di non confermare Giulio Onofri, considerato troppo vicino a Rossi. In realtà, però, tutti i dirigenti giovanili di Brescia condividono le idee di Rossi. Scrive Colombi che la GIAC bresciana manifestava allora:

"una cordiale solidarietà con le idee di fondo che veniva elaborando sulle pagine di «Gioventù» e altrove, con un linguag­gio apparso subito a noi gradevolmente nuovo, Mario Rossi: discorso che, ridotto alla semplicità dei suoi ter­mini essenziali, mirava a mettere in guardia, con vigore virile, dalle strumentalizzazioni, si direbbe ora, che del­la GIAC si intendevano da molti operare in funzione civico-politica, per di più spesso nettamente caratterizza­ta da occulte o palesi simpatie con le destre e con i set­tori della DC propensi a  «governi forti», nell’intento di rintuzzare lo slancio di conquista di comunisti e so­cialisti e di giungere anche a mettere fuori legge almeno i primi. Da noi si avvertiva con una certa chiarezza che questi propositi avrebbero finito per annullare lo sforzo ormai diuturno per giungere ad una definizione esatta della propria collocazione e della propria essenza da par­te dell’AC italiana, e per farla retrocedere, in un moto involutivo, verso lo stadio dell’Opera dei Congressi, tan­to più perentoriamente superato negli anni cinquanta, di quanto lo fosse stato negli anni in cui era stata sop­pressa da san Pio X."[28]

Il progetto di realizzare un giornale autonomo dei giovani bresciani di AC, era stato comunicato al Vescovo da Giulio Onofri nel settembre del 1955. L'analisi di Onofri partiva dalla constatazione di un "sentimento di scontentezza" di molti giovani della GIAC nei riguardi di Gioventù, il giornale nazionale dei giovani di AC, dovuta:

"…secondo un giudizio ormai diffuso, alla superficiale genericità dell'impostazione di contenuto di Gioventù, alla sua impossibilità di incidere realmente nelle coscienze dei lettori."[29]

Prudenzialmente Onofri aveva stabilito che il giornale giovanile fosse stampato come supplemento alla Voce del Popolo e che pertanto mantenesse "la dipendenza dal Direttore di quel giornale e quindi, in via gerarchica, alla Giunta diocesana di AC che, a nome di V. E., vigila sul settimanale diocesano." In tal modo, verosimilmente su suggerimento dell'accorto mons. Almici, i giovani si affidavano al Vescovo per fronteggiare le prevedibili difficoltà che la loro iniziativa avrebbe suscitato a Roma.

Ebbene, in questa difficile situazione, Tredici resiste fermamente alle pressioni romane e, risolta diplomaticamente la questione del tesseramento, autorizza la pubblicazione di Realtà Giovanile e soprattutto consente a Giulio Onofri di rimanere alla presidenza dei giovani fino al luglio del 1957, quando sarà sostituito da Mario Cattaneo,[30] anche lui amico di Rossi e in piena sintonia d'idee con Onofri, col quale collaborava da diversi anni, svolgendo di fatto la funzione di vice-presidente dei giovani di AC. Nella seconda metà degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, la GIAC di Brescia e il suo quindicinale, Realtà Giovanile, che vende circa 4.000 copie, vivono un periodo di intensa attività, d'impegno coraggioso e ricco d'entusiasmo; vi partecipano molti giovani, che poi avranno un ruolo importante nella vita sociale, religiosa e politica di Brescia e fra i quali ricordiamo: Giuseppe Camadini, Pietro Padula, Renato Papetti, Giulio Colombi, Pier Virgilio Begni-Redona, Mario Picchieri, Giambattista Lanzani, Giulio Onofri, Vasco Frati e Angelo Onger. Ricorda Giulio Colombi:

"Tra gli episodi particolarmente significativi dell’A.C. bresciana ritengo debba annoverarsi la fondazione e la continuazione per un periodo abbastanza lungo, seppure da ultimo con crescenti difficoltà, del periodico Realtà giovanile cui da principio contribuii anch’io. Un foglio, questo, molto modesto, se paragonato agli standard attuali, ma vivace, puntuale nella riflessione, abba­stanza non conformista anche rispetto a tesi e orientamenti nazio­nali, sui quali in sede bresciana si pensava di poter eccepire. Per esempio, vi si diede voce a dissenso marcato rispetto alla campagna di sospetto e demolizione del pensiero - soprattutto politi­co - di Maritain, svolta dalla “Civiltà Cattolica” (p. Messineo)."[31]

 



[1] M. C. Giuntella, Cristiani nella storia. Il "caso Rossi" e i suoi riflessi nelle organizzazioni cattoliche di massa, in A. Riccardi (ed.), Pio XII, Laterza, Roma – Bari 1985, pag. 347-377; la cit. è a pag. 360. Si veda anche: M. V. Rossi, I giorni dell'onnipotenza: memoria di un'esperienza cattolica, Borla, Roma 2000; G. de Antonellis, Storia dell'Azione Cattolica, Rizzoli, Milano 1987, pag. 261-271; E. Preziosi, Obbedienti in piedi. La vicenda dell'Azione Cattolica in Italia, SEI, Torino 1996, pag. 284-288.

[2] M. C. Giuntella, Cristiani nella storia, cit., pag. 359.

[3] E. Versace, Montini e l'apertura a sinistra. Il falso mito del «Vescovo progressista», Guerini, Milano 2007, pag. 132; B. Lai, Il Papa non eletto. Giuseppe Siri cardinale di Santa Romana Chiesa, Laterza, Roma – Bari 1993, pag. 99.

