Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

 

 

 

Alcune pagine dal capitolo 1 (pag. 20 - 29)

Mons. Tredici abbandona l'insegnamento, diventa parroco e poi vicario generale

 

Nel 1922 concorre alla parrocchia cittadina di S. Andrea, nella zona di corso di Porta Romana, non lontano dalla sua parrocchia nativa. Tuttavia l'Arcivescovo, mons. Eugenio Tosi, gli comanda di rimanere in Seminario ed egli obbedisce. Non abbiamo documenti che spieghino perché egli volesse abbandonare l'insegnamento e dedicarsi interamente all'attività pastorale. Si possono solo formulare delle ipotesi. Sappiamo che nel 1916 la morte al fronte del fratello minore Carlo, sottotenente di complemento, lascia in lui un grande dolore e un segno indelebile.
Non siamo in grado di ricostruire il tormento di Tredici per la scomparsa del fratello. Possiamo però comprendere meglio il suo stato d'animo se ci riferiamo a situazioni in qualche modo analoghe. Possiamo ad esempio richiamare la dolorosa esperienza dello scrittore Carlo Emilio Gadda, il cui fratello Enrico, al quale era particolarmente affezionato (come Giacinto per Carlo), muore nel corso della prima guerra mondiale. Lo scrittore apprende all'improvviso della morte di Enrico il 14 gennaio 1919, quando torna a Milano, dopo un lungo periodo di prigionia in Germania. Così racconta nel diario:
"Ed Enrico dov'è, come sta Enrico? Mi risponde piangendo la mamma […] La tragica e orribile vita. Non voglio più scrivere; ricordo troppo. Automatismo esteriore e senso della mia stessa morte: speriamo passi presto tutta la vita. Condizioni morali e mentali disastrose."
E ancora:
"Orribile senso di miseria e di solitudine nella vita; e sempre lui nella mente e negli occhi." […] "Adesso la mia realtà è l'orrore macerante della prigionia, la morte del mio Enrico adorato; la minaccia dell'incerto futuro."
Immaginiamo un analogo, lacerante dolore in don Giacinto, illuminato, però, forse sublimato, dalla sua fede religiosa.
Sappiamo che il cappellano militare del 151° Fanteria, don Nazareno Tabarrini, gli scrive dalle colline del Carso nell'aprile del 1916 per cercare di lenire il suo dolore e riferendosi al fratello caduto afferma:
"La cara memoria che ha lasciato di sé … ai suoi compagni d'armi, ai suoi soldati, è veramente lusinghiera: tutti lo ricordano con affetto e con venerazione quasi, essendo rimasti edificati dalla sua condotta di soldato e di cristiano."
Il 10 febbraio dell'anno successivo gli scrive dal fronte un altro cappellano militare, don Giuseppe Baragosa, che era stato suo studente in Seminario, per riferirgli che aveva visitato la tomba di Carlo e l'aveva trovata in ordine. Troviamo un dettaglio commovente: don Giuseppe gli invia con la lettera alcuni "germogli avvizziti per il forte gelo" che ha raccolto sulla lapide del sepolcro, pensando di fare cosa gradita al suo insegnante.
Tra le carte di Tredici è conservata anche la lettera manoscritta del settembre 1921 da Cagliari, con la quale l'avv. Emilio Lussu, neodeputato al Parlamento italiano, gli segnala, in qualità di capitano in congedo del 151° Fanteria, che il fratello è seppellito nel cimitero di S. Pietro sull'Isonzo (Gorizia).
Se la morte del fratello, il 14 marzo 1916, è stata verosimilmente la causa principale del suo desiderio di lasciare l'insegnamento, possiamo affermare che non è stata l'unica. Sappiamo anche che negli anni di guerra aveva intensificato la sua collaborazione con l'oratorio delle suore Mantellate, a Milano, come negli anni precedenti, quando insegnava filosofia a Monza, aveva intrapreso volentieri l'attività di coadiutore nella parrocchia di Biassono. Il contatto con la gente gli era congeniale, nonostante qualche tratto di timidezza presente nel suo carattere, e trovava gratificante l'attività pastorale.
