Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

 

Alcune pagine dal capitolo 4 (pag. 211 - 218)

Le elezioni politiche del 1953

 

 

 

 

Le elezioni politiche del 7 giugno 1953 rivestono grande importanza dal punto di vista nazionale anche in seguito all'approvazione, nel marzo dello stesso anno, della nuova legge elettorale maggioritaria voluta da De Gasperi (la cosiddetta "legge-truffa"). A Brescia la campagna elettorale della DC si apre l'11 maggio, con un comizio dell'on. Guido Gonnella[1] in Piazza Loggia. Altri leader nazionali verranno a Brescia nel corso della vivace campagna elettorale: il comunista Palmiro Togliatti il 19 maggio in Piazza Vittoria, il socialista Pietro Nenni il 28 maggio in Piazza Loggia. In vista delle elezioni, si fronteggiano all'interno della DC bresciana due tendenze: da un lato alcuni vorrebbero confermare in blocco i parlamentari uscenti, che avevano ben lavorato, altri vorrebbero invece un marcato rinnovamento nella squadra dei deputati bresciani. Essendo scomparso Pietro Bulloni il 25 agosto 1950, i deputati uscenti erano rimasti cinque: Lodovico Montini, Enrico Roselli, Stefano Bazoli, Egidio Chiarini e Laura Bianchini, mentre quattro erano i senatori. Cinque era anche il numero di deputati presumibilmente eleggibili in provincia di Brescia. Per vagliare le candidature il comitato provinciale della DC aveva incaricato due commissioni, una per la Camera, presieduta da Giuseppe Libretti, della quale facevano parte anche Mario Faini, Fabiano De Zan e Giulio Onofri,[2] e una per il Senato, guidata da Francesco Montini.

Nel comitato provinciale è proposta una mozione, ispirata da Lodovico Montini, che indica in tre il numero massimo di deputati da confermare, per favorire il rinnovamento. La mozione è approvata a maggioranza, con voto palese, nonostante una vivace e ferma opposizione di una parte del comitato. Successivamente, con una votazione a scrutinio segreto, sono stabiliti i tre deputati da confermare, che risultano individuati nelle persone di Montini, Roselli e Chiarini. Bazoli e la Bianchini sono quindi esclusi dalle liste. Perché? Per la Bianchini, molto legata alla corrente della sinistra democristiana, che era ancora detta dossettiana (nonostante Dossetti avesse abbandonato la politica attiva dal 1951) l'esclusione è facilmente comprensibile, considerando la maggioranza moderata, degasperiana, che si era formata a Brescia. Più complesse sono le motivazioni che portano all'esclusione di Stefano Bazoli. Questi, nonostante facesse parte di una delle più influenti famiglie cattoliche bresciane, era da alcuni considerato troppo "laico", e gli era imputato di non aver difeso con forza il principio dell'indissolubilità del matrimonio durante la discussione nell'Assemblea Costituente sull'art. 24 della Costituzione (che corrisponde all'attuale art. 29). Inoltre, durante la tormentata vicenda dell'approvazione parlamentare della legge elettorale, aveva espresso parere contrario ad un premio di maggioranza così alto (65% di seggi alla coalizione di maggioranza) come quello proposto da De Gasperi, per altro criticato anche da Attilio Piccioni ed altri dirigenti democristiani, e poi approvato dal Parlamento. Inoltre alcuni democristiani consideravano Bazoli poco attivo, "pigro" diceva qualcuno, poco carismatico e non molto popolare tra gli elettori. Queste ed altre motivazioni simili possono aver indotto Montini e il gruppo dei cattolici provenienti dall'AC, e ancora direttamente e fortemente influenzati da mons. Almici, a adoperarsi per l'esclusione di Bazoli, nonostante l'avessero appoggiato sia nelle elezioni del 1946, sia in quelle del 1948. Ma l'esclusione di Bazoli rientra anche in un disegno più ampio. I componenti del comitato provinciale vicini a Bruno Boni sono favorevoli a questa operazione, perché apre la strada all'inclusione di Mario Pedini nella lista per la Camera, rendendo così possibile il ritorno di Boni alla segreteria provinciale della DC. Un discorso analogo non può essere vero per l'esclusione della Bianchini, perché gli organi nazionali del partito, a cui spettava la decisione definitiva sulle liste elettorali, potevano riammetterla come candidata alla Camera. In effetti, Pedini si dimette da Segretario non appena la sua candidatura alla Camera è ufficiale. Le funzioni di Segretario saranno svolte temporaneamente da Guido Franchi fino al 19 settembre 1953, quando il Comitato provinciale della DC rieleggerà il prof. Bruno Boni alla segreteria. Boni così riesce a ridimensionare il ruolo di Pedini, l'unico che a Brescia poteva in qualche modo limitare il potere del Sindaco, che per altri venti anni rimarrà il leader incontrastato della DC bresciana.

