10 luglio 2014

Romano Guatta Caldini

 Quando la morte veniva dal cielo

 

 

La normale routine quotidiana di una giornata di guerra impegnava i bresciani in quell’estate del ’44. Le formazioni aeree angloamericane solcavano quasi giornalmente i cieli della città, talvolta facendo piovere ordigni di morte, altre volte limitandosi a sorvolare, in attesa di raggiungere obiettivi più a nord. Poco dopo le 11 il cielo si fece cupo, coperto dalle sagome di 52 B24 americani. L’inferno durò 17 minuti, mentre in totale furono 518 le bombe piovute dal cielo. Sotto le macerie, disseminate fra la zona del Castello e la stazione ferroviaria, circa 200 vittime. A 70 anni da allora, per ricordare chi perse la vita in quella tragedia, ma anche per conoscere una pagina di Brescia che rischia di essere dimenticata, abbiamo voluto raccontare quei momenti attraverso gli occhi di chi fu testimone di quegli orrori, come Lodovico Galli, autore del saggio “Incursioni aeree su Brescia e provincia, 1944-1945”, o mons. Antonio Fappani, al tempo ospite del seminario di Botticino. “Andavamo a letto vestiti” ricorda Galli -. “Abitavo in via Monte Grappa, vicino al campo militare. Avevamo la sirena antiaerea proprio sul tetto di casa. Quando questa suonava andavamo nei rifugi. Allora il più sicuro era la galleria del castello. Lì si viveva, si dormiva. Lì talvolta nascevano i bambini. La galleria poteva contenere migliaia di persone, passavamo le giornate intere”. Quel 13 luglio Lodovico Galli si trovava a Peschiera del Garda: “Ero presso mia nonna paterna e non avevo ancora compiuto 10 anni, ma ricordo benissimo quella colonna di fumo nerastro che si levò alta nel cielo terso, verso la riva bresciana”. Le case danneggiate dal bombardamento si stima siano state 400, mentre quelle distrutte, 300. Fra gli edifici colpiti anche il Broletto, la biblioteca Queriniana, il monastero del Buon Pastore, il collegio Arici, palazzo Martinengo-Palatini, il palazzo vescovile, la chiesa di S. Marco, la parrocchiale di Fiumicello e la casa provinciale delle canossiane, ma “l’impressione e la commozione più profonda - ha ricordato recentemente mons. Antonio Fappani - fu prodotta dalla vista della cupola del Duomo in fiamme”.

Se c’è, infatti, un’immagine che nella memoria dei testimoni ricorda quei 17 minuti di terrore è proprio l’istantanea della cattedrale ferita, con la cupola avvolta dalle fiamme. “Fortunatamente la bomba non penetra nel tempio - ricorda Galli -, in quanto colpisce un po’ di striscio l’eterodosso della cupola, rimbalzando sull’estremo di ponente del cornicione del fianco nord prospiciente via Torre d’Ercole, cadendo in piazza del Duomo di fronte alla facciata del Broletto, in corrispondenza alla Loggia delle Grida”. L’operazione statunitense, che aveva come obiettivo la distruzione delle principali vie di comunicazione, coinvolta nel quadro più ampio della “Mallory Major”, provocò prevalentemente vittime civili. Di queste, ricorda ancora mons. Fappani, che nel cinquantenario del bombardamento rievocò gli avvenimenti di quell’estate lontana, “94 donne, 41 bambini e ragazzi al di sotto dei 15 anni e 21 anziani”. Esiguo il numero delle vittime fra i militari legati a Mussolini e i tedeschi, all’epoca, quest’ultimi, a capo della Repubblica sociale italiana. Colpita al cuore, la città seppe comunque riprendersi, rinsaldando lo spirito solidale sorretto dalle innumerevoli azioni della curia a favore della popolazione, a partire dal progetto Charitas “con l’assistenza ai poveri della città, continuata poi - ricorda mons. Fappani - in episcopio con l’accoglienza dei reduci della Russia e concretizzatasi sotto la direzione del dott. Gino Briosi nel pronto soccorso in casi di emergenza e specialmente di bombardamenti”.

Lo stesso giorno del bombardamento, quando ancora si scavava fra le macerie in cerca di sopravvissuti, il vescovo di Brescia mons. Giacinto Tredici indirizzava ai parroci della città una lettera che avrebbe poi accompagnato le Messe di domenica 16 luglio, un testo poi ripreso dal foglio diocesano del 22 luglio: “Il mio animo, come il vostro, è ancora pieno di orrore e angoscia per il bombardamento che ha colpito per la seconda volta (la prima nel febbraio del ’44) la nostra città, seminando la rovina nei suoi quartieri, il lutto in tante famiglie, lo strazio in tante povere carni martoriate. La nostra anima di italiani e di cristiani non può non protestare contro una guerra barbara e spietata, che non limita la violenza al fronte di combattimento, ma porta i danni della guerra, la rovina, la strage in tutto il Paese, colpendo cittadini inermi, distruggendo edifici destinati alla pacifica abitazione delle famiglie, violando la stessa grandezza dei monumenti cari, dei templi dedicati all’Altissimo”. E ancora: “L’ansia che ci ha tenuti sospesi alla vista della magnifica cupola del nostro Duomo fumante, nel timore che con essa crollasse qualche cosa della nostra vita, sia simbolo della fede e dell’amore cittadino che ci deve unire”.

 

 

Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20

 

Giacinto Tredici, vescovo di Brescia in anni difficili

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Maurilio Lovatti, Giacinto Tredici vescovo di Brescia in anni difficili, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia 2009, pag. 451, € 20