Scrive mons. Angelo Portaluppi, che fu il suo successore come parroco di S. Maria del Suffragio e che bene lo conosceva:
"Aveva da anni, il prof. Tredici, manifestato il suo intimo bisogno di paternità spirituale. Ogni qualvolta gli accadeva di essere invitato per qualche aiuto nell'una o nell'altra Parrocchia vicino a Monza, dove era il seminario liceale, egli vi si recava con molto gusto. Quando il curato di Biassono andò in seminario a chiedere un aiuto permanente, dato il bisogno della sua salute, il professore fu ben lieto di potervisi recare ogni sabato e di rimanervi sino al lunedì mattina. Quella buona popolazione gustava ed ammirava lo spirito di abnegazione del giovane insegnante di filosofia (…) e ricorreva a lui per il consiglio e l'assoluzione. Quando venne trasferito al seminario di Milano gli fu affidata l'assistenza della chiesa pubblica delle Suore Mantellate. E assisteva l'Oratorio. A quest'epoca aveva la direzione della Gioventù Femminile della Diocesi. (…).
Quando divenne vacante la Parrocchia di Sant'Andrea, essendo eletto vescovo di Adria il Macchi, che poi morì a Como, corse insistente la voce che prevosto sarebbe stato il prof. Tredici. Non è a dire che egli intendesse rifiutare perché parrocchia di periferia. Non venne tuttavia nominato. Era la Parrocchia nell'ambito della quale trovasi l'Oratorio e l'Istituto delle Suore Mantellate."
Due anni dopo, nel 1924, concorre per la parrocchia di S. Maria del Suffragio, una delle più grandi e popolose della città, e questa volta viene accontentato: il 5 ottobre 1924 vi è l'ingresso solenne di don Giacinto nella nuova parrocchia, che da quindici mesi era priva di parroco.
S. Maria del Suffragio era una parrocchia di periferia, nella zona est di Milano, nei pressi di Corso XXII Marzo, in un'area di grande espansione edilizia. C'era solo la chiesa, di costruzione relativamente recente, che era stata consacrata dal card. Ferrari nel 1896, ancora incompleta e la casa del parroco. Accanto alla chiesa vi erano ancora campi coltivati e molti cantieri con condomini in costruzione. La parrocchia, che era stata separata da quella della chiesa madre di Calvairate (ubicata più a Sud, tra viale Umbria e viale Molise, e più periferica) che prese il nome di San Pio V, e possedeva molti ettari di terreno di beneficio parrocchiale, che erano in vendita per ricavare le necessarie risorse per completare le opere parrocchiali.
La popolazione della parrocchia, quasi 35.000 abitanti, era in gran parte di recente immigrazione: la maggioranza proveniva dall'Italia meridionale, ma molti erano originari di diocesi vicine, come Lodi, Crema e Cremona, giunti a Milano per lavoro.
Nel discorso d'ingresso, don Giacinto afferma che, come parroco si sente "sempre pronto per ogni bisogno, per ogni avventura (nel senso di evenienza, nda) materiale o morale, con una parola di conforto, di consiglio, d'ammonimento, di rimprovero, anche, ma il rimprovero fatto nello spirito di carità del Signore." E aggiunge: "Il vostro prevosto si mette tutto a disposizione; la sua casa sarà sempre aperta come quella d'un padre; aperta a tutti: ai poveri e ai ricchi; ai giovani, a cui andrà con speciale predilezione il mio consiglio e l'incoraggiamento, e (…) ai vecchi, che forse verranno a dividere con me il frutto della loro saggezza ed esperienza…"
Dopo aver tratteggiato i caratteri essenziali del ministero del parroco, egli confessa apertamente: "Qui mi sovviene il pensiero della mia pochezza: come mi vedo lontano dall'esemplare del buon Pastore, che Gesù ci ha descritto nel Vangelo…!"