Relativamente a queste vicende politiche del 1953, i documenti mostrano una più diretta azione del Vescovo, che se continua ad assegnare al fidato mons. Almici la gestione diretta della maggior parte dei rapporti politici, agisce anche personalmente, sia incontrando numerosi esponenti della DC, sia firmando diverse lettere, che possiamo verosimilmente ipotizzare siano scritte dopo aver raccolto tutte le necessarie informazioni dallo stesso Almici. Tra il 9 marzo e il 10 aprile, nel periodo di formazione delle liste elettorali, Tredici incontra Almici ben 11 volte, considerando solo i colloqui di una certa durata, registrati nelle agende. Sempre tra marzo e aprile, Tredici incontra più volte l'avv. Minelli, Montini e il segretario Pedini, riceve gli on. Carlo Bresciani (ex parlamentare del Partito Popolare prima del fascismo) Egidio Chiarini e il sen. Angelo Buizza. Incontra il 4 aprile una delegazione sindacale formata da Gitti, Albini e Apostoli, alla presenza di mons. Almici e di don Agazzi.[3]

Il 21 marzo scrive all'avv. Fausto Minelli, presidente della Banca S. Paolo, per indurlo ad accettare la candidatura alla Camera.[4] Non ricevendo una risposta positiva da Minelli, due giorni dopo chiede a Giulio Bruno Togni di candidarsi.[5] Lo stesso giorno incontra Bresciani, Pedini e Costantino Franchi proprio sul tema dell'eventuale candidatura di Togni.[6] Il Tempo di Milano, nel dare notizia delle decisioni della DC bresciana sulle candidature, scrive che Laura Bianchini è stata esclusa dalla lista per il veto di Lodovico Montini e lascia intendere che l'operazione è stata organizzata da mons. Almici, da padre Manziana e da Francesco Montini, fratello di Lodovico.[7] Nel frattempo la Direzione nazionale della DC includeva nella lista del collegio Brescia – Bergamo sia l'on. Bianchini, sia l'on. Giovanni Gronchi, esponente di rilievo nazionale della sinistra democristiana, che due anni dopo sarà eletto Presidente della Repubblica. Montini per protesta contro la scelta di Gronchi, con la quale si imponeva a Brescia un candidato antidegasperiano non bresciano, annuncia di voler ritirare la propria candidatura. Tredici, venuto a conoscenza di questa intenzione, gli scrive immediatamente:

 "Ora io comprendo ch'Ella sia disgustato per il fatto d'aver imposto a Brescia una candidatura non gradita, disgusto che credo condiviso da altri qui, e che io trovo ragionevole. Ma mentre approverei una sua mossa per scongiurare la cosa, se questo è possibile, mi permetto di dirle, in nome della deferenza che sempre mi ha usato, che Lei non deve fare quel gesto, che certamente aggraverebbe la situazione qui: situazione che ha già avuto le sue scosse, per la esclusione dei nomi di Bazoli e Bianchini, poi di Donati, e per le difficoltà di trovare uno che sostituisse Bazoli, difficoltà poi superata col nome di Togni. La prego di mantenere il suo nome nella lista, nonostante il legittimo dissenso: sarà un esempio di disciplina, che io credo necessario."[8]

Questa lettera a Lodovico è recapitata a Roma tramite mons. Giovanni Battista Montini, suo fratello. Nella lettera d'accompagnamento Tredici riassume per mons. Montini la vicenda relativa alla formazione della lista e, dopo aver fatto presente che la defezione di Lodovico creerebbe una difficoltà molto grave, scrive:

"Per questo io vorrei pregare V. E. a investirsi di questa difficoltà, e influire su suo fratello perché desista dal suo proposito, pur facendo, se crede, le sue proteste."[9]

Da un appunto di Tredici in calce alla lettera a Lodovico, veniamo a sapere che successivamente lo stesso Montini gli comunicherà verbalmente che la minaccia di non candidarsi serviva unicamente ad indurre la direzione nazionale a trasferire altrove la candidatura di Gronchi, come in effetti avverrà.

