Maurilio Lovatti
 Testimoni di libertà. Chiesa bresciana e Repubblica sociale italiana (1943-1945),
 Opera San Francesco di Sales, Brescia 2015, pag. 336, € 24

 

 

 

 Cristina Davini e Alice Facchini

Resoconto della presentazione del libro

aula magna del liceo classico Arnaldo di Brescia

giovedì 22 ottobre

Testimoni di libertà

 

 

Giovedì 22 ottobre si è tenuta la presentazione del libro Testimoni di libertà. Chiesa bresciana e Repubblica sociale italiana (1943-1945) presso il liceo classico Arnaldo di Brescia, dove l'autore del libro, il prof. Maurilio Lovatti, insegna storia e filosofia.

All' incontro hanno partecipato, oltre l'autore, il presidente della sezione bresciana dell' ANED, il signor Gelatti, Sua Eccellenza mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia, l'avvocato Del Bono, sindaco di Brescia, il prof. Anni, docente all'università Cattolica di Brescia, che ha sostituito il prof. Taccolini impegnato per una visita inaspettata del Rettore alla Cattolica, e la Preside del liceo classico Arnaldo, prof. Maria Rosa Raimondi.

 

 

Il primo intervento è stato affidato al signor Gelatti, presidente dell' associazione nazionale ex-deportati nei campi nazisti (ANED), che ha voluto sottolineare come l'idea del libro sia nata come conseguenza di una proposta dell' ANED al vescovo mons. Luciano di realizzare un pellegrinaggio di religioso e laici nel campo nazista di Dachau per ricordare, in occasione del settantesimo della liberazione, tutti i deportati in quel campo.

L' ANED si è chiesta quanti preti bresciani si fossero impegnati nella lotta contro il nazismo e i motivi che li spinsero a farlo. Il compito conferito a Lovatti è stato quello di ricercare nell'archivio diocesano profili di religiosi che si opposero al nazifascismo con l'intento di ricordare e onorare questi uomini, che portarono aiuto alla comunità e per questo furono deportati o costretti al silenzio.

 

 

Il secondo intervento è stato affidato a monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia e redattore dell'introduzione al volume Testimoni di libertà.

Il vescovo ha ringraziato Lovatti non solo perché il suo libro offre un'opportunità di arricchimento della memoria, ma anche un momento di riflessione: la memoria del fascismo, del nazismo e della guerra non può rimanere un buco nero; abbiamo bisogno di introdurre questo tipo di memoria nel nostro patrimonio in quanto ci dà la forza di andare avanti, avendo di fronte immagini positive di uomini che si sono battuti per aiutare coloro che erano in difficoltà e vittime di ingiustizia.

Questi fatti, anche se da noi non vissuti in prima persona, danno spessore alla nostra coscienza.

 

 

Il terzo intervento è stato quello del sindaco di Brescia Emilio Del Bono, il quale ha sottolineato come il libro non sia esclusivamente di interesse religioso e quindi diretto solo alla componente religiosa della comunità, ma come rappresenti invece un testo di spessore civile e sociale che riguarda la comunità nella sua interezza.

Il sindaco ha voluto sottolineare il ruolo del clero che non è stato né occasionale né scontato né fatto da poche e singole eccezioni: fa parte di un pezzo dell' identità della storia di Brescia, che ha visto la costruzione delle proprie fondamenta e dei propri principi grazie anche all'operato del clero. Del Bono ha portato l'esempio del Vescovo Gaggia che era palesemente antifascista, ma aveva l'intelligenza di non esporre la chiesa ad una demolizione da parte del regime, quindi aiutava sotterraneamente la crescita di una cultura antifascista.

Un aneddoto raccontato dal sindaco che mostrerebbe la discreta presa di posizione di Gaggia vede quest' ultimo vietare l'accesso in Piazza della Vittoria perché la statua del Bigio, statua simbolo dell'era fascista, esponeva delle nudità che portavano imbarazzo al clero. Questo, in realtà, era un modo indiretto per manifestare un atteggiamento resistente antitetico.

Il clero è stato essenziale perché non ha avuto solo un ruolo oppositivo ma anche costruttivo. Infatti il fattore più importante era ricostruire quel gruppo dirigente che avrebbe avuto il compito di rimettere in piedi il paese, dopo il regime della dittatura.

 

 

L' intervento seguente è stato affidato al professor Rolando Anni, docente all' università Cattolica di Brescia, che ha ripreso il tema della memoria. Un rischio è quello che questa memoria riguardi solo il passato. Significativa è l' immagine della memoria come un albero: le radici affondano nel passato, ma i rami, le foglie e la crescita dell' albero si collocano nel presente, quindi se la memoria riguardasse solo il passato sarebbe una memoria morta; invece essa deve sollecitarci a vedere anche i problemi del presente, dev'essere memoria viva.

