don Gabriele Scalmana

 

 

Cercasi un'etica di ecologia cristiana

 

Missione Oggi, maggio 2007

 

La salute e il futuro della terra sono in pericolo. Ci chiediamo: il cristianesimo è attrezzato per affrontare la situazione? La risposta non è scontata né da parte laica né da parte credente. Il primo a dubitare della capacità della fede cristiana di sfidare i problemi ambientali fu Io storico statunitense Lynn White. In un articolo di Science (n. 155, 1203-1207) neI 1967, White sosteneva che le religioni sono interessate primariamente alla salvezza dell'uomo e restano indifferenti di fronte allo sfruttamento della natura; soprattutto il cristianesimo è "la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai visto, ubbidiente al comando di Dio: "Siate fecondi e moltiplicatevi.... soggiogatela e dominate sui pesci del mare" (Genesi 1,28).
D'altra parte va anche detto che l'antropocentrismo appartiene alla struttura del pensiero moderno occidentale, da Cartesio a Kant, a Hegel.

Molte teologie hanno attribuito una scarsa importanza alla natura. Gli antichi sistemi di ascendenza platonico-agostiniana vedevano nella realtà fisica più un impaccio per lo spirito che un dono dell'amore di Dio. I sistemi di ispirazione aristotelico-tomista furono presto risucchiati da una deriva metafisica che li allontanò sempre più dai problemi storici dell'umanità in nome di una salvezza astratta. Il '900 stesso iniziò sotto il segno di dualismi manichei: quello cattolico antimodernista di Pio X che rifiutava le scienze moderne e le contrapponeva alla fede cattolica, quello protestante della teologia dialettica (Karl Barth, Rudolf Bultmann) che poneva l'enfasi sulla Parola e sulla Croce, lasciando in secondo ordine sia le culture umane sia l'ambiente naturale.
Nel dopoguerra l'atteggiamento cambia. La teologia delle realtà terrestri (Gustave Thils. 1949), il Concilio vaticano II (1965), la teologia politica (Johann Baptist Metz, 1968), la teologia della liberazione (Gustavo Gutiénez, 1971) tematizzano la storia e la natura come veri luoghi di rivelazione e di salvezza. Paolo VI, nel 1971, per primo in un documento solenne della Chiesa cattolica, invitava i cristiani a prendere coscienza che "attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, l'uomo rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione" (Octogesima adveniens, n. 18). Nel 1972 venne pubblicato un libro di grande rilievo: I limiti dello sviluppo (Club di Roma e Massachusetts Institute of Technology). La coscienza dei limiti del mondo e quindi della precarietà del futuro, venne fatta propria dalle Chiese protestanti che diedero inizio ad un movimento culminato con le assemblee ecumeniche di Basilea (1989) e di Seoul (1990) sul tema "Giustizia, Pace, Salvaguardia del creato".

Come non fu facile quindi per i filosofi introdurre la natura tra gli oggetti seri di riflessione, così per i teologi il tema della creazione, pur professato dall'antichità nei simboli di fede (il Credo), rimase piuttosto sterile, se non avversato, fino ai tempi recenti. Limitandoci all'ambito etico, riprendiamo la domanda iniziale: quali risorse di pensiero e di azione può mettere in campo il cristiano per affrontare efficacemente le grandi questioni eco/ogiche che affliggono il pianeta? La proposta qui delineata ruota attorno a tre prospettive etico-teologiche che si integrano vicendevolmente: agire da creature, da concreature, da concreatori.

AGIRE DA CREATURE

Il Credo della messa inizia con la nota espressione: "Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. di tutte le cose visibili ed invisibili". I cristiani perlopiù collegano l'idea di creazione con "un fare iniziale di Dio che trae dal nulla tutte le cose". Questa interpretazione è molto parziale. La fede in Dio Creatore non si riferisce solo a un passato lontano. Il problema degli inizi è un problema più scientifico che teologico. La fede nel Creatore riguarda l'attualità: Dio crea e mi crea ora, fa essere il presente di ogni realtà. Le conseguenze per l'etica ecologica di questo modo di vedere sono interessanti.
Anzitutto l'essere creature segna un limite: non siamo creatori! In quanto creato, viviamo in un mondo limitato, sia fisicamente che moralmente. L'ecologia scientifica contemporanea ha scoperto la limitatezza dello spazio fisico e delle risorse del mondo. Non solo il petrolio, cosa abbastanza ovvia dato che non esistono pozzi senza fondo, ma anche l'acqua, l'aria, il suolo sono limitati.