Don Giacinto entra nella sua nuova parrocchia, accolto con gioia dai suoi fedeli, pronto ad affrontare con entusiasmo il suo nuovo ruolo, ma anche consapevole della ricchezza di rapporti umani profondi che aveva coltivato nei lunghi anni di insegnamento, come è confermato dalle decine e decine di telegrammi, lettere, biglietti di congratulazioni e di auguri di ex-studenti, militanti, dirigenti, donne e ragazze di AC, insegnanti e studiosi (da Ludovico Necchi al cardinal Orsenigo) che egli conserverà nelle sue carte (B 3).
Era una parrocchia molto impegnativa: la domenica mattina si celebravano sette messe (dalle 6 alle 12.30) ed egli era coadiuvato da ben quattro curati; leggiamo su un avviso relativo agli orari delle messe i nomi di don Angelo Verga, don Pietro Donadelli, don Paolo Colombo e don Ernesto Casaghi (B 4); collaborarono con lui, nei sei anni in cui è stato parroco, anche don Giuseppe Cucchiani e don Achille De Capitani. Il pomeriggio c'erano le lezioni di dottrina cristiana, tenute da don Giacinto stesso.
Nei suoi quaderni di questo periodo sono meticolosamente annotati di sua mano i dati di ben 322 famiglie in difficoltà, da lui personalmente visitate; la ricchezza di questi dati lascia supporre incontri non formali e mostra un'attenzione non comune per i poveri. Per le feste natalizie organizzava ogni anno consistenti distribuzioni di pacchi dono per le famiglie povere, finanziate da raccolte capillari di fondi, di cui teneva personalmente nota. Sotto la voce "pane di S. Antonio" troviamo diversi quaderni, compilati ognuno per una trentina di pagine, con indicazioni di aiuti sempre per le famiglie povere (in B 4 sono conservati quelli degli anni 1924, 1925 e 1930). Era anche molto attento ai malati: nelle sue carte si trovano numerosi elenchi manoscritti di malati da lui visitati personalmente (B 4).
Si impegnò anche molto nei lavori di completamento delle opere parrocchiali. Nel 1924, quando diviene parroco, mancava ancora la facciata della chiesa. C'era solo il progetto, redatto dall'arch. mons. Spirito Chiappetta, che prevedeva una facciata di stile gotico e che venne realizzata in marmo di Botticino, pagata in parte dalla Curia, che vendette alcuni terreni della prebenda al Comune di Milano. I lavori per la facciata terminarono nel maggio del 1927 ed essa venne inaugurata in occasione del venticinquesimo di sacerdozio di don Giacinto, celebrato il 12 giugno. Terminò anche la costruzione della canonica, facendola innalzare di un piano per realizzare gli appartamenti dei curati. I lavori si conclusero nel 1928.
Completata la Chiesa, don Giacinto, non avendo i fondi per nuove costruzioni, e non volendo ulteriormente chiedere offerte ai fedeli, decide di utilizzare i sotterranei della chiesa, facendo aprire delle finestre per aerarli lungo le pareti della chiesa. Riuscì così a ricavare sale di riunione per l'AC e per i giovani e, sotto l'altare, fece realizzare un salone per il teatro. In quegli anni la parrocchia saldò anche tutti i debiti a suo tempo contratti per la costruzione della chiesa.
La situazione sociale degli abitanti della parrocchia era comunque alquanto preoccupante: vi erano centinaia di sfrattati che vivevano in baracche; il Comune riuscì ad abbatterle trasferendo gli abitanti in un grande e vecchio edificio di Corso XXII Marzo, la Senavra, che fu manicomio tra il 1781 e il 1878 (su quell'area oggi sorge la chiesa del Preziosissimo Sangue di Gesù).