[4] Quando Rossi riferisce a Montini le pesanti critiche che gli avevano rivolte i cardinali Piazza, presidente della Commissione episcopale per l'AC, Pizzardo e Ottaviani, "Il prosegretario di Stato, allibito, non fa che ripetere: «E questo accade senza informarmi di nulla!» Scuote la testa, non sa cosa fare, e allora Rossi insiste per le dimissioni chiedendogli di utilizzare la vecchia lettera; a questo punto Montini acconsente, ma scoppia a piangere senza ritegno." (G. de Antonellis, Storia dell'Azione Cattolica, cit., pag. 267).

[5] M. Rossi, Gli italiani hanno votato, in «Gioventù», 14 giugno 1953, cit. in M. C. Giuntella, Cristiani nella storia, cit., pag. 356 e 374, n.35.

[6] Mons. Federico Sargolini (1891-1969) Assistente della GIAC dal 1929, Vescovo ausiliare di Camerino dal 1963.

[7] Lettera di mons. Sargolini agli assistenti diocesani della GIAC del 20 aprile 1954, in B 92.

[8] VP, 24 aprile 1954, n. 17, pag. 6.

[9] La Commissione episcopale per l'Alta Direzione dell'AC, presieduta dal card. Piazza, è composta di altri 8 Vescovi e ha come Segretario l'Assistente ecclesiastico centrale dell'AC (mons. Giovanni Urbani fino al 1955, poi mons. Ismaele Mario Castellano).

[10] Prof. Carlo Carretto (1910-1988), presidente centrale della GIAC dal 1946 al 1952, fonda la Fraternità di Spello nel 1965.

[11] Faziose speculazioni, in L'Osservatore Romano del 23 aprile 1954, pag. 1.

[12] Card. Alfredo Ottaviani (1890-1979) Cardinale e Pro-segretario del Sant'Offizio dal 1953 al 1959, poi Segretario; Pro-prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede dal 1966 al 1968.

[13] Lettera del 1 maggio 1954 al card. Piazza, in B 91.

[14] Card. Giuseppe Pizzardo (1877-1970) Vescovo dal 1930, Cardinale dal 1937, Prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università dal 1939, Vescovo di Albano dal 1948, Segretario del S. Offizio dal 1951 al 1959.

[15] G. Colombi, Il periodo delle presidenze Giulio Onori, Mario Cattaneo e Giuseppe Onori, 1951-1964, in A. Fappani, A. Onger, Cento anni della gioventù cattolica bresciana, cit., pag. 100.

[16] "Quasi ogni pomeriggio, racconta il dott. Cattaneo, suonavo il campanello di casa Onofri, in Via Gabriele Rosa, 39, e assieme a Giulio, facevamo due passi in centro prima di recarci al Palazzo S. Paolo, sede dell'AC, scambiandoci informazioni e opinioni sull'attività della GIAC e sui problemi del mondo cattolico." (colloquio con l'autore, del 31 dicembre 2008, dalle 16.30 alle 18, a Brescia).

[17] Colloquio con l'autore, cit.

[18] VP, 15 maggio 1954, n. 20, pag. 2.

[19] Lettera dell'ing. Dino Filtri al card. Piazza del 15 maggio 1954, controfirmata dal vice presidente diocesano, prof. Giovanni Vezzoli, su carta intestata della Presidenza diocesana di AC, in AACBs, B 132, fasc. Corrispondenza varia – Presidenza Giunta diocesana (1953-1954).

[20] Lettera di Dino Filtri al card. Adeodato Piazza del 24 maggio 1954, in AACBs, B 132, fasc. Corrispondenza varia – Presidenza Giunta diocesana (1953-1954); Una copia della lettera è inoltrata, con nota separata, al card. Giovanni Battista Montini, Prosegretario di Stato.

[21] Card. Angelo Dell'Acqua (1903-1972) Vescovo dal 1958, Cardinale dal 1967, Vicario generale di Roma dal 1968.

[22] B 12, Agenda 1954 B.

[23] Mons. Ernesto Camagni (1900-1966), Vescovo dal 1964, addetto alla Curia Romana.

[24] Mons. Ismaele Mario Castellano o. p. (1913-2000) Vescovo di Volterra dal 1954 al 1961, Arcivescovo di Siena dal 1961 al 1989.

[25] Sottolineatura nell'originale della lettera.

[26] In realtà si tratta di Giulio Onofri, presidente diocesano della GIAC dal 1951 al 1957.

[27] Lettera riservata di mons. Castellano a Tredici, del 26 novembre 1955, su carta intestata della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'AC (commissione presieduta dal cardinal Piazza e di cui Castellano era Segretario) in B 91.

[28] G. Colombi, Il periodo delle presidenze…, cit., pag. 99.

[29] Lettera di Giulio Onofri a Tredici, del 23 settembre 1955, su carta intestata della Presidenza diocesana della GIAC e controfirmata dall'Assistente diocesano, don Francesco Vergine, in B 92.

[30] Il dott. Mario Cattaneo, nato nel 1926, è stato presidente diocesano della GIAC dal 1957 al 1960.

[31] Testimonianza del dott. Giulio Colombi, in L'Azione Cattolica di ieri e di oggi, cit., pag. 8. Il gesuita padre Antonino Messineo, dopo le elezioni del 1953, si era schierato pubblicamente contro De Gasperi e l'alleanza con i partiti di centro, propugnando un'alleanza tra DC e monarchici (A. Messineo, Dopo le elezioni politiche del 7 giugno, in La Civiltà Cattolica, luglio 1953, vol. III, pag. 3-12).

 

 

 

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