Alla fine di questa tormentata vicenda relativa alla lista per la Camera, al posto dei due esclusi (Bazoli e Bianchini) sono candidati tre esponenti di rilievo: Giulio Bruno Togni, proposto dal Vescovo, il segretario uscente Mario Pedini e Angelo (Salvatore) Gitti, leader della Cisl bresciana; gli ultimi due sono esponenti politici molto vicini a mons. Almici. Poiché Pedini e Gitti, anche per i ruoli rispettivamente svolti in quegli anni, erano molto conosciuti e popolari, il più debole era da considerarsi proprio Togni, che infatti non risulta eletto.

Ad elezioni avvenute, Stefano Bazoli scrive una lettera al Vescovo, da cui traspare tutta la sua amarezza, nella quale afferma che la Curia "si è esposta, senza alcuna ragione imperiosa e perfino prudente […] nelle diatribe politiche di partito."[10] Implicitamente Bazoli si lamenta per le eccessive ingerenze di mons. Almici nelle decisioni politiche della DC, ingerenze che erano quasi un tratto abituale del carattere accentratore e autorevole del sacerdote, ma che secondo Bazoli in qualche modo esponevano eccessivamente la Curia nelle battaglie tra le correnti democristiane, compromettendo indirettamente l'imparzialità e il ruolo del Vescovo.

Molto diverso è invece il caso dell'esclusione di Albino Donati dalla candidatura a Senatore della Repubblica. La commissione preposta a valutare le candidature per il Senato si trova di fronte ad insinuazioni e accuse infamanti sulla persona di Donati, insinuazioni di cui non è possibile accertare l'attendibilità in tempi brevi. Per motivi prudenziali, per evitare possibili strumentalizzazioni che possano danneggiare il risultato elettorale della DC, viene quindi richiesto a Donati di ritirare la sua disponibilità a candidarsi nel Collegio senatoriale di Chiari, dove era stato eletto nel 1948. Boni ceca di convincere Donati a ritirarsi, pur dicendosi certo della totale falsità delle accuse. Donati inizialmente si dichiara contrario al ritiro, ma poi accetta a condizione che Boni stesso, unitamente al Vescovo ausiliare mons. Bosetti, coordini una "rapida e rigorosa inchiesta" sul suo operato, al fine di smentire con sicurezza le gravi calunnie. Il 30 luglio, dopo le prime audizioni, mons. Bosetti scrive a Tredici:

"Albino Donati non s'è più fatto vedere da me; forse attende ch'io lo chiami, dopo il colloquio che ho avuto col prof. Boni. Il consiglio che l'E. V. mi da, lo trovo molto opportuno, e lo seguirò fedelmente. Dopo aver sentito l'on. Chiarini,[11] cercherò di arrivare ad una conclusione pacifica e cristiana, dell'increscioso incidente, ricordando che non è il momento di sprecare energie in lotte fraterne, quando il nemico batte alla porta."[12]

Nelle carte del Vescovo troviamo la minuta della lettera di Boni all'avv. Albino Donati, a conclusione degli accertamenti svolti ("investigazioni e istruttorie") sotto la supervisione dello stesso Boni e di mons. Bosetti. La minuta dattiloscritta non porta l'indicazione della data, anche se risale certamente alla tarda estate o all'autunno del 1953, e presenta numerose correzioni e modifiche (non rilevanti nel contenuto) scritte a mano, con due calligrafie differenti. Scrive Boni:

"I presunti addebiti, per altro molto larvati e non mai precisati, che furono insinuati  sul tuo conto, alla vigilia della presentazione delle candidature e che a te non furono né formalmente né di fatto mai contestati, risultarono essere promanati da fonti che molto a ragion veduta sono state ritenute del tutto inattendibili, senza dire di più, e ciò dopo una serissima ed esaurente inchiesta esperita in ordine a uomini e circostanze."[13]

Boni quindi chiede a Donati di rinunciare definitivamente ad "ulteriori esperimenti istruttori", in quanto ormai inutili:

"Le indagini ampie e minute svolte nei vari ambienti in cui tu hai speso la tua molteplice e diuturna attività per tanti e tribolati anni come dirigente di Azione cattolica giovanile e studentesca prima, come professionista, come organizzatore, dirigente ed esponente poi, tanto nel periodo clandestino, che in quello successivo, della DC, a Brescia, Bagnolo, Milano, Roma, non hanno avuto che esito del tutto negativo, per quanto si riferisce all'ineccepibilità del tuo comportamento, in quanto nessun elemento contrario è stato raccolto che potesse giustificare una menomazione qualsiasi della stima, della fiducia e della simpatia che sempre e ovunque ti sei, si può dire, universalmente e costantemente meritate. […] Si può dire, pertanto e a conclusione, che, non solo non è stata provata una qualsiasi accusa contro di te e la tua condotta politica e morale pubblica e privata, ma, al contrario, è da ritenersi raggiunta la prova della tua assoluta ineccepibilità."

 

Conclusa la fase di formazione delle liste, Tredici interviene ancora sul tema delle elezioni scrivendo ai superiori di vari ordini religiosi della diocesi. Ad esempio il 23 maggio scrive al Padre Guardiano del Convento di S. Francesco in città, per rimproverarlo per la propaganda di alcuni frati a favore di monarchici e missini:

"Mi vengono ancora segnalazioni di propaganda che si fa a San Francesco per i fascisti (MIS) e monarchici, in ordine alle prossime elezioni. Mentre la prego a passare da me per spiegazioni nei primi della prossima settimana, la prego anche di voler comunicare su­bito ai suoi Rev. Confratelli queste direttive.

Non fare della politica per la politica, ma ricordare a tutti in questo momento il dovere di contribuire a tutelare la libertà ­della Chiesa e della vita cristiana, che sono insidiate specialmente dal socialcomunismo. Per questo tutti hanno il dovere di usare e usar bene del diritto che hanno del voto. E perché questo diritto sia usato bene e con frutto, si richiede l’unità di tutti i cattolici italiani, in modo da convergere i voti verso questa du­plice direttiva: un partito che abbia un programma sufficientemente cristiano, e che insieme abbia la possibilità di riuscire ad avere in mano il governo della pubblica cosa, per mezzo di una maggioranza al Parlamento.

Queste le direttive da annunciarsi. In concreto poi, questi criteri attualmente non si riscontrano che nella Democrazia Cristiana. Tale l’azione voluta dall'autorità ecclesiastica, che tutti i sacerdoti e religiosi devono seguire, anche nella predicazione, con tutta la prudenza e temperanza del caso, come nelle trattative private, e nella stessa confessione, dove il sacerdote è giudice e padre direttamente insindacabile, ma che deve prendere i criteri del suo giudizio dalle direttive della Chiesa, date dalla sua gerarchia."[14]

Una settimana dopo è altrettanto perentorio nel rivolgersi alle Madri Superiori delle congregazioni femminili della diocesi:

"La lista che tutte devono votare è unicamente quella della democrazia cristiana (contrassegno dello scudo portante una croce colla parola "Libertas"); con esclusione di qualunque altra, anche da persone, sia pure di pratica religiosa, venissero fatti inviti per la lista del partito nazionale monarchico o del MIS. Votare per quelle liste sarebbe una dispersione di voti, con pericolo di favorire una maggioranza comunista."[15]

In queste lettere troviamo una netta chiusura verso le liste monarchica e missina (esplicitamente considerata fascista) escludendo che i cattolici possano votarle, sottolineando quindi l'importanza di non disperdere i voti, l'esigenza dell'unità politica di tutti i cattolici in quel contesto storico, resa ancor più marcata dalla nuova legge elettorale maggioritaria (e Tredici ricorda l'importanza che il partito con "un programma sufficientemente cristiano" debba anche aver la possibilità di governare con una maggioranza parlamentare).