Secondo Anni, il libro Testimoni di libertà è doppiamente difficile poiché affronta un argomento lungamente studiato, quindi non può apparire come un "libro nuovo"; e inoltre deve tenere conto che il comportamento dei sacerdoti di fronte alla guerra è particolare, va studiato caso per caso e momento per momento, senza procedere per schemi.

Gli atteggiamenti del clero nei confronti della resistenza, infatti, non furono univoci né costanti nella stessa persona, anzi si modificarono e variarono nel corso degli eventi.

Il prof. Lovatti fa una tripartizione a seconda del grado di coinvolgimento dei preti: quelli poco impegnati, quelli più impegnati e i cosiddetti "preti leader". È una tripartizione corretta per Anni, però non è costante. Un esempio sono le memorie dei sacerdoti, che sono da utilizzare con attenzione, dal momento che vi è una forte sottovalutazione del proprio ruolo da parte dei preti. Uno dei più celebri in tal senso è Don Lorenzo Salice, che nelle sue memorie dice di aver fatto pochissimo, mentre invece nascose partigiani per tutto l' inverno nella sua abitazione, fu poi catturato, imprigionato e controllato fino all' ultimo momento.

Da questo emerge, per Anni, che se si tende a credere troppo a quanto viene detto, si rischia di non fare una corretta valutazione.

Inoltre il professore analizza il contrasto all' interno delle gerarchie ecclesiastiche che vede da un parte l'alto clero, che assunse posizioni ambigue, e dall'altra il basso clero filopartigiano. Anni sostiene però che questo contrasto non si verificò per Brescia e provincia. Un esempio fu il vescovo mons. Giacinto Tredici (1933-1964) che cercò di dare il suo contributo senza lasciare troppe tracce, agendo con grande prudenza.

Il vescovo Tredici aveva il desiderio di trovare, nell'ottobre del '43 (all'inizio della Resistenza), un'alternativa alla guerra civile, dichiarandosi vescovo di tutta la comunità, partigiana e fascista. Monsignor Tredici elogiava il primato della coscienza, sostenendo la necessità di agire come la coscienza suggerisce.

Tuttavia, si chiede Anni in una sorta di interrogativa retorica, si può davvero pensare che alcuni suoi strettissimi collaboratori, come don Giuseppe Almici e mons. Vincenzo D'Acunzo, potessero, senza almeno una tacita approvazione del vescovo, svolgere quell'azione clandestina?

Conclude il discorso ponendo l' attenzione sui cappellani militari che non esistevano per i partigiani proprio perché redici riteneva pericolosa questa posizione ed essendo morti già molti preti, non voleva sacrificarne altri.

 

 

 

Per ultimo è intervenuto il professor Lovatti, autore del libro, che ha ringraziato il Vescovo, il Sindaco, il prof. Anni e la Preside per la loro presenza, Pier Luigi Fanetti, che è stato il primo all'interno dell' ANED ad avere l' idea di questo libro e la casa editrice, in particolare il dott. Mauro Salvatore.

In particolare Lovatti sottolinea come la presunta contrapposizione tra il clero di base, delle parrocchie dei paesi di montagna e campagna, ritenuto più coraggioso e più decisamente antifascista, da un lato, e i vertici diocesani più remissivi e passivi dall'altro lato, sia risultata del tutto destituita di fondamento a seguito dell'analisi dettagliata di tutte le fonti d'archivio. Ricorda come mons. Tredici, pur condizionato dal timore di persecuzioni verso il clero, abbia sempre appoggiato i suoi collaboratori attivi nella lotta antifascista.

Osserva come nella nostra diocesi il fenomeno dei preti collaborazionisti sia stato quasi totalmente assente, al punto che gli organi di stampa fascisti per trovare dei sacerdoti che lodassero il regime doveva rifarsi a sacerdoti, spesso cappellani militari, non bresciani.

Ricorda che se i preti attivi nella resistenza furono solo circa un quarto del totale, ciò è comunque significativo se si pensa che i partigiani non superarono l'1% della popolazione. La marginalità della resistenza dal punto di vista militare (è stato l'esercito alleato a liberare l'Italia) non inficia per nulla il valore politico, culturale ed etico della lotta di liberazione. La presenza attiva e spesso eroica di formazioni antifasciste dopo l'armistizio, da un lato ha consentito di mostrare all'opinione pubblica mondiale che non tutti gli italiani erano fascisti e succubi dei nazisti tedeschi, mentre, dall'altro lato, l'elaborazione politica e culturale delle forze resistenziali ha costituito la base culturale e politica fondamentale per la costruzione della Repubblica costituzionale e democratica nel dopoguerra, dettandone essenzialmente i valori di riferimento.

Spera che il suo libro possa rafforzare la memoria di quei terribili anni, infondendo determinazione e coraggio per le sfide odierne.

Così termina la conferenza di presentazione del libro Testimoni di libertà.

 

 

 

 

Maurilio Lovatti
 Testimoni di libertà. Chiesa bresciana e Repubblica sociale italiana (1943-1945),
 Opera San Francesco di Sales, Brescia 2015, pag. 336, € 24

 

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