Il degrado era evidente. Scrive mons. Portaluppi: " Chi andava verso sera dalle parti dell'entrata della Senavra, vedeva le ragazze vestite a festa uscire e saltare sui tram diretti al centro. Nessuna ora fissa per il ritorno. Là dentro pochi lavoravano eppure mangiavano tutti. E bevevano... Il Prevosto Tredici vi andava a volta a volta e aveva una apposita Conferenza di san Vincenzo che provvedeva, in quella babele, a raccogliere i piccoli per fare il Catechismo. Dalle signore essi andavano volentieri... Aspettavano un giorno la settimana sempre qualcosa. Capitò che qualche mamma credette di far battezzare due volte il bambino; e così fu tentato per la Cresima. C'era di mezzo un vestito nuovo... Perché no?!"
Il 9 maggio 1930 don Tredici è eletto a larghissima maggioranza Presidente del collegio milanese dei parroci, organo consultivo della curia, segno del suo notevole prestigio personale, nonostante fosse parroco da poco più di cinque anni e in precedenza la carica fosse stata ricoperta da parroci delle più importanti parrocchie del centro della città.
L'attività instancabile di parroco continuò fino al 1930, quando all'improvviso, come racconta mons. Giovanni Colombo, che allora era sacerdote da soli quattro anni e che sarà poi arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979:
"Una sera primaverile del 1930 il Prevosto di S. Maria del Suffragio in Milano, rientrando in casa, trovò un biglietto dell'Arcivescovo che lo invitava a un colloquio urgente. Disse, non senza trepidazione: "Eccomi a un'altra svolta". E il presentimento del cuore non fallì.
Da qualche settimana la morte repentina di Mons. Giovanni Rossi aveva privato Milano di un santo Vescovo Ausiliare e di un vecchio ma espertissimo Vicario Generale. L'Eminentissimo Card. Alfredo I. Schuster si trovava in diocesi solo da pochi mesi, ma alla sua sagacità erano bastati per conoscere situazioni e persone cosi da poter scegliersi con sicurezza gli opportuni e validi collaboratori. Per il primo e più vicino dei suoi collaboratori, in sostituzione di Mons. Rossi, la scelta cadde sul Sac. prof. Giacinto Tredici, da sei anni Prevosto di una delle più importanti e popolose parrocchie della metropoli.
Era un filosofo e un teologo dalla mente profonda e chiara. Si pensi che Mons. Francesco Olgiati aveva sperato di indurlo alla carriera scientifica e averlo collega nella docenza all'Università Cattolica; ma se a Don Giacinto il contatto coi libri piaceva molto, il contatto diretto con le anime piaceva incomparabilmente di più, e deluse le speranze dell'illustre amico. Era stato per molti anni professore in Seminario, perciò moltissimi Sacerdoti della diocesi erano stati suoi alunni: egli li conosceva e da loro era conosciuto, stimato e amato. Tutti poi sapevano che Don Giacinto Tredici era un prete che credeva profondamente, che pregava lungamente, che si prodigava con cuore paziente e sincero. Dottrina ed esperienza, contatto con Dio e conoscenza degli uomini, signorilità di tratto e spirito soprannaturale, mente aperta e cuore comprensivo: non occorreva certo di più perché la sua nomina a Vicario Generale incontrasse il consenso di tutta la diocesi che si rallegrò col Cardinale per l'indovinata e graditissima scelta."
Il cambiamento che gli veniva richiesto non era senza difficoltà, almeno inizialmente. Doveva sradicarsi da care abitudini, mutare ambiente e occupazione, distaccarsi da persone amate, per adattarsi a nuove abitudini, a nuovi contati, a nuove occupazioni e preoccupazioni. Scrive ancora mons. Colombo:
"Il trapasso dai Seminario alla Parrocchia non era stato senza pena: ma fu un andare verso l'aspirazione più forte del cuore, verso il lavoro apostolico preferito. Il passaggio dalla Parrocchia alla Curia era una cosa diversa: lo distoglieva dal lavoro, forse un po' tumultuoso ma sempre caldo e appassionato, in mezzo al popolo per portarlo all'aridità di un tavolo, a un lavoro direttivo molto più delicato e importante ma, certo, meno ricco di consolazioni e soddisfazioni sensibili. Il contatto immediato d'anima ad anima ch'era stata la forza e la gioia del Prevosto, ora il Monsignor Vicario avrebbe potuto concederselo soltanto come un diversivo marginale: boccate d'aria, della sua aria, respirate di sfuggita per rinfrescarsi il cuore.