La preoccupazione che la lista monarchica sottraesse voti preziosi alla DC è così forte che, alla vigilia delle elezioni, La Voce del Popolo dedica un'intera pagina a criticare le tesi monarchiche, sotto l'esplicito titolo cubitale Cattolici monarchici non lasciatevi imbrogliare dalla truffa elettorale di Lauro.[16]

Nell'estate del 1953, eletto Pedini alla Camera, si discute dell'ipotesi di un ritorno di Boni alla Segreteria provinciale della DC. L'ipotesi riscuote ampio consenso all'interno del partito. Tuttavia il gruppo legato a Montini e all'AC, quindi presumibilmente anche mons. Almici, è fortemente perplesso, poiché teme il carattere molto accentratore di Boni, che risulta anche poco influenzabile dallo stesso Almici. Così Fabiano De Zan spiega le ragioni dell'opposizione a Boni:

"I due anni della segreteria Pedini rappresentarono il massimo d’in­fluenza di Francesco e Lodovico Montini nella DC bresciana. Si avverti­va particolarmente la presenza assidua di Francesco, scarno parlatore, ma puntiglioso osservatore, acuto e razionale nei giudizi politici quanto il fratello Lodovico era passionale e talvolta irruente.

L’elezione di Pedini alla Camera nel ‘53 riapriva il problema della segreteria e il ritorno di Boni appariva a molti non solo inevitabile (per mancanza di alternative idonee), ma necessario. Fu Lodovico, abituato a non tacere mai le sue opinioni e ad esporsi sempre in prima linea, a condurre la pattuglia degli oppositori di Boni. La sua freddezza verso Boni (che già avevamo riscontrato nel primo triennio della sua segrete­ria) coincideva con la freddezza mai dissimulata di una parte del mon­do cattolico che di Boni contestava l’indipendenza di giudizio e la con­cezione autonomistica e laica del partito."[17]

Se le ragioni del contrasto sono ben conosciute, è finora rimasto invece molto riservato il ruolo svolto dal Vescovo nella vicenda. In alcuni colloqui informali a Pontedilegno, dove Tredici si trovava per una breve vacanza, il 6 e 7 agosto 1953, l'on. Montini manifesta al Vescovo tutti i suoi timori rispetto alla possibile nomina di Boni a Segretario provinciale. Ne siamo informati da una lettera dello stesso Tredici a Lodovico Montini, scritta da Pontedilegno il giorno 8 agosto, con la quale il Vescovo cerca di convincerlo a non esercitare un'aperta opposizione alla candidatura Boni. Questa lettera merita di essere citata ampiamente, perché ci aiuta a comprendere le ragioni dell'atteggiamento pacificatore del Vescovo:

"Ho ripensato al lungo colloquio di ieri, e penso di doverle aggiungere qualche considerazione. Le ho detto: il metodo democratico deve comportare anche l'esistenza di una minoranza che espone il proprio parere, con un atteggiamento costruttivo, entro una sfera superiore di unità e concordia.

Ora, pensandoci, vorrei aggiungere: quando si tratta di principi, si capisce che ciascuno faccia valere quelli che egli crede tali, e sia poi tenace quando si tratta della fede o dei principi sommi del diritto naturale. Ma quando la questione si svolge, almeno in parte, anche su persone, allora dovrebbe entrare anche un altro criterio: evitare che si creino divisioni personali, che potrebbero creare un danno nella comunità che più che il compito di stabilire dei principi ha il compito pratico di organizzazione.

Nel caso nostro, nella nostra città, si sono già determinate divisioni dolorose, che possono portare danno alla causa. E allora, se la discussione sembra avviarsi verso una determinata soluzione […] ognuno dovrebbe domandarsi se sia il caso di mantenere una posizione antagonistica […] Non vorrei usare la parola compromesso, che può sembrare odiosa, ma direi: si potrebbe far così: prima si espone il proprio parere preventivamente fra amici, come per esplorare il terreno; poi se si vede che la cosa prende già una determinata strada, astenersi da un'opposizione che sarebbe praticamente inutile, e accedere alla corrente prevalente. La cosa assumerebbe l'aspetto di un atto di concordia, senza tradire un principio….

