Maurilio Lovatti
 Testimoni di libertà. Chiesa bresciana e Repubblica sociale italiana (1943-1945),
 Opera San Francesco di Sales, Brescia 2015, pag. 336, € 24

dal capitolo 2, pp. 190 - 198

 

 

g)  Don Mario Marniga

 

Mario Marniga nasce nel 1916 a Corteno Golgi, sesto di 11 fratelli, in una famiglia povera. Nel 1942 è ordinato sacerdote da mons. Tredici e diviene curato a Vezza d'Oglio, in alta val Camonica. Fin da piccolo aveva manifestato una fiera avversione verso la dittatura fascista. Come racconta lui stesso:

"Mio padre mi aveva parlato tanto della sua guerra contro i tedeschi. La mamma, così severa, non m’aveva mai rimpro­verato né castigato quando ero stato sospeso dalla scuola perché non avevo accettato la tessera di balilla ed ancora quando mi ero rifiutato di vestire la divisa e di partecipare alle adu­nate. Ricordo ancora la mia protesta quando la maestra (so­rella di un anarchico) mi aveva ingiunto di copiare […] venti volte la frase: «I bimbi d’Italia sono tutti balilla». Più tardi, in seminario, avevo accettato senza traumi la disciplina perché era necessaria per raggiungere lo scopo su­premo della mia vita: il sacerdozio, ma non potevo sopportare le imposizioni particolari. Mi piaceva studiare la storia e in particolare quella della mia diocesi nelle sue espressioni di opposizione dignitosa alle angherie dei partiti. Ammiravo i miei professori che avevano forte personalità e godevo di cer­te battute allusive contro il regime di un tempo e di quelle fascista, fatte in cattedra. Ritengo quindi che nel 1943 sia scattato in me, con molta naturalezza, un meccanismo interiore di rivolta a quella guerra, conseguenza di una politica contro l’uomo nella sua integrità e dignità fisica e morale. Rivolta che diventa scelti di comportamento pastorale, senza odio di parte, ma distin­zione precisa. La mia fede in Dio, verità, amore e libertà mi collocava allora su una posizione critica di fronte ai fatti e di fronte agli uomini responsabili e la mia fede diventava vita e costruiva giorno per giorno la mia storia, dentro la vicenda degli uomini dilaniati dalla guerra civile."[1]

Fin dall'autunno del 1943, la sua casa è uno dei centri di riferimento per i partigiani dell'alta Val Camonica. Essendo originario di Corteno, don Mario rimane sempre in contatto con i partigiani della valle dell'Ogliolo. Come scrive lui stesso:

"La valle di Corteno fu il rifugio dei renitenti e dei perseguitati politici dopo l'8 settembre 1943, fino alla primavera del 1944. Dal maggio 1944 al 30 aprile 1945 fu la zona più attiva dei Ribelli. Fra i suoi monti si aggirarono uomini di tutte le regioni d'Italia, affratellati ai patrioti cortenesi nell'amore di patria. In essa combatterono e morirono con gli italiani: russi, polacchi e francesi. Corteno era il paese della valle noto ai nazifascisti e agli alleati. I partigiani la chiamavano la «Val d'Ossola» camuna e i repubblichini la roccaforte delle Fiamme Verdi. […] In Corteno si formò e visse la sua vita avventurosa la Brigata Schivardi, dagli effettivi della quale si formò negli ultimi giorni di lotta la Brigata Tosetti. Brigate ben organizzate che diedero magnifica prova sul Mortirolo, luogo dove venne combattuta una delle più famose battaglie della resistenza italiana. Sta bene però ricordare che non ci sarebbe stata la gloria del Mortirolo se non ci fosse stato lo stillicidio di preparazione di Corteno."[2]

Don Mario sottolinea come la notevole presenza di partigiani nella valle di Corteno non abbia mai causati gravi danni alla popolazione:

"I Ribelli di Corteno arrischiarono e morirono, ma nessuno del popolo fu vittima per loro e nemmeno furono bruciate le case e le cascine, fu solo rovinata dal fuoco la casa del Comandante e una villa vicina per motivi particolari. Per il bene del paese e del popolo si mostrarono qualche volta deboli, altre volte lo difesero con l'arma in pugno per intere notti in attesa di rappresaglie. Sacrificarono i loro compagni e non avvenne a Corteno quello che avvenne in altri paesi, dove i ribelli non organizzati provocarono rappresaglie cruente su gli inermi e innocenti."[3]

I primi gruppi di partigiani si formano sulle montagne di Corteno fin dall'autunno del 1943, ma è nel febbraio del 1944 che la ribellione diviene generalizzata. Quando arrivano a Corteno i bandi per il reclutamento obbligatorio della classe 1925, questi vengono stracciati e don Mario, con il parroco di Corteno don Alberto Donina, invita i giovani a non presentarsi. La direttiva è: "nessuno deve arruolarsi nei reparti fascisti". Arrivano prima i carabinieri di Edolo, col maresciallo Luigi Tosetti, ma non ottengono nulla. Poi salgono a Corteno ufficiali del Distretto militare e infine ufficiali tedeschi. Di fronte alle pesanti minacce tedesche, per evitare rappresaglie sulla popolazione, il parroco si piega a leggere in chiesa una circolare minatoria. Alla fine, dopo laboriose trattative, si concorda che un gruppo di giovani si presenti per l'arruolamento. I giovani di Corteno sono destinati  alla divisione Monte Rosa di Novara. Ma, commenta don Mario, "furono gli ultimi ad arrivare e i primi a fuggire".[4] Intanto, sotto la guida del comandante Antonio Schivardi, i reparti partigiani sulle montagne di Corteno si infoltiscono, riforniti di armi con gli aviolanci alleati.

Il maresciallo dei carabinieri, nella primavera del 1944, non sappiamo la data esatta, ammonisce don Mario a non amministrare i sacramenti ai gruppi di ribelli, e lui risponde sdegnato che nessun governo poteva proibirgli di adempiere al suo ministero, e nei suoi confronti non viene preso alcun provvedimento.[5]

Ai primi di giugno un gruppo di fascisti sale a Corteno alla ricerca di Antonio Schivardi, ne devasta la casa, ma non trova nessuno perché i familiari del comandante partigiano erano fuggiti nei boschi sopra il paese. Don Marniga precisa che i fascisti appartengono alla brigata Ettore Muti, come la banda Marta, di cui si è visto a proposito di padre Picelli: sono dunque camice nere volontarie, provenienti da fuori provincia e a disposizione dei tedeschi per i rastrellamenti.

Nel mese di giugno i partigiani di Corteno, guidati da Schivardi, compiono due audaci imprese: il 18 attaccano nella notte un presidio di militi fascisti all'Aprica e si impadroniscono di armi; il 25 requisiscono armi, munizioni e materiali alla caserma dei carabinieri di Edolo. Il maresciallo Tosetti ed alcuni carabinieri si uniscono ai partigiani e salgono in montagna. Il 7 luglio 1944, brigate nere provenienti da Sondrio occupano Corteno e prendono diversi ostaggi, tra cui il parroco, don Alberto Donina. Il 14 agosto, su ordine del comando generale lombardo del CLN, un gruppo di partigiani della divisione Tito Speri, dopo un violento scontro, cattura un ufficiale tedesco. Antonio Schivardi è ucciso in combattimento, presso la chiesetta di Santicolo, mentre cerca di coprire i compagni in ritirata. Già si era posto in una posizione pericolosa, scelta per meglio proteggere i compagni, poi per colmo di sfortuna gli si inceppa il mitra e così muore crivellato dai colpi dei tedeschi.[6]

Per rappresaglia, la notte tra il 15 e il 16 agosto l'abitato di Corteno subisce un massiccio rastrellamento attuato dai tedeschi con l'appoggio della GNR: circa quaranta persone sono prese come ostaggi e tradotte ad Edolo.[7] Il colonnello tedesco Pielmeier minaccia di fucilare gli ostaggi se l'ufficiale tedesco non fosse stato liberato. Di fronte al ricatto, i partigiani cedono e l'ostaggio tedesco è immediatamente rilasciato. Ciò rende possibile l'apertura di trattative per un accordo temporaneo tra partigiani e tedeschi. Infatti, nei giorni immediatamente seguenti, don Mario Marniga segue, senza apparire, le trattative per uno dei primi accordi di tregua tra tedeschi e partigiani, che si realizza il 18 agosto 1944.[8] Così descrive gli avvenimenti:

"Il Comando tedesco di Edolo che aveva già più volte manifestato il desiderio di incontrarsi coi ribelli di Corteno per un colloquio leale e militare insisteva ancora. I gruppi si erano frattanto spostati in Val Brandet alla malga Tremonti. I capi si raccolsero a consiglio e per il bene della popolazione pensarono bene di trattare con i tedeschi per un patto di franchigia che essi da tempo chiedevano. Altri gruppi di ribelli avevano stipulato momentaneamente a loro interesse di questi patti. Si trattava di un patto di non aggressione parziale circa il tempo e il luogo, non un patto di collaborazione […]. Serviva […] per ordinare ed armare in pace i gruppi e salvare le popolazioni da continue vessazioni e pericoli."[9]

L'incontro tra partigiani e tedeschi avviene sul ponte sul fiume Ogliolo, al confine tra i comuni di Corteno ed Edolo:

"I tedeschi attendevano al posto stabilito. […] Due forti gruppi di ribelli si erano intanto appostati verso il luogo dell'incontro, e appostati con l'arme in pugno erano pronti a rispondere a qualche eventuale attacco proditorio tedesco. I tedeschi furono leali; inquadrati al di là del ponte, come era stato stabilito, attendevano i patrioti che videro giungere con una bella macchina, sul cofano della quale sventolava bandiera bianca. La vettura si fermò sulla testata opposta del ponte, ufficiali tedeschi s'avanzarono salutando la commissione partigiana che avanzava. Dopo il saluto alla militare, nel silenzio solenne, iniziarono i colloqui. Furono stabiliti degli accordi circa lo scambio di prigionieri e circa il passaggio delle truppe di ambo le parti, previa parola d'ordine, sulla strada Edolo - Corteno – Aprica e viceversa. Delineata perciò una zona franca. Le FF. VV. venivano riconosciute come reparti belligeranti. L'ufficiale tedesco dimostrò comprensione, stima ed ammirazione."[10]

L'ufficiale tedesco è il colonnello Pielmeier, comandante dell'esercito in val Camonica, mentre la delegazione partigiana è guidata da Clemente Tognoli di Corteno.

La stessa lealtà dei soldati tedeschi non è mostrata dai fascisti qualche giorno dopo. Il 31 agosto 1944, un gruppo di partigiani di Corteno che si era inoltrato in Valtellina per rifornirsi di armi e munizioni, mentre riposa in una cascina in località Carona, oltre l'Aprica, è circondato dai militi fascisti, comandati dal maggiore Marchetti, e guidati sul posto da una spia. Dopo mezz'ora di battaglia, finite le munizioni, i partigiani si arrendono ed escono con le mani alzate. Mentre uscivano due partigiani sono uccisi sul colpo (Enrico Buila ed Egidio Natta), altri quattro sono feriti, gli altri infine fatti prigionieri, salvo uno che pur ferito riesce a scappare. Dopo lunghe trattative col Comando di Sondrio, è concordato uno scambio di prigionieri. I partigiani liberano alcuni prigionieri fascisti, ma i militi repubblichini non rispettano i patti e non rilasciano i prigionieri catturati a Carona. E' necessario un diretto intervento dei tedeschi che, il 10 settembre, si recano a Sondrio, prendono in consegna i partigiani prigionieri, li conducono a Corteno e li liberano!