Tutto questo è stato veramente sofferto. Ma Mons. Tredici, coerente ai principi anche nella vita spirituale come lo era nella logica della sua vita intellettuale, non fu uomo da indulgere a quelle nostalgie e a quelle preferenze, che pur continuava a sentire acutamente. Sapeva d'essere al mondo per servire il Signore, e di essersi fatto sacerdote per servirlo con amore totale ed esclusivo."
In effetti, per lui l'obbedienza alle decisioni del suo vescovo è veramente sofferta: ancora 26 anni dopo, quando da vescovo di Brescia riceve le dimissioni da parroco di mons. Guglielmo Bosetti, vescovo ausiliare, nella lettera di risposta, scrive che la funzione di vicario generale implica:
"la partecipazione più diretta al governo dell'intera diocesi: attività questa che non produce tanto facilmente le legittime soddisfazioni della cura parrocchiale, ma che pure è necessaria perché i parroci e tutti i sacerdoti possano compiere facilmente la loro missione a contatto immediato coi fedeli."
Resta sempre, negli anni successivi, molto affezionato alla sua parrocchia milanese; da Vescovo di Brescia porta quotidianamente, fino alla morte, la croce pettorale che gli era stata donata dai fedeli di S. Maria del Suffragio in occasione della sua consacrazione episcopale, nonostante altre e più preziose croci gli siano state regalate successivamente.
Fino alla venuta del nuovo parroco, il 7 dicembre 1930, egli rimane comunque a servizio della parrocchia, nonostante abbia già assunto la funzione di vicario generale della diocesi. Nel 1931 è nominato da Schuster Arciprete del Duomo di Milano.
Mons. Giovanni Colombo, nell'occasione della ricorrenza del cinquantesimo di sacerdozio di Tredici, ha interrogato molti sacerdoti milanesi per raccogliere i ricordi più significativi dell'attività di vicario generale di don Giacinto. Ne emerge un quadro in cui spicca la fedeltà assoluta al cardinale Schuster, la costante, minuziosa adesione ai voleri dell'arcivescovo, con il quale si incontrava ogni mattina, per affrontare i problemi più rilevanti della diocesi. Concordava le soluzioni con l'arcivescovo e poi seguiva scrupolosamente, nelle varie attività, le indicazioni ricevute. Quando Schuster era assente, si manteneva in costante contatto epistolare, nel quale esponeva le questioni sorte e richiedeva le disposizioni conseguenti. Il cardinale aveva assoluta fiducia nel suo collaboratore.
Mons. Colombo riporta come molti sacerdoti fossero favorevolmente impressionati dalla sua benevola accoglienza e dall'atteggiamento d'incoraggiamento, che non mancava mai di fronte alle difficoltà:
"Riceveva con un sorriso che non lasciava mai intravedere stanchezza o indifferenza. Lasciava esporre con agio e ascoltava tutto con molta pazienza (fino talvolta - mi ha detto qualcuno - a farla perdere a chi di fuori attendeva il turno d'entrare; ma in compenso nessuno usciva dall'udienza insoddisfatto). Sapeva cogliere e illuminare il nocciolo delle questioni.
S'attaccava per istinto all'interpretazione e alla soluzione più benigna e più favorevole, e l'abbandonava a malincuore solo se costretto dall'evidenza dei fatti contrari.
Quando gli accadeva di dover dare un rifiuto, di dover imporre qualcosa di spiacevole, lo faceva con tale sincerità di rammarico che l'altro sentiva che la colpa della sua afflizione non era certo del Vicario Generale, il quale non gli aveva potuto dire di sì.
Si prendeva a cuore le questioni che gli venivano proposte, andava fino in fondo senza precipitazione e senza lungaggini: non raramente si assumeva personalmente l'incarico di pratiche delicate, faceva viaggi, visitava parrocchie per chiarire sul posto, con una visione diretta, le difficoltà."