Lei mi ha accennato all'inconveniente che Boni, portatovi dal suo stesso carattere, tende ad accentrare tutto in sé: sindacati, rapporti coi commercianti, industriali ecc., che così non confluiscono nel partito. Sia. Però, visto che queste cose non facilmente si potrebbero impedire, si può pensare che, una volta che quello rientra nel partito e ne prende la rappresentanza, quasi automaticamente, quelle cose ed istituzioni che prima confluivano a lui diventerebbero attività, relazioni, influenze del partito. E' la realtà che qualche volta sembra risolvere anche questioni di principio."[18]

Risulta evidente che Tredici ritiene che l'unità e la concordia dei cattolici impegnati in politica sia un valore importante, che può passare in secondo piano solo di fronte a più rilevanti questioni di principio. Invita quindi il gruppo di Montini a non manifestare un'opposizione aperta alla nomina di Boni. Le cose andranno nel senso auspicato da Tredici. Il 19 settembre 1953, il Comitato provinciale della DC eleggerà Bruno Boni Segretario della DC. Inizia un lungo periodo, di circa venti anni, della vita politica cittadina e provinciale, nel quale il Sindaco di Brescia sarà la figura dominante e gestirà quasi incontrastato un enorme potere.

 



[1] Guido Gonella (1905-1982) è Segretario nazionale della DC dal 16 aprile 1950 al 28 settembre 1953.

[2] Giulio Onofri era stato designato da Dino Filtri quale rappresentante di AC (Lettera di Filtri a Pedini del 24 febbraio 1953, in AACBs, b. 123, fasc. corrispondenza varia – Presidenza diocesana 1949-52)

[3] Archivio Storico diocesano, Fondo Tredici, b. 11, Agenda 1953 A.

[4] Lettere all'avv. Fausto Minelli del 21 marzo 1953 (due lo stesso giorno; in b. 98).

[5] Lettera a Giulio Togni del 23 marzo 1953 (b. 98).

[6] b. 11, Agenda 1953 A.

[7] Il Tempo di Milano, 24 marzo 1953, pag. 2.

[8] Lettera all'on. avv. Lodovico Montini del 19 aprile 1953 (b. 98).

[9] Lettera a mons. Giovanni Battista Montini del 19 aprile 1953 (b. 98).

[10] Lettera dell'on. avv. Stefano Bazoli al Vescovo del 16 giugno 1953 (b. 98).

[11] Era il principale e più battagliero oppositore di Donati.

[12] Lettera di mons. Bosetti a Tredici, su carta intestata della Parrocchia di S. Alessandro, del 30 luglio 1953, in b. 82, fasc. Guglielmo Bosetti.

[13] Minuta della lettera di Bruno Boni ad Albino Donati, senza data (b. 101). La lettera definitiva inviata a Donati non è ancora stata ritrovata dagli eredi tra le carte dello stesso; il maggior numero delle correzioni scritte a mano risultano di una scrittura quasi certamente attribuibile allo stesso Donati, riconosciuta anche dal nipote del destinatario, il geom. Franco Donati (colloquio con l'autore del 7 ottobre 2008, dalle 18 alle 20 a Brescia). E' quindi presumibile che lo stesso Boni, prima di predisporre la stesura definitiva della lettera, abbia sottoposto la minuta, oltre che a mons. Bosetti e allo stesso Tredici, anche al destinatario, segno di rispetto e della grande stima che Boni provava per Albino Donati.

[14] Lettera al rev. Padre Guardiano di S. Francesco dei Minori Conventuali del 23 maggio 1953 (b. 98).

[15] Lettera alle Madri Superiore delle Suore della Visitazione di Brescia e di Salò, delle Carmelitane di Brescia e delle Clarisse di Lovere, del 1 giugno 1953 (b. 98).

[16] VP, 7 giugno 1953, n. 23, pag. 8.

[17] F. De Zan, «Per me la giornata è sempre nuova», in AA. VV., Lodovico Montini, CeDoc, Brescia 1991, pag. 69.

[18] Lettera all'on. Lodovico Montini del 8 agosto 1953, in b. 101.

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

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