La valle di Corteno è ormai controllata interamente dai partigiani. Il giornali Il Ribelle è distribuito pubblicamente in piazza, ogni domenica dopo la messa. Manifesti affissi ai muri regolano la vita della valle. A S. Antonio funziona addirittura un tribunale speciale partigiano.[11]

La tregua vale però solo per la strada che porta all'Aprica. Don Mario Marniga, come curato di Vezza d'Oglio non ne beneficia. Infatti, in seguito all'attacco partigiano del presidio della GNR di Edolo, il 20 settembre, quando diversi fascisti sono presi prigionieri e tutte le scorte alimentari requisite dai partigiani, tedeschi e fascisti preparano un massiccio rastrellamento; come lo stesso don Marniga racconta:

"Il 16 ottobre del 1944 alcuni parti­giani Fiamme Verdi provenienti dalla Svizzera ed inseriti po­co prima nei gruppi di Corteno si erano accantonati sopra Vezza d’Oglio; due avevano dormito nella mia casa e poi erano partiti di buon mattino. La notte seguente avevo ac­colto poi in casa uno di essi ammalato. Pioveva e nevicava. All’alba del 17 vengo a sapere che il paese è circondato dai tedeschi - erano i gruppi dei «georgiani» cosiddetti -. Alcuni reparti avevano raggiunto, protetti dall’oscurità, la contrada Tù e avevano fatto prigionieri alcuni giovani renitenti alla leva e poi si erano spinti fino alle baite del Boron dove si erano rifugiati i partigiani e le avevano incendiate. Si vedevano le fiamme alte sopra il paese; varie pattuglie setacciavano tut­te le case del centro. Cerco di conoscere la situazione e gli in­tendimenti del comando che dirigeva le operazioni nella piaz­za centrale, riesco a far scendere in una cantina l’ammalato, mi porto in piazza e chiedo di parlare col comandante. I prigio­nieri sono legati e circondati da camionette e da soldati di guardia. Il comandante, un giovane colonnello, mi dice che i giovani meritavano la pena capitale, e che il paese sarebbe stato distrutto se i suoi soldati fossero stati attaccati e uccisi. Io prometto che non verrà fatto alcun male alle truppe tede­sche se i prigionieri non verranno uccisi. Il comandante ac­cetta e mi dice che saranno mandati a lavorare in Germania; io chiedo la liberazione perché innocenti. Il comandante mi stringe la mano e mi dice che voglio troppo. Torno a casa; una pattuglia guidata da un maggiore sta perlustrando le case vicine. Vedo un sergente che vigila coi mitra sull’altro lato della casa, mi avvicino, parlo con lui con tranquillità. Mi risponde come può ma comprendo che è un uomo stanco di guerra; gli sto vicino e penso alla mia casa con dentro il par­tigiano. Arriva il maggiore con due soldati con le armi in pu­gno, mi saluta, io lo invito a entrare nella mia casa; egli bor­botta qualche parola col sottoufficiale, si volta verso di me, ab­bozza un saluto militare e dice: «Ora basta, essere stanco, paese tranquillo». E se ne va. Verso le venti con mia grande meraviglia mi piombano in casa i giovani fatti prigionieri, li­beri: li avevano portati a Edolo, li avevano interrogati e poi lasciati liberi."[12]

Passa l'inverno e don Marniga non subisce alcuna persecuzione né dai fascisti, né dai tedeschi, che lo vedevano soprattutto come mediatore super-partes e ignoravano il suo convinto appoggio alla resistenza. Quando il 26 aprile 1945, giungono le notizie sulla liberazione di Milano e di altre città del Nord, la val Camonica assiste alla frenetica ritirata dei reparti militari tedeschi in marcia verso l'Austria, mentre il battaglione Tagliamento della GNR occupa ancora le posizioni sul Mortirolo.[13]

In quei giorni che preparano la gioia della liberazione, a don Mario perviene una tremenda notizia: la morte del fratello, il giovane partigiano Luigi Marniga. La notte del 27 aprile si diffonde a Corteno la notizia che una compagnia di militi della GNR sta avanzando verso il paese. Il comando partigiano decide di inviare una pattuglia di due giovani volontari ad esplorare il territorio verso Santicolo, cercando di riprendere i contatti con un'altra squadra di partigiani che si trovava in località Nus. La pattuglia composta da Marniga e Troncatti nel buio della notte si avvia verso la località Glere. Racconta don Marniga:

"Uniti l'uno all'altro i due ragazzi avevano intenzione di raggiungere la prima squadra in località Nus per poi procedere, privi di fucili, ma con bombe a mano verso Santicolo per ispezionare la zona. Giunti alla suddetta località, mentre cercavano di individuare gli uomini della prima squadra, videro drizzarsi davanti a loro a pochi passi, aderenti al muro, degli uomini che la tetra oscurità non permetteva di distinguere e si avvicinarono credendoli i loro compagni  […] nell'accorgersi che erano repubblichini una scarica di mitra investiva il Marniga alla distanza di un metro, mentre stava per impugnare il fucile e lo rovesciava a terra sul margine della strada, ormai esamine, con un solco nel petto, vittima della sua generosità e dell'agguato nemico. Il compagno fu più fortunato perché conobbe nella voce un tenente fascista e con uno scatto repentino precipitava nel prato sottostante e riusciva a fuggire verso l'abitato, coperto dall'oscurità e seguito da raffiche di mitra, cavandosela con una ferita alla spalla."[14]

Così don Mario, che aveva superato completamente indenne un anno e mezzo di stretta e fattiva collaborazione con la resistenza, piange il giovane fratello, scomparso per aver partecipato ad un'operazione negli ultimi giorni di guerra. A conferma che la guerra civile accentua ed esaspera esponenzialmente quella casualità e imprevedibile contingenza che talvolta caratterizza la condizione umana.

A rendere più amara la vicenda, e più inconsolabile il dolore, è la constatazione che nel dopoguerra, a seguito di numerosi processi e delle amnistie, dei militi del battaglione Tagliamento della GNR, nonostante sia stata appurata la loro responsabilità in "saccheggi, violenze, torture e uccisioni", "solo tre scontarono alcuni mesi di carcere, gli altri non fecero un solo giorno di prigione."[15]

 



[1] Intervento di don Mario Marniga al convegno Il contributo del clero bresciano all'Antifascismo e alla resistenza, Brescia 13 marzo 1975, in AA. VV. Antifascismo, Resistenza…, cit., pp. 97-98.

[2] M. Marniga, Al diletto fratello Luigi e ai carissimi amici caduti per un mondo migliore, dattiloscritto inedito dell'ottobre 1945, in ARECBs, Fondo Morelli, B. 56, fasc. 1, pp. 2-3.

[3] Ivi, pp. 3-4.

[4] Ivi, p. 7.

[5] Intervento di don Mario Marniga, cit., p. 98.

[6] Sulla morte di Schivardi una versione leggermente diversa è in A. Fappani, La resistenza bresciana, cit., vol. 3, p. 21.

[7] M. Franzinelli, Un dramma partigiano. Il caso Menici, in «Studi Bresciani», Quaderni della Fondazione Micheletti, n. 8, 1995, p. 62.

[8] A. Fappani, La Resistenza bresciana, cit., vol 3, pp. 25-26. Sul ruolo di mons. Tredici e di Erich Priebke sugli accordi di tregua: M. Lovatti, Giacinto Tredici…, cit., pp. 136-140.

[9] M. Marniga, Al diletto fratello Luigi…, cit., p. 14.

[10] Ivi, pp. 14-15.

[11] Ivi, p. 19.

[12] Intervento di don Mario Marniga, cit., pp. 100-101. Gli eventi narrati da don Marniga fanno parte del massiccio rastrellamento tedesco del 16 ottobre che investe tutta l'alta valle da Edolo al Tonale e che ha il suo epicentro a Pezzo, frazione di Ponte di Legno. Si Veda: A. Fappani, La Resistenza bresciana, cit., vol 3, pp. 173-175.

[13] La Tagliamento si era stabilita in alta Val Camonica nel febbraio 1945, per combattere le formazioni di Fiamme Verdi posizionate sul Mortirolo.

[14] M. Marniga, Al diletto fratello Luigi…, cit., p. 30.

[15] R. Anni, Dizionario della Resistenza bresciana, cit., vol. 2, p. 371.

 

 

 

 

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