Tredici nutriva grande stima, un sentimento quasi filiale nei confronti di Schuster. Così si esprime il 21 gennaio del 1934, in attesa di entrare solennemente a Brescia:
"[Un] saluto deferente pieno di riconoscenza e di venerazione, va all'Eminentissimo Cardinale Arcivescovo, che, già padre mio per l'autorità, lo è poi testé divenuto un'altra volta in modo più intimo generandomi all'Episcopato. Egli ha voluto farmi oggetto della sua benevolenza chiamandomi presso di sé e così, nei disegni della Provvidenza, mi ha preparato alla sua scuola ai doveri dell'Episcopato. Non dimenticherò i suoi esempi di quella vita apostolica che edifica tutti i figli di Ambrogio: lieto che la mia nomina ad una Diocesi suffraganea mantenga ancora in me verso lui un caro rapporto di colleganza e di subordinazione."
Se il suo ruolo negli affari correnti della curia arcivescovile era molto intenso, in particolare nei rapporti ordinari col clero delle parrocchie, e nell'organizzazione della prima visita pastorale del Cardinale Schuster (durata dal 9 marzo del 1930 al 29 settembre del 1935), molto poco appariscente è la rilevanza esteriore e pubblica della sua attività. Don Tommaso Leccisotti, nella sua monumentale biografia del cardinale Schuster, di quasi mille pagine, non lo cita mai. Non risulta nemmeno presente all'incontro del 26 ottobre 1932, a Milano, tra Mussolini e il Cardinale, incontro reso difficile dall'aspra polemica dell'anno precedente tra Chiesa e regime fascista sull'azione cattolica.
Anche i suoi interventi sulla Rivista diocesana milanese sono scarsi e di secondaria importanza: nel luglio del 1932 troviamo sue disposizioni per la regolamentazione delle offerte per le messe funebri, ad ottobre dello stesso anno è pubblicata una lettera di Schuster a lui diretta come arciprete del Duomo, sulla riorganizzazione del Periodico eucaristico mensile, nel settembre del 1932 e del 1933 lo troviamo nella presidenza delle adunanze dei vicari foranei della diocesi.
Poiché come racconta mons. Giovanni Colombo, don Tredici e il cardinale Schuster s'incontravano ogni mattina nello studio del cardinale per discutere minuziosamente gli affari di curia, i loro contatti erano prevalentemente verbali. Tuttavia nelle rare occasioni in cui il Cardinale o don Giacinto erano fuori Milano, si scrivevano quasi quotidianamente. Da queste poche lettere possiamo trarre qualche informazione sulla intensa attività di don Tredici come vicario generale della diocesi. Già il 20 gennaio del 1931, quando è vicario da pochi mesi, trovandosi il cardinal Schuster nel Lazio (il giorno precedente era pervenuta una sua lettera da Montecassino) gli scrive una lunga lettera che tratta di una serie di questioni impellenti: la nomina dei componenti della commissione per il concorso alle parrocchie, la sostituzione del sacerdote assistente spirituale delle suore di una casa di cura della diocesi in Liguria, a Pietra Ligure, la scelta del successore, le modalità di ripianamento dei debiti del Seminario e le proposte per la successione al monsignorato di S. Ambrogio, allora vacante. Da questa lettera emerge una particolare autorevolezza di Tredici, che non si limita a riassumere i problemi e le novità, ma avanza proposte concrete su ogni aspetto, come una logica conclusione dell'istruttoria compiuta.
Il 15 luglio del 1932, nella notte, scrive al Cardinale per comunicare una tragica notizia: un seminarista di 15 anni, era stato arrestato per l'omicidio della domestica di un sacerdote e aveva confessato il delitto; la notizia giungeva del tutto inaspettata: il ragazzo in seminario aveva "buoni voti", anche in condotta e la mattina del delitto si era accostato alla Comunione.