Agire da creature significa allora avere coscienza di essere limitati e di vivere in un mondo limitato. Tale coscienza ci dovrebbe proibire, ad esempio, di produrre rifiuti (vedi in Missione Oggi: Dal consumo critico alla critica del rifiuto, maggio 2005). Nulla va rifiutato perché tutto è prezioso, nulla va sprecato perché tutto è fatto per durare. La giustificazione più profonda, dal punto di vista cristiano, della sobrietà sta nella nostra creaturalità. Anzi la tradizione cristiana ci invita a radicalizzare la sobrietà nella povertà. La povertà evangelica non è miseria, ma misura e rispetto per le cose e per il loro uso. La povertà di S. Benedetto o di S. Francesco, pur molto diverse tra loro, concordavano nell'amore e nell'attenzione per ogni realtà, anche la più piccola.
Agire da creature vuoI dire lodare e ringraziare il Creatore; tutto è dono e quindi tutto è grazia. Il Cantico di frate sole è probabilmente l'inno di lode più conosciuto, ma anche molti salmi biblici inneggiano a Dio Creatore e molte esperienze religiose cristiane contemporanee trovano nella natura lo scenario migliore per incontrare il Signore. Non si tratta, come qualcuno teorizza, di reincantare o di risacralizzare la natura profanata dalla tecnologia contemporanea, ma di accoglierla in quanto dono che fa nascere nel cuore gratitudine e responsabilità.

Da ultimo, agire da creature in un mondo limitato, impone di assumere il futuro come pressante criterio etico. Se le risorse sono limitate, dobbiamo fare in modo di salvaguardarle anche per le generazioni che verranno. La carità non ha solo una dimensione individuale e attuale (non devo far del male al mio vicino, ora), ma anche sociale e futura. Devo amare la società che popolerà la terra tra 10, 50, 100 anni. In passato questo problema non esisteva perché l'umanità non aveva i mezzi per condizionare troppo a lungo il pianeta; oggi le tecnologie ci permettono di incidere pesantemente nelle riserve e negli equilibri della terra. Limitarci oggi per amore del futuro: ne siamo capaci? A volte pare che la nostra coscienza morale sia troppo debole per gestire la complessità delle tecnologie e del futuro. Siamo chiamati ad una responsabilità che finora abbiamo disatteso. I cristiani sono invitati a offrire questo "supplemento" d'anima al mondo contemporaneo.

AGIRE DA CONCREATURE

Siamo creature, ma non le uniche presenti nell'universo. L'uomo spesso si sente padrone della terra: creatura sì, ma comunque sempre la prima, con un potere dispotico sul resto, "per volere di Dio". Fondare tale pretesa sul già citato versetto di Genesi 1,28 è errato: la Bibbia va letta in modo complessivo e contestualizzato. Nel capitolo secondo della Genesi (2,15) infatti il testo utilizza altri termini: Dio pone l'uomo nel giardino di Eden perché lo coltivi e lo custodisca. Si tratta di antichi racconti non storici né scientifici, ma simbolici: il giardino è la terra tutta, Adamo è l'umanità, il paradiso terrestre non è la descrizione di un ipotetico stato di grazia iniziale (mai esistito), ma di un progetto che per il credente denota la volontà di Dio sul mondo. Agire da concreature significa allora guardare ad ogni realtà con simpatia e amore. vivere un etica della relazionalità e della cura, considerare la terra come nostro padre ("patria"), sorella e madre. La cura per la terra proibisce tutto ciò che induce sfruttamento e impoverimento: l'inquinamento, la distruzione degli ecosistemi forestali e marini con la conseguente diminuzione della biodiversità, l'occupazione selvaggia cui sono sottoposti i suoli (cementificazione, cave, strade, desertificazione), il consumismo che spreca quantità enormi di risorse energetiche e biologiche.

Un approccio nuovo, in questo contesto, merita l'etica animalista. Anche gli animali, insieme con tutti i viventi, sono creature come noi. In particolare la nostra attenzione è attratta da quegli animali che ci assomigliano di più, cioè quelli che sanno soffrire e gioire, soprattutto i mammiferi (cani, equini, bovini). Dobbiamo chiederci se, ad esempio, negli allevamenti è assicurato il benessere animale, se in certi casi lo sfruttamento non sia eccessivo (nel lavoro, nella produzione di latte e di carne), se gli animali non vengano usati per scopi puramente utilitaristici senza sufficiente rispetto (nei circhi, nelle sperimentazioni, nella compagnia).
La concreaturalità vale, ovviamente, con speciale intensità per le persone. Apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana. Questo è accettato (quasi) da tutti in linea di principio, ma in pratica viviamo in un mondo scandalosamente e colpevolmente fratturato. Esso avrebbe risorse (cibo, acqua, salute, istruzione) sufficienti per tutti, ma non le distribuisce equamente, con gravi conseguenze anche sul versante dell'etica ecologica. Vi è uno stretto legame tra giustizia ed ecologia. La povertà strutturale e degradante (non quella evangelica!) di molti Paesi del Sud del mondo provoca disastri ecologici: inquinamento (ad esempio, nel delta del fiume Niger), disboscamento delle foreste, discariche tossiche senza controlli, uso indiscriminato di pesticidi e insetticidi. Lottare per la giustizia favorisce anche gli equilibri ambientali.