Nel luglio del 1933, assente da Milano il Cardinale, prende la decisione di concedere il funerale religioso al sen. Pietro Alberici, che dal 1930 era Presidente della Corte d'Appello di Milano, che era sposato solo civilmente con una divorziata (ex moglie di un ergastolano) prendendo atto che questa sua situazione irregolare non era di dominio pubblico, che il defunto si era confessato pochi giorni prima di morire, e che si "sarebbe creata notorietà" negando il rito funebre.
Il 6 giugno del 1933, recatosi a Roma per consegnare una lettera di Schuster al cardinal Gaetano Bisleti, Prefetto della Congregazione dei seminari e delle università, e per trattare la questione della nomina del rettore del collegio lombardo di Roma, è ricevuto in udienza da Pio XI.
L'occasione in cui forse si manifesta la sua più rilevante presenza pubblica è l'inaugurazione della stazione centrale di Milano il 1 luglio 1931. All'inaugurazione, secondo le intenzioni del governo, avrebbero dovuto partecipare sia Mussolini sia il cardinale Schuster. Poiché si era in una fase di scontro pieno tra Chiesa e fascismo, il Cardinale aveva fatto sapere che non avrebbe presenziato all'inaugurazione in segno di protesta per le persecuzioni del regime, cui era sottoposta l'Azione cattolica. Di conseguenza Mussolini decide di non recarsi a Milano e delega il ministro delle comunicazioni Costanzo Ciano (padre di Galeazzo) a rappresentare il governo. Schuster invia a rappresentarlo il suo vicario generale, don Tredici, che quindi benedice la stazione nel giorno dell'inaugurazione. Questo avvenimento, relativo ad una delle più significative opere pubbliche del Regime, sarà motivo del tutto fortuito ed occasionale della supposizione, diffusasi anche tra qualche bresciano al momento della nomina di Tredici, che egli fosse in qualche modo un ammiratore od un simpatizzante del fascismo, come ricorda anche Cesare Trebeschi. Si vedrà nel capitolo 2 come tale supposizione sia assolutamente priva di fondamento.
Nella Rivista diocesana milanese, in occasione dell'annuncio della sua nomina a Vescovo di Brescia, troviamo una lunga nota biografica che è anche un saluto e un ringraziamento della diocesi, non firmato, ma approvato dal cardinal Schuster, nella quale si legge che don Giacinto Tredici "rivelò una acuta comprensione delle realtà contingenti, sempre ispirando la sua azione a nobili sensi di civismo e di patriottismo e portando in ogni pubblica manifestazione l'autorità della sua illuminata opera fiancheggiatrice di ogni nobile iniziativa nel campo morale, assistenziale e culturale."
E molti anni dopo, il 7 ottobre 1962, in occasione del LX di sacerdozio di Tredici, il cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro Paolo VI, riferendosi agli anni di sacerdozio a Milano dirà:
"Egli ha tanto lavorato [nella diocesi ambrosiana] specialmente come professore nei seminari milanesi, come prevosto di una delle più popolose parrocchie di Milano, S. Maria del Suffragio, e come vicario generale dell'intera arcidiocesi: la riconoscenza e la memoria sono sempre vive a Milano ed hanno perciò oggi nella preghiera e nell'augurio la loro sincera espressione."
Possiamo immaginare i sentimenti contrastanti che si agitano nell'animo di don Giacinto, mentre si appresta a partire da Milano per assumere le funzioni di Vescovo di Brescia; il turbamento e l'incertezza nel lasciare un ambiente in cui era conosciuto e stimato, la prospettiva di abbandonare abitudini e frequentazioni ormai consolidate, amplificate dalla rapidità degli eventi: in soli tre anni, da semplice parroco a Vescovo di una diocesi grande e popolosa. Forse avrà ripensato con un pizzico di nostalgia al momento in cui aveva lasciato l'insegnamento con la prospettiva di vivere da parroco, a contatto quotidiano con i suoi fedeli. Nello stesso tempo, don Giacinto si prepara ad accettare con fiducia le nuove responsabilità.

 

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

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