AGIRE DA CONCREATORI

È vero che non siamo creatori, ma creature: tuttavia Dio ha voluto associarci nella sua opera di creazione. Se la creazione avviene ora, essa non è ancora finita: sta compiendosi, attraverso i meccanismi naturali dell'evoluzione che la scienza ci illustra e attraverso i meccanismi culturali del progresso umano. Natura e cultura sono le due facce di una medesima storia cosmica e umana che, per il credente, manifestano l'opera creatrice di Dio.
La caratteristica principale del creato così come Dio lo vuole è la "bellezza". Per ben sette volte nel primo racconto biblico della creazione (Genesi 1) il testo ripete che l'opera di Dio è "bella / buona". Creare con Dio significa quindi rendere il mondo bello. Come? L'umanità ha a sua disposizione un mezzo formidabile: il lavoro, soprattutto se aiutato dalle tecnologie.
Il significato più profondo del lavoro consiste nel progettare e costruire un mondo bello. La bellezza deve diventare sempre più un criterio etico di riferimento. Non si lavora, primariamente, per guadagnare e mantenere se stessi e la famiglia; si lavora per creare con Dio, cioè per rendere il mondo bello. Mai, probabilmente, come in questo ambito, la realtà è lontana dall' ideale morale che la dovrebbe ispirare. Al lavoro sono legati i concetti di fatica, di costrizione, di sfruttamento delle persone e della natura: condizionamenti reali, ma che non devono farci perdere di vista il suo profondo significato teologico di collaborazione all'opera creatrice di Dio. I cristiani sono impegnati per rendere davvero il lavoro, ogni lavoro, "creativo". Questo non significa ignorare le problematiche economiche sottese all'ecologia. In un mondo dominato dalla produzione, dal consumo e dallo spostamento delle merci e dei capitali, l'ambiente naturale è spesso visto come una preda da sfruttare e non uno scenario da perfezionare. Un fatto è certo: siccome viviamo in un mondo limitato, l'attuale organizzazione economica del mondo centrata su una crescita continua è irrazionale.

Si sta preparando la catastrofe del mondo perché già ora consumiamo più risorse di quante la terra ne produca. Bisogna fermarsi: non cercare più il "progresso" nell'aumento delle merci, ma nella cultura, nei servizi, nella giustizia e nella solidarietà. Alcuni economisti propongono ormai senza mezzi termini modelli di "decrescita" (La decrescita può salvare il pianeta, in Missione Oggi, agosto-settembre 2006).
Questo non significa "tornare al medioevo", come qualche critico ripete, ma ritrovare il senso della misura e della bellezza nel progettare il presente e il futuro del mondo. Le tecnologie sono indispensabili, purché piegate a servizio di un progetto complessivo di razionalità e di felicità, non invece subdole ispiratrici di una mentalità tesa solo al consumo e allo spreco.
San Paolo in una splendida pagina della lettera ai Romani (8,18-27) immagina un gemito universale che sale dall'umanità e dal cosmo, fatto proprio dallo Spirito e presentato al Padre. È il gemito della preghiera, ma anche della fatica nel partorire cose nuove e belle. Preghiera e fatica che i cristiani non devono temere di assumersi, certi che lo Spirito le farà proprie e ne assicurerà un felice compimento nella storia e
nell'eternità.


GABRIELE SCALMANA

Gabriele Scalmana nasce a Tremosine (BS) l'8 novembre 1945. Diviene prete nel 1970. Insegna Scienze naturali in seminario e poi nelle scuole statali. Lavora quattro anni in Rwanda come prete fidei donum. Ora si occupa di pastorale del creato nella diocesi di Brescia.

Bibliografia

Enzo Biancbi, Le ragioni cristiane dell'ecologia, San Liberale, Treviso 2003.
Alfons Auer, Etica dell'ambiente, Queriniana, Brescia, 1958.
Lorenzo Biagi (a cura di), L'argomentazione nell'etica ambientale, Gregoriana, Padova 2002.
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, cap. X "Salvaguardare l'ambiente", Città del Vaticano 2004.
Per maggiori informazioni sul concetto di Creazione, sono utili i seguenti articoli nei dizionari teologici:
Giuseppe Tanzella Nitti - Alberto Strumia (a cura di), Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede, Città Nuova, Roma 2002;
Michael Roseoberger, Dizionario di Spiritualità del Creato, Dehoniane, Bologna 2006.
Sìmone Morandini, Teologia ed ecologia, Morcelliana, Brescia 2005.
Leonardo Boff, Il creato in una carezza. Verso un'etica universale: prendersi cura della Terra, Cittadella, Assisi 2000.
Il modello etico della paternità - maternità - sororità della terra è stato ripreso da Edgar Morin, ad esempio in E. Morin - A. B. Kern, Terra - Patria, Raffaello Cortina, Milano 1994



 

Missione oggi, maggio 2007, pag. 29-32

 

Gabriele Scalmana La riconciliazione con la natura
(cliccare su Salvare il creato)

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